la volante rossa

    STORIA ANTICA  MEDIOEVO  STORIA MODERNA  STORIA CONTEMPORANEA  NOVECENTO  SCACCHISCUOLA 
MONOGRAFIE  BIOGRAFIE  CAMPIONI  STORIA ABITAZIONE

 

Home
900 in europa
rivoluzione russa 1905
crisi 1907
Depretis, Crispi, Giolitti
grande guerra
il caso e la storia
tra le due guerre
rivoluzione russa
CON CHI STAVANO I PADRONI NEL '20
fascismo
america
russia
europa
II guerra 1
II guerra 2
la volante rossa
consumismo
blocco occidentale
blocco orientale
grandi mutamenti
fine urss
italia repubblicana
italia 70 90
decolonizzazione
panorama
lo stadio di san siro

DOCUMENTO

Università degli Studi di Milano
Facoltà di Lettere e Filosofia
Corso di Laurea Triennale in Scienze Storiche

La Volante Rossa – Milano 1946-1949

(di Walter Ravagnati).

 

"… e 7 e 7 e 7 fanno ventuno,
arriva la Volante non c’è nessuno"
.

La canzone di Ornella Vanoni ricorda in modo un po’ beffardo il primo numero telefonico d’emergenza creato dalle forze dell’ordine a Milano nell’immediato dopoguerra. Il 777 faceva intervenire la "squadra Volante", una pattuglia di agenti montati su automezzi provenienti dai surplus degli eserciti alleati, strumento che si racconta essere stato organizzato dal mitico funzionario della polizia milanese Mario Nardone, Commissario e poi Questore, noto anche per essere stato protagonista della risoluzione dei casi di cronaca nera di Rina Fort e della rapina di via Osoppo.

Era una Milano violenta

La banda Bezzi-Barbieri era solo una delle formazioni malavitose generate dallo sbandamento della guerra. Ma, naturalmente, non era solo la malavita a minacciare l’ordine pubblico in una società che era appena uscita dal trauma della guerra sovrapposto con quello ancor più grave della guerra civile.

Chi tutelava l’ordine pubblico? La polizia era polizia dello stato, polizia politica o polizia dei cittadini? Braccio armato del potere o organo statuale garante dei diritti? L'inizio fu difficile perché l’Italia repubblicana dovette fare i conti con la continuità pressoché integrale della polizia fascista, e bisogna peraltro sottolineare che fece pochissimo per alleggerire quell’eredità.

Al termine dei processi celebrati nei primi tre mesi dopo la Liberazione vi furono appena tre poliziotti "dispensati dal servizio", ossia espulsi, e la percentuale degli epurati venne mantenuta sempre bassa nella convinzione che il coinvolgimento con il regime fosse stato generale e si dovessero da colpire soltanto i casi più eclatanti per non smobilitare l’intero corpo.

Ancora più significativa risultò la mancata revisione del Testo unico di Pubblica Sicurezza come se una democrazia potesse avvalersi indifferentemente delle regole usate da una dittatura.

D.C. e P.C.I., forzati alleati di governo, avevano prospettive diverse e non riuscirono a mettersi d’accordo, sperando ciascun partito di poter riscrivere più tardi il Testo a proprio piacimento. Modello di polizia, dunque, immutato: centralizzata, militarizzata, con ampio margine discrezionale sul campo.

La concezione autoritaria del fascismo andava oltre l’ordine pubblico materiale per puntare a quello ideale, inteso come omogeneizzazione del pluralismo a determinati valori.

Vi è anche da dire, per contro, che vi era stato un certo travaso di ex-partigiani direttamente dalle brigate Garibaldi alle forze di Questura e ciò controbilanciava in parte la situazione descritta a favore delle forze vincitrici, ma i quadri operativi rimanevano quelli della gestione politica precedente.

In un quadro come questo, le forze di polizia non potevano che essere viste, dai partigiani smobilitati e dalle forze di sinistra, come frange dello stato fascista sopravissute alla sua dissoluzione e, quindi, come nemiche di classe ed anche nemiche sul campo.

Quanto meno la polizia era vista con sospetto e timore da chi non voleva saperne di restituire le armi. Infatti, uno dei grandi problemi che le forze dell’ordine dovevano affrontare era la smobilitazione ed il riassorbimento dei componenti delle formazioni/bande partigiane, di cui la riconsegna delle armi che erano servite in montagna (ed anche in pianura, vedi il caso dei GAP che agivano in ambiente urbano) era un passaggio cardine inevaso.

I casi più difficili erano, ovviamente, quelli delle formazioni più politicizzate; quelle che, insoddisfatte della situazione venutasi a creare, tentavano di mantenere una loro organizzazione ed equipaggiamento in vista della "seconda ondata" che, a loro vedere, non poteva che essere vicina così come sembrava vicina l’alba del "sole dell’avvenire".

Ciò, principalmente, valeva per le formazioni comuniste delle Brigate Garibaldi. Nel P.C.I. milanese, in particolare, prevalevano istanze fortemente estremistiche, che contestavano la svolta legalitaria di Salerno impressa da Togliatti e, in fondo, con la stessa politica di unità delle forze resistenziali all’interno dell’esperienza del C.L.N. del primo dopoguerra. Gli organi dirigenti locali del P.C.I. praticavano una politica di odio di classe, condita con una incredibile violenza verbale nei confronti degli avversari.

Una tale linea praticata dai dirigenti non poteva che portare il  comportamento di gregari e fiancheggiatori a logiche conseguenze, soprattutto laddove esistevano ancora quadri ed organizzazioni di tipo partigiano in armi che avevano mantenuto l’inquadramento bellico spesso dissimulato sotto le mentite spoglie di pacifiche associazioni culturali-ricreative viventi sotto l’egida delle organizzazioni collaterali del partito comunista, a loro volta spesso ospitate nelle ex case del fascio occupate nei giorni della liberazione e trasformate in "case del popolo". Erano, nella migliore delle ipotesi, comportamenti al confine dell’eversione, pronti a sfociare nell’eversione stessa, quando di fatto non la praticavano.

La Volante rossa

Emblematico è il caso della cosiddetta "Volante Rossa", oggetto del presente lavoro. Nel nome essa richiama l’odiata "squadra Volante" della questura di Milano, probabilmente il gruppo operativo più efficiente nel campo del mantenimento dell’ordine pubblico e di contrasto alla malavita.

Già nella scelta del nome, essa sembra voler essere contemporaneamente il contraltare di classe delle forze statuali e il simbolo di classe della rapidità, ineluttabilità ed efficienza della giustizia proletaria che intende rappresentare. E deve aver anche rappresentato un simbolo largamente imitato, tant’è che si trova traccia di "squadre volanti", dissimulate o meno da associazioni ricreative, in almeno un paio di racconti di Guareschi, e in tanti casi di vendette o di fatti di sangue degli anni successivi alla liberazione in molte zone dell’Italia settentrionale, che sono spesso addebitate a più o meno reali "Volanti Rosse".

Il gruppo terroristico denominato "Volante Rossa", o più propriamente "Volante Rossa Martiri Partigiani", agì a Milano lungo un arco di tempo di quasi quattro anni, dall’estate del 1945 al febbraio del 1949 e fu costituito ad opera di partigiani comunisti provenienti dalle Brigate Garibaldi 116a, 117a e 118a. La maggior parte degli aderenti alla Volante Rossa proveniva dal P.C.I. con qualche minima adesione di alcuni ex partigiani del P.S.I..

Spaventose violenze

Con sede nei locali della ex Casa del Fascio di Lambrate in via Conte Rosso 12, trasformata in Casa del Popolo dopo la Liberazione, la Volante Rossa Martiri Partigiani era formata per lo più da giovani di estrazione proletaria decisi a chiudere i conti della rivoluzione comunista aperti con la guerra civile e tali rimasti dopo il 25 aprile, in attesa che il Partito ordinasse la "seconda ondata" della cui imminenza ciascuno di costoro credeva ciecamente.

Comandata dal "tenente Alvaro" (al secolo Giulio Paggio, originario di Saronno e di professione guardia giurata all’Innocenti di Lambrate) la Volante Rossa mascherò così per quattro anni (1945-1949), dietro il paravento di un innocuo circolo ricreativo-culturale che si sosteneva ufficialmente eseguendo trasporti conto terzi (di giorno), una serie spaventosa di violenze che insanguinarono Milano e dintorni.

Era un’associazione che svolgeva un’attività apertamente fiancheggiatrice dell’attività politico sindacale del P.C.I. locale, essendo spesso stata impiegata nei servizi d’ordine durante le manifestazioni. Ma sia l’attività ricreativo-culturale sia quella più propriamente di servizio politico coprivano una ben più grave realtà: violenza nei confronti di coloro che erano considerati nemici politici e di classe oltre che di coloro che si erano a vario titolo compromessi col passato regime.

Ma vediamo quali furono questi crimini, quasi tutti commessi a Milano o, comunque, nelle immediate vicinanze.

  • 17 gennaio 1947 - Omicidio di Eva Macciacchini e di Brunilde Tanzi, simpatizzanti di movimenti di destra.
  • 14 marzo 1947 - Omicidio sulla porta di casa in via Strambio del giornalista Franco De Agazio, direttore della rivista "Meridiano d'Italia"

  • 16 giugno 1947 - Assalto ad un bar di via Pacini 32, ritenuto luogo di ritrovo di simpatizzanti di destra, a colpi di sassi e di pistola.
  • 6 luglio 1947 - Attentato contro l'abitazione di Fulvio Mazzetti, simpatizzante di destra, in Corso Lodi 33. La bomba a mano lanciata contro l’abitazione rimbalza contro una zanzariera e ricade in strada, ove ferisce uno degli attentatori, Mario Gandini. L’altro si chiama Walter Veneri.

  • 10 luglio 1947 - Attentato contro la sede del settimanale missino "Rivolta Ideale". Qui una quarantina di persone erano radunate per ascoltare una conferenza del professor Achille Cruciani. Due terroristi lanciarono una bomba nella sala con la miccia già accesa. Uno dei presenti la raccolse e la lanciò giù dalla finestra, ove esplose danneggiando il palazzo di via Agnello 10 e tre automobili.
  • 27 luglio 1947 - Un ordigno al plastico viene collocato all’interno di un cinema nel quale il professor Cruciani doveva tenere un’altra conferenza. La polizia lo ritrova prima che esploda.
  • 11 ottobre 1947 - Assalto alla sede del M.S.I. di via Santa Radegonda, che viene devastata. Numerosi missini presenti vengono feriti.
  • 29 ottobre 1947 - Al termine di una manifestazione indetta dalla Camera del Lavoro, viene assalita e distrutta la sede della rivista "Meridiano d’Italia".
  • 4 novembre 1947 - Omicidio di Ferruccio Gatti, ex generale della Milizia responsabile milanese del M.S.I., nella sua abitazione, in viale Gian Galeazzo 20.
  • 4 novembre 1947 - Tentato omicidio di Antonio Marchelli, segretario della sezione del M.S.I. di Lambrate.
  • 5 novembre 1947 - Omicidio, a Sesto San Giovanni, di Michele Petruccelli, aderente al movimento Uomo Qualunque".
  • 12 novembre 1947 - Assalto alle sedi dell’Uomo Qualunque in Corso Italia, del M.S.I. in via Santa Radegonda e della rivista "Meridiano d’Italia".
  • 13 novembre 1947 - A bordo di tre camion i terroristi della Volante Rossa si recano in via Monte Grappa e devastano la sede del Movimento Nazionale Democrazia Sociale.
  • 14 novembre 1947 - Irruzione nella sede del Partito Liberale Italiano in corso Venezia.
  • 27 novembre 1947 - Assalto alla Prefettura di Milano, insieme a centinaia di manifestanti che protestavano contro la sostituzione del Prefetto Troilo. Nella stessa giornata viene assalita la sede del M.S.I. e quella della RAI in corso Sempione.
  • 6 dicembre 1947 - Aggressione ad una guardia giurata della Breda, a Sesto San Giovanni.
  • 12 dicembre 1947 - Sequestro dell’ingegner Italo Tofanello, dirigente delle Acciaierie Falck, in via Natale Battaglia 29. Condotto in Piazza Duomo l’ingegnere viene costretto a spogliarsi e quindi viene rilasciato senza vestiti.
  • 10 aprile 1948 - Disordini durante un comizio del M.S.I. in piazza Belgioioso.
  • 25 aprile 1948 - Disordini durante una manifestazione non autorizzata a piazzale Loreto.
  • 15 luglio 1948 - Scontri con le Forze dell’Ordine durante l’'occupazione degli stabilimenti Bezzi e Motta.
  • 13 ottobre 1948 - Aggressione ad alcuni dirigenti della Breda.
  • 27 gennaio 1949 - Omicidio di Felice Ghisalberti in via Lomazzo, figlio di un ex maresciallo dei carabinieri che aveva preso parte all’uccisione di Eugenio Curiel, e del dottor Leonardo Massaza in piazza Leonardo da Vinci, ritenuti entrambi simpatizzanti di destra.

L’elenco di questi crimini rappresenta, naturalmente in modo assai sommario, la vera attività della Volante Rossa. Si tratta degli episodi sicuramente attribuibili a questa formazione, mentre non compaiono numerose altre azioni che in quegli anni turbolenti furono certamente commesse da estremisti di sinistra, a loro volta quasi sicuramente appartenenti alla Volante Rossa, ma di cui non esiste attribuzione certa.

Sul caso dei disordini seguiti alla rimozione del prefetto politico Ettore Troilo, nominato dal C.N.L. e rimosso dal governo dopo che si era dissolta la solidarietà delle forze che avevano portato l’Italia alla Liberazione, c’è una ricostruzione di Sergio Romano a pagina 45 Corriere della Sera del 4 gennaio 2008.

MILANO 1947: IL CASO TROILO FINISCE L'ERA DEL C.L.N.

Ettore Troilo era un avvocato abruzzese, socialista, amico di Turati e Matteotti, milanese d’adozione e, dopo l’8 settembre 1943, comandante di una formazione partigiana, la Brigata Maiella, che aveva combattuto con gli Alleati. Fu nominato prefetto di Milano nel 1946 quando molte cariche pubbliche venivano assegnate e distribuite nella logica del Comitato di Liberazione Nazionale. Ma l’epoca del C.L.N. si chiuse nella primavera dell’anno seguente quando De Gasperi si dimise e costituì un nuovo governo composto soltanto da democristiani, liberali (fra cui Luigi Einaudi al Tesoro) e indipendenti (fra cui Carlo Sforza agli Esteri e Cesare Merzagora al Commercio con l’estero). Lo stesso De Gasperi, nelle settimane precedenti, aveva preparato la svolta sostenendo che l’accordo fra i tre maggiori partiti (D.C., P.S.I. e P.C.I.) non era più adatto a gestire politicamente ed economicamente la fase della ricostruzione.

L’estromissione dei comunisti e dei socialisti aprì una delle fasi più delicate e rischiose nella storia del dopoguerra. Quale sarebbe stata la loro reazione? Avrebbero accettato il ruolo di oppositori democratici o avrebbero tentato la conquista del potere? La prova di forza ebbe luogo quando il Ministro degli Interni Mario Scelba, d’intesa con De Gasperi, decise che era giunto il momento di sostituire il prefetto socialista di Milano con un funzionario dello Stato. Giancarlo Pajetta, responsabile comunista per la Lombardia, decise che era giunto il momento di agire. Mobilitò il "parapartito", come lo definisce Giorgio Bocca nella sua biografia di Togliatti, e sbarcò in prefettura alla testa di uomini "apparentemente disarmati, ma con mitra e rivoltelle pronti nei camion o tenuti sotto i pastrani e le giacche a vento".

Di ciò che accadde nelle ore seguenti in Corso Monforte, esistono alcuni resoconti, fra cui quello di Mario Cervi, cronista del Corriere, che riuscì a entrare nello studio del prefetto e assistette ai concitati scambi di vedute fra i protagonisti della spedizione. Sappiamo che Troilo collaborò di fatto con gli occupanti. Sappiamo che alcuni sindaci lombardi, fra cui Antonio Greppi a Milano, si dimisero in segno di solidarietà con l’uomo del CLN. E sappiamo infine che Pajetta, sicuro di avere vinto la partita, fece alcune spavalde telefonate a Roma fra cui una al sottosegretario democristiano Achille Marazza nel corso della quale disse: "Caro Marazza, dì pure a Scelba che da oggi ha una prefettura in meno". Ma il "ragazzo rosso", come Pajetta veniva chiamato negli anni della gioventù, si scontrò con la fermezza di Scelba, deciso a non cedere, e la prudenza di Togliatti. Nella loro "Italia del Novecento", Indro Montanelli e Cervi scrivono che il leader del P.C.I., quando Pajetta gli comunicò la presa della prefettura, rispose gelidamente: "Bravi, e cosa intendete farne?". Bocca aggiunge che Togliatti, dopo essersi arrabbiato, ricorse all’arma dell’ironia chiedendo a Pajetta, quando aveva l’occasione d’incontrarlo: "Come va la rivoluzione?". Così finì, senza spargimento di sangue, il caso Troilo. Oggi sappiamo che una diversa soluzione avrebbe probabilmente cambiato il corso della storia d’Italia.

Romano Sergio

La vicenda si concluse dopo che, con le elezioni del 18 1prile 1948, essendo evidente che il Partito Comunista le aveva perse e che non si profilava la possibilità di conquistare il potere con la forza – cosa peraltro confermata dall’atteggiamento prudente di Togliatti dopo l’attentato che dovette subire dallo studente Pallante a Roma il 14 luglio successivo, che avrebbe costituito il pretesto e l’occasione ideale per un tentativo rivoluzionario - l’organizzazione perse molta della sua importanza ma non cessò l’attività.

Ma l’anno successivo, dopo che alcuni membri furono tratti in arresto, l’attività dell’organizzazione cessò definitivamente.

Il partito comunista, che li aveva a lungo sostenuti, li rinnegò: i vertici furono aiutati a fuggire in paesi al di là della "Cortina di ferro", mentre diversi altri appartenenti al gruppo furono abbandonati al proprio destino. Palmiro Togliatti, a proposito dell’omicidio dei due industriali firmato da una "presunta Volante Rossa", li scaricò definendo le loro azioni di "tipo terroristico", e concluse:

"Condanniamo e respingiamo nel modo più energico gli atti di terrore, veicolo fra l’altro, di delinquenza comune e di provocazione ma, in pari tempo, vogliamo capire su quale terreno questi atti maturano, perché essi sono sintomo sempre o quasi sempre, di situazioni gravi, di squilibri politici e sociali, su cui a lungo non ci si regge".

A sua volta, Mario Scelba, allora Ministro degli Interni, accusò apertamente il P.C.I. di "collusione" con la banda della Volante Rossa: intervenendo alla Camera il 25 febbraio 1949 sul caso in questione, affermò: "Io non desidero anticipare quale sarà il processo ma posso dire che abbiamo le prove documentate che il mandante e l’organizzatore dei delitti di Milano, il cosiddetto ‘Alvaro’, capo della Volante rossa, era il capo dei servizi di sicurezza della federazione comunista di Milano".

Il processo si svolse presso il tribunale di Verona, e si concluse il 21 febbraio 1951. A carico dei componenti della Volante Rossa, vennero comminate le seguenti condanne:

Giulio Paggio ("Alvaro"), latitante, venne condannato all’ergastolo;

Luigi Comini ("Luisott"), a otto anni di reclusione;

Giordano Biadigo ("Tom"), a trent’anni;

Mauro Bosetti ("Maurino"), già latitante in Cecoslovacchia e successivamente nel 1958 costituitosi ai carabinieri di Milano, venne condannato a quattro anni;

Natale Burato ("Lino"), latitante prima in Cecoslovacchia, poi in Russia, fu condannato all’ergastolo;

Paolo Finardi ("Pasticca"), latitante in Cecoslovacchia, condannato all’ergastolo; Sante Marchesi ("Santino"), condannato a nove anni e quattro mesi;

Primo Borghini, condannato a cinque anni e otto mesi;

Eligio Trincheri ("Marco"), condannato all’ergastolo;

Luigi Lo Savio, condannato a nove anni e quattro mesi.

Gli altri imputati furono condannati a pene varianti fra i due anni e otto mesi ed un anno e sei mesi.

Un calcolo preciso di quante furono le azioni della Volante rossa non è possibile, ma sicuramente esse furono molte e inevitabilmente quasi tutte cruente. Nel 1952 il Ministro dell’Interno Mario Scelba in Parlamento parlò di oltre settanta omicidi commessi dalla Volante Rossa oltre a centinaia di altre azioni, quali attentati dinamitardi, incendiari, e intimidazioni verso persone accusate di collusione con il vecchio regime.

Recentemente la vicenda è stata oggetto di una certa attenzione, con pubblicazione di articoli e monografie di cui fornisco una piccola scelta.

1951, Alla sbarra l’incubo della Volante Rossa

di Franco Tettamanti

Anni di sangue, di giustizie sommarie, di odio, di agguati, di vecchi conti da saldare. Milano con le ferite aperte. La guerra appena finita che resta un incubo. La ricostruzione delle case, della democrazia e degli animi. Milano di quelli che non abbandonano le armi. Decisi a proseguire la loro lotta di Liberazione e di rivoluzione. Quelli della Volante Rossa, ex partigiani comunisti, soprattutto operai. Si ritrovano nell’ex Casa del Fascio di Lambrate, in via Conte Rosso al 12, trasformata in Casa del Popolo. Si mischiano con le centinaia di persone che frequentano il circolo ricreativo. A guidare l’organizzazione clandestina è Giulio Paggio, nome di battaglia Alvaro, ex partigiano della Brigata Garibaldi. La storia della Volante Rossa è fatta di attentati ed esecuzioni (il numero totale delle vittime è sconosciuto) ai danni di persone legate al passato regime, di politici giudicati ostili al partito comunista o di dirigenti di fabbrica ritenuti, a torto o a ragione, responsabili di vessazioni nei confronti degli operai. Il 17 gennaio del 1947 vengono assassinate Brunilde Tanzi ed Eva Macciachini, attiviste di destra. Il 21 marzo è la volta di Franco De Agazio, direttore del nostalgico Il Meridiano d’Italia. Il 4 di novembre viene ferito gravemente il generale Ferruccio Gatti, che morirà in ospedale il 13 dicembre. Il giorno successivo a Sesto San Giovanni viene assassinato Michele Petruccelli, dell’Uomo Qualunque. Il 27 novembre la Volante Rossa sarà in prima fila durante l’occupazione armata della prefettura di Milano. Una scia di sangue che arriva al 1949 quando viene assassinato Felice Ghisalberti, figlio di un ex maresciallo dei carabinieri che aveva preso parte all’uccisione di Eugenio Curiel. È febbraio quando diversi membri dell’organizzazione paramilitare finiscono in manette. La Volante Rossa svanisce nel nulla. Molti riescono a fuggire all’estero. Nel 1951 il processo con 32 imputati (cinque sono latitanti) che termina con 23 condanne di cui quattro all’ergastolo. Giulio Paggio, Paolo Finardi e Natale Buratto, condannati all’ergastolo, riusciranno a riparare in Cecoslovacchia e Unione Sovietica. Saranno graziati nel 1978 dal presidente Pertini. Eligio Trincheri resterà in prigione sino al 1971, quando sarà graziato dal presidente Saragat.

Franco Tettamanti

(4 giugno 2008 Pagina 9) - Corriere della Sera

Vi racconto cos’era la Volante Rossa

di Tonino Bucci su Liberazione del 22/02/2009

Ho avuto una grave condanna, in passato.

La voce, tranquilla e bonaria, è quella di un anziano signore. Si conoscono per caso al telefono, lui - l'anziano signore - si chiama Paolo Finardi, mentre dall’altra parte del cavo c'è Massimo Recchioni, responsabile dell’Anpi in Repubblica Ceca. Si incontrano dopo qualche giorno - siamo nel mese di marzo 2006 - al tavolo d’un caffè di Bratislava, "all’ombra dei platani".

"Così sono venuto a conoscenza della lunga e incredibile storia che vado a raccontare" e che di fatto Massimo Recchioni ha raccontato nel libro Ultimi fuochi di Resistenza. Storia di un combattente della Volante Rossa, pubblicato da Derive Approdi in uscita in questi giorni (con prefazione di Cesare Bermani, pp. 160, euro 14).

Andiamo con ordine. Paolo Finardi accetta di essere intervistato dopo aver taciuto per quasi sessant’anni. E’ un racconto in prima persona, senza note aggiuntive, a eccezione del saggio introduttivo di Cesare Bermani, il primo storico che ha ricostruito da sinistra la vicenda della Volante Rossa. Paolo Finardi, alias "Pasticca", comincia dalle origini, dal paese natio, Castel Rozzone e di quando tutta la famiglia, per sfuggire alle ritorsioni dei fascisti, si trasferisce a Milano.

Qui Paolo, poco più che quindicenne, manovale in una ditta di costruzioni, si avvicina alla Resistenza. Entra a far parte della 118ma Brigata Garibaldi. Porta in giro per la città messaggi nascosti nel sellino della bicicletta, fa il palo durante le azioni contro i tedeschi, fino a che non prende a partecipare in prima persona.

Il pensiero vola in particolare a Eugenio Curiel, fisico triestino, ebreo e comunista, chiamato a dirigere l’Unità clandestina e ucciso alla fine del febbraio 1945 in un agguato dai repubblichini.

Ricordo che fummo tutti scioccati da quella notizia. Era davvero una brava persona e incuteva coraggio a molti di noi, soprattutto ai più giovani.

All’assassinio di Eugenio Curiel, vedremo, saranno in qualche modo legate le scelte e le sorti personali di Paolo Finardi.

Dopo il 25 aprile si apre una fase di incertezza. Tra le diverse forze politiche che hanno animato la Resistenza si generano sospetti reciproci.

Non fummo i soli a non consegnare le armi. Ci arrivavano voci di gruppi di partigiani che se le erano tenute, e in molti casi si trattava di partigiani "bianchi". Se le avevano tenute, un motivo ci doveva pur essere. Ma sicuramente lo scopo per cui loro e noi ce le eravamo tenute non era lo stesso... Morale della favola, a eventuale difesa non consegnammo praticamente nulla.

Sono anni di intensa attività politica delle massa, scrive Cesare Bermani nel saggio introduttivo del libro. Le disposizioni dei partiti a riconsegnare le armi furono in grandissima parte disattese. La storiografia di sinistra è stata fin troppo subalterna, scrive Bermani, sulla Volante Rossa perché ha rinunciato a ricostruire la storia sociale di quegli anni.

Nel P.C.I. "non esisteva neanche una vera e propria alternativa organizzata alla linea di Salerno, ma vi era in esso un marcato atteggiamento di preoccupazione per quanto poteva accadere in quell'Europa del dopoguerra e nel Paese. C’era allora nell'aria il pericolo di un colpo di Stato monarchico, operavano squadre armate fasciste e qualunquiste, e, anzi, tutti i partiti, in parallelo all'organizzazione politica, disponevano di una struttura militare, non solo per difendersi dai fascisti ma anche perché l’ala conservatrice della Resistenza diffidava di azionisti, comunisti e socialisti, e viceversa".

Anche la D.C. incamera armi, quelle dei partigiani bianchi e quelle mandate dagli americani a ridosso delle elezioni del 18 aprile 1948.

Ma non c’è quella Gladio rossa di cui gli americani parlano già a partire dal 1946 e che servirà da alibi per la creazione dell'unica vera Gladio, la struttura occulta della Nato.

La posizione del P.C.I. - scrive ancora Bermani - in materia di armi può essere così sintetizzata: se la gente per conto proprio e spontaneamente vuole accantonare le armi sono faccende sue, inclusi i rischi che corre e non sono problemi di nessuna organizzazione di massa. E i depositi di armi non debbono avere niente a che vedere direttamente con l'azione politica e il comportamento politico ufficiale né del Partito comunista né delle varie organizzazioni di massa sorte attorno a lui.

Timore di colpi di stato monarchici, gruppi neofascisti in formazione, armi americane e un forte conflitto sociale, nella fattispecie all’interno delle fabbriche del nord. Questo è lo scenario in cui agisce la Volante Rossa. Ufficialmente è un circolo ricreativo-sportivo alla Casa del popolo di Lambrate dove si organizzano gare, balli ed escursioni.

Ma era anche la sede di un gruppo - torniamo al racconto di Paolo Finardi - che vigilava su quanto stava continuando a succedere anche in tempo di pace. Nei tribunali venivano interrogati molti fascisti, ma quasi tutti venivano rilasciati e si contavano sulla punta delle dita i casi in cui erano messe sotto processo personalità di spicco del regime. Ancora meno frequentemente ci si occupava di quelli che si stavano riorganizzando. Eppure lo facevano quasi alla luce del sole e noi li conoscevamo quasi tutti: sapevamo chi erano, dove si incontravano e spesso sapevamo anche quali erano i loro progetti.

La Volante Rossa intensifica le azioni nel 1947 mentre stanno nascendo i gruppi fascisti delle SAM (Squadre d’Azione Mussolini) e delle FAR (Fasci di Azione Rivoluzionaria), prodromi dell’MSI.

Nel gennaio del 1949 Finardi partecipa a un doppio agguato: nei confronti di Felice Ghisalberti, responsabile dell'uccisione di Eugenio Curiel, e di Leonardo Massaza, una vecchia spia dell’Ovra, la polizia segreta fascista.

Da questo momento la vita di Finardi cambia. La polizia stringe il cerchio intorno a lui. Non resta che la fuga all'estero, oltre cortina. Il partito si fa vivo nella veste di due funzionari che gli fanno un discorso che più chiaro non si può. "Il partito non è obbligato a darti una via d'uscita, chiaro?

Quindi, il partito ci pensa nonostante non abbia chiesto a voi della Volante Rossa di andare in giro a fare i giustizieri. Se qualcuno ti ha detto che c’era un livello di sicurezza non siamo stati certo noi!

Il partito sa che queste cose succedono ma non le organizza affatto, anzi non ne sa proprio un cazzo, e questo dovevi averlo chiaro fin dall'inizio".

L'alternativa alla fuga all’estero sarebbe il carcere. Paolo Finardi sceglie la Cecoslovacchia. Ci arriverà con un viaggio travagliato, prima attraverso le montagne verso la Svizzera, poi in Austria, infine a Praga. Qui incontrerà altri fuoriusciti per gli stessi motivi politici suoi, anche se in mezzo c'è qualcuno che ne ha approfittato per attuare vendette personali, "ma si riconoscevano subito". E’ un lungo dopoguerra. Finardi frequenta scuole di partito e si mette a fare i lavori più svariati, nelle cooperative agricole come in fabbrica. Trascorre anche un periodo nella Cuba rivoluzionaria di Fidel Castro e del Che. E’ testimone della Primavera di Praga.

Rivisitando gli episodi accaduti in quei mesi col senno di poi, mi resi conto che molti di quelli chevedevano in Dubcek un innovatore erano davvero comunisti. Ma allora le cose non erano affatto così chiare. C'erano presumibilmente forze reazionarie, e non solo interne, che strumentalizzavano gli eventi. Quella situazione, soprattutto se seguita da altre analoghe, minacciava di diventare una mina vagante, una spirale estremamente destabilizzante.

Così le truppe del Patto di Varsavia invasero il paese. Sta di fatto però che "ci accorgemmo che lo strappo tra dirigenza e masse popolari ormai si era consumato. E avremmo capito solo dopo che proprio quello fu l'inizio della parabola discendente del sistema socialista cecoslovacco".

La fine di questo esilio arriverà solo più tardi con l’elezione del partigiano Sandro Pertini a Presidente della Repubblica. Paolo Finardi ottiene la grazia. Proprio quando in Italia la lotta armata è all’apice. E qui si affaccia un altro mito, quello del filo rosso tra l’esperienza della Volante Rossa e la nascita delle BR. E’ vero che nel linguaggio delle Brigate rosse torna spesso il motivo della Resistenza interrotta o, di più, della Resistenza tradita, delle aspirazioni a una rivoluzione sociale che non arrivò mai e di cui la Volante Rossa è stata nel tempo trasformata in simbolo. Eppure alle orecchie di chi della Volante Rossa fece parte davvero l’analogia non funziona.

Dall'Italia - racconta ancora Paolo Finardi - ci arrivavano notizie a dir poco sconcertanti. Il paese si trovava immerso fino al collo in quelli che venivano definiti gli anni di piombo. Un clima irrespirabile, non da guerra di liberazione come era stato trent’anni prima. Infatti le condizioni storiche e politiche erano completamente diverse da allora. Noi eravamo nei luoghi di lavoro, lì avevamo le nostre basi, ci vivevamo, eravamo radicati nei quartieri, seduti a ogni muretto, presenti in ogni capannello, in tutte le fabbriche sorgeva il bisogno di trasformazione in senso socialista della società e del superamento delle classi. Invece, dal clima di lotte fratricide che si stavano consumando a trent’anni di distanza, la grande assente sembrava proprio essere la classe operaia.

Ma neppure corrisponde a vero nel racconto di Finardi la tesi dei contatti tra brigatisti, vecchi partigiani fuoriusciti e servizi segreti cecoslovacchi.

Io vivo qui dal 1949 e ho sempre mantenuto stretti rapporti con i compagni di Praga. Se ci fosse stata la presenza di brigatisti italiani per esercitazioni paramilitari beh... credo proprio che almeno uno, dico solo uno, tra i compagni più informati e meno scemi di noi se ne sarebbe sicuramente accorto, o comunque ne sarebbe venuto a conoscenza, di persona o anche solamente per sentito dire. E invece no. Nulla del genere.

Concludiamo con le stesse parole di Paolo Finardi: "Chissà, più di una volta ho pensato che se anche l’Italia avesse provato a fare i conti col suo passato con processi veri e condanne esemplari dei colpevoli, molto probabilmente molti di noi non avrebbero fatto le scelte che hanno fatto. Per quello che riguarda me, sono sicuro che non ci sarebbe stato questo Paolo Finardi se coloro che erano preposti avessero fatto giustizia".

 

Il manifesto

Domenica 3 Agosto 2008 pagina 18

L'ULTIMA INTERVISTA

Incontro con l’ottantenne Luigi Colombo, protagonista dell’organizzazione di ex-partigiani comunisti che dopo la Liberazione volle "continuare la Resistenza". Spaesato, s’interroga sul disastro, che non ha capito, del socialismo reale

VOLANTE ROSSA UN SOGNO NEL CASSETTO CHE ANDAVA OLTRE IL 25 APRILE

Di Massimo Recchioni

L’ORGANIZZAZIONE

Da Lambrate, periferia di Milano, al "riparo" in Cecoslovacchia.

La Volante Rossa era composta da ex partigiani comunisti e operai che ritenevano di proseguire la lotta della Resistenza.

Era guidata da Giulio Paggio, il "tenente Alvaro" della 118esima Brigata Garibaldi e l’apparato organizzativo discendeva dai GAP in armi fino al 25 aprile. Svolgeva funzioni di sostegno alle attività dei comunisti, del sindacato durante gli scioperi e le manifestazioni, con servizi d’ordine e protezione da forze dell’ordine, provocazioni e rinascenti organizzazioni anticomuniste e neofasciste che riaprivano sedi, giornali e liste elettorali. Contro di questi la Volante Rossa organizzò attacchi e violenze. Fu attiva dal 1945 al 1949. Dopo le elezioni del 18 aprile 1948, dove il fronte delle sinistre e il P.C.I. vennero sconfitti - nel luglio del 1948 ci fu anche l’attentato a Togliatti - perse la sua influenza: si avviò la linea togliattiana del partito di massa. Nel 1949, accusati di omicidio, molti leader della Volante rossa vennero arrestati. Il processo si svolse nel 1951. Ci furono 23 condanne, 4 all’ergastolo. Alcuni ripararono in Cecoslovacchia.

Praga

Luigi Colombo è un uomo distinto, ben piazzato, ancora forte, di circa un’ottantina d’anni. Lo incontro nel ristorante in cui ci siamo dati appuntamento.

Arrivo 5 minuti prima, ma lui è già lì. Facciamo le presentazioni. All’inizio sembra reticente, mi dice che in tanti gli hanno chiesto del suo passato e lui ormai si era abituato a non parlare con nessuno, almeno con chi non sapeva niente.

Abituato da anni di diffidenza verso chiunque, anche gli amici, perché chiunque poteva essere una spia o riferire in malo modo qualcosa detta anche con significato diverso. Mi parla di un giornalista scozzese che recentemente, chissà come, è riuscito a trovare il suo numero e lo ha ripetutamente chiamato per un appuntamento, stava scrivendo un libro. E lui si era sempre fatto negare.

Ma piano piano mi accorgo che qualcosa succede, forse scatta qualcosa e lui comincia a raccontare cose che ha tenuto dentro per troppo tempo. Per esempio che si era avvicinato, giovanissimo, sul finire della guerra, alla Volante Rossa, formazione nata da alcune "Brigate Garibaldi" nel periodo bellico, ma che dopo il 25 Aprile non aveva smobilitato. Era rimasto nell’organizzazione paramilitare fino al 1949, quando avvennero i fatti per cui fu condannato in contumacia all’ergastolo.

Per sciogliere il ghiaccio, comincio con domande curiose.

Si legge in giro che voi della Volante Rossa (V. R.) compraste un camion militare americano...

Certo, era un’asta e c’ero anche io. Riuscimmo, in modo più o meno regolare, ad aggiudicarcelo noi. Anzi ricordo che partecipai personalmente con 10.000 lire, che erano bei soldi allora, Non ricordo se lo pagammo 110 o 120. Comunque quel camion lo rimettemmo completamente a nuovo e diventò indistruttibile.

So che è difficile farlo in poche righe, quali fatti della tua vita ti sono rimasti maggiormente impressi? Mi riferisco alla tua vita qui, dopo la fuga dall’Italia alla fine degli anni quaranta.

Ma ci sono anche molti ricordi di fatti in Italia. Quello che facevano gli agenti dell’Ovra, quello che i fascisti e i tedeschi facevano al campo Giuriati di Milano, cosa fecero a tanti miei amici, ad Eugenio Curiel.

Guarda che "prima" del 25 Aprile la lotta di Liberazione l’ho fatta anch’io, in una Brigata Garibaldi. Poi, dopo le elezioni del 18 aprile 1948, lo sdoganamento di tanti fascisti che tornarono in circolazione. Quelle elezioni servirono anche a questo. Come per dirci che la Resistenza l’avevamo fatta, ora grazie ma le cose erano cambiate.

E qui invece? Per esempio hai ritrovato qui qualcuno che conoscevi da prima?

Sì, qualcuno sì, coinvolto negli stessi fatti per i quali ero fuggito io, qualcuno per altri. Ma anche gente che con noi non c’entrava nulla, che aveva approfittato del momento per le sue vendette personali. Nella confusione del momento, il Partito si trovò costretto ad aiutare anche loro.

Comunque, tra quelli che incontrai qui c’era il nostro comandante, il tenente Alvaro, che in questi ultimi mesi, nel paesino dove si trova, non se la passa molto bene. Cominciamo tutti ad avere una veneranda età.

Cos’altro? Quello che successe a tanti di noi. Ho letto che si è molto scritto di compagni che sono entrati nella Radio cecoslovacca, in una sezione in lingua italiana che si chiamava "Oggi in Italia".

Non è vero che ci entravano i più colti. C’è entrata gente colta dopo e che con noi cosiddetti politici non aveva niente a che fare. Ma di noi ci entrarono quelli che avevano un peso politico maggiore, il tenente ad esempio,ma anche delle conoscenze. C’erano i compagni di Modena che avevano un trattamento particolare, non si sapeva esattamente perché.

Ma eravamo tanti e quelli che facevano i giornalisti erano davvero in pochi. Ne ho conosciuti tanti che stavano in fabbrica, molti nei campi delle Cooperative agricole morave, altri nelle miniere di Ostrava e dintorni.

Ogni tanto organizzavamo feste o raduni da tutta la Cecoslovacchia che ci davano modo di fare sia conoscenza, sia il punto della situazione. E si leggevano i bollettini, gente che non ce l’aveva fatta, qualcuno si era suicidato. E si davano, ai meno raggiungibili, notizie da casa, di genitori che se ne erano andati, di mogli che si erano stufate di aspettare. È stata dura.

Per quanti anni non hai avuto contatti con la tua famiglia?

Molti. Ricordo quando nel 1962 arrivarono le mie sorelle Angelina e Margherita a trovarmi, mi portarono questo anello, lo vedi?

Ci sono le mie iniziali vere. E un po’ di regali, e una copia del Corriere della Sera e una del Corriere milanese. L’ho preparata qui sul tavolo, aspetta. (ndr, tira fuori un pezzo di giornale, di un colore giallo sporco, di 45 anni fa. C’è la foto di tre cubani con una barba di 30 centimetri. In quella foto non c’è certo lui. Il titolo recita "Fra i barbudos di Fidel Castro i tre sparatori della Volante Rossa", e della foto dei tre si può dire davvero di tutto meno che siano italiani. Il titolo del Corriere milanese parla dei "pistoleros", non c’è foto alcuna, e dice che i tre si starebbero per trasferire a Cuba. Poi riprende a parlare). Tutte balle, ma questo mi preoccupò e mi fece capire che in quanto ci dissero all’inizio c‘era della verità.

Qualcuno doveva aver parlato, anche se le notizie erano inesatte. Ufficialmente nessuno di noi era andato a Cuba.

Quanto rimanesti a Cuba?

Più o meno un anno, lavorammo ognuno nel campo di specializzazione, io nel settore delle ricerche geologiche, che era una dipendenza del Ministero dell’Industria, e il Ministro cubano era allora Che Guevara.

Lavorammo a campionare il terreno intorno a Santiago de Cuba, a due passi da dov’erano, e sono ancora, gli americani. Ci trovammo benissimo, non si mangiava affatto male, c’era abbondanza di frutta di ogni genere; sai rispetto ai cibi grassi ai quali ci eravamo abituati qui… Un compagno si sposò e rimase lì, tornò in Cecoslovacchia, con tanto di moglie e figlia, diversi anni dopo….. ora loro sono a Cuba, e lui purtroppo non c’è più. Per tornare a Cuba, fu davvero un’esperienza positiva. Poi, era il 1964, mio fratello riuscì a portarmi una 600 usata, regolare, pagai quasi più di dogana di quanto fosse il valore della macchina, che fu la mia prima, e durò purtroppo solo 4 anni, poi riuscii a comprarmi una Simca, poi una Fiat 125 fatta in Italia. Qui all’Est poi cominciarono a girare anche le Lada fatte in Unione Sovietica con le vecchie catene di montaggio della Fiat.

Poi ci fu il 1968, l’anno dei riformatori... Sì, bisogna riconoscere che la cappa che era stata calata intorno ai cittadini di questo paese poteva essere in alcuni frangenti opprimente. Mi ricordo le trafile che bisognava fare quando un cittadino cecoslovacco andava in giro da qualche altra parte, per studio, per lavoro. O anche la moglie cecoslovacca di uno di noi. Questa specie di burocrazia non so se abbia più aiutato a proteggere lo Stato socialista o gli abbia fatto più male. Ma è vero anche che in questa ed altre acque si tuffarono come pesci quelle forze socialdemocratiche riformiste, anche se nei nostri ambienti erano molto forti sensazioni e notizie che fossero i servizi segreti occidentali a finanziare tutto.

Sta di fatto che non si ebbe il tempo per valutare quali cambiamenti e di quale portata ci sarebbero stati con Dubcek. Voglio dire che non è tutto oro ciò che luccica, e chissà dove saremmo arrivati se si fosse proseguiti su quella strada. Ora io non so neanche se la situazione si poteva risolvere senza l’intervento delle truppe del Patto di Varsavia.

Sai, dare giudizi ora è facile, ci sono stati periodi storici in cui si stava da una parte o dall’altra. Se non ci si è passati, non lo si può capire. Questo vale anche per i fatti del dopoguerra che sono all’origine di tutta la mia storia. Perché se prendi un evento storico e lo sradichi dal suo contesto, quell’evento può sembrare completamente diverso.

E dal 1978 cominciai a fare le fiere, facevo il traduttore per le ditte italiane, nonostante quello che trapelava la possibilità di fare qualcosa per conto proprio c’era. L’ho fatto per 10 anni, ho venduto materiali per celle frigorifere, ho addirittura venduto tori, prima che intervenissero dei blocchi sanitari. Ricordo il 1978 come un anno molto importante per me, con i lavori che facevo riuscivo ad avere una vita assai dignitosa, e in quell’anno la ciliegina sulla torta fu l’arrivo della grazia, che il Presidente Pertini mi aveva concessa! A me ed altri che avevano condiviso la mia stessa storia.

Quindi sei potuto andare in Italia?

Certo, anche se non lo feci subito. Aspettai qualche mese, cercai diverse conferme, e la certezza di potermi presentare in Consolato senza che mi trattenessero. Dovetti prima fare la trafila per avere il permesso di soggiorno con il mio nome vero, poi andai in Consolato per registrarmi e farmi fare il passaporto. Solo allora potei tornare.

Ma se dicessi che non vedevo l’ora direi una cosa inesatta, qui oramai era casa mia, chissà che effetto mi avrebbe fatto rivedere famiglia, amici, posti. Morale della favola, tornando a Milano mi feci spiegare per telefono come arrivare, avevo appuntamento con la mia famiglia per strada, all’uscita della tangenziale, tangenziale che ovviamente 30 anni prima non c’era. Ci misi parecchio tempo a riconoscere le strade, le case, non era rimasto molto. Ci sono tornato spesso, a trovare mia madre, e gli altri della mia famiglia, e qualche volta al mare. Poi, era il 1988, andai in pensione, e lo Stato socialista cecoslovacco mi avrebbe seguito di lì a non molto. Vedi quel quadro? C’è una poesia che mi scrissero i miei colleghi e mi regalarono il mio ultimo giorno di lavoro.

Avevo 60 anni. (ndr, traduco la poesia, e mentre la leggo vedo nei suoi occhi una commozione che contrasta con i temi ed i toni di quanto mi ha raccontato finora).

Non ti è mai venuto il dubbio di ritornare a casa, intendo in Italia?

No. Qui, dopo il primo periodo difficile, avevo messo radici. Certo in Italia cominciai ad andarci più spesso, e volentieri. Ma io qui lavoravo ancora, e mi mancavano quasi dieci anni per andare in pensione.

Ad esempio nel 1979 andai a Roma, a trovare i compagni di Est Europa, così si chiamava una cooperativa che lavorava con gli Stati socialisti. Che bella Roma! Accompagnato da un certo compagno Giuliani me la fecero vedere tutta. L’altra unica volta c’ero stato nel 1948, quando ci fu la manifestazione nazionale dopo l’attentato a Togliatti.

Quindi non avevo visto nulla nel 1948, anche se di allora ricordavo ancora lo scomodissimo viaggio in treno per arrivarci, una miriade di gente alla manifestazione, il vino dei Castelli che ci comprammo.

Cosa è cambiato ora qui, al di là del fatto che Cecoslovacchia e Muro non esistono più?

Eravamo giovani, avevamo un sogno nel cassetto e negli anni avevamo visto questo sogno assumere i contorni di un’esperienza reale con tutti i difetti dei quali solo i sogni sono sprovvisti.

Ho visto con amarezza gente che del socialismo se ne infischiava, che approfittava della sua posizione per farsi i cavoli propri, mai quelli della gente comune.

Ma una cosa la posso dire con certezza, e non temo di essere smentito. La classe operaia difficilmente in altre parti del mondo ed in altri periodi storici starà meglio di come stava qui fino al 1989. Il sindacato esisteva per organizzare le ferie dei lavoratori, tanto i lavoratori stavano bene.

Questo Stato che si dice fosse così duro non fu abbastanza duro da costringere le persone a lavorare, e uno Stato che paga tutto e non produce alla fine chiude. Tutti avevano una baita per le vacanze, abbiamo ancora oggi i residui di un’istruzione e di una sanità pubblica invidiabile, anche se ahimè pian piano si sta smantellando tutto. Prendi me per esempio. Arrivato con le elementari, sono arrivato a diplomarmi.

Sta per uscire un libro che racconta la tua storia, quanto c’è di vero?

Ho pagato i miei conti con la giustizia, ho fatto 30 anni da fuggiasco quando qualcuno se l’è cavata, restando in Italia, con molto meno. Ora, grazie soprattutto all’appassionato interessamento di Roberto Galtieri e dell’avv. Clementi di Milano sono a tutti gli effetti tornato un cittadino come gli altri. Trent’anni dopo la grazia che mi concesse Pertini, ora ho ottenuto la totale riabilitazione. Ho letto negli ultimi anni tante bugie, ho sentito chiamare assassini personaggi, come Francesco "Gemisto" Moranino che conobbi qui, che tanto avevano contribuito alla liberazione del Paese. Di alcune cose si sta perdendo la memoria, cominciando a mancare i protagonisti si cerca di riscrivere la storia. La mia, di storia, in questo senso, penso potrà essere un contributo interessante.

 

 

Ultimo aggiornamento: 06-02-10 Hit Counter