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DOCUMENTO
Università degli Studi di Milano
Facoltà di Lettere e Filosofia
Corso di Laurea Triennale in Scienze Storiche
La Volante Rossa – Milano 1946-1949
(di Walter Ravagnati).
"… e 7 e 7 e 7 fanno ventuno,
arriva la Volante non c’è nessuno".
La canzone di Ornella Vanoni ricorda in modo un po’ beffardo
il primo numero telefonico d’emergenza creato dalle forze dell’ordine a Milano
nell’immediato dopoguerra. Il 777 faceva intervenire la "squadra Volante", una
pattuglia di agenti montati su automezzi provenienti dai surplus degli eserciti
alleati, strumento che si racconta essere stato organizzato dal mitico
funzionario della polizia milanese Mario Nardone, Commissario e poi Questore,
noto anche per essere stato protagonista della risoluzione dei casi di cronaca
nera di Rina Fort e della rapina di via Osoppo.
Era una Milano violenta
La banda Bezzi-Barbieri era solo una delle formazioni
malavitose generate dallo sbandamento della guerra. Ma, naturalmente, non era
solo la malavita a minacciare l’ordine pubblico in una società che era appena
uscita dal trauma della guerra sovrapposto con quello ancor più grave della
guerra civile.
Chi tutelava l’ordine pubblico? La polizia era polizia dello
stato, polizia politica o polizia dei cittadini? Braccio armato del potere o
organo statuale garante dei diritti? L'inizio fu difficile perché l’Italia
repubblicana dovette fare i conti con la continuità
pressoché integrale della polizia fascista, e bisogna peraltro
sottolineare che fece pochissimo per alleggerire quell’eredità.
Al termine dei processi celebrati nei primi tre mesi dopo la
Liberazione vi furono appena tre poliziotti "dispensati dal servizio", ossia
espulsi, e la percentuale degli epurati venne mantenuta sempre bassa nella
convinzione che il coinvolgimento con il regime fosse stato generale e si
dovessero da colpire soltanto i casi più eclatanti per non smobilitare l’intero
corpo.
Ancora più significativa risultò la mancata revisione del
Testo unico di Pubblica Sicurezza come se una democrazia potesse avvalersi
indifferentemente delle regole usate da una dittatura.
D.C. e P.C.I., forzati alleati di governo, avevano prospettive
diverse e non riuscirono a mettersi d’accordo, sperando ciascun partito di poter
riscrivere più tardi il Testo a proprio piacimento. Modello di polizia, dunque,
immutato: centralizzata, militarizzata, con ampio margine discrezionale sul
campo.
La concezione autoritaria del fascismo andava oltre l’ordine
pubblico materiale per puntare a quello ideale, inteso come omogeneizzazione del
pluralismo a determinati valori.
Vi è anche da dire, per contro, che vi era stato
un certo travaso di ex-partigiani direttamente
dalle brigate Garibaldi alle forze di Questura e ciò controbilanciava in parte
la situazione descritta a favore delle forze vincitrici, ma i quadri operativi
rimanevano quelli della gestione politica precedente.
In un quadro come questo, le forze di polizia non potevano che
essere viste, dai partigiani smobilitati e dalle forze di sinistra, come frange
dello stato fascista sopravissute alla sua dissoluzione e, quindi, come nemiche
di classe ed anche nemiche sul campo.
Quanto meno la polizia era vista con sospetto e timore da chi
non voleva saperne di restituire le armi. Infatti, uno dei grandi problemi che
le forze dell’ordine dovevano affrontare era la smobilitazione ed il
riassorbimento dei componenti delle formazioni/bande partigiane, di cui la
riconsegna delle armi che erano servite in montagna (ed anche in pianura, vedi
il caso dei GAP che agivano in ambiente urbano) era un passaggio cardine
inevaso.
I casi più difficili erano, ovviamente,
quelli delle formazioni più politicizzate; quelle che, insoddisfatte della
situazione venutasi a creare, tentavano di mantenere una loro
organizzazione ed equipaggiamento in vista della "seconda ondata" che, a loro
vedere, non poteva che essere vicina così come sembrava vicina l’alba del "sole
dell’avvenire".
Ciò, principalmente, valeva per le formazioni comuniste delle
Brigate Garibaldi. Nel P.C.I. milanese, in particolare, prevalevano istanze
fortemente estremistiche, che contestavano la svolta legalitaria di Salerno
impressa da Togliatti e, in fondo, con la stessa politica di unità delle forze
resistenziali all’interno dell’esperienza del C.L.N. del primo dopoguerra. Gli
organi dirigenti locali del P.C.I. praticavano una politica di odio di classe,
condita con una incredibile violenza verbale nei confronti degli avversari.
Una tale linea praticata dai dirigenti non poteva che portare
il comportamento di gregari e fiancheggiatori a logiche conseguenze,
soprattutto laddove esistevano ancora quadri ed organizzazioni di tipo
partigiano in armi che avevano mantenuto l’inquadramento bellico spesso
dissimulato sotto le mentite spoglie di pacifiche associazioni
culturali-ricreative viventi sotto l’egida delle organizzazioni collaterali del
partito comunista, a loro volta spesso ospitate nelle ex case del fascio
occupate nei giorni della liberazione e trasformate in "case del popolo". Erano,
nella migliore delle ipotesi, comportamenti al confine dell’eversione, pronti a
sfociare nell’eversione stessa, quando di fatto non la praticavano.
La Volante rossa
Emblematico è il caso della cosiddetta "Volante Rossa",
oggetto del presente lavoro. Nel nome essa richiama l’odiata "squadra Volante"
della questura di Milano, probabilmente il gruppo operativo più efficiente nel
campo del mantenimento dell’ordine pubblico e di contrasto alla malavita.
Già nella scelta del nome, essa sembra voler essere
contemporaneamente il contraltare di classe delle forze statuali e il simbolo di
classe della rapidità, ineluttabilità ed efficienza della giustizia proletaria
che intende rappresentare. E deve aver anche rappresentato un simbolo largamente
imitato, tant’è che si trova traccia di "squadre volanti", dissimulate o meno da
associazioni ricreative, in almeno un paio di racconti di Guareschi, e in tanti
casi di vendette o di fatti di sangue degli anni successivi alla liberazione in
molte zone dell’Italia settentrionale, che sono spesso addebitate a più o meno
reali "Volanti Rosse".
Il gruppo terroristico denominato "Volante Rossa", o più
propriamente "Volante Rossa Martiri Partigiani",
agì a Milano lungo un arco di tempo di quasi quattro anni, dall’estate del 1945
al febbraio del 1949 e fu costituito ad opera di partigiani comunisti
provenienti dalle Brigate Garibaldi 116a, 117a e 118a. La maggior parte degli
aderenti alla Volante Rossa proveniva dal P.C.I. con qualche minima adesione di
alcuni ex partigiani del P.S.I..
Spaventose violenze
Con sede nei locali della ex Casa del Fascio di Lambrate in
via Conte Rosso 12, trasformata in Casa del Popolo dopo la Liberazione, la
Volante Rossa Martiri Partigiani era formata per lo più da giovani di estrazione
proletaria decisi a chiudere i conti della rivoluzione comunista aperti con la
guerra civile e tali rimasti dopo il 25 aprile, in attesa che il Partito
ordinasse la "seconda ondata" della cui imminenza ciascuno di costoro credeva
ciecamente.
Comandata dal "tenente Alvaro" (al secolo Giulio Paggio,
originario di Saronno e di professione guardia giurata all’Innocenti di
Lambrate) la Volante Rossa mascherò così per quattro anni (1945-1949), dietro il
paravento di un innocuo circolo ricreativo-culturale che si sosteneva
ufficialmente eseguendo trasporti conto terzi (di giorno), una serie spaventosa
di violenze che insanguinarono Milano e dintorni.
Era un’associazione che svolgeva un’attività apertamente
fiancheggiatrice dell’attività politico sindacale del P.C.I. locale, essendo
spesso stata impiegata nei servizi d’ordine durante le manifestazioni. Ma sia
l’attività ricreativo-culturale sia quella più propriamente di servizio politico
coprivano una ben più grave realtà: violenza nei confronti di coloro che erano
considerati nemici politici e di classe oltre che di coloro che si erano a vario
titolo compromessi col passato regime.
Ma vediamo quali furono questi crimini, quasi tutti commessi a
Milano o, comunque, nelle immediate vicinanze.
- 17 gennaio 1947 - Omicidio di Eva Macciacchini e di
Brunilde Tanzi, simpatizzanti di movimenti di destra.
- 14 marzo 1947 - Omicidio sulla porta di casa in via
Strambio del giornalista Franco De Agazio, direttore della rivista "Meridiano d'Italia"
- 16 giugno 1947 - Assalto ad un bar di via Pacini 32, ritenuto
luogo di ritrovo di simpatizzanti di destra, a colpi di sassi e di pistola.
- 6 luglio 1947 - Attentato contro l'abitazione di Fulvio
Mazzetti, simpatizzante di destra, in Corso Lodi 33. La bomba a mano lanciata contro l’abitazione rimbalza
contro una zanzariera e ricade in strada, ove ferisce uno degli attentatori, Mario Gandini.
L’altro si chiama Walter Veneri.
- 10 luglio 1947 - Attentato contro la sede del settimanale
missino "Rivolta Ideale". Qui una quarantina di persone erano radunate per ascoltare una
conferenza del professor Achille Cruciani. Due terroristi lanciarono una bomba nella sala con la miccia
già accesa. Uno dei presenti la raccolse e la lanciò giù dalla finestra, ove esplose danneggiando il
palazzo di via Agnello 10 e tre automobili.
- 27 luglio 1947 - Un ordigno al plastico viene collocato
all’interno di un cinema nel quale il professor Cruciani doveva tenere un’altra conferenza. La
polizia lo ritrova prima che esploda.
- 11 ottobre 1947 - Assalto alla sede del M.S.I. di via Santa
Radegonda, che viene devastata. Numerosi missini presenti vengono feriti.
- 29 ottobre 1947 - Al termine di una manifestazione indetta
dalla Camera del Lavoro, viene assalita e distrutta la sede della rivista "Meridiano d’Italia".
- 4 novembre 1947 - Omicidio di Ferruccio Gatti, ex generale
della Milizia responsabile milanese del M.S.I., nella sua abitazione, in viale Gian Galeazzo 20.
- 4 novembre 1947 - Tentato omicidio di Antonio Marchelli,
segretario della sezione del M.S.I. di Lambrate.
- 5 novembre 1947 - Omicidio, a Sesto San Giovanni, di Michele
Petruccelli, aderente al movimento Uomo Qualunque".
- 12 novembre 1947 - Assalto alle sedi dell’Uomo Qualunque in
Corso Italia, del M.S.I. in via Santa
Radegonda e della rivista "Meridiano d’Italia".
- 13 novembre 1947 - A bordo di tre camion i terroristi della
Volante Rossa si recano in via Monte Grappa e devastano la sede del Movimento Nazionale Democrazia
Sociale.
- 14 novembre 1947 - Irruzione nella sede del Partito Liberale
Italiano in corso Venezia.
- 27 novembre 1947 - Assalto alla Prefettura di Milano, insieme
a centinaia di manifestanti che protestavano contro la sostituzione del Prefetto Troilo. Nella
stessa giornata viene assalita la sede del M.S.I. e quella della RAI in corso Sempione.
- 6 dicembre 1947 - Aggressione ad una guardia giurata della
Breda, a Sesto San Giovanni.
- 12 dicembre 1947 - Sequestro dell’ingegner Italo Tofanello,
dirigente delle Acciaierie Falck, in via Natale Battaglia 29. Condotto in Piazza Duomo l’ingegnere
viene costretto a spogliarsi e quindi viene rilasciato senza vestiti.
- 10 aprile 1948 - Disordini durante un comizio del M.S.I. in
piazza Belgioioso.
- 25 aprile 1948 - Disordini durante una manifestazione non
autorizzata a piazzale Loreto.
- 15 luglio 1948 - Scontri con le Forze dell’Ordine durante
l’'occupazione degli stabilimenti Bezzi e Motta.
- 13 ottobre 1948 - Aggressione ad alcuni dirigenti della Breda.
- 27 gennaio 1949 - Omicidio di Felice Ghisalberti in via
Lomazzo, figlio di un ex maresciallo dei carabinieri che aveva preso parte all’uccisione di Eugenio
Curiel, e del dottor Leonardo Massaza in piazza Leonardo da Vinci, ritenuti entrambi simpatizzanti di
destra.
L’elenco di questi crimini rappresenta, naturalmente in modo
assai sommario, la vera attività della Volante Rossa. Si tratta degli episodi sicuramente
attribuibili a questa formazione, mentre non compaiono numerose altre azioni che in quegli anni turbolenti
furono certamente commesse da estremisti di sinistra, a loro volta quasi sicuramente
appartenenti alla Volante Rossa, ma di cui non esiste attribuzione certa.
Sul caso dei disordini seguiti alla rimozione del prefetto
politico Ettore Troilo, nominato dal C.N.L. e rimosso dal governo dopo che si era dissolta la solidarietà
delle forze che avevano portato l’Italia alla Liberazione, c’è una ricostruzione di Sergio Romano a
pagina 45 Corriere della Sera del 4 gennaio 2008.
MILANO 1947: IL CASO TROILO FINISCE L'ERA DEL C.L.N.
Ettore Troilo era un avvocato abruzzese, socialista, amico di
Turati e Matteotti, milanese d’adozione e, dopo l’8 settembre 1943, comandante di una
formazione partigiana, la Brigata Maiella, che aveva combattuto con gli Alleati. Fu nominato
prefetto di Milano nel 1946 quando molte cariche pubbliche venivano assegnate e distribuite nella
logica del Comitato di Liberazione Nazionale. Ma l’epoca del C.L.N. si chiuse nella primavera
dell’anno seguente quando De Gasperi si dimise e costituì un nuovo governo composto soltanto da
democristiani, liberali (fra cui Luigi Einaudi al Tesoro) e indipendenti (fra cui Carlo Sforza agli
Esteri e Cesare Merzagora al Commercio con l’estero). Lo stesso De Gasperi, nelle settimane
precedenti, aveva preparato la svolta sostenendo che l’accordo fra i tre maggiori partiti
(D.C., P.S.I. e P.C.I.) non era più adatto a gestire politicamente ed economicamente la fase della
ricostruzione.
L’estromissione dei comunisti e dei socialisti aprì una delle fasi più delicate e rischiose
nella storia del dopoguerra. Quale sarebbe stata la loro reazione? Avrebbero accettato il ruolo di
oppositori democratici o avrebbero tentato la conquista del potere? La prova di forza ebbe luogo quando il
Ministro degli Interni Mario Scelba, d’intesa con De Gasperi, decise che era giunto il momento di
sostituire il prefetto socialista di Milano con un funzionario dello Stato. Giancarlo Pajetta,
responsabile comunista per la Lombardia, decise che era giunto il momento di agire. Mobilitò il
"parapartito", come lo definisce Giorgio Bocca nella sua biografia di Togliatti, e sbarcò in prefettura
alla testa di uomini "apparentemente disarmati, ma con mitra e rivoltelle pronti nei camion o
tenuti sotto i pastrani e le giacche a vento".
Di ciò che accadde nelle ore seguenti in Corso Monforte,
esistono alcuni resoconti, fra cui quello di Mario Cervi, cronista del Corriere, che riuscì a entrare nello
studio del prefetto e assistette ai concitati scambi di vedute fra i protagonisti della
spedizione. Sappiamo che Troilo collaborò di fatto con gli occupanti. Sappiamo che alcuni sindaci lombardi, fra
cui Antonio Greppi a Milano, si dimisero in segno di solidarietà con l’uomo del CLN. E
sappiamo infine che Pajetta, sicuro di avere vinto la partita, fece alcune spavalde telefonate a Roma fra
cui una al sottosegretario democristiano Achille Marazza nel corso della quale disse: "Caro Marazza, dì
pure a Scelba che da oggi ha una prefettura in meno". Ma il "ragazzo rosso", come Pajetta
veniva chiamato negli anni della gioventù, si scontrò con la fermezza di Scelba, deciso a non cedere, e
la prudenza di Togliatti. Nella loro "Italia del Novecento", Indro Montanelli e Cervi scrivono che
il leader del P.C.I., quando Pajetta gli comunicò la presa della prefettura, rispose gelidamente:
"Bravi, e cosa intendete farne?". Bocca aggiunge che Togliatti, dopo essersi arrabbiato, ricorse
all’arma dell’ironia chiedendo a Pajetta, quando aveva l’occasione d’incontrarlo: "Come va la
rivoluzione?". Così finì, senza spargimento di sangue, il caso Troilo. Oggi sappiamo che una diversa
soluzione avrebbe probabilmente cambiato il corso della storia d’Italia.
Romano Sergio
La vicenda si concluse dopo che, con le elezioni del 18 1prile
1948, essendo evidente che il Partito Comunista le aveva perse e che non si profilava la possibilità
di conquistare il potere con la forza – cosa peraltro confermata dall’atteggiamento prudente di
Togliatti dopo l’attentato che dovette subire dallo studente Pallante a Roma il 14 luglio successivo,
che avrebbe costituito il pretesto e l’occasione ideale per un tentativo rivoluzionario -
l’organizzazione perse molta della sua importanza ma non cessò l’attività.
Ma l’anno successivo, dopo che alcuni membri furono tratti in
arresto, l’attività dell’organizzazione cessò definitivamente.
Il partito comunista, che li aveva a lungo sostenuti, li
rinnegò: i vertici furono aiutati a fuggire in paesi al di là della "Cortina di ferro", mentre diversi altri
appartenenti al gruppo furono abbandonati al proprio destino. Palmiro Togliatti, a proposito
dell’omicidio dei due industriali firmato da una "presunta Volante Rossa", li scaricò definendo le loro azioni
di "tipo terroristico", e concluse:
"Condanniamo e respingiamo nel modo
più energico gli atti di terrore, veicolo fra l’altro, di delinquenza comune e di provocazione ma, in pari tempo,
vogliamo capire su quale terreno questi atti maturano, perché essi sono sintomo sempre o quasi sempre,
di situazioni gravi, di squilibri politici e sociali, su cui a lungo non ci si regge".
A sua volta, Mario Scelba, allora Ministro degli Interni,
accusò apertamente il P.C.I. di "collusione" con la banda della Volante Rossa: intervenendo alla Camera il
25 febbraio 1949 sul caso in questione, affermò: "Io non desidero
anticipare quale sarà il processo ma posso dire che abbiamo le prove documentate che il mandante e l’organizzatore dei
delitti di Milano, il cosiddetto ‘Alvaro’, capo della Volante rossa, era il capo dei servizi di sicurezza
della federazione comunista di Milano".
Il processo si svolse presso il tribunale di Verona, e si
concluse il 21 febbraio 1951. A carico dei componenti della Volante Rossa, vennero comminate le seguenti
condanne:
Giulio Paggio ("Alvaro"), latitante, venne condannato all’ergastolo;
Luigi
Comini ("Luisott"), a otto anni di reclusione;
Giordano Biadigo ("Tom"), a trent’anni;
Mauro Bosetti ("Maurino"), già latitante in Cecoslovacchia e successivamente nel 1958 costituitosi ai
carabinieri di Milano, venne condannato a quattro anni;
Natale Burato ("Lino"), latitante prima in
Cecoslovacchia, poi in Russia, fu condannato all’ergastolo;
Paolo Finardi ("Pasticca"),
latitante in Cecoslovacchia, condannato all’ergastolo; Sante Marchesi ("Santino"), condannato a nove
anni e quattro mesi;
Primo Borghini, condannato a cinque anni e otto mesi;
Eligio Trincheri
("Marco"), condannato all’ergastolo;
Luigi Lo Savio, condannato a nove anni e quattro mesi.
Gli altri
imputati furono condannati a pene varianti fra i due anni e otto mesi ed un anno e sei mesi.
Un calcolo preciso di quante furono le azioni della Volante
rossa non è possibile, ma sicuramente esse furono molte e inevitabilmente quasi tutte cruente. Nel
1952 il Ministro dell’Interno Mario Scelba in Parlamento parlò di oltre settanta omicidi commessi
dalla Volante Rossa oltre a centinaia di altre azioni, quali attentati dinamitardi, incendiari, e
intimidazioni verso persone accusate di collusione con il vecchio regime.
Recentemente la vicenda è stata oggetto di una certa
attenzione, con pubblicazione di articoli e monografie di cui fornisco una piccola scelta.
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1951, Alla sbarra l’incubo della Volante Rossa
di Franco Tettamanti
Anni di sangue, di giustizie sommarie, di odio, di agguati, di
vecchi conti da saldare. Milano con le ferite aperte. La guerra appena finita che resta un incubo. La
ricostruzione delle case, della democrazia e degli animi. Milano di quelli che non abbandonano
le armi. Decisi a proseguire la loro lotta di Liberazione e di rivoluzione. Quelli della Volante
Rossa, ex partigiani comunisti, soprattutto operai. Si ritrovano nell’ex Casa del Fascio di Lambrate, in
via Conte Rosso al 12, trasformata in Casa del Popolo. Si mischiano con le centinaia di persone che
frequentano il circolo ricreativo. A guidare l’organizzazione clandestina è Giulio Paggio, nome di
battaglia Alvaro, ex partigiano della Brigata Garibaldi. La storia della Volante Rossa è fatta di
attentati ed esecuzioni (il numero totale delle vittime è sconosciuto) ai danni di persone legate al
passato regime, di politici giudicati ostili al partito comunista o di dirigenti di fabbrica ritenuti, a torto
o a ragione, responsabili di vessazioni nei confronti degli operai. Il 17 gennaio del 1947 vengono
assassinate Brunilde Tanzi ed Eva Macciachini, attiviste di destra. Il 21 marzo è la volta di
Franco De Agazio, direttore del nostalgico Il Meridiano d’Italia. Il 4 di
novembre viene ferito gravemente il generale Ferruccio Gatti, che morirà in ospedale il 13 dicembre. Il giorno successivo a
Sesto San Giovanni viene assassinato Michele Petruccelli, dell’Uomo Qualunque. Il 27 novembre la
Volante Rossa sarà in prima fila durante l’occupazione armata della prefettura di Milano. Una
scia di sangue che arriva al 1949 quando viene assassinato Felice Ghisalberti, figlio di un ex
maresciallo dei carabinieri che aveva preso parte all’uccisione di Eugenio Curiel. È febbraio quando
diversi membri dell’organizzazione paramilitare finiscono in manette. La Volante Rossa svanisce
nel nulla. Molti riescono a fuggire all’estero. Nel 1951 il processo con 32 imputati (cinque sono
latitanti) che termina con 23 condanne di cui quattro all’ergastolo. Giulio Paggio, Paolo Finardi e
Natale Buratto, condannati all’ergastolo, riusciranno a riparare in Cecoslovacchia e Unione Sovietica.
Saranno graziati nel 1978 dal presidente Pertini. Eligio Trincheri resterà in prigione sino
al 1971, quando sarà graziato dal presidente Saragat.
Franco Tettamanti
(4 giugno 2008 Pagina 9) - Corriere della Sera |
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Vi racconto cos’era la Volante Rossa
di Tonino Bucci su Liberazione del 22/02/2009
Ho avuto una grave condanna, in passato.
La voce, tranquilla e bonaria, è quella di un anziano signore.
Si conoscono per caso al telefono, lui - l'anziano signore - si chiama Paolo Finardi, mentre dall’altra
parte del cavo c'è Massimo Recchioni, responsabile dell’Anpi in Repubblica Ceca. Si incontrano dopo
qualche giorno - siamo nel mese di marzo 2006 - al tavolo d’un caffè di Bratislava, "all’ombra
dei platani".
"Così sono venuto a conoscenza della lunga e incredibile
storia che vado a raccontare" e che di fatto Massimo Recchioni ha raccontato nel libro Ultimi fuochi di Resistenza. Storia di un combattente della Volante Rossa, pubblicato da
Derive Approdi in uscita in questi giorni (con prefazione di Cesare Bermani, pp. 160, euro 14).
Andiamo con ordine. Paolo Finardi accetta di essere
intervistato dopo aver taciuto per quasi sessant’anni. E’ un racconto in prima persona, senza note
aggiuntive, a eccezione del saggio introduttivo di Cesare Bermani, il primo storico che ha
ricostruito da sinistra la vicenda della Volante Rossa. Paolo Finardi, alias "Pasticca", comincia dalle
origini, dal paese natio, Castel Rozzone e di quando tutta la famiglia, per sfuggire alle
ritorsioni dei fascisti, si trasferisce a Milano.
Qui Paolo, poco più che quindicenne, manovale in una ditta di
costruzioni, si avvicina alla Resistenza. Entra a far parte della 118ma Brigata Garibaldi.
Porta in giro per la città messaggi nascosti nel sellino della bicicletta, fa il palo durante le
azioni contro i tedeschi, fino a che non prende a partecipare in prima persona.
Il pensiero vola in particolare a Eugenio Curiel, fisico
triestino, ebreo e comunista, chiamato a dirigere l’Unità clandestina e ucciso alla fine del febbraio
1945 in un agguato dai repubblichini.
Ricordo che fummo tutti scioccati da quella notizia. Era
davvero una brava persona e incuteva coraggio a molti di noi, soprattutto ai più giovani.
All’assassinio di Eugenio Curiel, vedremo, saranno in qualche
modo legate le scelte e le sorti personali di Paolo Finardi.
Dopo il 25 aprile si apre una fase di incertezza. Tra le
diverse forze politiche che hanno animato la Resistenza si generano sospetti reciproci.
Non fummo i soli a non consegnare le armi. Ci arrivavano voci
di gruppi di partigiani che se le erano tenute, e in molti casi si trattava di partigiani
"bianchi". Se le avevano tenute, un motivo ci doveva pur essere. Ma sicuramente lo scopo per cui loro e noi
ce le eravamo tenute non era lo stesso... Morale della favola, a eventuale difesa non
consegnammo praticamente nulla.
Sono anni di intensa attività politica delle massa, scrive
Cesare Bermani nel saggio introduttivo del libro. Le disposizioni dei partiti a riconsegnare le armi
furono in grandissima parte disattese. La storiografia di sinistra è stata fin troppo subalterna, scrive
Bermani, sulla Volante Rossa perché ha rinunciato a ricostruire la storia sociale di quegli anni.
Nel P.C.I. "non esisteva neanche una
vera e propria alternativa organizzata alla linea di Salerno, ma vi era in esso un marcato atteggiamento di preoccupazione
per quanto poteva accadere in quell'Europa del dopoguerra e nel Paese. C’era allora
nell'aria il pericolo di un colpo di Stato monarchico, operavano squadre armate fasciste e qualunquiste,
e, anzi, tutti i partiti, in parallelo all'organizzazione politica, disponevano di una struttura
militare, non solo per difendersi dai fascisti ma anche perché l’ala conservatrice della Resistenza
diffidava di azionisti, comunisti e socialisti, e viceversa".
Anche la D.C. incamera armi, quelle dei partigiani bianchi e
quelle mandate dagli americani a ridosso delle elezioni del 18 aprile 1948.
Ma non c’è quella Gladio rossa di cui gli americani parlano
già a partire dal 1946 e che servirà da alibi per la creazione dell'unica vera Gladio, la struttura
occulta della Nato.
La posizione del P.C.I. - scrive
ancora Bermani - in materia di armi può essere così
sintetizzata: se la gente per conto proprio e spontaneamente vuole accantonare
le armi sono faccende sue, inclusi i rischi che corre e non sono problemi di nessuna organizzazione
di massa. E i depositi di armi non debbono avere niente a che vedere direttamente con l'azione
politica e il comportamento politico ufficiale né del Partito comunista né delle varie
organizzazioni di massa sorte attorno a lui.
Timore di colpi di stato monarchici, gruppi neofascisti in
formazione, armi americane e un forte conflitto sociale, nella fattispecie all’interno delle
fabbriche del nord. Questo è lo scenario in cui agisce la Volante Rossa. Ufficialmente è un circolo
ricreativo-sportivo alla Casa del popolo di Lambrate dove si organizzano gare, balli ed escursioni.
Ma era anche la sede di un gruppo -
torniamo al racconto di Paolo Finardi - che vigilava su
quanto stava continuando a succedere anche in tempo di pace. Nei
tribunali venivano interrogati molti fascisti, ma quasi tutti venivano rilasciati e si contavano
sulla punta delle dita i casi in cui erano messe sotto processo personalità di spicco del regime. Ancora
meno frequentemente ci si occupava di quelli che si stavano riorganizzando. Eppure lo facevano
quasi alla luce del sole e noi li conoscevamo quasi tutti: sapevamo chi erano, dove si
incontravano e spesso sapevamo anche quali erano i loro progetti.
La Volante Rossa intensifica le azioni nel 1947 mentre stanno
nascendo i gruppi fascisti delle SAM (Squadre d’Azione Mussolini) e delle FAR (Fasci di Azione
Rivoluzionaria), prodromi dell’MSI.
Nel gennaio del 1949 Finardi partecipa a un doppio agguato:
nei confronti di Felice Ghisalberti, responsabile dell'uccisione di Eugenio Curiel, e di Leonardo
Massaza, una vecchia spia dell’Ovra, la polizia segreta fascista.
Da questo momento la vita di Finardi cambia. La polizia
stringe il cerchio intorno a lui. Non resta che la fuga all'estero, oltre cortina. Il partito si fa vivo
nella veste di due funzionari che gli fanno un discorso che più chiaro non si può. "Il partito non è
obbligato a darti una via d'uscita, chiaro?
Quindi, il partito ci pensa nonostante non abbia chiesto a voi
della Volante Rossa di andare in giro a fare i giustizieri. Se qualcuno ti ha detto che c’era un
livello di sicurezza non siamo stati certo noi!
Il partito sa che queste cose succedono ma non le organizza
affatto, anzi non ne sa proprio un cazzo, e questo dovevi averlo chiaro fin dall'inizio".
L'alternativa alla fuga all’estero sarebbe il carcere. Paolo
Finardi sceglie la Cecoslovacchia. Ci arriverà con un viaggio travagliato, prima attraverso le
montagne verso la Svizzera, poi in Austria, infine a Praga. Qui incontrerà altri fuoriusciti per gli
stessi motivi politici suoi, anche se in mezzo c'è qualcuno che ne ha approfittato per attuare vendette
personali, "ma si riconoscevano subito". E’ un lungo dopoguerra. Finardi frequenta scuole di partito e si
mette a fare i lavori più svariati, nelle cooperative agricole come in fabbrica. Trascorre anche un
periodo nella Cuba rivoluzionaria di Fidel Castro e del Che. E’ testimone della Primavera di Praga.
Rivisitando gli episodi accaduti in quei mesi col senno di
poi, mi resi conto che molti di quelli chevedevano in Dubcek un innovatore erano davvero comunisti. Ma
allora le cose non erano affatto così chiare. C'erano presumibilmente forze reazionarie, e non
solo interne, che strumentalizzavano gli eventi. Quella situazione, soprattutto se seguita da altre
analoghe, minacciava di diventare una mina vagante, una spirale estremamente destabilizzante.
Così le truppe del Patto di Varsavia invasero il paese. Sta di
fatto però che "ci accorgemmo che lo strappo tra dirigenza e masse popolari ormai si era consumato.
E avremmo capito solo dopo che proprio quello fu l'inizio della parabola discendente del
sistema socialista cecoslovacco".
La fine di questo esilio arriverà solo più tardi con
l’elezione del partigiano Sandro Pertini a Presidente della Repubblica. Paolo Finardi ottiene la grazia.
Proprio quando in Italia la lotta armata è all’apice. E qui si affaccia un altro mito, quello del filo
rosso tra l’esperienza della Volante Rossa e la nascita delle BR. E’ vero che nel linguaggio delle
Brigate rosse torna spesso il motivo della Resistenza interrotta o, di più, della Resistenza tradita,
delle aspirazioni a una rivoluzione sociale che non arrivò mai e di cui la Volante Rossa è stata nel tempo
trasformata in simbolo. Eppure alle orecchie di chi della Volante Rossa fece parte davvero
l’analogia non funziona.
Dall'Italia - racconta ancora Paolo
Finardi - ci arrivavano notizie a dir poco
sconcertanti. Il paese si trovava immerso fino al collo in quelli che venivano
definiti gli anni di piombo. Un clima irrespirabile, non da guerra di liberazione come era stato
trent’anni prima. Infatti le condizioni storiche e politiche erano completamente diverse da allora.
Noi eravamo nei luoghi di lavoro, lì avevamo le nostre basi, ci vivevamo, eravamo radicati nei
quartieri, seduti a ogni muretto, presenti in ogni capannello, in tutte le fabbriche sorgeva il bisogno
di trasformazione in senso socialista della società e del superamento delle classi. Invece, dal
clima di lotte fratricide che si stavano consumando a trent’anni di distanza, la grande assente
sembrava proprio essere la classe operaia.
Ma neppure corrisponde a vero nel racconto di Finardi la tesi
dei contatti tra brigatisti, vecchi partigiani fuoriusciti e servizi segreti cecoslovacchi.
Io vivo qui dal 1949 e ho sempre mantenuto stretti rapporti
con i compagni di Praga. Se ci fosse stata la presenza di brigatisti italiani per esercitazioni
paramilitari beh... credo proprio che almeno uno, dico solo uno, tra i compagni più informati e meno scemi
di noi se ne sarebbe sicuramente accorto, o comunque ne sarebbe venuto a conoscenza, di persona
o anche solamente per sentito dire. E invece no. Nulla del genere.
Concludiamo con le stesse parole di Paolo Finardi: "Chissà,
più di una volta ho pensato che se anche l’Italia avesse provato a fare i conti col suo passato
con processi veri e condanne esemplari dei colpevoli, molto probabilmente molti di noi non avrebbero
fatto le scelte che hanno fatto. Per quello che riguarda me, sono sicuro che non ci sarebbe stato
questo Paolo Finardi se coloro che erano preposti avessero fatto giustizia".
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Il manifesto
Domenica 3 Agosto 2008 pagina 18
L'ULTIMA INTERVISTA
Incontro con l’ottantenne Luigi Colombo, protagonista
dell’organizzazione di ex-partigiani comunisti che dopo la Liberazione volle "continuare la
Resistenza". Spaesato, s’interroga sul disastro, che non ha capito, del socialismo reale
VOLANTE ROSSA UN SOGNO NEL CASSETTO CHE ANDAVA OLTRE IL 25 APRILE
Di Massimo Recchioni
L’ORGANIZZAZIONE
Da Lambrate, periferia di Milano, al "riparo" in
Cecoslovacchia.
La Volante Rossa era composta da ex partigiani comunisti e
operai che ritenevano di proseguire la lotta della Resistenza.
Era guidata da Giulio Paggio, il "tenente Alvaro" della
118esima Brigata Garibaldi e l’apparato organizzativo discendeva dai GAP in armi fino al 25 aprile.
Svolgeva funzioni di sostegno alle attività dei comunisti, del sindacato durante gli scioperi e
le manifestazioni, con servizi d’ordine e protezione da forze dell’ordine, provocazioni e rinascenti
organizzazioni anticomuniste e neofasciste che riaprivano sedi, giornali e liste elettorali.
Contro di questi la Volante Rossa organizzò attacchi e violenze. Fu attiva dal 1945 al 1949.
Dopo le elezioni del 18 aprile 1948, dove il fronte delle sinistre e il P.C.I. vennero sconfitti - nel
luglio del 1948 ci fu anche l’attentato a Togliatti - perse la sua influenza: si avviò la linea
togliattiana del partito di massa. Nel 1949, accusati di omicidio, molti leader della Volante rossa vennero
arrestati. Il processo si svolse nel 1951. Ci furono 23 condanne, 4 all’ergastolo. Alcuni
ripararono in Cecoslovacchia.
Praga
Luigi Colombo è un uomo distinto, ben piazzato, ancora forte,
di circa un’ottantina d’anni. Lo incontro nel ristorante in cui ci siamo dati appuntamento.
Arrivo 5 minuti prima, ma lui è già lì. Facciamo le presentazioni. All’inizio sembra reticente, mi
dice che in tanti gli hanno chiesto del suo passato e lui ormai si era abituato a non parlare con nessuno,
almeno con chi non sapeva niente.
Abituato da anni di diffidenza verso chiunque, anche gli
amici, perché chiunque poteva essere una spia o riferire in malo modo qualcosa detta anche con
significato diverso. Mi parla di un giornalista scozzese che recentemente, chissà come, è riuscito a trovare
il suo numero e lo ha ripetutamente chiamato per un appuntamento, stava scrivendo un libro. E lui
si era sempre fatto negare.
Ma piano piano mi accorgo che qualcosa succede, forse scatta
qualcosa e lui comincia a raccontare cose che ha tenuto dentro per troppo tempo. Per esempio che si
era avvicinato, giovanissimo, sul finire della guerra, alla Volante Rossa, formazione nata da
alcune "Brigate Garibaldi" nel periodo bellico, ma che dopo il 25 Aprile non aveva smobilitato. Era
rimasto nell’organizzazione paramilitare fino al 1949, quando avvennero i fatti per cui fu
condannato in contumacia all’ergastolo.
Per sciogliere il ghiaccio, comincio con domande curiose.
Si legge in giro che voi della Volante Rossa (V. R.) compraste
un camion militare americano...
Certo, era un’asta e c’ero anche io. Riuscimmo, in modo più o
meno regolare, ad aggiudicarcelo noi. Anzi ricordo che partecipai personalmente con 10.000
lire, che erano bei soldi allora, Non ricordo se lo pagammo 110 o 120. Comunque quel camion lo
rimettemmo completamente a nuovo e diventò indistruttibile.
So che è difficile farlo in poche righe, quali fatti della tua
vita ti sono rimasti maggiormente impressi? Mi riferisco alla tua vita qui, dopo la fuga
dall’Italia alla fine degli anni quaranta.
Ma ci sono anche molti ricordi di fatti in Italia. Quello che
facevano gli agenti dell’Ovra, quello che i fascisti e i tedeschi facevano al campo Giuriati di Milano,
cosa fecero a tanti miei amici, ad Eugenio Curiel.
Guarda che "prima" del 25 Aprile la lotta di Liberazione l’ho
fatta anch’io, in una Brigata Garibaldi. Poi, dopo le elezioni del 18 aprile 1948, lo
sdoganamento di tanti fascisti che tornarono in circolazione. Quelle elezioni servirono anche a questo.
Come per dirci che la Resistenza l’avevamo fatta, ora grazie ma le cose erano cambiate.
E qui invece? Per esempio hai ritrovato qui qualcuno che
conoscevi da prima?
Sì, qualcuno sì, coinvolto negli stessi fatti per i quali ero
fuggito io, qualcuno per altri. Ma anche gente che con noi non c’entrava nulla, che aveva
approfittato del momento per le sue vendette personali. Nella confusione del momento, il Partito
si trovò costretto ad aiutare anche loro.
Comunque, tra quelli che incontrai qui c’era il nostro
comandante, il tenente Alvaro, che in questi ultimi mesi, nel paesino dove si trova, non se la passa molto
bene. Cominciamo tutti ad avere una veneranda età.
Cos’altro? Quello che successe a tanti di noi. Ho letto che si
è molto scritto di compagni che sono entrati nella Radio cecoslovacca, in una sezione in lingua
italiana che si chiamava "Oggi in Italia".
Non è vero che ci entravano i più colti. C’è entrata gente
colta dopo e che con noi cosiddetti politici non aveva niente a che fare. Ma di noi ci entrarono quelli che
avevano un peso politico maggiore, il tenente ad esempio,ma anche delle conoscenze. C’erano i
compagni di Modena che avevano un trattamento particolare, non si sapeva esattamente perché.
Ma eravamo tanti e quelli che facevano i giornalisti erano
davvero in pochi. Ne ho conosciuti tanti che stavano in fabbrica, molti nei campi delle Cooperative
agricole morave, altri nelle miniere di Ostrava e dintorni.
Ogni tanto organizzavamo feste o raduni da tutta la
Cecoslovacchia che ci davano modo di fare sia conoscenza, sia il punto della situazione. E si leggevano i
bollettini, gente che non ce l’aveva fatta, qualcuno si era suicidato. E si davano, ai meno raggiungibili,
notizie da casa, di genitori che se ne erano andati, di mogli che si erano stufate di aspettare. È
stata dura.
Per quanti anni non hai avuto contatti con la tua famiglia?
Molti. Ricordo quando nel 1962 arrivarono le mie sorelle
Angelina e Margherita a trovarmi, mi portarono questo anello, lo vedi?
Ci sono le mie iniziali vere. E un po’ di regali, e una copia
del Corriere della Sera e una del Corriere milanese. L’ho preparata qui sul tavolo, aspetta. (ndr,
tira fuori un pezzo di giornale, di un colore giallo sporco, di 45 anni fa. C’è la foto di tre cubani con
una barba di 30 centimetri. In quella foto non c’è certo lui. Il titolo recita "Fra i barbudos di Fidel
Castro i tre sparatori della Volante Rossa", e della foto dei tre si può dire davvero di tutto meno che
siano italiani. Il titolo del Corriere milanese parla dei "pistoleros", non c’è foto alcuna, e dice che i tre
si starebbero per trasferire a Cuba. Poi riprende a parlare). Tutte balle, ma questo mi preoccupò e mi
fece capire che in quanto ci dissero all’inizio c‘era della verità.
Qualcuno doveva aver parlato, anche se le notizie erano
inesatte. Ufficialmente nessuno di noi era andato a Cuba.
Quanto rimanesti a Cuba?
Più o meno un anno, lavorammo ognuno nel campo di
specializzazione, io nel settore delle ricerche geologiche, che era una dipendenza del Ministero
dell’Industria, e il Ministro cubano era allora Che Guevara.
Lavorammo a campionare il terreno intorno a Santiago de Cuba,
a due passi da dov’erano, e sono ancora, gli americani. Ci trovammo benissimo, non si mangiava
affatto male, c’era abbondanza di frutta di ogni genere; sai rispetto ai cibi grassi ai quali ci
eravamo abituati qui… Un compagno si sposò e rimase lì, tornò in Cecoslovacchia, con tanto di
moglie e figlia, diversi anni dopo….. ora loro sono a Cuba, e lui purtroppo non c’è più. Per tornare a
Cuba, fu davvero un’esperienza positiva. Poi, era il 1964, mio fratello riuscì a portarmi una
600 usata, regolare, pagai quasi più di dogana di quanto fosse il valore della macchina, che fu la mia
prima, e durò purtroppo solo 4 anni, poi riuscii a comprarmi una Simca, poi una Fiat 125 fatta in
Italia. Qui all’Est poi cominciarono a girare anche le Lada fatte in Unione Sovietica con le vecchie
catene di montaggio della Fiat.
Poi ci fu il 1968, l’anno dei riformatori... Sì, bisogna
riconoscere che la cappa che era stata calata intorno ai cittadini di questo paese poteva essere in alcuni
frangenti opprimente. Mi ricordo le trafile che bisognava fare quando un cittadino cecoslovacco andava in
giro da qualche altra parte, per studio, per lavoro. O anche la moglie cecoslovacca di uno di
noi. Questa specie di burocrazia non so se abbia più aiutato a proteggere lo Stato socialista o gli
abbia fatto più male. Ma è vero anche che in questa ed altre acque si tuffarono come pesci quelle forze
socialdemocratiche riformiste, anche se nei nostri ambienti erano molto forti sensazioni e notizie che
fossero i servizi segreti occidentali a finanziare tutto.
Sta di fatto che non si ebbe il tempo per
valutare quali cambiamenti e di quale portata ci sarebbero stati con Dubcek. Voglio dire che non è
tutto oro ciò che luccica, e chissà dove saremmo arrivati se si fosse proseguiti su quella strada. Ora
io non so neanche se la situazione si poteva risolvere senza l’intervento delle truppe del Patto di
Varsavia.
Sai, dare giudizi ora è facile, ci sono stati periodi storici
in cui si stava da una parte o dall’altra. Se non ci si è passati, non lo si può capire. Questo vale anche
per i fatti del dopoguerra che sono all’origine di tutta la mia storia. Perché se prendi un evento
storico e lo sradichi dal suo contesto, quell’evento può sembrare completamente diverso.
E dal 1978 cominciai a fare le fiere, facevo il traduttore per
le ditte italiane, nonostante quello che trapelava la possibilità di fare qualcosa per conto proprio
c’era. L’ho fatto per 10 anni, ho venduto materiali per celle frigorifere, ho addirittura venduto tori,
prima che intervenissero dei blocchi sanitari. Ricordo il 1978 come un anno molto importante per
me, con i lavori che facevo riuscivo ad avere una vita assai dignitosa, e in quell’anno la ciliegina
sulla torta fu l’arrivo della grazia, che il Presidente Pertini mi aveva concessa! A me ed altri che
avevano condiviso la mia stessa storia.
Quindi sei potuto andare in Italia?
Certo, anche se non lo feci subito. Aspettai qualche mese,
cercai diverse conferme, e la certezza di potermi presentare in Consolato senza che mi trattenessero.
Dovetti prima fare la trafila per avere il permesso di soggiorno con il mio nome vero, poi andai in
Consolato per registrarmi e farmi fare il passaporto. Solo allora potei tornare.
Ma se dicessi che non vedevo l’ora direi una cosa inesatta,
qui oramai era casa mia, chissà che effetto mi avrebbe fatto rivedere famiglia, amici, posti.
Morale della favola, tornando a Milano mi feci spiegare per telefono come arrivare, avevo appuntamento
con la mia famiglia per strada, all’uscita della tangenziale, tangenziale che ovviamente 30
anni prima non c’era. Ci misi parecchio tempo a riconoscere le strade, le case, non era rimasto molto.
Ci sono tornato spesso, a trovare mia madre, e gli altri della mia famiglia, e qualche volta al
mare. Poi, era il 1988, andai in pensione, e lo Stato socialista cecoslovacco mi avrebbe seguito di lì a non
molto. Vedi quel quadro? C’è una poesia che mi scrissero i miei colleghi e mi regalarono il mio
ultimo giorno di lavoro.
Avevo 60 anni. (ndr, traduco la poesia, e mentre la leggo vedo
nei suoi occhi una commozione che contrasta con i temi ed i toni di quanto mi ha raccontato
finora).
Non ti è mai venuto il dubbio di ritornare a casa, intendo in
Italia?
No. Qui, dopo il primo periodo difficile, avevo messo radici.
Certo in Italia cominciai ad andarci più spesso, e volentieri. Ma io qui lavoravo ancora, e mi
mancavano quasi dieci anni per andare in pensione.
Ad esempio nel 1979 andai a Roma, a trovare i compagni di Est
Europa, così si chiamava una cooperativa che lavorava con gli Stati socialisti. Che bella
Roma! Accompagnato da un certo compagno Giuliani me la fecero vedere tutta. L’altra unica
volta c’ero stato nel 1948, quando ci fu la manifestazione nazionale dopo l’attentato a Togliatti.
Quindi non avevo visto nulla nel 1948, anche se di allora
ricordavo ancora lo scomodissimo viaggio in treno per arrivarci, una miriade di gente alla
manifestazione, il vino dei Castelli che ci comprammo.
Cosa è cambiato ora qui, al di là del fatto che Cecoslovacchia
e Muro non esistono più?
Eravamo giovani, avevamo un sogno nel cassetto e negli anni
avevamo visto questo sogno assumere i contorni di un’esperienza reale con tutti i difetti
dei quali solo i sogni sono sprovvisti.
Ho visto con amarezza gente che del socialismo se ne
infischiava, che approfittava della sua posizione per farsi i cavoli propri, mai quelli della gente
comune.
Ma una cosa la posso dire con certezza, e non temo di essere
smentito. La classe operaia difficilmente in altre parti del mondo ed in altri periodi
storici starà meglio di come stava qui fino al 1989. Il sindacato esisteva per organizzare le ferie dei
lavoratori, tanto i lavoratori stavano bene.
Questo Stato che si dice fosse così duro non fu abbastanza
duro da costringere le persone a lavorare, e uno Stato che paga tutto e non produce alla fine chiude.
Tutti avevano una baita per le vacanze, abbiamo ancora oggi i residui di un’istruzione e di una sanità
pubblica invidiabile, anche se ahimè pian piano si sta smantellando tutto. Prendi me per esempio.
Arrivato con le elementari, sono arrivato a diplomarmi.
Sta per uscire un libro che racconta la tua storia, quanto c’è
di vero?
Ho pagato i miei conti con la giustizia, ho fatto 30 anni da
fuggiasco quando qualcuno se l’è cavata, restando in Italia, con molto meno. Ora, grazie soprattutto
all’appassionato interessamento di Roberto Galtieri e dell’avv. Clementi di Milano sono a tutti
gli effetti tornato un cittadino come gli altri. Trent’anni dopo la grazia che mi concesse Pertini, ora
ho ottenuto la totale riabilitazione. Ho letto negli ultimi anni tante bugie, ho sentito chiamare
assassini personaggi, come Francesco "Gemisto" Moranino che conobbi qui, che tanto avevano
contribuito alla liberazione del Paese. Di alcune cose si sta perdendo la memoria, cominciando a mancare
i protagonisti si cerca di riscrivere la storia. La mia, di storia, in questo senso, penso potrà
essere un contributo interessante.
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