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lo stadio di san siro |
La fine dell’unione Sovietica.
L’Unione Sovietica era nata nel 1917, con la Rivoluzione che aveva messo fine all’impero zarista e dato inizio al primo esperimento di uno Stato comunista. Durante settant’anni, l’URSS è stato uno dei protagonisti della vita politica internazionale, in particolare nella seconda guerra mondiale e poi nel lungo dopoguerra, caratterizzato dall’opposizione agli Stati Uniti e alle democrazie occidentali. Nel 1991 l’URSS ha cessato di esistere e anche gli altri paesi comunisti dell’Est europeo sono ritornati a un regime democratico. La caduta del comunismo sovietico ha segnato la fine di un’epoca. Interventi militari e missioni di pace La coesistenza pacifica fra USA e URSS proseguì, fra alti e bassi, per oltre venti anni. In tale periodo gli Stati Uniti, con il presidente Nixon (1968-74), riaprirono i rapporti politici ed economici con la Cina comunista. In seguito, con i presidenti Reagan (1980-88) e Bush (1988-92), gli USA reagirono con durezza alla politica aggressiva di alcuni Stati arabi (Libia, Iran e Iraq):
Missioni di pace furono invece realizzate dagli Stati Uniti e dai paesi alleati a Beirut, capitale del Libano, sconvolta da guerre e occupazioni militari (1975-90), e poi in Somalia (1992-94). Le missioni di pace, sempre organizzate per conto dell’ONU, non erano interventi militari contro uno Stato aggressore, ma spedizioni che avevano lo scopo di pacificare paesi afflitti da guerre interne: impedendo la prosecuzione dei combattimenti, agevolando le trattative, proteggendo, assistendo e sfamando le popolazioni civili. Mentre in Libano, tra enormi difficoltà, una sorta di pace fu alla fine ristabilita, la missione in Somalia non ottenne buoni risultati. Qui gli scontri sanguinosi e crudeli, la fame, le carestie non sono mai cessate. Lo scarso successo dell’intervento in Somalia mise in discussione, nel mondo occidentale e negli Stati Uniti del presidente Clinton (un esponente del Partito Democratico eletto nel 1992). la stessa opportunità di missioni di questo genere. Relativamente migliori furono invece i risultati
della missione di pace compiuta in Bosnia, dove fu infine raggiunta una fragile
pace, garantita dalla presenza di truppe della NATO.
Pur disponendo ancora di una grande potenza militare e di un arsenale nucleare capace di distruggere il mondo, l’Unione Sovietica era ormai un paese in gravi difficoltà. Innanzi tutto il sistema degli Stati satelliti inventato da Stalin non reggeva più. I paesi dell’Europa dell’Est rifiutavano lo sfruttamento economico e le limitazioni politiche che per decenni erano stati loro imposti dall’URSS. Volevano svolgere una propria politica estera indipendente e, in materia economica e commerciale, cercavano ormai di trattare direttamente con l’occidente. Inoltre, sopportavano sempre peggio la presenza dei soldati sovietici che, in virtù del Patto di Varsavia, restavano stanziati nei loro territori. D’altro canto, la stessa economia sovietica funzionava sempre peggio. Il paese, che un tempo era stato il maggior produttore di cereali del mondo, si era ridotto a importare forti quantitativi di mais dall’America. Le sue enormi riserve di materie prime (petrolio, oro, minerali, legname, carbone), malamente sfruttate, rendevano sempre meno. La produzione industriale restava di qualità scadente e limitata, rivelandosi persino insufficiente a soddisfare le modeste richieste interne. Inoltre, non c’erano più risorse per ammodernare gli impianti invecchiati e nemmeno per restaurare quelli che si guastavano. L’esplosione della centrale nucleare di Cernobyl (1986), dovuta a invecchiamento dei materiali e a insufficiente manutenzione, rese evidente a tutto il mondo lo stato ormai disastroso dell’industria sovietica. Infine, il malcontento cresceva anche all’interno del
paese. L’apertura dei rapporti con l’Occidente, che era una delle
conseguenze della distensione, portava una parte della popolazione a fare dei
paragoni fra le proprie condizioni di vita, sempre molto difficili, e l’abbondanza
di beni a disposizione dei consumatori occidentali. La crescente circolazione
delle idee faceva nascere in molti il desiderio di maggior libertà e democrazia. Gorbacev si trovò dunque a dover fronteggiare una situazione gravissima. Fra tutti i motivi di difficoltà, quello che fece precipitare la situazione fu proprio il disastroso stato dell’economia e quindi l’impossibilità di continuare a finanziare il costo della politica di potenza, prestigio e competizione con gli Stati Uniti, che l’Unione Sovietica portava avanti ormai dalla fine della seconda guerra mondiale.
A partire dal 1979, inoltre, il paese si era impegnato in una sanguinosa guerra in Afghanistan, dove era intervenuto a sostegno del governo comunista contro un’insurrezione di nazionalisti ispirati al fondamentalismo islamico (cioè ai principi più tradizionali della religione musulmana). Fu una guerra logorante, costosissima e senza speranza di successo, come era stata quella del Vietnam per gli Stati Uniti. Combattuta in un territorio montuoso e impervio, contro forze sostenute dalla popolazione anche per motivi religiosi, essa fu giudicata di importanza strategica per la sopravvivenza dell’URSS. Il governo sovietico riteneva che un successo dei ribelli islamici avrebbe immediatamente acceso ulteriori rivolte nelle repubbliche asiatiche dell’Unione Sovietica, abitate da quasi 50 milioni di musulmani e sacrificò, quindi, in Afghanistan immense risorse, convinto di doverlo fare per salvare l’unità del paese. Al contrario, ne accelerò la fine. A tutto questo si aggiunse una nuova sfida con gli Stati Uniti per la supremazia militare sul piano mondiale. Per motivi che non sono mai stati del tutto chiariti, sorse fra le due superpotenze una nuova atmosfera di diffidenza e, all’inizio degli anni Ottanta, si aprì una corsa all’ammodernamento delle già potentissime postazioni di missili nucleari. Sfruttando la superiorità delle loro tecnologie
informatiche, gli Stati Uniti iniziarono allora a realizzare un avanzatissimo
sistema di difesa. Dopo le enormi spese appena sostenute per il riarmo
missilistico, la disastrata economia sovietica non fu più in grado di tenere il
passo.
Gorbacev, giunto al potere, si convinse perciò che, per salvare l’Unione Sovietica, occorrevano grandi riforme e che era indispensabile rompere con il passato, rinunciando alla politica dì potenza e ridimensionando il ruolo dello stesso Partito Comunista. In politica interna questo garantì maggiore libertà di espressione e di critica nei confronti del regime e la liberazione dei detenuti politici. Successivamente fu permesso di fondare altri partiti, diversi
da quello comunista, e di formare sindacati indipendenti. Inoltre, Gorbacev
ridusse le spese militari, iniziò a ritirare le truppe sovietiche che si
trovavano ancora nei paesi dell’Europa orientale, e concluse nuovi accordi sia
politici che economici, con gli Stati Uniti questi ultimi, per parte loro, si
mostrarono altrettanto ben disposti a ridurre le spese per la difesa. Finisce il comunismo nell’Europa dell’Est La rinuncia di Gorbacev alla politica di potenza e al
controllo militare dei paesi dell’Est europeo ebbe una prima immediata
conseguenza: il crollo dei regimi comunisti in tali nazioni. Crolla il muro e la Germania è una solaNella Germania Orientale la caduta del regime comunista, non
più sostenuto dall’Unione Sovietica, si verificò come un fatto naturale e
spontaneo. Dapprima si aprirono le frontiere con la Germania Federale, quindi
tutto il mondo poté seguire in diretta, per televisione, la distruzione del
muro di Berlino (1989). I paesi balcanici dopo il comunismoMeno pacifici furono gli avvenimenti verificatisi in un’area
tradizionalmente inquieta come la penisola balcanica. Dopo che era stato arrestato e ucciso il dittatore Nicolae Ceausescu, che per decenni aveva tenuto il paese sotto un regime durissimo, in Romania furono tenute libere elezioni e il potere andò agli ex comunisti più moderati. La tragedia dell’ex IugoslaviaDrammatiche furono le vicende che portarono alla disgregazione della Iugoslavia, che diede origine a cinque Stati. Essa, come sappiamo, era uno Stato multinazionale creato artificialmente dai trattati di pace che avevano concluso la prima guerra mondiale. Dopo il 1945 era riuscito a tenerla unita il maresciallo Tito grazie al suo grande prestigio, all’abilità politica e anche alla durezza contro gli oppositori. Con la morte di Tito (maggio 1980) l’unione entrò in crisi e la caduta del comunismo scatenò definitivamente i rancori fra le varie nazionalità. Furono dapprima la Slovenia e la Croazia a dichiararsi Stati indipendenti (1991). Ma nel territorio croato risiedevano minoranze serbe, e la Serbia entrò in guerra contro la Croazia con l’intenzione di conquistare tutti i territori abitati da serbi. Poco dopo si dichiarò indipendente la Bosnia-Erzegòvina, regione in buona parte musulmana, abitata da consistenti minoranze serbe e croate. La Serbia intervenne militarmente anche contro la Bosnia, sia direttamente sia armando e rifornendo le organizzazioni militari dei serbi bosniaci. La Croazia fece lo stesso, con il pretesto di difendere le proprie minoranze presenti nel territorio bosniaco. A seguito di questi avvenimenti, mentre la guerra in Croazia terminò senza vincitori né vinti, la Bosnia divenne teatro di una guerra quanto mai crudele e sanguinosa. Le sue città, a partire dalla capitale Sarajevo, vennero ripetutamente bombardate; le vittime civili furono calcolate in oltre 200.000. Una pace, raggiunta molto faticosamente (1995) e garantita dalla presenza dei soldati della NATO (inclusi gli italiani), dette vita a uno Stato bosniaco formalmente unitario, ma in realtà ripartito fra le tre diverse etnie (musulmani, serbi, croati). Intanto anche la Macedonia si è resa indipendente, mentre le
minoranze albanesi del Kosovo e quelle ungheresi della Vojvodina mal sopportano
il dominio serbo. In Kosovo i contrasti tra gli abitanti di origine serba e
quelli di origne albanese hanno portato nel 1999 all’intervento di Belgrado e
a una nuova guerra, risolta solo dall’intervento dell’ONU.Unita col
Montenegro, la Serbia ha mantenuto il vecchio nome di Repubblica Iugoslava Quella che segue è una testimonianza di Mikhail Gorbacev e risale al novembre del 1999, dieci anni dopo la caduta del muro di Berlino. Gorbacev ricorda gli avvenimenti che portarono alla caduta del regime comunista nella Germania dell’Est e parla delle conseguenze di questo avvenimento nella politica internazionale di quegli anni. Nell’autunno del 1989, gli eventi iniziarono a svilupparsi a ritmo più rapido in conseguenza dell’esodo in massa di cittadini della Germania dell’Est verso la Germania occidentale, all’inizio attraverso l’Ungheria in seguito attraverso la Cecoslovacchia. Alcuni lasciarono il paese con ogni mezzo possibile, a rischio della stessa vita, attraversando il muro che divideva Berlino Ovest da Berlino Est. All’interno della Germania dell’Est, c’erano scoppi di malcontento e dimostrazioni di massa. I cittadini della Germania dell’Est capirono allora che l’Unione Sovietica non avrebbe usato la forza per prevenire l’unificazione. Questo per loro fu il segn le che la loro volontà di unificare il paese poteva realizzarsi. La pressione sulla leadership della Germania dell’Est divenne maggiore ed ebbe come risultato le dimissioni della vecchia leadership sotto Erich Honecker, l’apertura della porta di Brandeburgo e la caduta del muro di Berlino. [...] La riunificazione procedette con calma, senza complicazioni o rotture della stabilità europea Il risultato principale e fondamentale del nuovo pensiero fu che la guerra fredda finì. Terminò un periodo prolungato e potenzialmente letale nella storia mondiale, in cui la razza umana aveva vissuto sotto la minaccia costante di un disastro nucleare. Per molti anni, si è discusso su chi avesse vinto e chi perso la Guerra Fredda. A nostro giudizio questa stessa domanda non fa altro che rendere omaggio al passato e al vecchio modo di pensare in termini di confronto. Dal punto di vista della ragione è chiaro che ha vinto l’intera
umanità — ogni paese, ogni essere umano. La minaccia di un olocausto nucleare
è divenuta storia, a meno che, naturalmente, non si ricada nell’errore. Voci
critiche, in patria, ci hanno anche accusato di avere perso i nostri alleati
nell’Europa dell’Est, di avere ceduto questi paesi senza esigere alcuna
compensazione. Ma a chi li abbiamo ceduti? Alla loro gente. I paesi dell’Europa
dell’Est, nel corso della libera espressione della volontà dei cittadini,
hanno scelto un loro percorso di sviluppo basato sui loro bisogni nazionali. Il
sistema che esisteva nell’Europa centrale e dell’Est è stato condannato
dalla storia, così come è stato condannato il sistema che esisteva nel nostro
paese. Sopravviveva da troppo tempo a se stesso e rappresentava un fardello per
i cittadini. Ogni sforzo volto a preservare questo sistema avrebbe ulteriormente
indebolito le posizioni del nostro paese screditando l’Unione Sovietica agli
occhi della nostra stessa gente e del mondo intero. Inoltre, questo sistema si
sarebbe potuto "salvare" solo in un modo: inviando carri armati come
avevamo fatto in Cecoslovacchia nel 1968. Questo brano è tratto da una delle storie di guerra narrate dalla scrittrice croata Slavenka Drakulic, raccolte nel volume Balikan Express (Il Saggiatore, 1993). Tali storie, si riferiscono al conflitto che oppose la Croazia alla Serbia all’inizio degli anni Novanta del XX secolo e rappresentano una drammatica testimonianza dell’assurdità della guerra. Le parole che sono riferite all’inizio del brano sono di Josip, un ingegnere edile impegnato nei combattimenti dall’inizio del conflitto, che deve fare da guida all’autrice nella visita di Sunja, "l’ultima roccaforte della difesa croata". La cosa più difficile è uccidere un uomo, dice, e pronunciando queste parole, ferma la macchina, si gira sul sedile e mi guarda dritto negli occhi. Lo fisso inebetita, non so se era proprio questo che aspettavo. Dal momento in cui ci siamo presentati stringendoci la mano, neanche per un attimo mi era passato per la testa che un uomo che combatteva da sei mesi doveva pur averlo fatto, doveva pur aver ucciso qualcuno. Lo fisso, le nostre spalle quasi si toccano nello spazio angusto della macchina. Osservo le sue mani sul volante e sento gocce di sudore spuntarmi sulla fronte. Lui la dice la frase che nessuno osa pronunciare a voce alta in pubblico. Che condensa tutto l’orrore: fare la guerra vuol dire uccidere. La frase rimane tra noi, sospesa nell’aria come una cosa viva. Ciò che mi colpisce sono due cose: la sua vicinanza e la sua consapevolezza di quanto gli è accaduto. Io non riesco ancora ad afferrare pienamente il senso delle sue parole, o forse sarebbe più giusto dire che mi rifiuto di capirlo. È sempre qualcun altro che prende parte ai combattimenti veri e propri, non le persone che incontriamo, con le quali parliamo, beviamo il caffè, viaggiamo, lavoriamo, alle quali stringiamo la mano. Era estate, racconta, alcuni di noi hanno accerchiato quest’uomo, un cetnico, in una casa all’estremità del villaggio. Ci siamo nascosti nell’erba alta a una ventina di metri dalla casa e siamo rimasti là ad aspettare che uscisse. Passavano le ore, il caldo era terribile, ma non potevamo muoverci. Sapevamo che da un momento all’altro sarebbe rimasto senza munizioni e che forse avrebbe cercato di fuggire. Qualche volta mi era capitato di andare a caccia, all’inizio mi era sembrato molto simile a quando fai la posta a un animale, nessuna differenza. So che a un certo punto il sudore ha cominciato a colarmi giù per la fronte [...]. Ma io non ho sparato, ha continuato Josip, nessuno ha sparato. Era la nostra prima imboscata e volevamo essere certi di non sbagliare il bersaglio. Io avevo la posizione migliore e verso mezzogiorno ho avuto la certezza che l’uomo dentro la casa avesse i nervi a pezzi, continuava a guardar fuori, più di una volta l’ho visto scivolare dietro le finestre. A un certo punto mi è venuto a tiro, potevo vedere chiaramente il suo viso lungo, sottile, incorniciato da capelli scuri piuttosto lunghi. E i suoi occhi, gli occhi di un uomo che sa che cosa sta per succedere.Ricordo le mie labbra secche quando ho stretto il grilletto e ho pensato: non devo mancarlo, non devo mancarlo. Ma non ho sparato. E difficile uccidere un uomo. La seconda volta Josip ha sparato e dopo non c’è stato più ritorno. Poi Josip aggiunge: la guerra ha fatto di me un assassino,
perché non era possibile altrimenti. Pronuncia l’ultima parte della frase
così piano che faccio fatica a sentirlo. La politica di Gorbacev mirava a
salvare l’Unione Sovietica sia riducendo le spese insostenibili che gravavano
sulla sua economia sia concedendo una maggior democrazia al paese. In
realtà ciò non fu possibile: quell’enorme Stato, composto da nazioni diverse,
con interessi divergenti, era sempre stato tenuto unito con la forza e
la repressione, senza concedere spazio alle libere scelte dei cittadini.
Così avevano agito nell’Ottocento gli zar di Russia, e poi il regime comunista
sovietico di Lenin, di Stalin e dei loro successori.
D’altra parte, la politica di Gorbacev sollevò fortissime opposizioni nella vecchia classe dirigente, che vedeva così messa in pericolo l’esistenza stessa dello Stato sovietico. Nell’agosto del 1991 un colpo di Stato fu tentato dalle forze conservatrici legate al vecchio partito comunista e da alcuni generali dell’esercito. Lo stesso Gorbacev fu arrestato, ma il tentativo falli per la ferma reazione della popolazione di Mosca guidata da esponenti delle nuove forze politiche, tra i quali si mise in luce Boris Eltsin. Il fallimento del colpo di Stato fece precipitare rapidamente la situazione: il partito comunista fu dichiarato illegale e le repubbliche che formavano l’Unione Sovietica si proclamarono, una dopo l’altra, indipendenti. Il 25 dicembre 1991, nel corso dell’ultima riunione dei
rappresentanti delle repubbliche, l’Unione Sovietica venne ufficialmente
sciolta e cessò di esistere. Gorbacev perse ogni incarico. In seguito allo smembramento dell’URSS le
dodici repubbliche rimaste L’esercito resta in tutte le repubbliche la
forza più organizzata ed efficiente. La criminalità organizzata, la cosiddetta
mafia russa, approfitta della debolezza interna dei nuovi Stati per ampliare il
proprio campo d’azione. Alcune repubbliche, inoltre, sono fortemente
divise al loro interno fra le diverse nazionalità che le compongono, e questo
causa frequenti conflitti, azioni di guerriglia e scontri armati, come, per
esempio, è avvenuto in Azerbaigian, in Armenia, in Georgia e nella piccola
Cecenia, regione musulmana ai confini meridionali della Russia. Infine, un grave problema è costituito dall’armamento
nucleare dell’ex URSS, che è rimasto in mano alle
singole repubbliche. Per garantire la pace mondiale, esso deve
essere smantellato, ma ciò richiede l’instaurazione di rapporti amichevoli
con i paesi occidentali che, a loro volta, sono molto interessati alla
stabilità politica, per ora vacillante, delle repubbliche sorte dopo il crollo
dell’Unione Sovietica. |
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Ultimo aggiornamento:
06-02-10
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