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Nel 1907 esplose una crisi finanziaria
internazionale.
Quel che accadde nel 1907 arrivò a conclusione di un ciclo
di sviluppo mondiale vorticoso. L’epicentro della crisi fu il
sistema finanziario americano e l ‘economia reale degli Stati Uniti fu coinvolta.
La crescita dell’economia mondiale mise in risalto lo sviluppo di alcuni grandi
paesi. Nel quindicennio che precedé il 1907 si trattò di Stati Uniti e
Germania, che vennero a sfidare l’Inghilterra e la la Francia. Ma cominciarono, in quel periodo, a brillare
anche il Giappone e l’Italia, mentre veniva alla ribalta
la Russia, grazie ad una industrializzazione basata sullo
sfruttamento delle materie prime e sull’agricoltura di esportazione. Altri paesi grandi produttori agricoli si sollevarono
dalla tradizionale stagnazione, acquistando un ruolo nell’economia mondiale
grazie alle esportazioni di derrate alimentari. Furono in particolare Argentina,
Brasile, Australia, Ungheria.
Il motivo principale della crisi è
nel disordinato, vorticoso, enorme sviluppo del mercato finanziario
internazionale privato. La crisi del 1907
giunse alla fine di un esperimento di innovazione finanziaria, che
vide il formarsi, nei principali paesi, di enormi banche private, che mettevano
in ombra il potere delle banche di emissione e rispondevano solo a se stesse.
Le grandi istituzioni finanziarie divennero capaci di
spostare capitali da una parte all’altra del mondo nei tempi più brevi, grazie
alla introduzione di nuove tecnologie: i cavi telefonici sottomarini.
L'illusione che la nuova economia avesse eliminato il rischio e resi
possibili guadagni notevoli e continui portò gli investitori a immettere quote
di capitali sempre maggiori nel mercato azionario, creando una differenza molto
grande tra il valore reale delle società per azioni e il valore azionario.
I guadagni ottenuti dalle banche nel concedere prestiti con garanzie molto
basse induceva l'illusione che si potesse agire in economia senza disporre in
proprio dei capitali adeguati. Quando la bolla speculativa divenne troppo
evidente e qualche banca europea particolarmente esposta cominciò a pretendere
la restituzione dei propri capitali si creò presto un'ondata di panico pari
all'entusiasmo ingiustificato degli anni precedenti. Si formarono file enormi di
risparmiatori che volevano rientrare dei propri capitali e le maggiori banche
americane crollarono una dopo l'altra.
La crisi del 1907 provocò profonde
conseguenze sull ‘economia reale innanzitutto degli Stati Uniti, ma anche della
Germania e dell’Italia, indotte direttamente dalla caduta delle importazioni
americane e rese ancora maggiore la corsa agli armamenti, che sfociò nella guerra aperta.
Tra il 1907 e il 1914 il riarmo fu alla base della ripresa
delle maggiori economie. Insieme al nazionalismo si affermava sempre più il
protezionismo.
Le grandi banche investivano le
proprie riserve di cassa, prestandole a brevissimo termine a intermediari che a
loro volta le usavano per speculazioni di borse sulle quali per la prima volta
le azioni prevalevano sulle obbligazioni o per arbitraggi sul mercato delle
cambiali internazionali, su quello delle valute, o sui mercati dei prodotti
primari, da quelle agricoli a quelli minerari.
La crisi del 1907 ebbe come epicentro gli Stati Uniti, il paese dove le
istituzioni finanziarie private agivano in totale libertà e dove esse facevano
parte di grandi gruppi industriali dediti a enormi operazioni di fusione e
acquisizione di imprese come quelle ferroviarie, il cui fine ultimo era il
controllo dei mercati e la imposizione di prezzi di monopolio. Crescendo
l’economia di quel gigantesco paese a tassi assai simili a quelli ai quali ci ha
abituato di recente la Cina, e mantenendo il regime di protezionismo che l’aveva
contraddistinto fin dai suoi esordi, il resto del mondo cercò di partecipare al
grande boom americano prestando risorse finanziarie sempre maggiori alle
istituzioni finanziarie americane.
Anche a quel tempo, dunque, gli Stati Uniti fecero con entusiasmo la parte di
quelli che investono molto più di quanto risparmino. E anche a quel tempo la
maggior fonte di risparmi fu messa a loro disposizione dall’Europa, in
particolare, allora, dall’Inghilterra che non riusciva a reinvestire in casa
propria tutte le sue risorse finanziarie. Anche allora fu una decisione europea,
una decisa stretta di freni da parte della Banca d’Inghilterra alla fine del
1906, a mettere in crisi l’economia di carta che i grandi finanzieri americani
avevano messo in piedi coi soldi dell’Europa.
A partire da quella decisione, che bloccò il flusso delle risorse finanziarie
europee verso gli Stati Uniti, iniziò una agonia sempre più rapida del mercato
finanziario americano, che si tradusse infine in una frenata epocale delle
importazioni di quel paese. Gli americani importavano solo quel che ritenevano
opportuno, entro i principi del proprio protezionismo, ma poiché erano divenuti
la massima economia mondiale, importavano quantità gigantesche di merci, e
assorbirono anche, in pochissimi anni, milioni di emigranti europei.
Gli Stati Uniti erano allora non il paese egemone, ma solo il paese più dinamico
e l’unico a dimensioni continentali, con una bilancia commerciale fortemente
attiva perché sia l’agricoltura che l’industria americane erano divenute le più
avanzate del mondo. Il paese egemone era l’Inghilterra, che esprimeva
annualmente un surplus anziché un deficit di bilancia dei pagamenti.
La crisi fu provocata dalla decisione della principale banca centrale europea a
bloccare la vorticosa giostra che girava a New York. Era stata alimentata da
risorse europee e al segnale di stop dato dalla prima banca centrale d’Europa
anche le istituzioni finanziarie private europee e poi i singoli investitori
cominciarono a fermarsi, a cercare di ritirare dal calderone americano i
capitali sempre più avventatamente collocati. Il circolo vizioso si mise dunque
in moto, coinvolgendo anche i paesi e i mercati finanziari della periferia.
In tutte o quasi le crisi finanziarie al cuore del problema è il concetto di
liquidità. In un sistema a forte leva finanziaria, dire che il sistema è liquido
significa che molti strumenti finanziari in esso usati possono fungere da
contanti, sono cioè spendibili senza sacrificio per il loro valore nominale. A
seconda delle situazioni, dunque, il perimetro degli strumenti finanziari
considerati liquidi può allargarsi o restringersi fortemente. E’ una percezione
soggettiva, dunque può difficilmente essere cambiata con iniezioni di moneta da
parte delle autorità monetarie.
Nel 1907 l’esplosione della bolla finanziaria americana indusse conseguenze
rapide e profonde sull’economia reale non solo di quel paese ma del resto del
mondo. La giovane FIAT (fondata nel 1899), che aveva cominciato a esportare con
gran successo automobili di lusso negli Stati Uniti si trovò, ad esempio, in
acque tanto cattive da dover essere salvata da un gruppo di grandi banche.
Doveva essere, per quella che divenne la massima impresa italiana, il primo di
molti salvataggi.
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