|
| |
Da che parte stavano i "padroni" nel 1920 ...
UN SECONDO ARTICOLO DOCUMENTATO, CURIOSO E DIVERTENTE DEL NOSTRO AMICO WALTER
RAVAGNATI
Nelle ultime lezioni si è parlato delle vertenze Mazzonis e Fiat dei primi mesi
del 1920.
Gli imprenditori delle due aziende erano il Senatore Giovanni Agnelli ed i
fratelli Baroni Mazzonis.
Ho scoperto un fatto curioso: i due clan imprenditoriali avevano "almeno"
qualcosa in comune, la Juventus.
La fede bianconera degli Agnelli è nota, ed il giovane figlio del "Senatore"
Giovanni Agnelli, Edoardo, fu presidente della Juventus dal 1923 alla tragica
morte avvenuta nel 1935, guidando la Società nel famoso quinquennio d'oro dei
cinque scudetti consecutivi.
Ma suo braccio destro, vice presidente e suo successore ad interim alla
presidenza dopo la sua morte fu il barone Giovanni Mazzonis.
Questo signore, probabilmente (non ne viene riportata la data di nascita nei
database dei giocatori juventini) è riconducibile ad uno dei successori
dell'impero industriale tessile fondato da Paolo Mazzonis, fu prima giocatore e
poi - contemporaneamente e dopo aver appeso gli scarpini al chiodo - dirigente
juventino.
Le cronache dell'epoca - campionato 1908 - ne tramandano una sua non gloriosa
impresa sportiva, che non avrà comunque conseguenze negative per la società
perchè .... il perchè viene spiegato nella citazione.
"Nel gennaio dell'anno successivo (1908), anno del 10° anniversario della
fondazione della società, si giocò la gara di andata del primo torneo calcistico
a Genova contro l'Andrea Doria, dove la Signora vince per un 3-0 senza repliche.
Un mese dopo si rigioca, a Torino, ma i doriani escono vincitori. Necessario
dunque uno spareggio, da giocarsi a Torino per la miglior differenza reti
bianconera nel doppio confronto. Si gioca a marzo e succede di tutto: bella
partita e a pochi minuti dalla fine Juve in vantaggio per 2-1. Il doriano Sardi
è il più lesto a colpire di testa, e il barone Mazzonis, allora giocatore
bianconero, per respingere il pallone infila Durante di testa: 2-2 ma incontro
successivamente annullato per errore tecnico arbitrale. Passano due mesi e si
può rigiocare lo spareggio, sempre in Corso Sebastopoli, e stavolta veramente
non c'è storia: vittoria della Juventus per 5-1 con Ernesto Borel (padre di
Aldo, il Borel I, e Felice, il Borel II) mattatore dell'incontro e, con quello,
del Campionato Federale di 1908, la Coppa Spensley."
Quindi, ci troviamo di fronte ad un caso (il primo?) in cui la Juventus fu
favorita da una decisione curiosa ... probabilmente non sarà l'ultimo nella sua
lunga storia.
Tuttavia troviamo il barone nella formazione juventina che terminerà un
campionato successivo in alta classifica:
"La Juventus si classifica terza, e lo scudetto 1909/1910 viene
assegnato all’Inter che batte nello spareggio il Pro Vercelli.
La formazione tipo dei bianconeri è la seguente:
Pennano, Goccione, Mastrella, Ferraris, Frey, Hess, Mazzonis, Borel II,
Balbiani, Barberis, Moschino."
(Borel II è il padre del mitico "Farfallino" degli anni '30)
La leggenda narra che il barone Mazzonis ebbe anche una parte indiretta
nell'adozione delle maglie zebrate, almeno secondo la vulgata tradizionale:
(citazione da un sito internet anonimo)
"La cassa inglese
Monsù Barisone era nervoso.
La cassa che i facchini stavano sistemando nella piccola sede disadorna gli
sembrava una bara, la sua.
Fuori sul selciato si sentiva lo scalpitio dai cavalli che avevano tirato fin lì
il carro con sul pianale, celata da una coperta, la fatidica cassa.
I facchini l’avevano invitato a salire, ma Monsù Barisone aveva fatto un cenno
di diniego, cortese, ma senza possibili repliche.
Sapeva tenere le distanze.
Li aveva seguiti a passo svelto, aiutato dal gelido alito di Torino, e il suo
umore faceva sì che gli paresse strano che quei cavalli non portassero le
bardature con i pennacchi neri sui finimenti.
Dopo qualche imprecazione i due uomini di fatica riuscirono a piazzare la grossa
scatola di legno vicino ad una piccola scrivania.
Si tolsero il berretto e valutarono con un’espressione rassegnata i pochi
nichelini che il cliente gli aveva consegnato con cura studiata.
Tenendo in mano i berretti di panno spesso fecero un cenno di saluto, cui il
signor Barisione, impiegato d’ordine della Società che aveva sede in quelle
stanze illuminate fiocamente dalle lampade a olio, non rispose che con un
sorriso stirato.
Quando i facchini uscirono nella fredda sera torinese, si lasciò cadere sulla
sedia.
Era un privilegiato e lo sapeva.
In quella Torino ancora umbertina la sua posizione era ben considerata, aveva
uno stipendio fisso, più che dignitoso, e lavorava al caldo ed al riparo non più
di dieci ore al giorno, escluso il sabato nel quale aveva libero il pomeriggio.
La sua posizione sociale gli aveva consentito un buon matrimonio.
Abitava in un alloggio di proprietà del suocero, vicino alla Dora, mangiava
carne due volte la settimana, era un buon cristiano e prima di quel giorno non
aveva mai tradito la fiducia dei suoi superiori.
Guardò nuovamente la cassa, poi estrasse l’orologio con la catena d’argento
dalla tasca del panciotto.
Le otto meno venti.
Ancora cinque minuti, dieci al massimo e sarebbero arrivati tutti.
Il Barone Mazzonis, Enrico Canfari e gli altri consiglieri, e avrebbero scoperto
cosa aveva combinato.
Pensò con una sorta di rabbiosa rassegnazione ai baffetti di Umberto Malvano che
lo aveva incoraggiato in quell’acquisto.
Umberto Malvano era uno studente universitario, uno che non doveva lavorare per
mangiare e non aveva una famiglia da mantenere.
Un brivido freddo gli corse lungo la schiena.
Prima di andare al magazzino merci a ritirare quella maledettissima cassa, aveva
acceso la stufa ed ora la stanza era tiepida, ma i suoi brividi nervosi avevano
poco a che fare con la temperatura.
Il suo sguardo si posò sulle pareti con le “modernissime fotografie” di uno
studio torinese stampate sulla rivoluzionaria carta americana.
Poi sul mobile con le coppe e le targhe su cui campeggiava la pergamena
costitutiva col motto di quella giovane ed entusiasta Società sportiva : -“La
vittoria è del forte che ha fede”-
Il calcio gli piaceva.
L’aveva visto giocare a Genova, dai marinai inglesi, quando era più giovane, si
era appassionato e nella sua Torino si era fatto trascinare dall’entusiasmo di
quei ragazzi di buona famiglia.
Era stato lui a coinvolgere il Barone Mazzonis, suo datore di lavoro, in quella
meravigliosa faccenda.
Tutto era andato bene.
Era stato nominato segretario, poi revisore dei conti.
Il Barone Mazzonis era stato gentile, disponibile, ma chiaro.
Avrebbe potuto, dopo aver sbrigato il suo lavoro in azienda, tenere ordinati
anche i libri mastri della società, sbrigare la corrispondenza, curare tutte le
faccende di quella Società Sportiva nata su una panchina di vicino al Liceo
Classico D’Azeglio.
Tutto era andato bene fino a quando non aveva dato retta alla sua maledetta
rettitudine.
Durante una riunione i calciatori si erano lamentati delle condizioni delle
maglie, ormai sbiadite e piene di buchi rattoppati.
Del bel colore rosa non rimaneva che un ostinato ricordo.
Barisone aveva ascoltato con pazienza le rimostranze dei giovanotti che
lamentavano di dover dare un misero spettacolo di sè alle belle “madamin”,
mentre “gli altri”, quelli dell’Internazionale, “hanno sempre maglie nuove ed
anche i caschetti in tinta”.
Aveva fatto un’indagine.
Le maglie comprate in una merceria torinese non erano adatte a sostenere lavaggi
frequenti.
La stoffa, un percalle simile a quella delle camicie da passeggio, era
economica, meno di settanta centesimi al metro, ma tendeva subito a scolorire e
si strappava facilmente.
Da buon amministratore di soldi altrui aveva fatto i suoi conti e stabilito che
si doveva trovare un tipo di maglie più resistenti.
Fin qui tutto bene.
Poi era arrivato quell’inglese, quel John Savage che lo aveva consigliato di
rivolgersi a una ditta specializzata, per poter acquistare maglie di cotone
ritorto, resistentissime, adatte a sostenere molti lavaggi ed a sopportare le
strattonate degli avversari in uno sport che si stava scoprendo non proprio
signorile.
Ma dove trovare una ditta specializzata ?
Naturalmente in Inghilterra la terra d’origine del football.
Mister Savage aveva fornito il nome di una ditta di Nottingham città con la
quale aveva rapporti d’affari.
Monsù Barisone era stato incaricato di perfezionare l’acquisto.
Aveva chiesto aiuto ad Umberto Malvano, un ragazzo brillante che conosceva
l’inglese e, diceva lui, anche l’Inghilterra.
Umberto, il cui entusiasmo era coinvolgente, aveva preso in mano la faccenda e
aiutato Monsù Barione prima ad uscire dagli impacci con la lingua inglese, poi a
prendere quella decisione di cui si sarebbe dovuto pentire.
Qualcuno aveva scritto una lettera d’ordine per delle maglie rosa e la lettera
era stata affidata alle Regie Poste che l’avevano presa in consegna con
dedizione savoiarda.
Poiché anche gli inglesi erano un modello di efficienza postale ,in meno di una
decina di giorni era arrivata la risposta.
La ditta era spiacente, non disponeva al momento nel suo campionario di maglie
rosa, se fossero stati d’accordo avrebbero inviato loro le stesse maglie di una
“prestigiosa società di Nottingham”- era scritto nella lettera – “che ci onora
di essere nostra cliente da ormai trent’anni” .
John Savage tranquillizzò il solerte impiegato in difficoltà con la lingua: -“La
maglia del Nottingham è rossa, molto bella”-
Umberto Malvano era rimasto entusiasta ed aveva convinto il titubante impiegato
ad andare avanti.
Barisone aveva riferito la questione in consiglio e la proposta di acquistare
quelle maglie passando dal rosa al “rosso vivo” era stata accettata.
Poi si era discusso del costo.
Con la consueta attenzione al denaro prerogativa dei piemontesi ancor più,
forse, che dei liguri era stata esaminata la questione economica.
Il prezzo delle “divise”, così le chiamavano i fornitori inglesi, era stato
ritenuto molto elevato, ma Monsù Barisone aveva dimostrato, cifre alla mano,
che, potendo contare su una durata decisamente superiore rispetto a quella del
percalle rosa, nel breve volgere di qualche mese la scelta si sarebbe dimostrata
vantaggiosa anche dal punto di vista economico.
Mentre snocciolava le sue cifre con la pedanteria che solo i contabili
possiedono, si accorse di metterci anche una passione estranea alle aride cifre
: quel rosa non gli era mai piaciuto.
Gli sembrava poco virile.
Sei anni prima, nella vecchia sede di Corso Umberto aveva ringraziato Dio che
non fosse stato scelto uno di quei nomi proposti da alcuni soci; nomi anglofili
come “Irish club”, legati alle origini romane come “Augusta Taurinorum”, oppure
semplicemente squallidi come “Forza e salute”.
Alla fine, il nome scelto, benché non gli piacesse, era stato senz’altro il
minore dei mali, ma quelle maglie rose erano davvero troppo per lui.
Anche con i baschetti, le fasce ed il papillon neri sfoggiati fin dalla prima
partita, quel rosa dava a quei ragazzi un tocco effeminato nonostante i baffoni
a manubrio sfoggiati da parecchi di loro.
Alla fine Enrico Canfari, anche per metter fine a quella tortura, aveva detto
che comprasse quelle maglie rosse, ma si ricordasse bene che l’impegno economico
era tale che non ci sarebbero dovuti essere problemi, in quanto il pagamento,
che gli inglesi pretendevano anticipato, avrebbe prosciugato le già anemiche
casse sociali e non sarebbe stato possibile, in caso di necessità, acquistare
neppure l’economico percalle rosa per chissà quanto tempo.
Monsù Barisone aveva garantito della serietà della ditta britannica, autentica
grande firma nello specifico, per quanto bizzarro, campo dell’abbigliamento
sportivo, e la piccola assemblea aveva preso ad occuparsi della lunghezza dei
calzoncini dei calciatori che le dame di carità avevano ritenuto scandalosa.
Pensando a quelle baffute matrone sedute ai bordi del Velodromo ed ai loro
sguardi censori Barisone senti nuovamente un brivido lungo la schiena, mentre le
voci di Enrico Canfari, presidente, del Barone Mazzonis, del nipote di Galileo
Ferraris e degli altri si annunciavano alla porta.
Quando quella maledetta cassa era arrivata al deposito merci gli avevano
consegnato una lettera con la carta intestata della ditta inglese.
Era una lettera commerciale, garantita dal Lloyd, che ringraziava per la
preferenza accordata ai propri prodotti e avvertiva che, qualora la cassa fosse
stata aperta e il contenuto risultato conforme a quanto descritto in quel pezzo
di carta sarebbe stato possibile sostituirlo solo qualora presentasse difetti di
fabbricazione - “cosa che”- garantiva la ‘Firm’ britannica – “era un’ipotesi
tanto remota da dover essere citata solo per formalità” .
Monsù Barisone non era abbastanza padrone della lingua inglese per poter
afferrare la finezza, ma si era dedicato, inforcati gli occhialini a molla, a
leggere la descrizione del contenuto.
Parlava di sedici “black’n white players suites” .
La cosa lo fece trasalire.
Bianco e nero ? Cosa voleva dire.
Non erano rosse ?
Doveva spedirle subito indietro senza aprire la cassa.
Poi pensò che entro due settimane erano in programma le partite col Genoa e
l’Internazionale e, nonostante l’efficienza della marina mercantile italiana e
di quella britannica, non sarebbe stato possibile riavere le divise giuste prima
di un mese e mezzo !
Doveva decidere subito e aveva deciso.
-”Tutto sommato”- aveva pensato –“non sarebbero state male delle divise a quarti
bianconeri.”
L’importante era poter avere delle divise di robusto cotone, eleganti e
resistenti.
Firmò l’accettazione, poi aveva fatto aprire la cassa ed aveva capito di aver
fatto una grave sciocchezza.
La porta della stanza a piano terra si aprì ed assieme alla fredda sera torinese
entrarono Enrico Canfari, il barone Mazzonis e gli altri.
La cassa attirò subito la loro attenzione.
Si fermarono in semicerchio attorno a quel parallelepipedo di assi di legno che
conteneva l’oggetto del desiderio : autentiche maglie inglesi, le stesse del
Nottingham Forest, maglie tessute con cotone robusto da sfoggiare nei prossimi
incontri.
-“Allora monsù Barisone”- disse Enrico Canfari con la consueta voce autoritaria
- “vogliamo vedere queste benedette maglie inglesi che aspettiamo da così tanto
tempo ?”
Barisone si avvicinò con aria rassegnata alla cassa.
Con le mani tremanti sollevò il coperchio solo appoggiato il chè, come recitava
la lettera garantita dai Lloyd, era la conferma di come ormai la merce non
potesse più essere cambiata.
Scostò l’involucro di carta da pacchi, ed allungò la mano verso il contenuto
dimostrando lo stesso entusiasmo che se l’avesse saputa piena di scorpioni.
Quando l’estrasse aveva gli occhi chiusi.
Al Barone Mazzonis cadde il monocolo, a Enrico Canfari , primo presidente del
Football Club Juventus, sfuggì qualcosa che poteva essere uno strozzato “boia
faus…” .
Dalla mano di monsù Barisone pendeva una casacca a strisce bianconere, una cosa
mai vista.
L’assemblea rimase muta.
Qualche atleta ingoiò la saliva pensando di dover indossare quella sorta di
vestito da carnevale e calciare di fronte alle affascinanti “madamin” della
Torino-bene.
Poi Enrico Canfari si schiarì la voce e dichiarò : -“Bene, signori soci. Il
convento passa questo”- e, mentre con lo sguardo fulminava il povero Barisone,
continuò –“Queste, finchè non troveremo nulla di meglio saranno le divise del
Football Club Juventus di Torino, di cui sono presidente. Non metto neppure la
questione ai voti perché non c’è alternativa e soprattutto non ci sono i
soldi.”-
Mentre monsù Barisone cominciava a sudare a dispetto del freddo, Enrico Canfari
con quel vocione che pareva uscirgli direttamente dalla pancia prominente sopra
le gambe corte, proseguì :- “ Ringraziamo il signor Barisone per la cura e la
dedizione con cui ha seguito la faccenda, permettendoci di poter indossare
uniformi nuove… “ – si bloccò un attimo pensando a quelle maglie da pagliacci –
“ …per le prossime partite che saranno decisive per le sorti future dello
Juventus Football Club di Torino !”-
-“E che Dio ce la mandi buona” – sospirò in silenzio, pensando alle facce dei
genovesi quando li avessero visti vestiti con quelle maglie che sua madre
avrebbe certamente definito:- “troppo eccentriche, suvvia Enrico !”.-
Poi fra sé pensò anche che con quella ridicola maglia a strisce non avrebbero
mai potuto combinare niente di buono.
Ma non lo disse, perché sono cose che un presidente non deve dire mai.
Monsù Barisone aveva pensato esattamente la stessa cosa, e nonostante il
sollievo per l’applauso della piccola assemblea, già rimpiangeva in cuor suo
quelle maglie rosse."
Dopo aver appreso della juventinità delle aziende coinvolte, mi sono chiesto se
le componenti sindacali che hanno scelto di combattere alla Mazzonis ed alla
Fiat fossero toriniste o, come metà degli italiani, almeno anti "goeba". Oppure
che fra i leader di Ordine Nuovo ci fossero fermenti contro i bianconeri. Ma, da
ricerche più approfondite ho appreso che Palmiro Togliatti era juventino.
Walter Ravagnati
|