Giovanni Giolitti nacque a Mondovi il 27 ottobre 1842 e
morì a Cavour il 17 luglio 1928. Fu più volte presidente del
Consiglio dei ministri.I giudizi sulla sua figura politica furono diversi e contrastanti. Fu definito anche ministro della malavita. Di fatto fu uno dei politici che con maggiore efficacia estese la base democratica del governo e modernizzò il giovane stato italiano.
Fin dal suo primo ministero comprese che bisognava superare l'antitesi tra lo stato e le classi lavoratrici. Tale compito era reso difficile dal fatto che la società italiana presentava profonde contraddizioni. Zone arretrate coesistevano con regioni moderne e relativamente progredite, operai e contadini politicizzati coesistevano con masse subalterne incapaci di incanalare le lotte sporadiche e violente in azione sindacale ordinata ed efficace. La maggior parte dei politici liberali intendevano il liberalismo come una conquista riservata ai ceti dominanti della società e temevano ogni emancipazione dei ceti sottomessi. Giolitti era invece convinto che bisognasse permettere ai socialisti e ai sindacati di svolgere la loro opera in piena libertà e dignità, perché in tal modo le istituzioni statali si sarebbero rinforzate. Lo stato avrebbe in tal modo aumentato il suo grado di autorevolezza e prestigio.
Giolitti entrò nel governo Zanardelli nel 1901 come ministro degli esteri. Divenne presidente del Consiglio nel 1903 e resse le sorti dell'Italia, salvo brevi interruzioni, fino al 1914. Era un politico pragmatico, convinto che si dovesse adattare l'azione politica alle circostanze. Quando le circostanze lo richiedevano non esitò a legare a sé deputati al di fuori del suo schieramento mediante concessioni e compromessi. Anche se era un liberale sincero evitò di prendere posizioni nette contro i latifondisti meridionali. Mirò sempre a conciliare le esigenze della borghesia con le istanze del partito socialista convincendo i borghesi a ricercare la pace sociale e il progresso mediante opportune concessioni sindacali e convincendo i socialisti a perseguire la strada del riformismo graduale piuttosto che attendere il crollo della società borghese.
Il partito socialista dell'epoca, guidato da Filippo Turati,
seguiva una politica sostanzialmente riformista. La borghesia
industriale del Nord era sufficientemente illuminata da
accogliere favorevolmente l'impostazione politica di Giolitti.
Furono varate leggi a tutela del lavoro femminile e dei minori, le assicurazioni contro gli infortuni, la pensione per chi smetteva il lavoro per anzianità. Fu creato nel 1906 il Consiglio Superiore del Lavoro e un organo di assistenza agli emigrati. Anche le cooperative dei lavoratori furono ammesse a partecipare agli appalti per i lavori pubblici.
Il periodo di sviluppo economico dell'Italia, la solidità e l'accettazione internazionale della lira italiana davano alla politica giolittiana l'aureola del successo. Anche il clima internazionale era buono perché Giolitti era contrario ad ogni politica imperialista.
Pur appoggiando sostanzialmente la politica giolittiana i socialisti riformisti non accettarono mai impegni diretti nel governo perché ritenevano che larghe fasce della base non avrebbero capito. D'altra parte non avrebbe capito un tale ingresso nel governo anche buona parte della borghesia e molti ambienti della corte.
Nell'Italia meridionale Giolitti non aveva osato intaccare il predominio delle antiche oligarchie le quali ancora operavano stragi di lavoratori in sciopero, come avvenne a Candela in Puglia e a Giarratana in Sicilia.
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Ferri e Labriola. Il partito socialista era formato da due componenti: i riformisti e i massimalisti. I massimalisti erano ostili a qualunque collaborazione con il governo. I massimi rappresentanti della corrente massimalista erano Enrico Ferri e Arturo Labriola. A Bologna, aprile del 1904, i massimalisti ottennero la maggioranza nel congresso del partito socialista. Alcuni mesi dopo, in seguito ad un eccidio di lavoratori avvenuto in Sardegna a Bruggerru, la Camera del Lavoro di Milano proclamò uno sciopero generale di protesta. Lo sciopero generale ottenne un'adesione molto massiccia e da parte dei lavoratori volavano slogan rivoluzionari che facevano paura ai conservatori.
Giolitti si rifiutò di reagire facendo ricorso alla violenza. Lo sciopero ebbe termine rapidamente senza alcuno sbocco rivoluzionario, anzi Giolitti sciolse il parlamento ed indisse nuove elezioni che ottennero un risultato nettamente sfavorevole ai socialisti.
Deputati cattolici. Pio X si convinse a mitigare l'astensionismo politico dei cattolici italiani e questi ne approfittarono per eleggere un certo numero di deputati.
Dopo una breve pausa durante la quale il ministero fu tenuto da Alessandro Fortis, giolittiano, e poi dal leader dell'opposizione, Sonnino, che seppe trarre dalla sua parte diversi deputati di sinistra, Giolitti tornò al potere nel maggio del 1906 riprendendo la sua politica moderatamente riformista. Contemporaneamente anche i socialisti moderati prendevano il sopravvento all'interno del loro partito fino ad ottenere la maggioranza nel congresso del 1908.
Leggi speciali per il Mezzogiorno
Dopo il periodo del brigantaggio e dopo le rivolte contro i latifondisti il problema meridionale era entrato in una nuova fase con lo sviluppo della grande industria al Nord. Alcuni speravano che l'industrializzazione si sarebbe diffusa in tutto il paese come una macchia d'olio grazie ad opportuni incentivi ed agevolazioni.
Alcuni pensavano che il massiccio esodo dalle campagne verso l'America avrebbe costretto i proprietari terrieri a migliorare le condizioni di braccianti e mezzadri, mentre le rimesse degli emigrati avrebbero potuto ravvivare l'economia delle zone più povere. Questo era il parere di Francesco Saverio Nitti, economista lucano. Altri pensatori invece ritenevano che il mantenimento dell'industria del Nord rendeva necessario conservare le regioni meridionali in una situazione di perenne inferiorità economica: un territorio a cui vendere i prodotti industriali protetti da una politica antiliberista e da cui ricavare materie prime e manodopera a basso costo. Salvemini rimproverava al partito socialista di trascurare il problema meridionale e di sostenere gli interessi corporativi degli operai dell'industria in contrasto con le esigenze del Mezzogiorno.
Le leggi speciali emanate a favore del Mezzogiorno tra il 1904 e il 1906 furono criticate dai meridionalisti perché esse erano basate sull'incremento di opere pubbliche e su agevolazioni fiscali, mentre secondo loro il governo avrebbe dovuto proteggere e potenziare l'agricoltura anziché puntare tutto sullo sviluppo industriale. Il tentativo di Giolitti di risolvere i problemi del Mezzogiorno mediante leggi speciali ebbe scarso successo e il Sud rimase arretrato sia sul piano agricolo che industriale.
Conseguenze della crisi economica del 1907
La prima conseguenza, in Italia, della crisi economica internazionale del 1907 fu l'allentamento dell'alleanza tra liberali, riformisti e progressisti. Giolitti intervenne nei confronti della agitazioni dei contadini meridionali sia con metodi repressivi e sia dando precise direttive ai prefetti affinché agissero a favore dei candidati governativi durante le competizioni elettorali. In seguito alla crisi si formarono trust e accordi tra le imprese: ciò diede una spinta alle tendenze monopolistiche e rallentò la disposizione dei padroni a fare concessioni alle classi lavoratrici. Di conseguenza anche i buoni rapporti tra governo e socialisti cessarono. Gli anarchici espulsi dal partito socialista nel 1908 tornarono alla ribalta promuovendo nella campagne parmensi uno sciopero generale di parecchi mesi. Anche questa volta i sindacalisti rivoluzionari furono sconfitti e si allargò il solco tra sindacato e politica giolittiana. Altra conseguenza dello sciopero anarchico fu la giustificazione, in certa opinione pubblica, dell'eversione di destra che considerava troppo spinto il riformismo di Giolitti. A causa della forte opposizione dei grandi gruppi economici e finanziari alla proposta di introdurre aliquote progressive d'imposta, Giolitti fu costretto alle dimissioni nel 1909. Nei due anni seguenti ci furono un ministero Sonnino e un Ministero luzzati. Giolitti tornò nel 1911 e rimase alla guida del governo fino al 1914. Il suo ritorno avvenne all'insegna delle riforme, ma anche di una parziale accoglienza delle istanza nazionaliste. Grazie alla riforma elettorale furono ammessi a votare anche i nullatenenti e gli analfabeti, purché avessero raggiunto i trent'anni e avessero adempiuto al servizio militare. Non ancora il voto alle sonne. La riforma elettorale del 1912 fu messa in pratica l'anno seguente, portando al voto otto milioni e mezzo d'Italiani. Furono nazionalizzate le assicurazioni sulla vita e fu regolamentata l'istruzione elementare: questi provvedimenti non furono molto graditi ai conservatori.
La conquista della Libia
L'occupazione francese del Marocco diede a Giolitti la possibilità di mettere in pratica gli accordi presi con la Francia nel 1902, che lasciavano all'Italia mano libera in Libia. In tal modo Giolitti riteneva di venire incontro alle richieste dell'opposizione di destra e alle richieste di importanti gruppi economici, come il Banco di Roma che già operavano in Libia e nell'Impero turco. Approvarono la guerra alla Turchia (settembre 1911) quasi tutte le forze politiche e sociali, ma non i socialisti. Un gruppo di artisti e intellettuali che si richiamavano al futurismo e al nazionalismo inneggiarono alla guerra. L'aspetto più preoccupante dell'ondata i bellicismo che attraversò l'Italia fu l'appoggio da parte degli industriali e degli uomini d'affari, che vedevano in una politica imperialista buone prospettive di guadagno. La parte di sindacalisti e socialisti favorevoli all'impresa coloniale riteneva che si trattasse di un'occasione di saziare la fame di terra delle masse di contadini diseredati.
L'andamento della guerra raffreddò gli entusiasmi dei favorevoli e aizzò gli animi dei più accaniti oppositori della politica giolittiana. La resistenza delle tribù berbere della Libia si protraeva al oltre le previsioni e il costo dell'impresa diventava troppo pesante. Giolitti decise allora di farla finita con la pace di Losanna del 1912 dopo aver conquistato le isole del Dodecanneso.
Questa conclusione aizzò le critiche sia dei nazionalisti, che avrebbero voluto una guerra in grande stile contro la Turchia, sia della parte dei socialisti da sempre contrari all'impresa.
La fine dei compromessi e di Giolitti
La guerra di Libia, anziché rinforzare la politica di compromessi di Giolitti, le diede il colpo definitivo. L'opposizione conservatrice si rafforzò grazie all'apporto della borghesia industriale che ormai aveva sposato la causa dell'imperialismo.
L'opposizione di sinistra si radicalizzò e furono espulsi dal partito le componenti favorevoli all'impresa libica. Indebolita dalla scissione, la corrente riformista turatiana fu messa in minoranza dai massimalisti i quali affidarono la direzione dell'Avanti a Benito Mussolini, messosi in luce per il suo acceso massimalismo e per le sue simpatie nei confronti del sindacalismo rivoluzionario.
Giolitti, nelle elezioni del 1913 riuscì ad ottenere una larghissima maggioranza grazie anche al patto Gentiloni. Con questo patto egli ottenne dai cattolici l'impegno a votare i candidati liberali in quei collegi dove si fosse profilata la possibilità di una vittoria della sinistra. A loro volta i liberali si impegnavano ad astenersi per il futuro da iniziative anticlericali.
Si trattava di una grande maggioranza numerica, ma estremamente frammentata nel suo interno. Alcune componenti erano favorevoli alle riforme altre fortemente contrarie, alcune seguivano le chimere del nazionalismo, alcune manifestavano forti tendenza autoritarie.
Anche questa volta Giolitti provò a giocare la carta del ritiro e del ritorno: si dim9se dal governo e suggerì la designazione di Antonio Salandra. Egli sperava di poter tornare, come in precedenza, da risolutore perché, pensava, un governo conservatore sarebbe durato poco. Giolitti non aveva capito che ormai era diventato fuori tempo un compromesso tra socialisti e liberali.
Giugno 1914: in seguito ad una sparatoria della forza pubblica contro una manifestazione di scioperanti la Confederazione del lavoro indisse uno sciopero generale. Violenti moti di piazza esplosero nelle Marche e in Romagna, Benito Mussolini e Pietro Nenni manifestavano propositi rivoluzionari. Le manifestazioni, che presero il nome di settimana rossa, non costituirono in realtà alcuna reale minaccia rivoluzionaria, ma diedero al governo il pretesto per una repressione vasta e decisa.
Un mese dopo della settimana rossa l'attentato di Sarajevo rese ancora più drammatica la necessità di una scelta: il tempo dei compromessi era finito.

Dopo il 1870 si assistette a notevoli cambiamenti della politica italiana, La
politica della destra aveva scontentato i ceti meno abbienti, tartassati dalle
tasse, i quali erano stati loro malgrado gli unici attori del risanamento delle
casse dello stato.
Nel 1887 Depretis morì e gli successe Francesco Crispi alla guida del
governo. Crispi era un ex garibaldino che col tempo era diventato fervente
monarchico e ammiratore dello statalismo Bismarkiano. Riteneva, quindi, lo stato
come unica fonte del diritto ed era favorevole all'intervento statale in campo
economico e sociale. Crispi aveva una posizione fortemente critica nei confronti
del trasformismo di Depretis, ma questo lo portava ad emarginare il parlamento
cercando di tagliarlo fuori dal potere decisionale. Egli si vantava di non
guidare un governo di partito o di favori, ma un governo che aveva l'unico
obiettivo di rafforzare il prestigio statale.
I
cattolici. Pio IX aveva vietato ai cattolici la partecipazione alla vita
politica. Il suo successore Leone XIII, attraverso l'enciclica Rerum Novarum
riconobbe ai lavoratori il diritto di organizzarsi per difendere i propri
diritti ed esortò i cattolici a battersi per migliorare le condizioni di vita
dei più umili. Non si trattava ancora dell'autorizzazione alla fondazione di un
partito cattolico, ma sicuramente un invito all'impegno nella vita sociale. Ben
presto nacquero migliaia di associazioni cattoliche, società di mutuo soccorso,
istituzioni caritative, casse rurali a sostegno di mezzadri e contadini. Inoltre
i cattolici per la prima volta si impegnarono a votare quei candidati liberali
impegnati a sostenere gli ideali cattolici.
