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Umanesimo e
Rinascimento
sommario del capitolo
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I_nuovi_ideali
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I_modelli_classici
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I_temi_della_nuova_cultura
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La_stampa
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arte
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La_letteratura_del_Rinascimento
-
Il_pensiero_politico_e_la_ricerca_storica
-
La_scienza
-
Il Rinascimento in_Europa
-
La_nuova_geografia_economica
Alla
fine del Medioevo l’Italia si avvia verso una grave decadenza politica,
ma contemporaneamente è il centro di una rivoluzione intellettuale, che
apre un nuovo periodo storico.
Le grandi istituzioni
della civiltà medievale sono venute meno e si sono trasformate, nuove
forme di vita economica si sono inserite nella struttura feudale, vivaci
correnti internazionali di scambio hanno rotto l'immobilismo e la
ristrettezza dei mercati locali.
L'impero ha perduto di
fatto la sua importanza.
La Chiesa, dilaniata dal
grande scisma e oggetto della polemica dei riformisti, ha abbandonato la
pretesa di egemonia politica sul mondo cristiano, pur mantenendo,
nell'interno degli Stati, privilegi e potere. Nelle città la gerarchia
feudale è stata spezzata e si è creata una maggiore mobilità sociale di
ceti e di individui; il potere dello Stato, del monarca, ha cominciato
ad affermarsi sull'anarchia feudale.
Questi ed altri fenomeni
mettono in crisi la civiltà medievale. Per lungo tempo, però, questi
fatti nuovi, queste nuove esperienze, non modificano la concezione del
mondo, dell'uomo, dei rapporti tra l'individuo e la società, che rimane
ancora la concezione medievale.
Il mercante traffica e si
arricchisce, la borghesia tende ad affermare un concetto di dignità
sociale non più basato sulla nascita, i sovrani vogliono affermare la
propria autorità, gli scienziati tendono ad una maggiore libertà di
ricerca, ma ognuno di questi protagonisti si scontra non solo con le
vecchie istituzioni, ma anche con il modo di concepire la vita e l’uomo,
che è poi il suo stesso modo di pensare.
Non pochi mercanti,
scienziati, letterati, sono presi da scrupoli, da pentimenti, da dubbi:
molti rinnegano in punto di morte gli atteggiamenti tipici dei tempi
nuovi.
In effetti, anche nell'età
in cui si formano e si sviluppano i comuni e gli stati nazionali
l’attività umana, gli interessi terreni, sono subordinati ai fini
ultraterreni; la vita è vista in funzione del regno di Dio, la stessa
ragione è subordinata alla fede.
La tensione spirituale,
che percorre l'età medievale e la caratterizza, continua ancora oltre il
XII secolo, ma è sempre più in contrasto con le nuove forme di attività
umana che si vanno affermando praticamente.
Con l'inizio dell'età
moderna, è questa concezione generale del mondo che comincia a mutare,
sono questi ideali che cominciano a decadere. Le nuove esperienze
politiche, economiche, sociali, tecniche, finiscono col creare le
condizioni del superamento della cultura medievale.
Da esse sorge un movimento
di idee che tende a sovvertire gli ideali tradizionali: è l'inizio di
una evoluzione che giungerà alla sua piena maturità nel XVIII secolo.
In Italia nasce una sorta
di contraddizione tra la fioritura di nuove idee e opere d'arte e di
cultura, e la decadenza politica e la relativa stasi sociale.
Le corti di quei principi
e signori che abbiamo visto impegnati in lotte senza quartiere tra loro,
ospitano gli studiosi, gli scienziati, gli artisti che elaborano le
nuove idee, sono il centro di questo movimento culturale, che da qui si
irradia in Europa. L'eroe di questa fase della civiltà umana non è più
colui che si dedica alla rinunzia, che orienta il suo spirito verso
l'affermazione della fede, ma l'uomo che esercita il suo spirito
critico, che afferma pienamente le sue energie, che carpisce i segreti e
le leggi della natura. Fiducia nell'uomo, affermazione del valore
dell'individuo, culto della bellezza: sono questi alcuni aspetti del
modo di pensare e di sentire che si afferma nel Rinascimento.
Il movimento inizia con la
riscoperta e lo studio dei grandi scrittori dell'antichità classica. Già
la definizione di humanae litterae, che allora fu data a questi studi e
che diede origine al termine umanesimo, ne indica la caratteristica
centrale rispetto all'orientamento degli studi medievali, d'impronta
prevalentemente teologica. Gli antichi manoscritti vengono ripresi,
esaminati, confrontati.
Di
Umanesimo si parla dunque soprattutto per indicare un filone di studio e
di pensiero indirizzato prevalentemente alla conoscenza dei classici e a
una riflessione storica, filosofica e letteraria concentrata sui valori
dell’uomo e della sua esistenza terrena. Esso fu soprattutto un grande
movimento di idee. Umanisti furono, nel Quattrocento, gli italiani
Giovanni Pontano, Lorenzo Valla, Marsilio Ficino, Pico della Mirandola
e lo stesso pontefice Pio II
Al termine Umanesimo si affiancò
successivamente quello di Rinascimento, utilizzato dal pittore e storico
dell’arte Giorgio Vasari (1511-74) per sottolineare che fra il
Quattro e il Cinquecento era iniziata “una nuova era di rinascita e
rigenerazione dell'umanità”.
Questa riscoperta dei
classici non è soltanto un fatto di erudizione: personaggi, modi di
vita, atteggiamenti morali e politici del mondo classico, vengono
assunti e proposti come modelli da imitare.
È tipico il caso di Cola
di Rienzo, la cui ammirazione per Roma antica si intreccia strettamente
con il suo programma politico immediato. Non si tratta, però, di un
semplice ritorno all’antico. Anche se gli umanisti imitano nelle loro
opere i modelli classici e adottano la lingua latina (non quella
ecclesiastico-medievale, bensì l'autentica lingua latina classica),
nella sostanza essi tendono soltanto a trarre ispirazione dal mondo
antico per affrontare in modo nuovo i problemi della loro epoca. E il
mondo classico, studiato con metodo critico e con una raffinata tecnica
filologica, si rivela fecondo di insegnamenti e ricco di suggestioni.
Ai conservatori, infatti,
la valorizzazione della civiltà e della cultura greco-latine appare come
un mezzo per sovvertire i valori religiosi, morali, politici e sociali.
Il largo uso del latino da
parte degli umanisti dimostra che l'umanesimo fu un movimento culturale
ristretto, che non mirava ad espandersi. Ciò malgrado esso volle
determinare un rinnovamento intellettuale e morale, ben al di là della
creazione di una moda e di un gusto letterario.
« L'uscita del sapere
antico dalle carceri dei conventi nelle città autonome dell'Italia
quattrocentesca — scrive Eugenio Garin — significa una tappa importante
nel processo di laicizzazione della cultura, un momento essenziale della
sua diffusione nei ceti borghesi, un'epoca nuova nella storia della sua
efficienza pubblica ».
Tra i maggiori
protagonisti della prima fase dell'umanesimo, e particolarmente
impegnati nella ricerca dei testi classici, furono, dopo Petrarca e
Boccaccio, Coluccio Salutati, Poggio Bracciolini, Niccolò Niccoli,
Leonardo Bruni, Niccolò Cusano. Il Salutati (1331-1406), che ebbe
incarichi politici di rilievo nella repubblica fiorentina alla fine del
300, promosse la diffusione delle lettere di Cicerone e la istituzione
di una cattedra di greco, affidata ad uno studioso bizantino,
nell'Università di Firenze. Poggio Bracciolini trasse occasione dalla
partecipazione al concilio di Costanza per svolgere insieme ad un gruppo
di dotti una intensa attività di ricerca nei monasteri tedeschi,
traendone frutti sorprendenti.
Il superamento dello
scisma, la riforma della Chiesa, appaiono come problemi da collocare nel
più vasto quadro di un rinnovamento della concezione generale dell'uomo.
Leonardo Bruni non è
soltanto un ricercatore di manoscritti, ma è anche uno storico ed uno
scrittore politico immerso nel suo tempo; Niccolò Cusano, la cui
attività di ricercatore si svolge intensa nel periodo del concilio di
Basilea, è anche uno dei maggiori filosofi europei del secolo XV. Il suo
contributo al superamento degli schemi medievali di pensiero è
fondamentale.
Da queste premesse — cioè
dalla riscoperta della civiltà greco-latina intesa come una spinta al
generale ripensamento dei valori intellettuali e morali — scaturì una
meravigliosa fioritura artistica e letteraria, di pensiero scientifico e
filosofico; sorse, cioè, il Rinascimento (come lo battezzò uno storico
francese del secolo scorso, il Michelet), prosecuzione e sviluppo
dell'umanesimo, che del Rinascimento è stato il primo avvio. Ora la
cultura si libera dalla imitazione dei classici, dall'attività di
riscoperta, si impegna più decisamente nella creazione di opere
originali, nello sforzo di creare una civiltà moderna, ispirata
all'antica ma distinta da questa. La parola d'ordine non è più
l'imitazione dei classici, ma l'espressione e l'affermazione di se
stessi, del proprio mondo interiore, al di là dello studio degli autori
antichi.
3. I temi della nuova cultura
Tema fondamentale della
nuova cultura è l'affermazione della centralità dell'uomo nell'ordine
universale della creazione, di contro alla svalutazione dell'umano che
era tipica del pensiero di tutto il Medioevo. Opere come quelle di
Giannozzo Manetti (De dignitate et excellentia hominis, 1452) e di Pico
della Mirandola (Oratio de hominis dignitate, 1486) sono tra le più
significative di tutta una letteratura dedicata a questo argomento.
Pico (1463-1494) è colui
che porta avanti più rigorosamente la concezione dell'uomo « libero
artefice e costruttore di se stesso », capace di dominare la natura.
È facile comprendere la
forza di liberazione, sul piano psicologico, intellettuale e morale, che
queste posizioni dovevano avere.
Nel corso del Quattrocento l’interesse
per la cultura del mondo classico si diffuse nelle corti dei
principi e dei signori delle maggiori città italiane. Erano ambienti
diversi da quelli ecclesiastici, dove avevano grande peso anche valori
diversi da quelli della religione: valori legati alla vita, alla
ricchezza, al potere, alla ricerca del bello.
La vita terrena non fu più vista soltanto
come un momento di passaggio verso la vita eterna e le riflessioni dei
filosofi si concentrarono sul significato e sul valore dell’esistenza
dell’uomo.
Proprio perché poneva l’attenzione
sull’uomo, questa nuova tendenza della cultura fu chiamata Umanesimo.
Gli umanisti non arrivarono mai a negare
l’importanza e il significato di Dio e della religione: sostennero però
che la fede non era in contrasto con il desiderio dell’uomo di
affermarsi.
Fu questo l’inizio di una rivoluzione che
modificò profondamente la cultura italiana ed europea.
Nel campo dell'educazione
avviene un capovolgimento di metodi: all'insegnamento meccanico e per
formule di un sapere raccolto in pochi testi scolastici si sostituisce
lo stimolo alla ricerca razionale, all'esercizio dello spirito critico,
all'osservazione metodica della natura.
I modelli di « virtù » che
si presentano agli allievi non sono più gli asceti che disprezzano il
mondo, ma eroi umani, impegnati nello sviluppo di se stessi e del
proprio.
L'insegnamento si svolge
in un ambiente sereno, come in quella scuola, la «Giocosa», che
Vittorino da Feltre organizza a Mantova nel 1423, dove lo studio si
accompagna al gioco ed all'esercizio fisico ed i fanciulli poveri sono
accomunati ai ricchi.
Motivi di rinnovamento
religioso e di critica della Chiesa sono tutt'altro che estranei alla
cultura rinascimentale. Un esempio insigne, in tale campo, è quello di
Lorenzo Valla (1407-1457). Con il saggio "De falso eredita et ementita
donatione Constantini" egli dimostrò la falsità di un documento sul
quale la Chiesa aveva basato la legittimazione formale del suo potere
temporale. La sua polemica contro la chesa mondana, ipocrita e corrotta
nasceva da una religiosità profonda, sentita come fatto personale e
interiore, che era comune ai più illuminati pensatori della sua epoca e
che trovò poi la sua più alta espressione nell'opera di Erasmo da
Rotterdam.
Anche la scienza e la
teoria politica rinnegano la soggezione a premesse e fini metafisici.
Leonardo da Vinci dà un altissimo esempio di geniale spregiudicatezza
scientifica, cercando una spiegazione razionale e sperimentale dei
fenomeni naturali che cadono sotto la sua osservazione ed elaborando su
questa base progetti e macchine che aprono orizzonti prima sconosciuti
alla tecnica. E Niccolò Machiavelli, sgombrando il terreno dal moralismo
che ha sempre accompagnato la riflessione politica, si propone di
indagare nel meccanismo dello Stato senza altre preoccupazioni che non
siano quelle della vitalità e dello sviluppo dello Stato stesso.
La ragione e la volontà
sono le forze di cui l'uomo dispone per dominare gli eventi e creare i
fondamenti della convivenza civile.
Se alcuni tra i maggiori
umanisti (come Lorenzo Valla e Pico della Mirandola) subirono
persecuzioni che resero loro difficile la vita e molti non ebbero il
riconoscimento e l'aiuto che meritavano, in genere le classi dirigenti
ebbero un atteggiamento positivo nei confronti dei protagonisti del
Rinascimento. La fioritura rinascimentale fu agevolata dal favore che
scrittori, artisti e pensatori incontrarono presso le corti dei principi
italiani, i papi umanisti (soprattutto Leone X, 1513-1521, uno dei figli
di Lorenzo dei Medici) e le più ricche e potenti famiglie private.
Roma, Firenze, Milano,
Napoli e gli altri minori centri principeschi si arricchirono di
stupende opere architettoniche, di palazzi, di biblioteche, di preziose
raccolte di dipinti e di sculture; opere che, suscitando ammirazione per
la loro bellezza, erano nello stesso tempo testimonianze della nuova
concezione della vita, più libera, più umana, più razionale.
Le costruzioni di Filippo
Brunelleschi (1377-1446), di Leon Battista Alberti (1404-1472) e di
Donato Bramante (1444-1515), le pitture di Raffaello Sanzio (1483-1520),
di Leonardo da Vinci (1459-1519), le sculture e gli affreschi di
Michelangelo Buonarroti (1475-1564) non sono che gli esempi più famosi
del meraviglioso spirito creativo che soffia sull'Italia in questo
periodo.
Pur nella grande diversità
delle sue manifestazioni, l'arte rinascimentale ha un tratto comune: il
realismo. La natura non è più trasfigurata, ma studiata scientificamente
dagli artisti, per poter essere rappresentata ed imitata in sé e per sé,
per la sua intrinseca bellezza ed armonia.
Non soltanto la realtà
della natura è l'oggetto dell'artista, ma anche la realtà della società
in cui egli vive con i suoi « eroi » e protagonisti della vita politica,
culturale, mondana: da qui la diffusione della ritrattistica, gli
splendidi ritratti di condottieri, signori, dame del mondo
rinascimentale.
4. la stampa
Nel 1434 l'orafo tedesco
Giovanni Gutenberg costruì dei caratteri mobili, incidendo su pezzi di
legno le singole lettere, con le quali si potevano comporre le parole e
le pagine. Poco dopo al legno fu sostituito il metallo. Ebbe inizio così
la tipografia. Il primo libro, una Bibbia in latino, fu stampato dal
Gutenberg a Magonza, nel 1457. Ad esso seguirono, accanto ai testi
religiosi, moltissime opere di cultura profana (i libri stampati prima
del 1500 si chiamano incunaboli).

Il costo dei libri, che fino ad allora erano stati pazientemente
copiati a mano, diminuì moltissimo mentre aumentò enormemente la
quantità dei libri disponibili.
L’arte della stampa si affermò dopo il 1456, data nella quale
Gutenberg pubblicò la sua prima opera importante, la Bibbia. Ciò
non avvenne senza difficoltà tecniche, perché i caratteri mobili
che servivano per formare le lettere dovevano essere fabbricati
in una lega metallica né troppo dura né troppo morbida,
risultato del corretto dosaggio di piombo, stagno e antimonio.
L’invenzione della stampa si diffuse molto rapidamente, grazie agli
artigiani stampatori che viaggiavano da un paese all’altro con i propri
materiali. Il primo libro stampato a Parigi è del 1471, a Lione del
1473, a Venezia del 1470, a Napoli del 1471. Nell’arco di pochi anni
sorsero poi delle officine stabili. Nel 1480 più di 100 città europee
avevano le loro stamperie e nel 1500 ben 236.Si è calcolato che gli
incunaboli (libri stampati prima del 1500) ebbero una tiratura globale
di 20 milioni di copie; questa cifra è ancora più impressionante se si
pensa che l’Europa a quell’epoca contava forse 70 milioni di abitanti,
la grandissima maggioranza dei quali era analfabeta.
In Italia, l'arte
tipografica ebbe un illustre rappresentante, Aldo Manuzio (m. nel 1515)
che svolse intensamente la sua attività a Venezia, rendendosi famoso
anche per l'eleganza dei caratteri usati e per il finissimo gusto delle
sue edizioni (edizioni aldine). Il Manuzio fu uno dei primi a stampare
le opere dei classici greci.
Già nel
Trecento figure di altissimo rilievo, come Giotto (1266-1337), Paolo
Uccello (1397-1475), Simone Martini (1284-1344), avevano dato importanti
contributi all’arte italiana. Nei due secoli successivi vi fu nel nostro
paese un’impressionante fioritura di pittori, scultori, architetti e
artisti di ogni genere, che disseminarono l’Europa dei loro capolavori.Per
quanto riguarda l’architettura, furono dapprima rinnovate le città
italiane e in un secondo tempo quelle europee, in molti casi costruite
ancora in legno. Brunelleschi (1377-1446), Bramante (1444-1514), Leon
Battista Alberti, Francesco di Giorgio Martini (1439-1502) e
Michelangelo costruirono splendide chiese, grandi basiliche ornate da
cupole gigantesche, palazzi e fortezze.
Furono addirittura migliaia i pittori
di scuola veneziana, fiorentina, romana e napoletana che lavorarono per
i signori, i principi, le grandi famiglie italiane e le principali corti
europee. Tiziano (1490-1576) fu il pittore dell’imperatore Carlo V e del
re Filippo II di Spagna; Leonardo lavorò per Francesco I di Francia;
Raffaello (1483-1520), fu attivo a Roma per i papi.La splendida
fioritura artistica italiana si prolungò fino a tutto il Seicento.
Pittori, scultori, architetti, scenografi, musicisti, ma anche artigiani
e tecnici italiani invasero letteralmente l’Europa, dando un contributo
straordinario alla formazione di un’arte e di una cultura comune a tutti
i maggiori Paesi europei.
L’opera
letteraria italiana che divenne il simbolo del Rinascimento in tutta
Europa fu l’Orlando Furioso, poema scritto da Ludovico Ariosto
(1474-1533). Ne vennero stampate innumerevoli edizioni in pochi anni.
Persino coloro che non sapevano leggere, si tramandavano brani
dell’Orlando a memoria.Tramite
questo poema dell’amore, dell’avventura e della fantasia l’Ariosto
diffuse in modo del tutto nuovo un tema che aveva avuto grande fortuna
nel Medioevo: quello delle imprese dei cavalieri e dei paladini di Carlo
Magno.Altro
grande autore del Cinquecento fu Torquato Tasso (1544-95), che scrisse
in versi la Gerusalemme Liberata, un poema dedicato alla prima
crociata.
Il
Rinascimento italiano fu uno straordinario momento di sviluppo delle
arti. Ma non solo. Anche la filosofia, la letteratura, il pensiero
politico, la ricerca storica attraversarono innovazioni di grande
rilievo.Il fiorentino
Niccolò Machiavelli (1469-1527), è considerato l’iniziatore del
pensiero politico moderno. Egli studiò la politica come arte del
governare, liberandola dai rapporti con la religione o la morale.
Lasciò un’opera, Il principe, considerata ancora oggi un grande
classico della scienza politica.Lo
stesso Machiavelli fu anche uno storico di rilievo, come anche Francesco
Guicciardini (1483-1540), che scrisse la Storia d’Italia.Storici,
pensatori, letterati trovarono un largo spazio nelle corti di signori,
principi e sovrani. Lavorarono come educatori, segretari, diplomatici,
consiglieri politici, spesso anche all’estero (in Francia, Spagna o
Germania). Talvolta questo rapporto di dipendenza li costrinse a subire
delle umiliazioni, ma spesso permise loro di creare opere di livello
altissimo.
8 la scienza
L’interesse
per l’uomo e per la natura determinò anche una vivace ripresa
dell’indagine scientifica.Nel
Medioevo la scienza si era affidata non tanto all’osservazione diretta
dei fatti quanto alla lettura di testi autorevoli: nella Bibbia o
nell’opera del filosofo greco Aristotele (384-322 a.C.) si
rintracciavano le spiegazioni dei fenomeni naturali.In
accordo con la più alta opinione che l’uomo del Rinascimento ebbe di se
stesso, la scienza si liberò dal timore del confronto col passato e si
affidò alle proprie ricerche e alle proprie libere valutazioni. Si
cominciò a discutere l’uso che sino ad allora si era fatto della Bibbia,
un testo religioso, come fonte di precise conoscenze scientifiche.Di
grande rilievo furono gli sviluppi delle scienze naturali: biologia,
zoologia, botanica. Lo studio del corpo umano fece grandi progressi
soprattutto grazie al belga Andrea Vesalio (1514-64). Altrettanto
importanti furono i passi avanti fatti nel campo dell’astronomia,
soprattutto per opera del polacco Niccolò Copernico (1473-1543).
Osservando il moto dei pianeti, egli dimostrò che è la Terra a girare
intorno al Sole e non, come si credeva, viceversa.L’enciclopedismo, cioè
la capacità di approfondire molte discipline, non caratterizzò solo gli
artisti e i filosofi, ma anche gli scienziati. Oltre al caso già citato
di Leonardo, artista e scienziato insieme, ricordiamo quello di Girolamo
Cardano (1501-76), medico, scienziato, matematico, ideatore di
dispositivi meccanici ancora oggi in uso.
9 Il
Rinascimento in Europa
Il primo trentennio del secolo XVI vede il trionfo
della civiltà del Rinascimento anche nei paesi transalpini. In Germania,
in Francia, in Inghilterra, in Spagna, nei Paesi Bassi si incomincia ad
abbandonare lo stile gotico per il nuovo stile modellato sui classici
che viene dall'Italia; si chiamano a lavorare pittori e
scultori ed architetti italiani, come Francesco I fa con Leonardo da
Vinci e con il geniale orafo fiorentino Benvenuto Cellini; nelle
corti si assumono i modi di vita idealizzati nel Cortegiano da
Baldassarre Castiglione.
Il moto umanistico di riscoperta e studio dei
classici romani e greci, di critica alla cultura
medievale assunse, nei paesi transalpini, un carattere più
accentuatamente polemico.
Gli umanisti transalpini svilupparono arditamente i
fermenti critici e le aspirazioni di riforma religiosa già delineatisi
nell'umanesimo italiano del Quattrocento. Essi adottarono il metodo
filologico per penetrare il
significato dei testi del Vecchio e Nuovo Testamento o per studiare i
padri della Chiesa ed ereditarono le aspirazioni dei neo-platonici
fiorentini, come Marsilio Ficino e Pico della Mirandola ad uno
spiritualismo filosofico.
Ovviamente, questo umanesimo
evangelico entrò in polemica contro gli epigoni della cultura
medioevale, ancora assai forte oltralpe, a cominciare dai frati,
difensori della scolastica. Dalla Francia alla Germania e dalla Svizzera
all'Inghilterra, si accese così una battaglia fra l'eredità del
Medioevo, e l'aspirazione umanistica ad un rinnovato cristianesimo,
fondato sui testi della Scrittura e dei Padri, più ricco di interiorità
ed umanità ed al tempo stesso più aperto al progresso delle intelligenze
e della cultura.
Tra i più famosi umanisti ricordiamo, il tedesco
GIOVANNI REUCHLIN (1455-1522), notissimo per i suoi studi di greco e di
ebraico e per le aspre polemiche sostenute con frati e preti; il
francese GIOVANNI LEFÉVRE D'ESTAPLE (1450-1536), seguace del pensiero
del Ficino e dei neoplatonici fiorentini, traduttore dei Vangeli in
francese, grande studioso dei padri della Chiesa dei primi secoli; gli
inglesi GIOVANNI COLET (1466-1519) e TOMMASO MORO (1478-1535), l'autore
della famosa Utopia, raffigurazione di un ideale stato perfetto di
sapore neoplatonico; lo spagnolo LUDOVICO VIVES (1492-1560),
teorico dell'umanesimo evangelico nel campo dell'educazione.
Il più famoso è Erasmo di Rotterdam
(1466-1536). Erasmo fu uno spirito profondamente europeo, che sentì una
sorta di ideale comunione con tutti gli uomini dotti sinceramente
religiosi e con tutti gli spiriti illuminati e nobili del suo tempo.
Viaggiatore e lavoratore infaticabile, percorse
l'Italia, la Francia, risiedette in Inghilterra, dove insieme con
gli amici Colet e Moro, fu tra i promotori di un rinnovamento culturale,
letterario e religioso, che ebbe il proprio centro nella università di
Oxford; passò qualche anno in Svizzera, a Basilea, già famosa per i
progressi dell'arte tipografica, e si ritirò poi a morire in
Germania a Friburgo di Brisgau.
Dovunque passò, ammirato ed applaudito, prodigò la
sua dottrina di filologo, il suo sottile umorismo, la sua aristocratica
serenità spirituale. La sua edizione critica del testo greco del Nuovo
Testamento, ebbe il valore di una pietra miliare nell'evoluzione
spirituale europea. Nel suo Manuale del cavaliere cristiano egli
espresse l'ideale di un cristianesimo liberato da ogni superstizione e
grossolanità, di una sorta di evangelismo umanistico, in cui
l'interiorità cristiana si sposasse alla serena nobiltà morale dei
classici. Nel suo Elogio della Follia, infine, cosparse di sottile
canzonatura la vecchia teologia scolastica, i frati ignoranti,
superstiziosi, intolleranti, la corruzione della Curia romana.
Erasmo non intendeva provocare una rivoluzione, ma le
opere di Erasmo, lette avidamente da migliaia di lettori da un capo
all'altro dell'Europa, accolte come autorità indiscussa da una
generazione intera di discepoli e di ammiratori devoti, finirono per
diventare simboli della battaglia fra l'umanesimo e la scolastica.
Non si trattava di una battaglia puramente culturale:
ogni aspirazione di riforma religiosa diventava aspirazione alla riforma
della società stessa, data la potenza e la ricchezza
dell'apparato ecclesiastico. Chiesa e Stato, religione e società erano
talmente connessi che non si poteva riformare l'uno senza toccare
l'altro e viceversa. Non a caso, l'Utopia del Moro sorgeva da
un'accorata protesta contro i mali sociali dell'Inghilterra del tempo e
disegnava il profilo di una società di stampo comunistico.
Come vedremo, anzi, proprio dalla critica umanistica
della società dovevano trarre alimento i grandi incendi rivoluzionari,
religiosi e sociali insieme, che agitarono l'Europa nel secolo XVI.
10
la nuova geografia economica e politica
Nello
stesso tempo in cui l'Europa comincia a vantare una propria
cultura, degna di porsi accanto all'Umanesimo italiano
comincia ad essere contestata anche l'indiscussa supremazia economica,
che Firenze e Venezia, Milano e Genova, detenevano da secoli.
Accanto all'industria tessile, specialmente della seta, il segreto
della ricchezza degli italiani consisteva nel monopolio, da essi
esercitato tradizionalmente nel traffico delle spezie e in quello del
denaro liquido. I Veneziani caricavano le spezie nei porti del Levante e
le rivendevano a compratori venuti da ogni parte d'Europa e
specialmente a mercanti tedeschi di Augusta, di Norimberga, che le
smerciavano nei paesi settentrionali.
I banchieri di Firenze, Genova e Milano eccellevano da secoli nel
traffico di denaro liquido. Se vogliamo, renderci conto delle ragioni
della prosperità dell'Italia del Rinascimento, dobbiamo
sempre ricordare come minima fosse ancora in tutt'Europa la
circolazione del denaro. Non solo si ignorava quel prezioso mezzo di
scambio che è la carta moneta, ma si disponeva di una massa di oro e di
argento addirittura irrisoria, in confronto a quella che doveva uscire
nei secoli successivi dalle viscere del suolo dei continenti
extraeuropei.
Mentre le grandi monarchie assolute abbisognavano di imponenti somme
di denaro per le proprie necessità politiche e militari, l'Europa non
disponeva di denaro liquido altrimenti che prendendolo in prestito, a
tassi esorbitanti, dai finanzieri italiani, soli o quasi nel loro tempo
a poterne procurare con facilità.
Nel secolo XVI, però, questo monopolio bancario
italiano cominciava ad essere infirmato dalle fortune crescenti
dei mercanti della Germania, come la celebre casa dei Fugger
di Augusta, arricchitisi rivendendo le spezie dei Veneziani. Tra
questi mercanti tedeschi, a cominciare dai Fugger , e la dinastia di
Asburgo, si erano stabiliti, nel Quattrocento, rapporti di affari,
destinati ad avere ripercussioni di importanza eccezionale nella storia
europea.
Gli Asburgo, bisognosi di denaro per sviluppare
quella ambiziosa politica dinastica, di cui altrove abbiamo parlato,
trovavano nei mercanti di Augusta i propri finanziatori abituali. In
compenso questi ultimi si facevano cedere dagli Asburgo il diritto di
sfruttare le risorse minerarie degli stati austriaci, ove riuscivano a
sviluppare in grandi proporzioni l'estrazione
dell'argento, grazie all'adozione di nuovi ritrovati tecnici, come
quello delle pompe per liberare dalle acque le gallerie sotterranee.
Già cospicua di suo, l'importanza di questo argento
austriaco controllato dai mercanti tedeschi doveva accrescersi,
parallelamente a quella dei rapporti di affari tra gli Asburgo e la
finanza germanica di Augusta, con la scoperta portoghese della Via delle
Indie.
Negli anni stessi in cui le grandi monarchie europee cominciavano a
lottare per il dominio sull'Italia, ed in cui Erasmo
cominciava ad affidare i suoi scritti alla nuovissima arte della stampa,
i conquistatori portoghesi si spandevano nei mari delle Indie, spazzando
via i mercanti arabi, che fino ad allora erano stati gli intermediari
consueti delle spezie tra i paesi dell'Oriente ed i porti dell'Egitto e
della Siria.
Già nel 1504, i veneziani recatisi a caricare le spezie nel Levante
erano costretti a tornare a mani vuote, per il monopolio che i
portoghesi avevano imposto ai paesi produttori di queste preziose merci.
Ma questi avventurieri del Portogallo, capaci di sterminare coi loro
cannoni i mercanti arabi e di terrorizzare i piccoli principati asiatici
dei paesi delle spezie, non disponevano né dell'attrezzatura tecnica, né
dell'abilità commerciale, necessarie per vendere le merci dell'Oriente
nel resto d'Europa. Sino dal principio perciò, per lo smercio
delle spezie, i portoghesi avevano dovuto fare capo ad uno dei massimi
centri commerciali dell'Occidente, cioè alle Fiandre.
Le Fiandre, a loro volta, giusto in questi anni, erano passate sotto
lo scettro di Massimiliano d'Asburgo, grazie al matrimonio di quest'ultimo
con Maria di Borgogna, erede di Carlo il Temerario. Era quanto mai
naturale, pertanto, che anche i mercanti della Germania, tradizionali
finanziatori degli Asburgo, si dirigessero immediatamente verso le
Fiandre, aprendovi succursali delle loro banche e dei loro empori ed
unendosi ai commercianti locali nello sfruttamento delle spezie
trasportate dai Portoghesi.
Ai primi del sec. XVI, oscurando ormai gli altri centri tradizionali
delle Fiandre, come Bruges o Malines, il porto di Anversa si
trasformava nel massimo mercato internazionale delle spezie e al tempo
stesso in uno dei massimi centri della speculazione finanziaria. Così
nel campo dell'attività bancaria, come in quello del traffico
delle spezie, dunque, gli italiani cominciavano ad essere battuti dalla
concorrenza straniera.
Tutto un nuovo sistema di scambi cominciava a
delinearsi. Per un verso, l'incessante flusso di metallo prezioso
che passava attraverso Augusta e le altre città mercantili tedesche
determinava una crescita implacabile dei prezzi. Il rincaro della vita
aggravava le condizioni degli strati più umili della popolazione tedesca
stessa e scatenava la crisi nelle campagne, ove piccoli feudatari e
contadini si trovavano in difficoltà crescenti.
Per un altro verso, la grande finanza augustana e fiamminga allargava
sempre più i propri tentacoli, mentre rafforzava i propri vincoli con
gli Asburgo. Per comperare spezie in Asia, i portoghesi avevano bisogno
di argento con cui pagarle, e quindi dovevano stringersi ai grandi
dominatori del mercato dell'argento, cioè ai banchieri
tedeschi di Augusta e di Anversa. Per recarsi nei mari dell'Estremo
Oriente, avevano bisogno di navi, cioè di legname, di pece, di canapa
per vele e cordami, di cui il loro paese difettava quasi completamente.
Di colpo, l'importanza della massima riserva di queste
materie prime, il bacino del Mar Baltico, con le si ingigantiva. Sorgeva
all'orizzonte politico dell'Europa un nuovo problema, destinato ad
occuparlo fino a tutto il sec. XVIII, cioè il controllo del
Baltico e delle sue rive. Una furibonda lotta si scatenava da parte dei
mercanti insediati ad Anversa per rompere quel monopolio del Baltico,
che l'Hansa tedesca aveva detenuto per secoli.
Navi e denaro del grande commercio fiammingo-tedesco appoggiavano il
re di Danimarca, Cristiano II (1512-23), contro l'Hansa, fino
alla disfatta di quest'ultima ed all'imposizione di una sorta di
egemonia danese sul Baltico, mediante il controllo dello stretto del
Sund, cioè della porta stessa di questo mare diventato ormai tanto
prezioso. Col denaro ricavato dal Danegeld, cioè dal pedaggio che gli
pagavano le navi in transito attraverso il Sund, Cristiano II poteva
arruolare soldati mercenari tedeschi, trasformando in senso
assolutistico le antiquate strutture feudali del suo stato e domare
sanguinosamente la Svezia ribelle.
Parallelamente all'avanzata del grande capitale
finanziario di Augusta e di Anversa, procedeva l'avanzata dei suoi
alleati politici, gli Asburgo, mediante la consueta loro abilità
diplomatica e la loro consueta tattica matrimoniale. Già Massimiliano
d'Asburgo, come si è visto, aveva concluso il matrimonio di suo figlio
Filippo il Bello con la principessa Giovanna la Pazza, figlia di
Ferdinando d'Aragona e di Isabella di Castiglia.
Morto Filippo il Bello, suo figlio Carlo d'Asburgo,
il futuro Carlo V, era stato insediato al governo delle Fiandre (1506):
una sua sorella, adesso veniva congiunta in matrimonio con Cristiano II
di Danimarca, suggellando così sul terreno dinastico quella spinta verso
il Baltico, che già aveva realizzato per conto suo il capitalismo
tedesco-fiammingo.
Ma eventi ancora più importanti si profilavano
all'orizzonte. Nel 1516, la morte di Ferdinando il Cattolico lasciava a
Carlo d'Asburgo l'eredità delle corone di Castiglia e di Aragona, coi
loro domini italiani di Napoli, Sicilia e Sardegna e con le
nuove terre d'America, che si aprivano alla conquista spagnola.
Una turba di cortigiani e di speculatori fiamminghi
seguiva immediatamente il giovane Asburgo nella Spagna, che veniva così
a cadere nelle maglie del giuoco politico e finanziario facente capo ad
Anversa ed Augusta. Sin dall'inizio il nuovo sovrano spagnolo si trovava
nella necessità di ricorrere ai prestiti dei Fugger e dei loro consorti,
ipotecando le rendite dei suoi domini.
In quanto erede di Carlo il Temerario e dei rancori
inveterati dei duchi di Borgogna contro la monarchia di Francia, Carlo
d'Asburgo veniva così a spostare l'asse della politica spagnola: la
Spagna si trovava inchiodata in permanenza ad una politica
anti-francese, la quale aveva il proprio centro più nelle Fiandre che
nella penisola iberica, subordinando a quest'ultima ogni suo più vitale
interesse.
Fonti
Giorgio Spini: Disegno storico della civiltà - ed- Cremonese - Roma
Vittoria Calvani: Quadri di civiltà 2 - Arnoldo Mondadori
Rosario Villari: Storia Moderna - Laterza
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