riforma protestante
                    

 scrivi un commento

storia antica medioevo storia contemporanea novecento biografie monografie scacchi e scuola

Home
definizione di età moderna
monarchie nazionali
stati regionali italiani
umanesimo e rinascimento
scoperte geografiche
Nuovo  Mondo
Italia 400
decadenza italiana
riforma protestante
calvino
Controriforma
America precolombiana
dominazione spagnola
1530 - 1559
guerre fine 500
600 in Europa
guerra 30 anni
Italia guerra 30 anni
cultura 700
rivoluzione industriale
Illuminismo
napoleone
movimento operaio
risorgimento italiano
1948
italia unita
Europa di fine 800
nuove potenze mondiali
imperialismo fine 800
la grande depressione
europa guglielmina

 

 

LA RIFORMA PROTESTANTE

Nel corso del Medioevo la Chiesa diede spesso grande importanza non solo alla sua missione spirituale, ma anche al potere, alle ricchezze, alla politica.

A causa del crescente bisogno di denaro per il mantenimento della corte e l’abbellimento di Roma, alcuni pontefici incoraggiarono la vendita delle indulgenze. Organizzata da banchieri e affidata a spregiudicati banditori, essa divenne via via più scandalosa. In particolare sollevò forti proteste quella che ebbe luogo per finanziare la costruzione della nuova basilica di San Pietro nel 1517.

Contro lo scandalo delle indulgenze levò la sua protesta il tedesco Martin Lutero. Egli scrisse 95 tesi contro la Chiesa di Roma. Inoltre tradusse in tedesco e fece stampare la Bibbia, per renderla comprensibile a tutti 1534.

Lutero negava la possibilità di salvezza dell’anima ottenuta in cambio di denaro (indulgenza) e sosteneva la predestinazione, negando perciò il libero arbitrio. Inoltre Lutero sosteneva la libera interpretazione dei testi sacri e quindi l’inutilità della Chiesa come organizzazione.

Le idee di Lutero ebbero uno straordinario successo. La Bibbia in tedesco si diffuse fra il popolo. Svariati principi tedeschi lo appoggiarono, sia contro le pretese della Chiesa cattolica in materia di tasse sia contro l’autorità dell’imperatore cattolico Carlo V. Ne seguì una lunga guerra contro l’imperatore. Nel 1555 la pace di Augusta riconobbe solo per i sovrani il principio della libertà di religione: i popoli dovevano adeguarsi alla scelta religiosa del proprio re. Alcuni stati della Germania abbracciarono la religione protestante, altri rimasero cattolici.

In alcuni paesi ebbe successo la riforma di Calvino (1536), basata sulla dottrina della predestinazione e su un forte rigore morale. I calvinisti furono chiamati ugo­notti in Francia e puritani nel mondo anglosassone.

·In Inghilterra il re Enrico VIII si staccò dalla Chiesa cattolica per motivi politici. Desiderava infatti ottenere il divorzio dalla moglie, la spagnola Caterina d’Aragona, ma il pontefice, che non voleva inimicarsi la Spagna, non lo concesse. Il sovrano inglese la considerò un’offesa contro la sua autorità. Nel 1534 fece perciò approvare l’Atto di supremazia, con il quale decretava la separazione dalla Chiesa di Roma e la nascita della Chiesa anglicana, di cui il re era il capo.

 

Sommario

1. Il problema della riforma della Chiesa.
2. Martino Lutero.
3. La questione delle indulgenze.
4. La condanna di Martino Lutero.
5. La Riforma luterana.
6. Cavalieri e contadini.
— 7. Ulrico Zwingli.
— 8. La diffusione della Riforma luterana.
— 9. Scisma d' Inghilterra.
— 10. La Riforma in Italia.
— 11. La Riforma Cattolica.
_ 12.
Documenti

 

1. - Il problema della riforma della Chiesa.

Già prima della ribellione di Lutero il problema della riforma della Chiesa era considerato molto importante da molti cristiani. Forti si erano state le richieste di un risanamento morale.

Per molti si trattava di una riforma morale, per altri invece, la riforma doveva sconvolgere le strutture fondamentali della Chiesa stessa.

Dopo i concili di Costanza e Basilea molti erano favorevoli a considerare l'autorità dell'assemblea dei vescovi superiore a quella del papa. In Francia si era inclini alla strutturazione di una chiesa nazionale diretta dai vescovi e controllata dal re.

Principi analoghi erano diffusi anche fuori dalla Francia, e diverse erano le voci che consideravano il papa un usurpatore delle prerogative vescovili e un oppressore dell'autonomia delle chiese locali.

Ancora più estreme erano le posizioni di Giovanni Wycleff (1330-1384) e Giovanni Huss (1369-1415). Essi sostenevano che l'autorità in materia di fede consisteva nella Scrittura, invece che nel magistero papale, che la redenzione dell'uomo avveniva per fede nell'interno della coscienza di ciascuno, indipendentemente dalla minuziosa osservanza di pratiche esteriori, ed auspicavano un ritorno alla semplicità apostolica.

Dalla metà del sec. XV, tuttavia, le correnti conciliaristiche (coloro che consideravano il Concilio superiore al papa) ed i seguaci del Wycleff e dello Huss sembravano avere perduto qualsiasi importanza.

Gli hussiti sopravvivevano ancora in Boemia, il tentativo compiuto da Luigi XII di radunare un concilio antipapale (1511) era caduto miserevolmente tra l'indifferenza generale.

A far scattare la Riforma non sarebbero stati, perciò, questi movimenti di base, ma altre circostanze di carattere spirituale e materiale nei primi del cinquecento.

In primo luogo il vasto rinnovamento spirituale mosso da Erasmo e da altri umanisti. Esso aveva esercitato profonda influenza nella coscienza religiosa degli ambienti più colti di Europa, diffondendovi un desiderio di rinnovamento spirituale, ma anche un certo fastidio nei confronti della vecchia scolastica e l'avversione per l'ignoranza e i vizi del clero. Forte era anche in quegli ambienti l'interesse per lo studio del Nuovo e del Vecchio Testamento e la tendenza a portare in quest'ultimo il metodo critico introdotto da Lorenzo Valla e da altri umanisti italiani.

In secondo luogo il malcontento per la politica papale. Roma del Rinascimento era più la capitale di sovrani temporali, amanti del mecenatismo e pronti a combattere i propri avversari con tutte le armi disponibili, che non un faro di fede e di spiritualità. I papi rinascimentali avevano dato spettacolo di nepotismo e di mondanità.

Inoltre occorre ricordare che la Chiesa era un fenomeno molto importante anche sul piano economico. In ogni nazione il clero possedeva grandi ricchezze che facevano gola ai principi e ai potenti. Le spese di Roma per il fasto, le guerre e la costruzione di splendidi monumenti succhiavano somme enormi da tutta la cristianità.

Da tempo era in atto una guerra tra le monarchie europee ed il Papato attorno al diritto di proprietà e di sfruttamento delle rendite ecclesiastiche.

Nei paesi come la Germania, dove l'autorità dello stato era meno solida che in Francia o in Inghilterra, le esazioni di denaro da parte di Roma aumentavano insieme con l'indignazione delle popolazioni, per le ingenti ricchezze che andavano ad alimentare il fasto di una corte che sembrava aver perso il diritto di considerarsi una guida morale e spirituale per la cristianità.

Ma anche negli stati in cui la monarchia manteneva in pugno il controllo delle rendite della Chiesa la ricchezza del clero e la estensione dei suoi possessi territoriali creavano gelosie e malumori. Dati i legami esistenti fra l'alto clero e le classi più elevate della società, ogni aspirazione riformatrice acquistava carattere politico ed economico.

 

2. Martin Lutero.

Nato ad Eisleben nella Sassonia, da genitori di modesta origine, fattosi monaco agostiniano e quindi salito alla cattedra di teologia dell'università di Wuttenberg, Martino Lutero aveva poco sentito l'influsso dell'umanesimo di Erasmo, verso cui nutriva antipatia, né aveva il temperamento del predicatore politico.

Monaco austero e disciplinato era stato a lungo travagliato da un profondo dramma religioso.

Pur seguendo le regole del suo ordine, il pensiero dell'indegnità dell'uomo, di fronte a Dio, lo atterriva, e gli sembrava impossibile sottrarsi all'eterna dannazione. A questa crisi non trovava soluzione nella teologia scolastica tradizionale. Cercò dunque una risposta al problema nella meditazione degli scritti di Paolo e di Agostino.

Da questi trasse la convinzione che la salvezza è il frutto non delle opere dell'uomo, ma esclusivamente della grazia di Dio, ricevuta con la fede, di cui le opere sono la conseguenza esteriore.

La dottrina di Martino Lutero si distaccava da quella del magistero papale.

Per Lutero la salvezza è frutto di una rigenerazione totale della personalità del credente, ricevuta per fede dalla Grazia divina, per la Chiesa cattolica l'uomo deve collaborare all'opera della salvazione con le proprie opere, che lo rendono degno del sacrificio di Cristo. Le buone opere che l'uomo compie hanno per la Chiesa tanta importanza che non valgono soltanto alla sua salvezza finale, ma anche alla remissione delle pene che l'anima dovrebbe subire nel Purgatorio. Le buone opere, anzi, possono essere compiute anche per la liberazione delle anime del Purgatorio. La Chiesa, infatti, disponendo del tesoro infinito dei meriti di Cristo e dei Santi, può concedere l'indulgenza delle pene del Purgatorio, proprie e altrui, a tutti coloro che le scontino con atti di pentimento, penitenze, pellegrinaggi, cerimonie religiose, offerte in denaro ed in beni alla Chiesa ecc.

Egli insegnava già da qualche tempo nei suoi corsi universitari la teoria della giustificazione per fede quando fu sottratto alla sua cattedra e imposto all'attenzione del mondo dalla questione delle indulgenze.

3.Le indulgenze.

La vendita di indulgenze per la liberazione delle anime del Purgatorio, da parte della Chiesa, era divenuta pratica costante ed aveva provocato anch'essa un generale abbassamento di livello spirituale. Essa aveva assunto il carattere di una vera e propria transazione finanziaria, un comodo espediente per fare denaro.

Predicatori grossolani convincevano le folle che il pagamento di una somma fosse sufficiente all'indulgenza, le banche lucravano forti guadagni prendendo in appalto la vendita delle indulgenze.

Gli stessi principi esigevano una percentuale sulle vendite delle indulgenze per dare l'autorizzazione.

Una concessione di indulgenze fu annunziata nel 1514 da Leone X. In Germania l' intromissione della banca Fugger e la rozzezza del predicatore GIOVANNI TETZEL, cui venne commesso l'incarico di bandirla, finirono per ridurla ad uno spettacolo tutt'altro che edificante.

Martin Lutero volle protestare contro il Tetzel e la vendita delle indulgenze. Per fare ciò, affisse alla porta della cattedrale di Wittenberg, il giorno della vigilia di Ognissanti del 1517, 95 tesi teologiche sull'argomento, offrendosi di disputarle contro chiunque. Da tale gesto si suole datare l'inizio della Riforma.

4. - Condanna di Martin Lutero.

Il contenuto delle tesi, in cui si denunciava la forma irriverente con cui le indulgenze erano concesse e si metteva in dubbio il potere del papa a concederle, commosse vivamente il popolo tedesco. L'ostilità contro lo sfruttamento della Germania a vantaggio della santa sede romana, provocò attorno al gesto di Lutero una vasta popolarità.

Le dispute con i sostenitori delle indulgenze spingevano Lutero a precisare in senso sempre più radicale il suo pensiero. Un fiume di scritti usciva dalla sua penna, abbandonando il solenne latino dei dotti, e rivolgendosi al popolo della Germania nel linguaggio tedesco volgare.

Tre scritti del 1520 fissavano i tratti fondamentali della Riforma: il trattato Della libertà del cristiano, in cui Lutero precisava la teoria della giustificazione per fede; il De captivitate babilonica Ecclesiae, in cui veniva ribadito il concetto che solo la Scrittura poteva essere norma di fede; l'Appello alla nobiltà ed ai magistrati della nazione germanica, in cui si esprimeva il concetto del sacerdozio universale dei credenti, di intervenire nella questione religiosa contro il papa ed i suoi sostenitori.

Si vide allora l'importanza della recente invenzione della stampa. Gli scritti del Lutero correvano tutta la Germania a migliaia di copie, destando dovunque polemiche ed acclamazioni. Dal mondo dei teologi, la discussione traboccava nelle vie e nelle piazze.

Martin Lutero raccoglieva i consensi di ogni strato sociale, dai dotti ai turbolenti cavalieri, avidi dei beni del clero ed infiammati dalle invettive anticlericali dell'umanista soldato ULRICO VON HUTTEN; dagli artisti, come ALBERTO DÙRER, ai principi e alle masse popolari.

Da principio Leone X non dette importanza a quella che gli sembrava una bega di frati tedeschi. Successivamente, il 15 giugno 1520, lanciò una bolla di scomunica contro Lutero. Quando la bolla giunse a Wittenberg Martin Lutero la bruciò sulla pubblica piazza.

La conseguenza di un gesto simile avrebbe dovuto essere una condanna al rogo, ma l'elettore FEDERICO DI SASSONIA esitò a perseguitare il riformatore.

La vertenza venne rimessa alla Dieta di Worms, tenuta nel seguente 1521 alla presenza del neoeletto imperatore Carlo V. Davanti alla Dieta, iLutero riaffermò i suoi principi e rifiutò di ritrattare i propri scritti. L'imperatore rispose mettendolo al bando dell'Impero. Ma nel ritorno da Worms, un gruppo di cavalieri mascherati, per ordine dell'elettore Federico di Sassonia, rapì il riformatore per sottrarlo all'arresto da parte dell'imperatore e lo condusse nel castello della Wartburg, dove egli restò per circa un anno, fino a che il pericolo non fu scomparso. Durante il suo soggiorno nella Wartburg Lutero redasse la sua traduzione della Bibbia in volgare, che ebbe nella storia letteraria del popolo tedesco importanza analoga a quella della Divina Commedia nel volgare italiano.

5. - La Riforma

Dal 1521 al 1529 Carlo V fu impegnato in guerre con Francesco I di Francia, che gli impedì di dare esecuzione al bando di Worms. Lutero, invece, dovette uscire dalla Wartburg, per affrontare la situazione creatasi a Wuttenberg ad opera di agitatori, come ANDREA CARLOSTADIO e TOMMASO MÙNTZER.

A Lutero i problemi organizzativi sembravano poco rilevanti rispetto a quello della salvezza delle anime. Egli desiderava più la riforma delle coscienze, che non quella delle strutture della Chiesa. Ma ormai il Carlostadio ed il Muntzer scagliavano le folle contro i preti ed i conventi.

Anche Lutero, dunque, per evitare tumulti, dovette proporre riforme del culto e degli ordinamenti ecclesiastici.

Il latino era sostituito dalla lingua volgare, compresa da tutti i fedeli. Nella messa, una parte preminente sarebbe stata occupata dalla lettura della Bibbia, da un sermone esplicativo, da un canto di fedeli scritto in volgare. Lo stesso Lutero ne compose alcuni. Accettando esclusivamente ciò che aveva fondamento nella Scrittura ridusse i sacramenti a due: il Battesimo e l'Eucaristia.

Partendo dal sacerdozio universale dei credenti negava ogni differenza tra laici e clero, il celibato ecclesiastico veniva abolito insieme ai privilegi per clero e conventi. Lo stesso Lutero, qualche anno più tardi, si sposò con una ex monaca.

E i rapporti con lo stato?

Partendo dalla convinzione che la sola cosa importante fosse la salute delle anime, Lutero considerava lo Stato null'altro che un freno agli istinti malvagi dell'uomo, voluto dalla Provvidenza, ma limitato solo all'ambito delle cose esteriori. In quell'ambito, il cristiano doveva ubbidire allo Stato e sopportarlo con pazienza, qualora fosse malvagio e persecutore. La vita spirituale restava fuori dalla sfera di attribuzioni dello Stato. Lutero riteneva che i principi e i magistrati fossero responsabili davanti a Dio dell'autorità ricevuta.

Se cristiani i governanti dovevano occuparsi non solo del buon andamento della società civile, ma altresì di assicurare quella spirituale dei sudditi, sostituendosi agli ecclesiastici, in caso di carenza di questi ultimi.

Da un lato, dunque, il Riformatore tracciava una separazione fra potere civile e sfera religiosa; dall'altra, invece, sembrava invitare le autorità a riprendere quelle funzioni nel campo ecclesiastico, che gli imperatori del Medioevo avevano esercitato.

Dei due poli dialettici del pensiero luterano, il secondo finì per prevalere di fatto, per l'ovvio motivo che principi ed autorità si impadronivano dei beni ecclesiastici.

La Riforma luterana fu dunque promossa dalle autorità, a cominciare dall'ELETTTORE di SASSONIA, il cui esempio fu seguito da altri principi territoriali, come il LANDGRAVIO DI ASSIA, nonché dalla maggior parte delle città mercantili, come NORIMBERGA, AUGUSTA, ULMA ecc.

6. - Cavalieri e contadini.

contadini contro nobiliLa Riforma scatenò la rivolta fra i contadini e la piccola nobiltà. Lutero non intendeva trasportare sul terreno politico, ma le sue intenzioni furono soverchiate dagli scontenti.

Questi avevano acclamato la protesta di Lutero contro la Chiesa ufficiale, ma quando videro che la Riforma andava solo a vantaggio dei principi e delle città libere, lasciando i diseredati nella miseria, proruppero in aperta rivolta.

La rivolta dei cavalieri scoppiò nel 1522-23, nei territori dell'elettorato vescovile di Treviri, del Wurttenberg e della Baviera, guidata da FRANZ VON SICKINGEN e da ULRICO VON HUTTEN.

Quest'ultimo aveva fatto appello Lutero perché si mettesse alla testa di un moto nazionale tedesco, contro Roma e contro l'Impero, ma Lutero rifiutò per non ridurre la causa del Vangelo ad una vertenza politica.

I cavalieri assalirono le proprietà ecclesiastiche e insanguinarono la Germania finché le forze dei diversi stati non li schiacciarono.

Nel 1525, scoppiò la rivolta dei contadini, fomentate anche da agitatori religiosi, come Tommaso Muntzer, contro il quale Lutero era già intervenuto a Wittenberg. Questi agitatori ritenevano le riforme luterane insufficienti a riportare la Chiesa alla purezza dei tempi apostolici. Tanto per i cattolici che per i Luterani la Chiesa comprendeva tutti i battezzati, inclusi coloro che tenevano una condotta deprecabile. Alla Chiesa tradizionale questi integralisti opponevano una comunità di credenti rigidamente osservanti.

La Chiesa tradizionale non aveva alcun valore e quindi non poteva avere valore neanche il battesimo da lei impartito ai fanciulli: solo i convertiti adulti ed in piena maturità spirituale potevano ricevere il battesimo, come segno della loro personale conversione.

Di qui il nome di anabattisti che venne dato ai seguaci di queste idee radicali. Se invero la Chiesa tradizionale era falsa ed anticristiana, altrettanto doveva dirsi della struttura sociale, di cui tale Chiesa era in certo modo il pilastro. Al nuovo battesimo doveva corrispondere l'avvento di una nuova società, realmente cristiana, in cui i poveri e gli oppressi fossero riscattati dagli oppressori.

La rivolta divampò in tutta l'alta Germania, dalla Renania alla Svezia ed all'Austria. I contadini fissarono le proprie rivendicazioni nei Dodici articoli e si organizzarono militarmente sotto la guida del Muntzer, gettandosi all'assalto di castelli feudali e città mercantili, mentre il loro condottiero, con infaticabile attività, cercava di unire al moto rurale anche il proletariato delle miniere e dei centri urbani.

Martin Lutero in un primo momento riconobbe la fondatezza dei Dodici Articoli, ma si sgomentò davanti alle violenze dei rivoluzionari e li condannò con violenza, invocando l'intervento dei principi contro di loro.

Un esercito di principi sgominò le schiere contadine del Muntzer a Frankenhausen, ed una sanguinaria reazione si accanì contro i ribelli con raccapricciante crudeltà, contro cui valsero ben poco le tardive proteste del Lutero.

7. - Ulrico Zwingli.

Ulrico ZwingliQuasi contemporaneamente alle vicende della riforma luterana, un predicatore di Zurigo, formato alla scuola degli umanisti italiani e di Erasmo, Ulrich Zwingli (1484-1531), promuoveva una radicale trasformazione nelle istituzioni ecclesiastiche della sua città, intesa ad eliminare tutto ciò che non fosse rigorosamente fondato sull'autorità del Nuovo Testamento. La riforma dello Zwingli trionfava in Zurigo nel 1528, mentre analogo successo avevano uguali iniziative riformatrici in altre città della Svizzera, come Berna e Basilea, o della zona meridionale dell'Impero germanico, come Strasburgo, Costanza, Lindau ecc.

Questa riforma svizzera e strasburghese non tardò a rivelare caratteri assai diversi da quella di Lutero, anzi, tutti i suoi iniziatori come lo Zwingli a Zurigo, come MARTINO BUCERO (1491-1555) a Strasburgo, come Giovanni ECOLAMPADIO (1482-1531) a Basilea ecc., erano tutti di formazione erasmiano-umanistica più che monastica, ed assumevano un atteggiamento più radicale di quello del Lutero nei riguardi della tradizione.

Lutero aveva creduto sufficiente eliminare da quest'ultima quanto contrastava con la Scrittura, mantenendo buona parte dell'apparato esteriore; lo Zwingli, il Bucero ecc., invece, ritenevano necessario cancellare tutto ciò che non trovasse un preciso fondamento nel Nuovo Testamento. Lutero aveva conservato i sacramenti del battesimo e della comunione, ma i nuovi riformatori interpretavano anche questi sacramenti come simboli di una realtà puramente spirituale ed interiore. Lutero conservava ancora qualcosa del culto ecclesiastico, lo Zwingli ed i suoi bandivano tutto questo, come privo di fondamento nella Scrittura e riducevano il culto alla sua più semplice espressione, proscrivendo ogni sia pure remota traccia di fasto esteriore.

Nel metodo stesso della propria diffusione la Riforma svizzero-straburghese mostrava la sua differenza.

Mentre Lutero faceva affidamento sui principi e le autorità costituite, lo Zwingli ed il Bucero fidavano sulla forza illuminatrice della ragione e della persuasione. La Riforma luterana si imponeva dall'alto, quella zwingliana si diffondeva dal basso, attraverso la discussione critica.

I riformatori di formazione umanistico-erasmiana, infine, avevano interessi politico-sociali più accentuati di quelli del Lutero, sebbene rifuggissero dalle posizioni rivoluzionarie degli anabattisti e le combattessero aspramente.

Formatisi alla scuola dell'umanesimo italiano, con la sua riscoperta dell'etica civile della Romanità e la sua appassionata ammirazione per Platone e la sua Repubblica, essi intendevano estendere la restaurazione del vangelo alle strutture politiche e sociali. In genere inclinavano verso l'ideale di un regime repubblicano interessato al benessere sociale, zelante in particolare della pubblica istruzione e sorretto da una conscia dedizione dei cittadini al bene della collettività.

Il più radicale fu lo Zwingli, che si trovò in conflitto con Lutero ed alquanto isolato, rispetto agli altri riformatori stessi della sua corrente. Come nel campo teologico si spingeva fino ad interpretare la Comunione come commemorazione soltanto della morte del Salvatore, rifiutando la dottrina della presenza del Cristo nel sacramento, così nel campo pratico si gettò attivamente nella lotta politica. In particolare, lanciò una campagna contro l'uso di andare a prestare servizio mercenario all'estero, dicendolo indegno di un popolo libero e cristiano. Egli allora si trovò di fronte l'ostilità dei cantoni, rimasti cattolici, di Schwytz, Unterwalden, Lucerna e Glarus, che erano la parte più povera della Svizzera, per la quale il servizio mercenario all'estero rimaneva una fonte essenziale di guadagni. Nacque così un conflitto, in cui, nella battaglia di Cappel (1531), i cantoni protestanti vennero sconfitti da quelli cattolici, e lo Zwingli stesso, che aveva accompagnato l'esercito come cappellano, venne ucciso.

La riforma di Zurigo, Strasburgo ecc. sopravvisse però alla morte dello Zwingli, ampliandosi anzi nella Svizzera stessa, irradiandosi in Francia e in Italia, soprattutto negli ambienti colti.

Ancora un po' incerta nel suo orientamento, la riforma svizzera doveva ricevere maggiore impulso e più ampio respiro attraverso l'opera del francese GIOVANNI CALVINO (1509-1564).

8. - La diffusione della Riforma luterana.

Il luteranesimo intanto si diffondeva nell'Europa settentrionale, nei paesi del Baltico e del Mare del Nord.

Il re di Danimarca CRISTIANO II aveva tentato d'introdurre un governo assolutistico, servendosi  del clero dei suoi regni. La Svezia, che da tempo anelava all'indipendenza, insorse nel 1523, cacciò la dinastia danese e proclamò la propria indipendenza sotto il re Gustavo Vasti (1523-1560), che presto abbracciò il luteranesimo e confiscò i beni del clero.

Nello stesso anno, 1525, la Danimarca detronizzava Cristiano II elevando al trono suo zio, il duca FEDERICO DI HOLSTEIN (1525-1533), che abbracciava il luteranesimo estendendo la Riforma alla Danimarca ed alla Norvegia. Uguale decisione prendeva infine nel 1525 il gran maestro dell'Ordine dei cavalieri teutonici, ALBERTO DI HOHENZOLLERN.

Da allora i beni dell'Ordine costituirono il ducato di Prussia sotto la signoria ereditaria degli Hohenzollern, mentre gli antichi cavalieri si trasformavano in feudatari laici.

Le guerre con Francesco I avevano impedito a Carlo V di affrontare dal 1521 in poi il problema religioso della Germania. Ad un certo momento si trovò come avversario lo stesso papa Clemente VII, e questo non lo incoraggiò ad essere molto deciso contro i Luterani.

Conclusa la guerra e rappacificatosi col papa, Carlo V volle occuparsi della Germania. Nella dieta di Spira del 1529 minacciò di attuare gli editti di bando contro Lutero promulgati alla dieta di Worms del 1521. A tale minaccia i principi e le città aderenti alla Riforma reagirono energicamente e da quel momento presero il nome di protestanti.

Per il momento non si giunse ad alcuna conclusione.

Nel 1530 dopo il congresso di Bologna e la propria incoronazione imperiale, Carlo V radunò la dieta di Augusta, dove i protestanti presentarono una confessione di fede, o Confessio Augustana, redatta da FILIPPO MELANTONE, la quale doveva rimanere la dichiarazione fondamentale del luteranesimo.

Esauriti i mezzi pacifici di conciliazione, Carlo V accennò allora a passare a misure di coercizione, ma ebbe in risposta la coalizione detta Lega di Smalcalda (1531) cui aderirono l'elettore di Sassonia, il langravio di Assia, vari principi tedeschi e undici città imperiali, con lo scopo di difendere il protestantesimo.

Minacciato dai turchi sul Danubio e nel Mediterraneo, impensierito dalla Francia, Carlo V fu costretto ad abbandonare l'idea di sottomettere con la forza i luterani.

La Riforma luterana sboccò in un regime di Chiesa di Stato.

Nei principati germanici o scandinavi, il principe divenne custode della coscienza dei propri sudditi. Tale evoluzione fu favorita anche dagli sviluppi della teologia dei discepoli del Lutero. Si arrivò ad una concezione etica dell'autorità statale, in antitesi a quella meramente naturalistica del Machiavelli.

Si dette allo Stato un netto carattere autoritario, facendo dell'ubbidienza alla sua autorità un dovere religioso.

Ciò non impedì che gli anabattisti continuassero a diffondersi in Germania, nei Paesi Bassi ed altrove, specie tra i lavoratori delle città industriali.

Nel 1534 si ebbe in Germania un'esplosione rivoluzionaria culminata nella conquista della città di Munster da parte degli anabattisti. Guidati dal sarto olandese Giovanni da Leyda, essi instaurarono un integrale regime comunista, resistendo all'assedio posto alla città dal vescovo di Munster, rinforzato da contingenti di principi cattolici e luterani. Infine i ribelli furono in gran parte massacrati, mentre Giovanni da Leyda periva fra le torture. L'anabattismo non sparve del tutto; esso continuò a vivere in forma clandestina, specie nelle città olandesi.

Da allora, l'anabattismo assunse carattere pacifista, per opera dell'olandese MENNO SIMONS (donde l'appellativo di mennoniti dato ai suoi seguaci), rifiutando la violenza sotto qualsiasi forma e quindi anche l'uso della forza da parte dello stato, a guisa di una sorta di anarchismo non violento.

9. - Scisma d' Inghilterra.










Enrico VIII


Anna Bolena

Tommaso Moro

Era comune alle grandi monarchie europee esercitare un forte controllo sulla Chiesa, soprattutto riguardo ai beni ecclesiastici. Questo si riallacciava a una lunga tradizione medioevale sia della Chiesa francese o GALLICANA, sia della Chiesa inglese o ANGLICANA.

Le estreme conseguenze furono raggiunte nel regno d'Inghilterra col distacco da Roma ad opera del re Enrico VIII (1509-1547).

Malgrado la durezza Enrico VIII era un re assai popolare. La partecipazione dell'Inghilterra alle lotte tra Francia e Asburgo aveva dato importanza internazionale al paese.

Enrico VIII aveva compreso che il destino dell'Inghilterra era sui mari ed aveva promosso la creazione di una flotta, per l'espansione della borghesia mercantile che già cominciava a realizzare forti guadagni esportando tessuti di lana. Il sentimento monarchico era forte nel paese e faceva perdonare al sovrano gli scandali della sua condotta privata e la ferocia del suo governo.

Enrico VIII aveva una discreta preparazione teologica, servendosi della quale confutò in un opuscolo le tesi di Lutero. Leone X, in segno di riconoscenza, gli conferì il titolo di Defensor Fidei, che è tuttora conservato dai re d'Inghilterra.

Enrico VIII perseguitò ferocemente i Luterani, ma si trovò coinvolto in un aspro conflitto con il Papa. Salito al trono a diciotto anni, era stato sposato per ragioni politiche con la vedova di suo fratello maggiore, CATERINA DI ARAGONA, zia di Carlo V.

La Chiesa vieta l'unione coniugale di cognati, e fu perciò necessario che una speciale dispensa fosse concessa dal papa perché il matrimonio di Caterina con Enrico VIII potesse essere celebrato. Dopo più di venti anni Enrico VIII, stanco della consorte, assai più vecchia di lui, ed irritato dal fatto che dal suo matrimonio non fosse nata che una bambina, MARIA, si invaghì di una dama di corte, ANNA BOLEYN. Tornò ad appellarsi al divieto del matrimonio tra cognati, chiedendo al papa Clemente VII di dichiarare nullo il vincolo che lo univa a Caterina di Aragona, ma Carlo V protestò contro l'affronto che Enrico VIII voleva infliggere ad una sua stretta parente.

Clemente VII stava ingrandendo la casa dei Medici in conseguenza degli accordi con Carlo V e non poteva (a parte le considerazioni dottrinali) offendere l'imperatore accontentando il re inglese.

Enrico VIII nel 1533 fece annullare il suo matrimonio con Caterina da un'assemblea di vescovi inglesi e sposò Anna Boleyn.

Scomunicato dal papa, egli fece votare nel 1534 l'ATTO DI SUPREMAZIA, con il quale il re era dichiarato capo supremo della Chiesa d'Inghilterra. La Chiesa inglese doveva cessare di avere rapporti con il papa, considerato esclusivamente come il vescovo di Roma, così come doveva cessare qualunque rimessa di denaro alla corte romana.

Enrico VIII non aderiva alla Riforma protestante. Le forme esteriori del culto ed i dogmi venivano conservati nella loro forma tradizionale, i luterani continuavano ad essere mandati al rogo come eretici.

Le sole innovazioni introdotte furono, per il momento, l'uso della lingua inglese invece del latino e l'abolizione progressiva dei conventi, voluta dal re per eliminare gli ordini religiosi difensori dell'autorità papale ed appropriarsi dei loro beni.

Le immense proprietà terriere dei conventi, andarono in parte alla corona, in parte ad arricchire nobili e borghesi.

Il re minacciò pene terribili a tutti coloro che non accettassero l'Atto di Supremazia. Tra le vittime del suo rigore furono il confessore della regina Caterina, il vescovo Fisima, e il grande umanista erasmiano TOMMASO MORO, più tardi canonizzati dalla Chiesa cattolica.

In complesso le resistenze furono poche: l'avversione verso il papato e le continue esazioni di denaro richieste dalla corte di Roma erano tanto forti da far salutare con gioia la rottura con quest'ultima.

I beni dei conventi, distribuiti fra la nobiltà e la borghesia, legarono definitivamente queste ultime alla causa dello Scisma.

10. - La Riforma in Italia.

Anche in Italia vi furono ambienti influenzati dallo spiritualismo di Erasmo, soprattutto tra il clero più colto e aperto, l'aristocrazia e gli intellettuali. Determinante fu l'azione svolta a NAPOLI negli anni 1530-1545 dall'umanista spagnolo GIOVANNI DI VALDÉS.

Questi propugnava le idee erasmiane di riforma, sosteneva la giustificazione per fede ed una concezione spirituale e intima della vita religiosa, fondata essenzialmente sulla lettura dei vangeli.

Tra i suoi amici e seguaci si contavano figure importanti, come il celebre predicatore senese Bernardino Ochino, il protonotario apostolico Pietro Carnesecchi fiorentino, segretario di Clemente VII, il poeta latino Marcantonio Flaminio, l'umanista Aonio Paleario, la poetessa Vittoria Colonna.

Gruppi analoghi si formano in altre città italiane, specialmente negli stati dove minore è il peso della Spagna e più intensi i rapporti con i paesi transalpini, come Lucca, lo stato estense, la repubblica di Venezia.

A LUCCA diffondono idee riformatrici il teologo fiorentino Pier Martire Vermigli e l'umanista piemontese Celio Secondo Curione, mentre nelle maggiori famiglie, legate alla Francia ed alle Fiandre, attecchiscono le idee della riforma svizzero-strasburghese.

A FERRARA la duchessa Renata di Francia, figlia di Luigi XII e moglie di Ercole II d'Este, accoglie alla sua corte e protegge i fautori della Riforma italiani e francesi.

A MODENA si riunì per diverso tempo un'accademia letteraria d'impronta erasmiana, alle cui conversazioni partecipano eminenti prelati, come il cardinale Sadoleto, o letterati, come Ludovico Castelvetro e Francesco Molza.

I contatti con le città tedesche e svizzere favoriscono la penetrazione del protestantesimo nel VENETO, dove si delinea un sotterraneo sviluppo dell'anabattismo specialmente nei ceti più umili della società.

Dallo stato veneto emigrerà oltralpe, aderendo al protestantesimo il vescovo di Capodistria Pier Paolo Vergerio, già nunzio pontificio e più tardi acerbissimo polemista anticattolico. Ancora a Venezia il fiorentino Antonio Brucioli stampa nel 1532 una traduzione italiana della Bibbia, che riceve una vasta diffusione. Alla riforma svizzero-strasburghese aderiscono i superstiti VALDESI in Piemonte, in Francia e nell'Italia meridionale (1532).

Questa diffusione delle idee erasmiane o protestanti non condusse alla formazione di una Chiesa dissidente.

Quasi tutto rimase allo stadio di cenacoli e di gruppi intellettuali, che davanti ai rigori della Inquisizione finivano con lo scomparire, mentre i loro esponenti cercavano rifugio all'estero o finivano sul rogo.

Solo più tardi, sotto l'influenza del calvinismo, si ebbero taluni inizi di un'organizzazione ecclesiastica riformata, ma finirono stroncati dalle persecuzioni.

11. - La Riforma Cattolica

Parlando delle vicende religiose dell'Europa nella prima metà del secolo XVI non possiamo dimenticare, accanto alla Riforma protestante, il moto di riforma che si manifestava anche all'interno della Chiesa e che alcuni storici hanno definito RIFORMA CATTOLICA.

Già negli anni appena precedenti l'esplosione del luteranesimo, il pontefice Giulio II aveva riunito nel 1512 in Roma il V CONCILIO LATERANENSE pro reformanda ecclesia, in opposizione al concilio scismatico promosso dalla Francia a Pisa.

Le vicende politiche di quel tempo, però, avevano impedito al concilio di compiere l'opera di revisione morale e disciplinare desiderata da tanti contemporanei. Il concilio si dissolse dopo cinque anni di vita con scarsi risultati. Né da allora, per qualche decennio, si fece alcunché di concreto in questo senso.

Maggiore importanza ebbero invece iniziative di carattere particolare.

Nel 1517, ad esempio, si formava in Roma l'ORATORIO DEL DIVINO AMORE con lo scopo di intensificare la vita religiosa personale dei suoi aderenti e di praticare la carità.

Diffusasi anche in altri centri italiani, la Congregazione del Divino Amore, formata da laici come da ecclesiastici, contò tra le sue file alcune delle personalità religiose più spiccate del tempo, come Gaspare Contarini, Reginaldo Pole, cugino del re Enrico VIII, ed il vescovo di Chieti, Giovan Pietro Carafa.

La stessa esigenza di una vita religiosa più profondamente vissuta, sboccava però nell'ambiente del Divino Amore a due conclusioni diverse. Una corrente, facente capo al Pole ed al Contarini, vagheggiava una rinascita religiosa fondata sullo spirito dell'umanesimo cristiano che accogliesse talune delle esigenze avanzate dalla Riforma, ma senza alcuna rottura con il Papato. Un'altra corrente, invece, rappresentata dal Carafa, vagheggiava la rinascita della pietà medioevale, dello spirito ascetico, della teologia scolastica tradizionale, con in più un maggior impegno nella carità e una maggiore preparazione culturale.

Da questa seconda tendenza fu conseguente la formazione di nuovi ordini religiosi, prevalentemente dediti alla carità, all'istruzione della gioventù ed alla predicazione popolare. Sotto la protezione del Carafa, S. Gaetano di Thiene fondò nel 1524 una congregazione, la quale dal titolo di vescovo di Chieti — latinamente Teate — del suo protettore, fu detta dei TEATINI. Seguirono con analogo indirizzo, anche i BARNABITI (1530), o Chierici regolari di S. Paolo, ed i SOMASCHI (1532), ambedue dediti in modo particolare a promuovere l'istruzione ed a prendere cura dei ragazzi e dei giovani.

Larghe simpatie popolari acquistò infine l'ordine dei CAPPUCCINI (1528), uscito dal tronco dell'ordine francescano, con un programma di ritorno alla povertà ed all'umiltà primitive.

Letture

La morale calvinista e il capitalismo

Secondo la dottrina calvinista, il successo nel proprio lavoro era un segno sicuro della grazia di Dio. Infatti, se esisteva la predestinazione, chi si affermava dimostrava che Dio lo aveva, appunto, destinato al successo.

Da questa affermazione, alcuni studiosi, e in particolare il tedesco Max Weber (1864-1920), hanno fatto derivare una teoria:la religione calvinista favorì lo sviluppo economico e fece na­scere quello spirito capitalistico che sta alla base dei mo­derni sistemi economici.

In realtà, come tutte le interpretazioni che gli studiosi dan­no della storia, anche questa interessante teoria ha i propri punti deboli e non sembra del tutto reale. In particolare, si può dire che anche nei paesi cattolici, e ben prima del calvi­nismo, vi furono intraprendenti e vivaci imprenditori: i mercanti di Firenze, Milano o Venezia del Due e Trecento ne sono un chiaro esempio.

Inoltre non fu sempre molto stretto il rapporto fra lo svilup­po del capitalismo e lo spirito religioso. Ad esempio, la morale religiosa fu del tutto assente da fenomeni come lo sfruttamento di certe colonie o il commercio degli schiavi che, pure, portarono un forte sviluppo economico in paesi come l’Inghilterra o l’Olanda.

Infine la stessa dottrina di Calvino non mise tanto l’accento sulla ricerca del proprio interesse economico, cioè sulla caratteristica tipica del capitalismo, ma sullo svolgimento del proprio lavoro come dovere verso Dio e verso la comunità dei fedeli.

 

Opere buone e indulgenze

Così come i peccati commessi prolungavano queste pene, le opere buone realizzate nella vita le diminuivano. Esse potevano andare a vantaggio della propria anima, ov­vero di quella di altri defunti, che già si trovavano in Purgatorio.La dottrina cattolica chiama indulgenza questo sconto di pena concesso a un’anima, questa riduzione del suo tempo di permanenza in Purgatorio.Le opere buone, dunque, davano diritto a un’indulgenza e aiutare la Chiesa nelle sue necessità materiali era sicuramente un’opera buona. La Chiesa infatti doveva mantenere se stessa, dare da vivere ai parroci, sacerdoti, vescovi, assistere i poveri e gli infermi.I fedeli consideravano l’aiuto dato alla Chiesa come un dovere, oltre che come un modo di salvarsi l’anima: i poveri davano piccole elemosine, i ricchi donavano o la­sciavano in eredità terre e palazzi, costruivano e mantenevano monasteri, conventi, ospedali, istituzioni benefiche. Tutti coloro che possedevano qualcosa pagavano delle tasse alla Chiesa in proporzione alle loro ricchezze.Oggi noi possiamo considerare sbagliata o superficiale la speranza di aiutare le ani­me a raggiungere il Paradiso col pagamento di somme di denaro. Tuttavia, nel sentimento religioso della gente comune la ricerca delle indulgenze fu, per molti secoli, un’abitudine consolidata.

TOMMASO MORO E LA LIBERTA' DI COSCIENZA

Cattolici e protestanti diedero spesso prova di crudele fanatismo religioso, uccidendo gli avversari, intimorendoli, obbligandoli con la forza alla conversione. Chi si oppose a questa tendenza fu perseguitato e, di frequente, pagò con la vita. Come Thomas More (o Tommaso Moro). More, umanista e filosofo era stato primo ministro e grande amico del re Enrico VIII, ma quando questi gli impose di giurare fedeltà alla chiesa anglicana, egli rifiutò di rinnegare la fede cattolica e per questo venne decapitato (1535). In questa lettera a un amico More spiega le sue ragioni, rivendicando il suo diritto alla libertà di coscienza. "In quanto alla coscienza degli altri, io non ne sarò giudice, né mai ho spinto alcuno a prestare o a rifiutare il giura mento. Ma in quanto a me, se per sventura mi dovesse accadere di prestare il giuramento, siate certo che mi sarà stato imposto ed estorto con la violenza e le sevizie. (,,). Sua Maestà non crede che la causa del mio rifiuto risieda nella mia coscienza, ma pensa piuttosto che sia frutto di una ostinata caparbietà. Mentre l’unico ostacolo è proprio la mia coscienza che conosce Dio, al cui volere io affido tutta questa"

Alcuni testi consultati
Rosario Villari "Storia Moderna" - Laterza
Giorgio Spini "Disegno storico della civiltà" - Cremonese, Roma
Vittoria Calvani "Quadri di civiltà" - Arnoldo Mondadori

Hit Counter

Ultimo aggiornamento: 06-02-10