LA RIFORMA PROTESTANTE
Nel
corso del Medioevo la Chiesa diede spesso grande importanza non solo
alla sua missione spirituale, ma anche al potere, alle ricchezze, alla
politica.
A causa del crescente bisogno di
denaro per il mantenimento della corte e l’abbellimento di Roma, alcuni
pontefici incoraggiarono la vendita delle indulgenze. Organizzata da
banchieri e affidata a spregiudicati banditori, essa divenne via via più
scandalosa. In particolare sollevò forti proteste quella che ebbe luogo
per finanziare la costruzione della nuova basilica di San Pietro nel
1517.
Contro lo scandalo delle
indulgenze levò la sua protesta il tedesco
Martin Lutero.
Egli scrisse 95 tesi contro la Chiesa di Roma. Inoltre tradusse in
tedesco e fece stampare la Bibbia, per renderla comprensibile a tutti
1534.
Lutero negava la possibilità di
salvezza dell’anima ottenuta in cambio di denaro (indulgenza) e
sosteneva la predestinazione, negando perciò il libero arbitrio. Inoltre
Lutero sosteneva la libera interpretazione dei testi sacri e quindi
l’inutilità della Chiesa come organizzazione.
Le idee di Lutero ebbero uno
straordinario successo. La Bibbia in tedesco si diffuse fra il popolo.
Svariati principi tedeschi lo appoggiarono, sia contro le pretese della
Chiesa cattolica in materia di tasse sia contro l’autorità
dell’imperatore cattolico Carlo V. Ne seguì una lunga guerra contro
l’imperatore. Nel 1555 la pace di Augusta riconobbe solo per
i sovrani il
principio della libertà di religione: i popoli dovevano adeguarsi alla
scelta religiosa del proprio re. Alcuni stati della Germania
abbracciarono la religione protestante, altri rimasero cattolici.
In alcuni paesi ebbe successo la
riforma di Calvino (1536), basata sulla dottrina della predestinazione e
su un forte rigore morale. I calvinisti furono chiamati ugonotti in
Francia e puritani nel mondo anglosassone.
·In Inghilterra il re Enrico
VIII si staccò dalla Chiesa cattolica per motivi politici. Desiderava
infatti ottenere il divorzio dalla moglie, la spagnola Caterina
d’Aragona, ma il pontefice, che non voleva inimicarsi la Spagna, non lo
concesse. Il sovrano inglese la considerò un’offesa contro la sua
autorità. Nel 1534 fece perciò approvare l’Atto
di supremazia, con il quale decretava la
separazione dalla Chiesa di Roma e la nascita della Chiesa anglicana, di
cui il re era il capo.
Sommario
1. Il
problema della riforma della Chiesa.
— 2. Martino Lutero.
— 3. La questione delle indulgenze.
— 4. La condanna di Martino
Lutero.
— 5. La Riforma luterana.
— 6. Cavalieri e contadini.
— 7. Ulrico Zwingli.
— 8. La
diffusione della Riforma luterana.
— 9. Scisma d' Inghilterra.
— 10. La Riforma in Italia.
— 11. La Riforma Cattolica.
_ 12. Documenti
Già prima della ribellione di Lutero il problema della
riforma della Chiesa era considerato molto importante da molti
cristiani. Forti si erano state le richieste di un risanamento morale.
Per molti si trattava di una riforma morale, per altri
invece, la riforma doveva sconvolgere le strutture fondamentali della
Chiesa stessa.
Dopo i concili di Costanza e Basilea molti erano
favorevoli a considerare l'autorità dell'assemblea dei vescovi superiore
a quella del papa. In Francia si era inclini alla strutturazione di una
chiesa nazionale diretta dai vescovi e controllata dal re.
Principi analoghi erano diffusi anche fuori dalla
Francia, e diverse erano le voci che consideravano il papa un usurpatore
delle prerogative vescovili e un oppressore dell'autonomia delle chiese
locali.
Ancora più estreme erano le posizioni di Giovanni
Wycleff (1330-1384) e Giovanni Huss (1369-1415). Essi sostenevano che
l'autorità in materia di fede consisteva nella Scrittura, invece che nel
magistero papale, che la redenzione dell'uomo avveniva per fede
nell'interno della coscienza di ciascuno, indipendentemente dalla
minuziosa osservanza di pratiche esteriori, ed auspicavano un ritorno
alla semplicità apostolica.
Dalla metà del sec. XV, tuttavia, le correnti
conciliaristiche (coloro che consideravano il Concilio superiore al
papa) ed i seguaci del Wycleff e dello Huss sembravano avere perduto
qualsiasi importanza.
Gli hussiti sopravvivevano ancora in Boemia, il
tentativo compiuto da Luigi XII di radunare un concilio antipapale
(1511) era caduto miserevolmente tra l'indifferenza generale.
A far scattare la Riforma non sarebbero stati, perciò,
questi movimenti di base, ma altre circostanze di carattere spirituale e
materiale nei primi del cinquecento.
In primo luogo il vasto rinnovamento spirituale mosso
da Erasmo e da altri umanisti. Esso aveva esercitato profonda influenza
nella coscienza religiosa degli ambienti più colti di Europa,
diffondendovi un desiderio di rinnovamento spirituale, ma anche un certo
fastidio nei confronti della vecchia scolastica e l'avversione per
l'ignoranza e i vizi del clero. Forte era anche in quegli ambienti
l'interesse per lo studio del Nuovo e del Vecchio Testamento e la
tendenza a portare in quest'ultimo il metodo critico introdotto da
Lorenzo Valla e da altri umanisti italiani.
In secondo luogo il malcontento per la politica
papale. Roma del Rinascimento era più la capitale di sovrani temporali,
amanti del mecenatismo e pronti a combattere i propri avversari con
tutte le armi disponibili, che non un faro di fede e di spiritualità. I
papi rinascimentali avevano dato spettacolo di nepotismo e di mondanità.
Inoltre occorre ricordare che la Chiesa era un
fenomeno molto importante anche sul piano economico. In ogni nazione il
clero possedeva grandi ricchezze che facevano gola ai principi e ai
potenti. Le spese di Roma per il fasto, le guerre e la costruzione di
splendidi monumenti succhiavano somme enormi da tutta la cristianità.
Da tempo era in atto una guerra tra le monarchie
europee ed il Papato attorno al diritto di proprietà e di sfruttamento
delle rendite ecclesiastiche.
Nei paesi come la Germania, dove l'autorità dello
stato era meno solida che in Francia o in Inghilterra, le esazioni di
denaro da parte di Roma aumentavano insieme con l'indignazione delle
popolazioni, per le ingenti ricchezze che andavano ad alimentare il
fasto di una corte che sembrava aver perso il diritto di considerarsi
una guida morale e spirituale per la cristianità.
Ma anche negli stati in cui la monarchia manteneva in
pugno il controllo delle rendite della Chiesa la ricchezza del clero e
la estensione dei suoi possessi territoriali creavano gelosie e
malumori. Dati i legami esistenti fra l'alto clero e le classi più
elevate della società, ogni aspirazione riformatrice acquistava
carattere politico ed economico.
Nato
ad Eisleben nella Sassonia, da genitori di modesta origine, fattosi
monaco agostiniano e quindi salito alla cattedra di teologia
dell'università di Wuttenberg, Martino Lutero aveva poco sentito
l'influsso dell'umanesimo di Erasmo, verso cui nutriva antipatia, né
aveva il temperamento del predicatore politico.
Monaco austero e disciplinato era stato a lungo
travagliato da un profondo dramma religioso.
Pur seguendo le regole del suo ordine, il pensiero
dell'indegnità dell'uomo, di fronte a Dio, lo atterriva, e gli sembrava
impossibile sottrarsi all'eterna dannazione. A questa crisi non trovava
soluzione nella teologia scolastica tradizionale. Cercò dunque una
risposta al problema nella meditazione degli scritti di Paolo e di
Agostino.
Da questi trasse la convinzione che la salvezza è il
frutto non delle opere dell'uomo, ma esclusivamente della grazia di Dio,
ricevuta con la fede, di cui le opere sono la conseguenza esteriore.
La dottrina di Martino Lutero si distaccava da quella
del magistero papale.
Per Lutero la salvezza è frutto di una rigenerazione
totale della personalità del credente, ricevuta per fede dalla Grazia
divina, per la Chiesa cattolica l'uomo deve collaborare all'opera della
salvazione con le proprie opere, che lo rendono degno del sacrificio di
Cristo. Le buone opere che l'uomo compie hanno per la Chiesa tanta
importanza che non valgono soltanto alla sua salvezza finale, ma anche
alla remissione delle pene che l'anima dovrebbe subire nel Purgatorio.
Le buone opere, anzi, possono essere compiute anche per la liberazione
delle anime del Purgatorio. La Chiesa, infatti, disponendo del tesoro
infinito dei meriti di Cristo e dei Santi, può concedere l'indulgenza
delle pene del Purgatorio, proprie e altrui, a tutti coloro che le
scontino con atti di pentimento, penitenze, pellegrinaggi, cerimonie
religiose, offerte in denaro ed in beni alla Chiesa ecc.
Egli insegnava già da qualche tempo nei suoi corsi
universitari la teoria della giustificazione per fede quando fu
sottratto alla sua cattedra e imposto all'attenzione del mondo dalla
questione delle indulgenze.
La vendita di indulgenze per la liberazione delle
anime del Purgatorio, da parte della Chiesa, era divenuta pratica
costante ed aveva provocato anch'essa un generale abbassamento di
livello spirituale. Essa aveva assunto il carattere di una vera e
propria transazione finanziaria, un comodo espediente per fare denaro.
Predicatori grossolani convincevano le folle che il
pagamento di una somma fosse sufficiente all'indulgenza, le banche
lucravano forti guadagni prendendo in appalto la vendita delle
indulgenze.
Gli stessi principi esigevano una percentuale sulle
vendite delle indulgenze per dare l'autorizzazione.
Una concessione di indulgenze fu annunziata nel 1514
da Leone X. In Germania l' intromissione della banca Fugger e la
rozzezza del predicatore GIOVANNI TETZEL, cui venne commesso l'incarico
di bandirla, finirono per ridurla ad uno spettacolo tutt'altro che
edificante.
Martin Lutero volle protestare contro il Tetzel e la
vendita delle indulgenze. Per fare ciò, affisse alla porta della
cattedrale di Wittenberg, il giorno della vigilia di Ognissanti del
1517, 95 tesi teologiche sull'argomento, offrendosi di disputarle contro
chiunque. Da tale gesto si suole datare l'inizio della Riforma.
Il contenuto delle tesi, in cui si denunciava la forma
irriverente con cui le indulgenze erano concesse e si metteva in dubbio
il potere del papa a concederle, commosse vivamente il popolo tedesco.
L'ostilità contro lo sfruttamento della Germania a vantaggio della santa
sede romana, provocò attorno al gesto di Lutero una vasta popolarità.
Le dispute con i sostenitori delle indulgenze
spingevano Lutero a precisare in senso sempre più radicale il suo
pensiero. Un fiume di scritti usciva dalla sua penna, abbandonando il
solenne latino dei dotti, e rivolgendosi al popolo della Germania nel
linguaggio tedesco volgare.
Tre scritti del 1520 fissavano i tratti fondamentali
della Riforma: il trattato Della libertà del cristiano, in cui Lutero
precisava la teoria della giustificazione per fede; il De captivitate
babilonica Ecclesiae, in cui veniva ribadito il concetto che solo la
Scrittura poteva essere norma di fede; l'Appello alla nobiltà ed ai
magistrati della nazione germanica, in cui si esprimeva il concetto del
sacerdozio universale dei credenti, di intervenire nella questione
religiosa contro il papa ed i suoi sostenitori.
Si vide allora l'importanza della recente invenzione
della stampa. Gli scritti del Lutero correvano tutta la Germania a
migliaia di copie, destando dovunque polemiche ed acclamazioni. Dal
mondo dei teologi, la discussione traboccava nelle vie e nelle piazze.
Martin Lutero raccoglieva i consensi di ogni strato
sociale, dai dotti ai turbolenti cavalieri, avidi dei beni del clero ed
infiammati dalle invettive anticlericali dell'umanista soldato ULRICO
VON HUTTEN; dagli artisti, come ALBERTO DÙRER, ai principi e alle masse
popolari.
Da principio Leone X non dette importanza a quella che
gli sembrava una bega di frati tedeschi. Successivamente, il 15 giugno
1520, lanciò una bolla di scomunica contro Lutero. Quando la bolla
giunse a Wittenberg Martin Lutero la bruciò sulla pubblica piazza.
La conseguenza di un gesto simile avrebbe dovuto
essere una condanna al rogo, ma l'elettore FEDERICO DI SASSONIA esitò a
perseguitare il riformatore.
La vertenza venne rimessa alla Dieta di Worms, tenuta
nel seguente 1521 alla presenza del neoeletto imperatore Carlo V.
Davanti alla Dieta, iLutero riaffermò i suoi principi e rifiutò di
ritrattare i propri scritti. L'imperatore rispose mettendolo al bando
dell'Impero. Ma nel ritorno da Worms, un gruppo di cavalieri mascherati,
per ordine dell'elettore Federico di Sassonia, rapì il riformatore per
sottrarlo all'arresto da parte dell'imperatore e lo condusse nel
castello della Wartburg, dove egli restò per circa un anno, fino a che
il pericolo non fu scomparso. Durante il suo soggiorno nella Wartburg
Lutero redasse la sua traduzione della Bibbia in volgare, che ebbe nella
storia letteraria del popolo tedesco importanza analoga a quella della
Divina Commedia nel volgare italiano.
Dal 1521 al 1529 Carlo V fu impegnato in guerre con
Francesco I di Francia, che gli impedì di dare esecuzione al bando di
Worms. Lutero, invece, dovette uscire dalla Wartburg, per affrontare la
situazione creatasi a Wuttenberg ad opera di agitatori, come ANDREA
CARLOSTADIO e TOMMASO MÙNTZER.
A Lutero i problemi organizzativi sembravano poco
rilevanti rispetto a quello della salvezza delle anime. Egli desiderava
più la riforma delle coscienze, che non quella delle strutture della
Chiesa. Ma ormai il Carlostadio ed il Muntzer scagliavano le folle
contro i preti ed i conventi.
Anche Lutero, dunque, per evitare tumulti, dovette
proporre riforme del culto e degli ordinamenti ecclesiastici.
Il latino era sostituito dalla lingua volgare,
compresa da tutti i fedeli. Nella messa, una parte preminente sarebbe
stata occupata dalla lettura della Bibbia, da un sermone esplicativo, da
un canto di fedeli scritto in volgare. Lo stesso Lutero ne compose
alcuni. Accettando esclusivamente ciò che aveva fondamento nella
Scrittura ridusse i sacramenti a due: il Battesimo e l'Eucaristia.
Partendo dal sacerdozio universale dei credenti negava
ogni differenza tra laici e clero, il celibato ecclesiastico veniva
abolito insieme ai privilegi per clero e conventi. Lo stesso Lutero,
qualche anno più tardi, si sposò con una ex monaca.
E i rapporti con lo stato?
Partendo dalla convinzione che la sola cosa importante
fosse la salute delle anime, Lutero considerava lo Stato null'altro che
un freno agli istinti malvagi dell'uomo, voluto dalla Provvidenza, ma
limitato solo all'ambito delle cose esteriori. In quell'ambito, il
cristiano doveva ubbidire allo Stato e sopportarlo con pazienza, qualora
fosse malvagio e persecutore. La vita spirituale restava fuori dalla
sfera di attribuzioni dello Stato. Lutero riteneva che i principi e i
magistrati fossero responsabili davanti a Dio dell'autorità ricevuta.
Se cristiani i governanti dovevano occuparsi non solo
del buon andamento della società civile, ma altresì di assicurare quella
spirituale dei sudditi, sostituendosi agli ecclesiastici, in caso di
carenza di questi ultimi.
Da un lato, dunque, il Riformatore tracciava una
separazione fra potere civile e sfera religiosa; dall'altra, invece,
sembrava invitare le autorità a riprendere quelle funzioni nel campo
ecclesiastico, che gli imperatori del Medioevo avevano esercitato.
Dei due poli dialettici del pensiero luterano, il
secondo finì per prevalere di fatto, per l'ovvio motivo che principi ed
autorità si impadronivano dei beni ecclesiastici.
La Riforma luterana fu dunque promossa dalle autorità,
a cominciare dall'ELETTTORE di SASSONIA, il cui esempio fu seguito da
altri principi territoriali, come il LANDGRAVIO DI ASSIA, nonché dalla
maggior parte delle città mercantili, come NORIMBERGA, AUGUSTA, ULMA
ecc.
La
Riforma scatenò la rivolta fra i contadini e la piccola nobiltà. Lutero
non intendeva trasportare sul terreno politico, ma le sue intenzioni
furono soverchiate dagli scontenti.
Questi avevano acclamato la protesta di Lutero contro
la Chiesa ufficiale, ma quando videro che la Riforma andava solo a
vantaggio dei principi e delle città libere, lasciando i diseredati
nella miseria, proruppero in aperta rivolta.
La rivolta dei cavalieri scoppiò nel 1522-23, nei
territori dell'elettorato vescovile di Treviri, del Wurttenberg e della
Baviera, guidata da FRANZ VON SICKINGEN e da ULRICO VON HUTTEN.
Quest'ultimo aveva fatto appello Lutero perché si
mettesse alla testa di un moto nazionale tedesco, contro Roma e contro
l'Impero, ma Lutero rifiutò per non ridurre la causa del Vangelo ad una
vertenza politica.
I cavalieri assalirono le proprietà ecclesiastiche e
insanguinarono la Germania finché le forze dei diversi stati non li
schiacciarono.
Nel 1525, scoppiò la rivolta dei contadini, fomentate
anche da agitatori religiosi, come Tommaso Muntzer, contro il quale
Lutero era già intervenuto a Wittenberg. Questi agitatori ritenevano le
riforme luterane insufficienti a riportare la Chiesa alla purezza dei
tempi apostolici. Tanto per i cattolici che per i Luterani la Chiesa
comprendeva tutti i battezzati, inclusi coloro che tenevano una condotta
deprecabile. Alla Chiesa tradizionale questi integralisti opponevano una
comunità di credenti rigidamente osservanti.
La Chiesa tradizionale non aveva alcun valore e quindi
non poteva avere valore neanche il battesimo da lei impartito ai
fanciulli: solo i convertiti adulti ed in piena maturità spirituale
potevano ricevere il battesimo, come segno della loro personale
conversione.
Di qui il nome di anabattisti che venne dato ai
seguaci di queste idee radicali. Se invero la Chiesa tradizionale era
falsa ed anticristiana, altrettanto doveva dirsi della struttura
sociale, di cui tale Chiesa era in certo modo il pilastro. Al nuovo
battesimo doveva corrispondere l'avvento di una nuova società, realmente
cristiana, in cui i poveri e gli oppressi fossero riscattati dagli
oppressori.
La rivolta divampò in tutta l'alta Germania, dalla
Renania alla Svezia ed all'Austria. I contadini fissarono le proprie
rivendicazioni nei Dodici articoli e si organizzarono militarmente sotto
la guida del Muntzer, gettandosi all'assalto di castelli feudali e città
mercantili, mentre il loro condottiero, con infaticabile attività,
cercava di unire al moto rurale anche il proletariato delle miniere e
dei centri urbani.
Martin Lutero in un primo momento riconobbe la
fondatezza dei Dodici Articoli, ma si sgomentò davanti alle violenze dei
rivoluzionari e li condannò con violenza, invocando l'intervento dei
principi contro di loro.
Un esercito di principi sgominò le schiere contadine
del Muntzer a Frankenhausen, ed una sanguinaria reazione si accanì
contro i ribelli con raccapricciante crudeltà, contro cui valsero ben
poco le tardive proteste del Lutero.
Quasi
contemporaneamente alle vicende della riforma luterana, un predicatore
di Zurigo, formato alla scuola degli umanisti italiani e di Erasmo,
Ulrich Zwingli (1484-1531), promuoveva una radicale trasformazione nelle
istituzioni ecclesiastiche della sua città, intesa ad eliminare tutto
ciò che non fosse rigorosamente fondato sull'autorità del Nuovo
Testamento. La riforma dello Zwingli trionfava in Zurigo nel 1528,
mentre analogo successo avevano uguali iniziative riformatrici in altre
città della Svizzera, come Berna e Basilea, o della zona meridionale
dell'Impero germanico, come Strasburgo, Costanza, Lindau ecc.
Questa riforma svizzera e strasburghese non tardò a
rivelare caratteri assai diversi da quella di Lutero, anzi, tutti i suoi
iniziatori come lo Zwingli a Zurigo, come MARTINO BUCERO (1491-1555) a
Strasburgo, come Giovanni ECOLAMPADIO (1482-1531) a Basilea ecc., erano
tutti di formazione erasmiano-umanistica più che monastica, ed
assumevano un atteggiamento più radicale di quello del Lutero nei
riguardi della tradizione.
Lutero aveva creduto sufficiente eliminare da
quest'ultima quanto contrastava con la Scrittura, mantenendo buona parte
dell'apparato esteriore; lo Zwingli, il Bucero ecc., invece, ritenevano
necessario cancellare tutto ciò che non trovasse un preciso fondamento
nel Nuovo Testamento. Lutero aveva conservato i sacramenti del battesimo
e della comunione, ma i nuovi riformatori interpretavano anche questi
sacramenti come simboli di una realtà puramente spirituale ed interiore.
Lutero conservava ancora qualcosa del culto ecclesiastico, lo Zwingli ed
i suoi bandivano tutto questo, come privo di fondamento nella Scrittura
e riducevano il culto alla sua più semplice espressione, proscrivendo
ogni sia pure remota traccia di fasto esteriore.
Nel metodo stesso della propria diffusione la Riforma
svizzero-straburghese mostrava la sua differenza.
Mentre Lutero faceva affidamento sui principi e le
autorità costituite, lo Zwingli ed il Bucero fidavano sulla forza
illuminatrice della ragione e della persuasione. La Riforma luterana si
imponeva dall'alto, quella zwingliana si diffondeva dal basso,
attraverso la discussione critica.
I riformatori di formazione umanistico-erasmiana,
infine, avevano interessi politico-sociali più accentuati di quelli del
Lutero, sebbene rifuggissero dalle posizioni rivoluzionarie degli
anabattisti e le combattessero aspramente.
Formatisi alla scuola dell'umanesimo italiano, con la
sua riscoperta dell'etica civile della Romanità e la sua appassionata
ammirazione per Platone e la sua Repubblica, essi intendevano estendere
la restaurazione del vangelo alle strutture politiche e sociali. In
genere inclinavano verso l'ideale di un regime repubblicano interessato
al benessere sociale, zelante in particolare della pubblica istruzione e
sorretto da una conscia dedizione dei cittadini al bene della
collettività.
Il più radicale fu lo Zwingli, che si trovò in
conflitto con Lutero ed alquanto isolato, rispetto agli altri
riformatori stessi della sua corrente. Come nel campo teologico si
spingeva fino ad interpretare la Comunione come commemorazione soltanto
della morte del Salvatore, rifiutando la dottrina della presenza del
Cristo nel sacramento, così nel campo pratico si gettò attivamente nella
lotta politica. In particolare, lanciò una campagna contro l'uso di
andare a prestare servizio mercenario all'estero, dicendolo indegno di
un popolo libero e cristiano. Egli allora si trovò di fronte l'ostilità
dei cantoni, rimasti cattolici, di Schwytz, Unterwalden, Lucerna e
Glarus, che erano la parte più povera della Svizzera, per la quale il
servizio mercenario all'estero rimaneva una fonte essenziale di
guadagni. Nacque così un conflitto, in cui, nella battaglia di Cappel
(1531), i cantoni protestanti vennero sconfitti da quelli cattolici, e
lo Zwingli stesso, che aveva accompagnato l'esercito come cappellano,
venne ucciso.
La riforma di Zurigo, Strasburgo ecc. sopravvisse però
alla morte dello Zwingli, ampliandosi anzi nella Svizzera stessa,
irradiandosi in Francia e in Italia, soprattutto negli ambienti colti.
Ancora un po' incerta nel suo orientamento, la riforma
svizzera doveva ricevere maggiore impulso e più ampio respiro attraverso
l'opera del francese GIOVANNI CALVINO (1509-1564).
Il luteranesimo intanto si diffondeva nell'Europa
settentrionale, nei paesi del Baltico e del Mare del Nord.
Il re di Danimarca CRISTIANO II aveva tentato
d'introdurre un governo assolutistico, servendosi del clero dei
suoi regni. La Svezia, che da tempo anelava all'indipendenza, insorse
nel 1523, cacciò la dinastia danese e proclamò la propria indipendenza
sotto il re Gustavo Vasti (1523-1560), che presto abbracciò il
luteranesimo e confiscò i beni del clero.
Nello stesso anno, 1525, la Danimarca detronizzava
Cristiano II elevando al trono suo zio, il duca FEDERICO DI HOLSTEIN
(1525-1533), che abbracciava il luteranesimo estendendo la Riforma alla
Danimarca ed alla Norvegia. Uguale decisione prendeva infine nel 1525 il
gran maestro dell'Ordine dei cavalieri teutonici, ALBERTO DI
HOHENZOLLERN.
Da allora i beni dell'Ordine costituirono il ducato di
Prussia sotto la signoria ereditaria degli Hohenzollern, mentre gli
antichi cavalieri si trasformavano in feudatari laici.
Le guerre con Francesco I avevano impedito a Carlo V
di affrontare dal 1521 in poi il problema religioso della Germania. Ad
un certo momento si trovò come avversario lo stesso papa Clemente VII, e
questo non lo incoraggiò ad essere molto deciso contro i Luterani.
Conclusa la guerra e rappacificatosi col papa, Carlo V
volle occuparsi della Germania. Nella dieta di Spira del 1529 minacciò
di attuare gli editti di bando contro Lutero promulgati alla dieta di
Worms del 1521. A tale minaccia i principi e le città aderenti alla
Riforma reagirono energicamente e da quel momento presero il nome di
protestanti.
Per il momento non si giunse ad alcuna conclusione.
Nel 1530 dopo il congresso di Bologna e la propria
incoronazione imperiale, Carlo V radunò la dieta di Augusta, dove i
protestanti presentarono una confessione di fede, o Confessio Augustana,
redatta da FILIPPO MELANTONE, la quale doveva rimanere la dichiarazione
fondamentale del luteranesimo.
Esauriti i mezzi pacifici di conciliazione, Carlo V
accennò allora a passare a misure di coercizione, ma ebbe in risposta la
coalizione detta Lega di Smalcalda (1531) cui aderirono l'elettore di
Sassonia, il langravio di Assia, vari principi tedeschi e undici città
imperiali, con lo scopo di difendere il protestantesimo.
Minacciato dai turchi sul Danubio e nel Mediterraneo,
impensierito dalla Francia, Carlo V fu costretto ad abbandonare l'idea
di sottomettere con la forza i luterani.
La Riforma luterana sboccò in un regime di Chiesa di
Stato.
Nei principati germanici o scandinavi, il principe
divenne custode della coscienza dei propri sudditi. Tale evoluzione fu
favorita anche dagli sviluppi della teologia dei discepoli del Lutero.
Si arrivò ad una concezione etica dell'autorità statale, in antitesi a
quella meramente naturalistica del Machiavelli.
Si dette allo Stato un netto carattere autoritario,
facendo dell'ubbidienza alla sua autorità un dovere religioso.
Ciò non impedì che gli anabattisti continuassero a
diffondersi in Germania, nei Paesi Bassi ed altrove, specie tra i
lavoratori delle città industriali.
Nel 1534 si ebbe in Germania un'esplosione
rivoluzionaria culminata nella conquista della città di Munster da parte
degli anabattisti. Guidati dal sarto olandese Giovanni da Leyda, essi
instaurarono un integrale regime comunista, resistendo all'assedio posto
alla città dal vescovo di Munster, rinforzato da contingenti di principi
cattolici e luterani. Infine i ribelli furono in gran parte massacrati,
mentre Giovanni da Leyda periva fra le torture. L'anabattismo non sparve
del tutto; esso continuò a vivere in forma clandestina, specie nelle
città olandesi.
Da allora, l'anabattismo assunse carattere pacifista,
per opera dell'olandese MENNO SIMONS (donde l'appellativo di mennoniti
dato ai suoi seguaci), rifiutando la violenza sotto qualsiasi forma e
quindi anche l'uso della forza da parte dello stato, a guisa di una
sorta di anarchismo non violento.
Era comune alle grandi monarchie europee esercitare un
forte controllo sulla Chiesa, soprattutto riguardo ai beni
ecclesiastici. Questo si riallacciava a una lunga tradizione medioevale
sia della Chiesa francese o GALLICANA, sia della Chiesa inglese o
ANGLICANA.
Le estreme conseguenze furono raggiunte nel regno
d'Inghilterra col distacco da Roma ad opera del re Enrico VIII
(1509-1547).
Malgrado la durezza Enrico VIII era un re assai
popolare. La partecipazione dell'Inghilterra alle lotte tra Francia e
Asburgo aveva dato importanza internazionale al paese.
Enrico VIII aveva compreso che il destino
dell'Inghilterra era sui mari ed aveva promosso la creazione di una
flotta, per l'espansione della borghesia mercantile che già cominciava a
realizzare forti guadagni esportando tessuti di lana. Il sentimento
monarchico era forte nel paese e faceva perdonare al sovrano gli
scandali della sua condotta privata e la ferocia del suo governo.
Enrico VIII aveva una discreta preparazione teologica,
servendosi della quale confutò in un opuscolo le tesi di Lutero. Leone
X, in segno di riconoscenza, gli conferì il titolo di Defensor Fidei,
che è tuttora conservato dai re d'Inghilterra.
Enrico VIII perseguitò ferocemente i Luterani, ma si
trovò coinvolto in un aspro conflitto con il Papa. Salito al trono a
diciotto anni, era stato sposato per ragioni politiche con la vedova di
suo fratello maggiore, CATERINA DI ARAGONA, zia di Carlo V.
La Chiesa vieta l'unione coniugale di cognati, e fu
perciò necessario che una speciale dispensa fosse concessa dal papa
perché il matrimonio di Caterina con Enrico VIII potesse essere
celebrato. Dopo più di venti anni Enrico VIII, stanco della consorte,
assai più vecchia di lui, ed irritato dal fatto che dal suo matrimonio
non fosse nata che una bambina, MARIA, si invaghì di una dama di corte,
ANNA BOLEYN. Tornò ad appellarsi al divieto del matrimonio tra cognati,
chiedendo al papa Clemente VII di dichiarare nullo il vincolo che lo
univa a Caterina di Aragona, ma Carlo V protestò contro l'affronto che
Enrico VIII voleva infliggere ad una sua stretta parente.
Clemente VII stava ingrandendo la casa dei Medici in
conseguenza degli accordi con Carlo V e non poteva (a parte le
considerazioni dottrinali) offendere l'imperatore accontentando il re
inglese.
Enrico VIII nel 1533 fece annullare il suo matrimonio
con Caterina da un'assemblea di vescovi inglesi e sposò Anna Boleyn.
Scomunicato dal papa, egli fece votare nel 1534 l'ATTO
DI SUPREMAZIA, con il quale il re era dichiarato capo supremo della
Chiesa d'Inghilterra. La Chiesa inglese doveva cessare di avere rapporti
con il papa, considerato esclusivamente come il vescovo di Roma, così
come doveva cessare qualunque rimessa di denaro alla corte romana.
Enrico VIII non aderiva alla Riforma protestante. Le
forme esteriori del culto ed i dogmi venivano conservati nella loro
forma tradizionale, i luterani continuavano ad essere mandati al rogo
come eretici.
Le sole innovazioni introdotte furono, per il momento,
l'uso della lingua inglese invece del latino e l'abolizione progressiva
dei conventi, voluta dal re per eliminare gli ordini religiosi difensori
dell'autorità papale ed appropriarsi dei loro beni.
Le immense proprietà terriere dei conventi, andarono
in parte alla corona, in parte ad arricchire nobili e borghesi.
Il re minacciò pene terribili a tutti coloro che non
accettassero l'Atto di Supremazia. Tra le vittime del suo rigore furono
il confessore della regina Caterina, il vescovo Fisima, e il grande
umanista erasmiano TOMMASO MORO, più tardi canonizzati dalla Chiesa
cattolica.
In complesso le resistenze furono poche: l'avversione
verso il papato e le continue esazioni di denaro richieste dalla corte
di Roma erano tanto forti da far salutare con gioia la rottura con
quest'ultima.
I beni dei conventi, distribuiti fra la nobiltà e la
borghesia, legarono definitivamente queste ultime alla causa dello
Scisma.
Anche in Italia vi furono ambienti influenzati dallo
spiritualismo di Erasmo, soprattutto tra il clero più colto e aperto,
l'aristocrazia e gli intellettuali. Determinante fu l'azione svolta a
NAPOLI negli anni 1530-1545 dall'umanista spagnolo GIOVANNI DI VALDÉS.
Questi propugnava le idee erasmiane di riforma,
sosteneva la giustificazione per fede ed una concezione spirituale e
intima della vita religiosa, fondata essenzialmente sulla lettura dei
vangeli.
Tra i suoi amici e seguaci si contavano figure
importanti, come il celebre predicatore senese Bernardino Ochino, il
protonotario apostolico Pietro Carnesecchi fiorentino, segretario di
Clemente VII, il poeta latino Marcantonio Flaminio, l'umanista Aonio
Paleario, la poetessa Vittoria Colonna.
Gruppi analoghi si formano in altre città italiane,
specialmente negli stati dove minore è il peso della Spagna e più
intensi i rapporti con i paesi transalpini, come Lucca, lo stato
estense, la repubblica di Venezia.
A LUCCA diffondono idee riformatrici il teologo
fiorentino Pier Martire Vermigli e l'umanista piemontese Celio Secondo
Curione, mentre nelle maggiori famiglie, legate alla Francia ed alle
Fiandre, attecchiscono le idee della riforma svizzero-strasburghese.
A FERRARA la duchessa Renata di Francia, figlia di
Luigi XII e moglie di Ercole II d'Este, accoglie alla sua corte e
protegge i fautori della Riforma italiani e francesi.
A MODENA si riunì per diverso tempo un'accademia
letteraria d'impronta erasmiana, alle cui conversazioni partecipano
eminenti prelati, come il cardinale Sadoleto, o letterati, come Ludovico
Castelvetro e Francesco Molza.
I contatti con le città tedesche e svizzere
favoriscono la penetrazione del protestantesimo nel VENETO, dove si
delinea un sotterraneo sviluppo dell'anabattismo specialmente nei ceti
più umili della società.
Dallo stato veneto emigrerà oltralpe, aderendo al
protestantesimo il vescovo di Capodistria Pier Paolo Vergerio, già
nunzio pontificio e più tardi acerbissimo polemista anticattolico.
Ancora a Venezia il fiorentino Antonio Brucioli stampa nel 1532 una
traduzione italiana della Bibbia, che riceve una vasta diffusione. Alla
riforma svizzero-strasburghese aderiscono i superstiti VALDESI in
Piemonte, in Francia e nell'Italia meridionale (1532).
Questa diffusione delle idee erasmiane o protestanti
non condusse alla formazione di una Chiesa dissidente.
Quasi tutto rimase allo stadio di cenacoli e di gruppi
intellettuali, che davanti ai rigori della Inquisizione finivano con lo
scomparire, mentre i loro esponenti cercavano rifugio all'estero o
finivano sul rogo.
Solo più tardi, sotto l'influenza del calvinismo, si
ebbero taluni inizi di un'organizzazione ecclesiastica riformata, ma
finirono stroncati dalle persecuzioni.
Parlando delle vicende religiose dell'Europa nella
prima metà del secolo XVI non possiamo dimenticare, accanto alla Riforma
protestante, il moto di riforma che si manifestava anche all'interno
della Chiesa e che alcuni storici hanno definito RIFORMA CATTOLICA.
Già negli anni appena precedenti l'esplosione del
luteranesimo, il pontefice Giulio II aveva riunito nel 1512 in Roma il V
CONCILIO LATERANENSE pro reformanda ecclesia, in opposizione al concilio
scismatico promosso dalla Francia a Pisa.
Le vicende politiche di quel tempo, però, avevano
impedito al concilio di compiere l'opera di revisione morale e
disciplinare desiderata da tanti contemporanei. Il concilio si dissolse
dopo cinque anni di vita con scarsi risultati. Né da allora, per qualche
decennio, si fece alcunché di concreto in questo senso.
Maggiore importanza ebbero invece iniziative di
carattere particolare.
Nel 1517, ad esempio, si formava in Roma l'ORATORIO
DEL DIVINO AMORE con lo scopo di intensificare la vita religiosa
personale dei suoi aderenti e di praticare la carità.
Diffusasi anche in altri centri italiani, la
Congregazione del Divino Amore, formata da laici come da ecclesiastici,
contò tra le sue file alcune delle personalità religiose più spiccate
del tempo, come Gaspare Contarini, Reginaldo Pole, cugino del re Enrico
VIII, ed il vescovo di Chieti, Giovan Pietro Carafa.
La stessa esigenza di una vita religiosa più
profondamente vissuta, sboccava però nell'ambiente del Divino Amore a
due conclusioni diverse. Una corrente, facente capo al Pole ed al
Contarini, vagheggiava una rinascita religiosa fondata sullo spirito
dell'umanesimo cristiano che accogliesse talune delle esigenze avanzate
dalla Riforma, ma senza alcuna rottura con il Papato. Un'altra corrente,
invece, rappresentata dal Carafa, vagheggiava la rinascita della pietà
medioevale, dello spirito ascetico, della teologia scolastica
tradizionale, con in più un maggior impegno nella carità e una maggiore
preparazione culturale.
Da questa seconda tendenza fu conseguente la
formazione di nuovi ordini religiosi, prevalentemente dediti alla
carità, all'istruzione della gioventù ed alla predicazione popolare.
Sotto la protezione del Carafa, S. Gaetano di Thiene fondò nel 1524 una
congregazione, la quale dal titolo di vescovo di Chieti — latinamente
Teate — del suo protettore, fu detta dei TEATINI. Seguirono con analogo
indirizzo, anche i BARNABITI (1530), o Chierici regolari di S. Paolo, ed
i SOMASCHI (1532), ambedue dediti in modo particolare a promuovere
l'istruzione ed a prendere cura dei ragazzi e dei giovani.
Larghe simpatie popolari acquistò infine l'ordine dei
CAPPUCCINI (1528), uscito dal tronco dell'ordine francescano, con un
programma di ritorno alla povertà ed all'umiltà primitive.
La morale calvinista e il capitalismo
Secondo la dottrina
calvinista, il successo nel proprio lavoro era un segno sicuro della
grazia di Dio. Infatti, se esisteva la predestinazione, chi si
affermava dimostrava che Dio lo aveva, appunto, destinato al successo.
Da questa affermazione, alcuni studiosi, e in
particolare il tedesco Max Weber (1864-1920), hanno fatto
derivare una teoria:la religione calvinista favorì lo sviluppo economico
e fece nascere quello spirito capitalistico che sta alla base
dei moderni sistemi economici.
In realtà, come
tutte le interpretazioni che gli studiosi danno della storia, anche
questa interessante teoria ha i propri punti deboli e non sembra del
tutto reale. In particolare, si può dire che anche nei paesi cattolici,
e ben prima del calvinismo, vi furono intraprendenti e vivaci
imprenditori: i mercanti di Firenze, Milano o Venezia del Due e Trecento
ne sono un chiaro esempio.
Inoltre non fu
sempre molto stretto il rapporto fra lo sviluppo del capitalismo e lo
spirito religioso. Ad esempio, la morale religiosa fu del tutto assente
da fenomeni come lo sfruttamento di certe colonie o il commercio degli
schiavi che, pure, portarono un forte sviluppo economico in paesi come
l’Inghilterra o l’Olanda.
Infine la stessa
dottrina di Calvino non mise tanto l’accento sulla
ricerca del proprio interesse economico, cioè sulla caratteristica
tipica del capitalismo, ma sullo svolgimento del proprio lavoro come
dovere verso Dio e verso la comunità dei fedeli.
Opere buone e
indulgenze
Così come i peccati commessi
prolungavano queste pene, le opere buone
realizzate
nella vita le diminuivano. Esse potevano andare a vantaggio della
propria anima, ovvero di quella di altri defunti, che già si trovavano
in Purgatorio.La dottrina cattolica chiama indulgenza questo sconto
di pena concesso a un’anima, questa riduzione del suo tempo di
permanenza in Purgatorio.Le opere buone, dunque, davano diritto a
un’indulgenza e aiutare la Chiesa nelle sue necessità materiali era
sicuramente un’opera buona. La Chiesa infatti doveva mantenere se
stessa, dare da vivere ai parroci, sacerdoti, vescovi, assistere i
poveri e gli infermi.I fedeli consideravano l’aiuto dato alla Chiesa
come un dovere, oltre che come un modo di salvarsi l’anima: i
poveri davano piccole elemosine, i ricchi donavano o lasciavano in
eredità terre e palazzi, costruivano e mantenevano monasteri, conventi,
ospedali, istituzioni benefiche. Tutti coloro che possedevano qualcosa
pagavano delle tasse alla Chiesa in proporzione alle loro ricchezze.Oggi
noi possiamo considerare sbagliata o superficiale la speranza di aiutare
le anime a raggiungere il Paradiso col pagamento di somme di denaro.
Tuttavia, nel sentimento religioso della gente comune la ricerca delle
indulgenze fu, per molti secoli, un’abitudine consolidata.
TOMMASO MORO E LA LIBERTA' DI COSCIENZA
Cattolici
e protestanti diedero
spesso prova di crudele fanatismo religioso, uccidendo gli avversari,
intimorendoli, obbligandoli con la forza alla conversione. Chi si oppose
a questa tendenza fu perseguitato e, di frequente, pagò con la vita.
Come Thomas More (o Tommaso Moro). More, umanista e filosofo era stato
primo ministro e grande amico del re Enrico VIII, ma quando questi gli
impose di giurare fedeltà alla chiesa anglicana, egli rifiutò di
rinnegare la fede cattolica e per questo venne decapitato (1535). In
questa lettera a un amico More spiega le sue ragioni, rivendicando il
suo diritto alla libertà di coscienza.
"In quanto alla
coscienza degli altri, io non ne sarò giudice, né mai ho spinto alcuno a
prestare o a rifiutare il giura
mento. Ma in
quanto a me, se per sventura mi dovesse accadere di prestare il
giuramento, siate certo che mi sarà stato imposto ed estorto con
la violenza e le sevizie.
(,,).
Sua Maestà non
crede che la causa del mio rifiuto risieda nella mia coscienza, ma pensa
piuttosto che sia frutto di una ostinata caparbietà. Mentre l’unico
ostacolo è proprio la mia coscienza che conosce Dio, al cui volere io
affido tutta questa"
Alcuni testi consultati
Rosario Villari "Storia Moderna" - Laterza
Giorgio Spini "Disegno storico della civiltà" - Cremonese, Roma
Vittoria Calvani "Quadri di civiltà" - Arnoldo Mondadori |