Industria e società
La società industriale aveva un volto
contraddittorio. Sembrava di essere entrati in un periodo di grande
progresso. Sembrava che l'uomo, attraverso le innovazioni tecniche e
scientifiche fosse in grado di superare anche i limiti imposti dalle
leggi della natura. L'agricoltura progrediva al punto da assicurare a
molte più persone la possibilità di nutrirsi.
Nello stesso tempo le macchine e l'automazione
apparivano come una minaccia ai posti di lavoro operaio, mentre le
fabbriche e in nuovi quartieri operai mutavano profondamente il modo di
vivere degli operai. Molti avevano paura di un futuro dagli aspetti
ignoti e preoccupanti.
L'orario di lavoro in fabbrica a noi oggi appare
disumano: fino a 12, 14 ore giornaliere. Non esisteva il contratto di
lavoro a tempo indeterminato. Il lavoro con le macchine non richiedeva
specializzazione o esperiena o forza fisica: spesso in questo modo gli
operai adulti erano sostituiti da donne e bambini, pagati meno e meglio
controllabili.
Da ciò il LUDDISMO, violento movimento di
protesta contro le macchine, che prese il nome dal tessitore Ned Ludd.
Secondo i luddisti le macchine erano alla base di tutti i loro guai. Le
loro azioni di forza erano mirate alla distruzione delle macchine.
Le manifestazioni degli operai inglesi, non solo
quelle dei luddisti, furono affrontate con estrema decisione dalle
autorità, che spesso si servirono dell'esercito per disperdere i
lavoratori che manifestavano le loro proteste in piazza.
Le proteste violente dei luddisti dimostravano
chiaramente che il progresso tecnologico e lo sviluppo industriale
avevano creato un diffuso malessere tra gli strati meno forti della
società. L'insieme di tali disagi fu sintetizzato nell'espressione
"questione sociale".
Intellettuali e politici si esercitarono nel pensare
soluzioni che riducessero le sofferenza dei proletari senza per questo
bloccare il progresso dell'industria. I malcontenti crescenti col
crescere del numero degli operai rischiavano di esplodere in una
rivoluzione dalle conseguenze imprevedibili. Nascono le prime
organizzazioni operaie allo scopo di contrattare i salari e le
condizioni di lavoro con i proprietari delle fabbriche.
Le società di mutuo soccorso
Le Società di Mutuo Soccorso ebbero un modello storico nei "collegia
opificum" (associazioni di artigiani) della Roma antica, una forma di
organizzazione proletaria che affrontava i disagi per malattie,
invalidità, guerre, povertà e vecchiaia. Quando la società romana mutò
assetto dividendo i cives (residenti dei grandi centri urbani) dai vici
(residenti delle campagne e delle aree periferiche), ai collegi si
affiancarono le corporazioni, le congregazioni, le università e le
scuole.
Queste spontanee associazioni ebbero successo fino alla nascita delle
corporazioni medievali.
Le società di mutuo soccorso sono nate, alla fine del 1700,
come associazioni volontarie per migliorare le condizioni materiali e
morali dei lavoratori.
Tali società si fondavano sulla mutualità, sulla solidarietà ed erano
strettamente legate al territorio in cui nascevano.
La spinta alla loro nascita venne da una progressiva presa di
coscienza da parte delle masse lavoratrici delle proprie condizioni e
della ricerca in se stesse della forza per migliorarle.
Le
prime forme assistenziali trovarono largo spazio nell'ambiente
caritativo ecclesiastico.
Diffusi erano, nel XVI secolo, gli ospedali, ricoveri, ospizi per
pellegrini gestiti direttamente da religiosi in collaborazione con
laici.
Il XVI
secolo conobbe anche l'azione delle chiese riformate che costrinse
molti monasteri alla chiusura e la beneficenza a laicizzarsi. Accanto
all'azione delle chiese riformate si diffuse la teoria del diritto
naturale del povero ad essere mantenuto dalla comunità. Una forte
spinta in avanti venne data dalla crescente salarizzazione della
manodopera nelle moderne manifatture settecentesche, che aumentava il
numero dei disoccupati e dei precari. Attorno al 1738 nasceva una Unione
Pia Tipografica con scopi di mutuo soccorso mentre nello stesso anno
nasceva a Venezia una società di mutuo soccorso fra compositori.
I primi segni storici di una "economia sociale"nascono come iniziative
di una certa borghesia illuminata e "interessata"alla fine del 1700.
L'Ottocento
Nel 1804 nasceva a Milano il Pio Istituto Tipografico per affrontare le
malattie croniche e le sospensioni dal lavoro.
A Nizza, nel 1828, gli operai organizzarono una mutua per affrontare i
temi della malattia, della vecchiaia.
Nel 1844, alla posizione dello stesso Re Carlo Alberto che sosteneva la
necessità di casse di beneficenza e carità fra gli operai, sostenute con
i loro contributi, e che disimpegnava lo Stato da ogni aspetto della
vita sociale, coesistevano atteggiamenti favorevoli ad un diretto
intervento statuale nelle questioni sociali.
A questi temi si affiancava la posizione della borghesia italiana che
vedeva nella mutualità e nel volontariato la via per affrontare i
drammatici problemi sociali del paese.
Agli
affiliati era chiesto il regolare versamento di una quota del salario in
rapporto alla prestazione garantita.
I fondi
delle società di mutuo soccorso permettevano agli operai di resistere
meglio alle ristrettezze economiche nei periodi di scioperi.
Movimento operaio inglese
TRADE UNIONS
I sindacati operai inglesi ebbero
una nascita molto difficile e contrastata. L'origine può essere
indicata nelle società di mutuo soccorso (friendly o benefit
societies), ammesse per legge nel 1793. Il divieto di associazione
sindacale, ribadito dalle Combination Laws del 1799-1800, fu
abolito nel 1824-1825, ma il riconoscimento legale venne solo nel 1871.
Le prime organizzazioni, locali e ristrette agli operai più qualificati
dei singoli mestieri, cercavano di ottenere un controllo sull'offerta di
lavoro attraverso la limitazione dell'apprendistato e l'obbligo ai
datori di lavoro di assumere i soli organizzati (closed shop).
Con la fine dell'agitazione cartista (1848), si accentuò il carattere
prevalentemente economico-rivendicativo e non politico del sindacalismo
inglese. Si operò il rafforzamento organizzativo delle principali unioni
(sindacati) di settore (sull'esempio dell'Amalgamated Societies of
Engineers, 1851), coordinate nel Trade Union Congress (Tuc)
dal 1868. Lo sciopero dei portuali londinesi del 1889 segnò la nascita
del "nuovo unionismo", che iniziò a organizzare anche i lavoratori meno
qualificati. L'esigenza di riforme e di sostegno all'azione sindacale
spinse, al volgere del secolo, alla costituzione del Labour Party
(Partito laburista), che mantenne una linea politica gradualista e
riformista. L'ampia autonomia delle singole unioni, la debole autorità
degli organismi di coordinamento, la scarsa permeabilità alle idee
socialiste di palingenesi sociale, furono i caratteri peculiari del
movimento sindacale inglese.
Il Cartismo nasce in Inghilterra nel 1836, grazie a un
gruppo di operai e di artigiani londinesi che rivendicano, nella propria
"carta del popolo" (People's Charter), un programma politico per
tutto il movimento operaio.
Le rivendicazioni principali erano le seguenti:
- suffragio universale (per gli uomini)
- elezione annuale del parlamento
- votazione segreta dei deputati
- divisione del paese in circoscrizione elettorali
uguali (in modo da assicurare un'eguale rappresentanza)
- abrogazione del censo per essere eletti e
remunerazione dei deputati
Nel biennio 1838-39 si tennero molti comizi popolari
per diffondere l'iniziativa, finché 1,2 milioni di persone firmarono una
petizione rivolta al parlamento (Camera dei Comuni), in cui si chiedeva
l'attuazione della "carta". Agli inizi del 1839 si aprì a Londra la
prima Convenzione dei delegati cartisti.
Alcuni delegati ritenevano fosse sufficiente
presentare la petizione in parlamento, aspettare che questo si
esprimesse e nel frattempo sciogliere il movimento. Ma la maggioranza
era convinta che se si scioglieva il movimento, il parlamento non
avrebbe fatto nulla, e tra quest'ultimi, una parte (gli artigiani),
guidata da William Lovett, era favorevole alla lotta pacifica, col
consenso dell'opinione pubblica, e all'educazione della classe operaia;
un'altra parte invece (gli operai), capeggiata da Julien Harney,
propendeva per un'azione rivoluzionaria, inclusa la lotta armata, per
costringere il parlamento ad approvare la "carta".
Anche tra gli intellettuali non c'era accordo sui
mezzi da usare per far approvare la Carta dal Parlamento.
Il governo cominciò a vietare i comizi pubblici e le
dimostrazioni di massa del movimento. Nel maggio 1839 la petizione fu
respinta dal parlamento. Due mesi dopo insorsero gli operai di
Birmingham, che per due giorni tennero la città nelle loro mani.
Il governo intensificò le repressioni e alla fine del
1839 il movimento cartista sembrava al collasso. La sconfitta però aveva
fatto capire che il movimento doveva radicalizzarsi per raggiungere i
propri obiettivi. E così nel 1840 a Manchester si formò l'Associazione
Nazionale Cartista, una sorta di partito politico del proletariato, con
tanto di statuto, comitato esecutivo, quote sociali...
La ripresa del movimento nazionale si ebbe verso
l'autunno del 1841, in concomitanza con una grave crisi economica.
Nell'aprile 1842 3,3 milioni di persone inviarono al parlamento una
petizione ancora più radicale della precedente. Questa volta si
condannava espressamente l'ingiustizia del sistema politico-sociale
inglese, il lavoro gravoso e sottopagato degli operai, le ingenti tasse,
la concentrazione delle terra e di altri mezzi produttivi fondamentali
nelle mani di poche persone.
Di fronte al nuovo rifiuto del parlamento di approvare
la petizione, tra gli operai maturò l'idea di uno sciopero politico
generale, che però, nonostante l'appoggio delle Trade Unions, coinvolse
solo le regioni settentrionali del paese, e non anche quelle centrali e
meridionali.
Il governo riprese le repressioni e lo sciopero fallì,
anche perché nel 1843 si era verificata una certa ripresa industriale.
Il cartismo perse il suo carattere di massa e si avvicinanò, nel periodo
1844-48, alle idee di Marx ed Engels.
Tuttavia, sotto l'influenza del movimento cartista la
borghesia fu costretta a fare alcune concessioni agli operai: nel 1842
fu vietato il lavoro nelle miniere ai bambini di età inferiore ai 10
anni e alle donne; nel 1844 si ridusse a 6 ore e mezza la giornata
lavorativa dei bambini fino a 13 anni, per dar loro la possibilità di
studiare; nel 1847 fu approvata una legge sulla giornata lavorativa di
10 ore per le donne e i minorenni; fu aumentato il numero degli
ispettori di fabbrica per controllare il rispetto delle leggi vigenti in
materia di lavoro.
Nel 1848, in seguito al peggioramento della crisi
economica e agli avvenimenti rivoluzionari dell'Europa centrale, il
movimento cartista ebbe un nuovo impulso popolare. A Glasgow, a
Manchester, a Londra vi furono duri scontri tra lavoratori e forze
dell'ordine.
Si presentò una terza petizione in parlamento, in cui
si dichiarava che la ricchezza della nazione dipendeva unicamente dal
lavoro e che quindi il popolo è l'unica fonte del potere. Il governo
temette l'insurrezione popolare e affidò il comando supremo delle forze
armate al duca di Wellington.
Il movimento cartista entrò in crisi. Il governo ne
approfittò per procedere ad arresti di massa e, approfittando della
favorevole congiuntura economica della seconda metà del 1848, riuscì a
contenere completamente l'ondata rivoluzionaria.
Il cartismo fu sconfitto, tuttavia le riforme attuate
tra il 1867 e il 1887, soprattutto il Ballot Act del 1872,
accolsero di fatto gran parte delle richieste dei cartisti.
L'Inghilterra fu il paese in cui le organizzazioni
sindacali si svilupparono maggiormente. Anche nel resto d'Europa, però,
i conflitti tra borghesia e movimenti operai condizionò la politica in
modo importante.
Fra gli anni 30 e il 48 le agitazioni operaie si
diffondevano insieme con lo sviluppo industriale in paesi come la
Francia e gli stati tedeschi. Tra il 1831 e il 1834 i setaioli di Lione
organizzarono una serie di scioperi che furono stroncati con brutale
violenza dal governo.
Il movimento operaio in Francia ebbe fin dall'inizio
una caratterizzazione specificatamente politica.
Le
origini del pensiero socialista
Nell’Ottocento, in seguito
all’estensione della Rivoluzione industriale, la divisione della società
fra proletari e capitalisti diventa sempre più evidente.
In questo periodo trionfa l'economia
di mercato. Non si produce più per il consumo, ma per mercati sempre più
vasti. Capitale e lavoro salariato sono i due protagonisti principali
della Rivoluzione industriale. Si verifica una distinzione tra
l’imprenditore, fornito di capitali, e coloro che lavorano per lui. La
diffusione di sistemi di produzione capitalista provoca un fenomeno
sociale rilevante: la progressiva eliminazione di varie categorie di
lavoratori indipendenti e la loro trasformazione in salariati o, come si
comincia a chiamarli, in proletari.
Nella logica del capitalismo, il
lavoro è considerato una merce come le altre, che si compra e si vende
sul mercato. Le frequenti crisi economiche e la conseguente
disoccupazione sono minacce sempre pendenti sulla testa dei lavoratori
salariati ed in particolare degli operai di fabbrica, subordinati e
legati al ritmo delle macchine.
In Inghilterra nascono le prime forme di resistenza e di
tutela dei lavoratori dell’industria.
Le origini del socialismo
Alla maturazione del movimento
proletario danno un importante contributo i primi teorici del socialismo
(tra i quali ricordiamo i Francesi Saint-Simon, Fourier e Proudhon, e
l’Inglese Owen); essi, ognuno a suo modo, immaginano un nuovo tipo di
società e un nuovo ordine sociale. Le prime teorie socialiste mettono in
rilievo i problemi sociali derivanti dal nuovo sistema di produzione e
tentano di fornire delle soluzioni.
Saint Simon
Claude Henri de Saint-Simon
(1760-1825) fu l'ispiratore di quel movimento dei
«sansimonisti» in cui si riconobbero alcuni teorizzatori del
«socialismo» a lui contemporanei.
Aveva trent'anni circa quando scoppiò la Rivoluzione
Francese, a cui partecipò propugnando un ideale di uguaglianza, di
trionfo della ragione e di istituzione di un'Assemblea Nazionale
espressione della «volontà generale». A quarantadue anni scrisse
Lettere di un abitante di Ginevra ai suoi contemporanei, a cui
seguí, nel 1808, l'Introduzione ai lavori scientifici del secolo XIX.
Tra le rimanenti opere ricordiamo: Prospetto per una nuova
Enciclopedia (1810), Memoria sulla scienza dell'uomo (1814),
Il sistema industriale (1821-22), Il catechismo degli
industriali (1823-24) e Il Nuovo Cristianesimo (1825).
Pubblicò poi la rivista L'industria che si avvalse della
collaborazione di industriali, politici, economisti, banchieri, e che fu
il «centro» di una «scuola». Collaborò con Comte alla pubblicazione de
L'Organizzatore.
Se esaminiamo a fondo - sostiene Saint-Simon - lo
sviluppo storico, possiamo rilevare l'alternarsi di epoche organiche,
in cui tutta la vita della società ruota intorno ad un nucleo ideale
ispiratore, allo stesso tempo, sia dei sistemi filosofici, etici e
religiosi, sia dell'organizzazione sociale, economica e politica della
società, ed epoche critiche, cioè quelle in cui l'unità della
società si sgretola sotto la spinta dell'esigenza di nuovi «principi»
che diano nuovo e migliore assetto globale alla vita umana. La storia
appare regolata dalla legge del progresso, per la quale non solo
non si verificano mai passi all'indietro, ma ogni stadio ulteriore
dell'umanità rappresenta uno sbocco necessario e una conquista
rispetto alla condizione precedente. L'ultima epoca organica, poi,
fu, a suo giudizio, quella «medievale», dominata dalla fede in Dio e
dall'ideale della fratellanza; quella «moderna» è invece un'epoca
critica, caratterizzata dal disordine spirituale e sociale derivato
dalla distruzione dei valori teologico-politici medievali. La scienza
moderna ha assunto come principio che bisogna pensare ed organizzare il
sapere sulla base dei fatti positivi, empiricamente rilevabili.
Tale principio sarà il fondamento di tutte le altre scienze e della
stessa filosofia. Nascerà un nuovo sistema religioso, morale e politico
che sarà la base di una organizzazione positiva della società.
L'organizzazione politica sarà modellata sulla scienza politica,
che si alimenterà di fatti positivi, derivati dall'osservazione
concreta. Poiché l'attività politica e le stesse istituzioni hanno un
senso solo se in relazione ai bisogni dell'uomo e poiché questi possono
essere soddisfatti solo dalle scienze, dalle arti e dai mestieri, ne
consegue che la guida dello stato dev'essere affidata a scienziati e
artisti.
In seguito Saint-Simon correggerà questa prospettiva
quando ne Il sistema industriale affermerà che la guida dello
stato spetta agli «industriali» che, proprio per la salvaguardia dei
propri interessi, hanno a cuore la corretta conduzione dello stato
insieme allo sviluppo economico della società.
Nel nuovo assetto politico tuttavia i governanti
saranno solo espressione della sovranità del corpo sociale, perché solo
a questo spetta il compito di «fissare la direzione in cui la società
deve camminare».
Questa proposta di Saint-Simon, ha un carattere
meramente utopico. E che egli fosse un utopista lo mostra anche l'ideale
di un'Europa unita che avrà luogo, a suo giudizio, a compimento
dell'epoca positiva. Egli sogna un parlamento generale sovranazionale,
in cui rifluiranno problemi e interessi comuni del popoli europei, e in
cui essi saranno, rispettivamente, risolti e tutelati prioritariamente
rispetto a quelli nazionali; cosí, egli assicura, si estingueranno le
cause dei conflitti e delle guerre. La società futura sarà, per lui,
quella dei Nuovi cristiani, che avranno attuato nei loro rapporti
gli ideali della «chiesa primitiva»; in essa sarà bandita ogni violenza
ed ogni uomo parteciperà con convinzione al miglioramento della vita
materiale e spirituale del prossimo, in particolare della classe piú
indigente; perché in essa le stesse istituzioni socio-politiche
esprimeranno i principi della «dottrina evangelica». Sicché il suo
«discorso», iniziato con l'affermazione della funzione della scienza
nella riforma della vita sociale, finisce quasi in visione mistica.
Charles Fourier
L'ideale di una società in cui sia attuata la
giustizia e sia assicurata all'uomo la felicità fu quello che animò
anche gli scritti di Charles Fourier (1772-1835).
Nell'evoluzione della storia egli distingue quattro
fasi: stato selvaggio, barbarie, patriarcato e
civiltà; l'ultima è rappresentata dalla società borghese,
organizzatasi politicamente dal sec. XVI. Ma dell'era civile, che è
quella in cui egli vive, non è entusiasta: essa è afflitta da limiti e
vizi che nelle precedenti erano patenti e al suo tempo latenti; è una
società ipocrita, anarchica e contraddittoria; essa anzi alimenta da sé
le contraddizioni proprio quando vuole eliminarle. C'è bisogno - egli
sostiene - di una riforma sociale elaborata sulla base del metodo
induttivo, metodo che già aveva promosso la riforma delle scienze.
Poiché l'osservazione del comportamento umano indica
che l'uomo agisce con pienezza di energie e con convinzione solo quando
si sente «attratto» ad agire, è necessario dunque che sulla legge
dell'attrazione passionale siano conformati sia l'ordinamento
produttivo che quello politico. Pertanto l'organizzazione produttiva in
generale, e quella industriale in particolare, quella cioè che
caratterizza l'epoca moderna, devono strutturarsi sul principio della
potenza d'attrazione del lavoro, in modo da fornire all'uomo,
come testualmente dice Fourier, «esche piú seducenti, forse, di quelle
che sono adesso le esche delle feste, dei balli e degli spettacoli» e da
produrgli «tanta soddisfazione e stimolo nei suoi lavori» che egli
impieghi in essi ogni energia senza sentir il bisogno di distogliersi.
Quella di Fourier non è solo una «dottrina» economica,
ma anche una concezione morale. Egli formulò un progetto di riforma
dell'organizzazione umana. Esso s'impernia sulla falange,
una comunità sociale di 1800 persone, organizzata comunisticamente;
l'ideale comunistico ispira sia l'organizzazione della produzione, sia
quella della distribuzione dei beni, sia i rapporti umani, compresi
quelli sessuali. Tale comunità risiede in un falansterio,
che è una struttura architettonica integrata e compatta e autonoma a
tutti i livelli, rispetto a tutti i bisogni. In queste condizioni -
questa era la convinzione di Fourier - si sarebbe creata l'«armonia», o
meglio sarebbe stato realizzato un momento dell'armonia universale.
Per amore di un tal progetto, tuttavia, cadde in
contraddizione con sé: egli che fu critico severo di finanzieri e
speculatori, di arricchiti con rendite parassitarie e di detentori di
monopoli, come di governanti inetti e di uomini di potere, non esitò a
transigere sul tipo di orientamento politico o di collocazione economica
di un eventuale finanziatore del suo piano.
Tra l'altro, per difendere il suo progetto di falange,
giudicato troppo perfetto per essere attuabile, dice:
"Affermare che un tal grado di perfezione non è fatto
per gli uomini, è accusare Dio di scelleratezza; perché egli possiede un
mezzo sicuro per applicare alle relazioni umane il sistema che piú gli
piacerà. Questo mezzo è l'attrazione, di cui soltanto Dio è il
distributore: essa è per lui una bacchetta magica, che appassiona tutte
le creature all'esecuzione della volontà divina. Da quel momento, se a
Dio piacesse il regime di perfezione sociale, cioè quello dell'unità
societaria, della giustizia e della verità, gli basterebbe, per farci
adottare un simile regime, renderlo attraente per ciascuno di noi. Ma è
ciò ch'egli fa: ve ne convincerete leggendo il trattato del meccanismo
societario distribuito in serie passionali. Tutti grideranno: ecco ciò
che desidero, sarebbe per me la felicità suprema. La perfezione è perciò
fatta per gli uomini, se essa è la volontà di Dio, il che è impossibile
dubitare. Per aver troppo poco sperato in Dio, noi non abbiamo raggiunto
i mezzi di perfezione sociale, che sarebbe stata cosí facile da scoprire
mediante il calcolo dell'attrazione
(Il nuovo mondo industriale e
societario)
Ed è la convinzione che il suo progetto sia espressione
della volontà di Dio, e incarnazione della legge divina dell'universo,
che gli fa esclamare:
Io solo avrò umiliato venti secoli d'imbecillità
politica, e solo a me le generazioni presenti e future dovranno
l'iniziativa della loro immensa felicità... Possessore del libro dei
Destini, ho infranto le tenebre politiche e morali e, sulle rovine delle
scienze incerte, levo la teoria dell'armonia universale.
(Teoria dei quattro movimenti)
Robert Owen
Owen è considerato uno dei primi rappresentanti del
socialismo utopistico. Era convinto che l'ambiente esercitasse
un'influenza decisiva sulla formazione del carattere e che il sistema
industriale del suo tempo avesse in sé le risorse per funzionare al
meglio senza bisogno sfruttare i lavoratori.
Owen possedeva uno stabilimento a New Lanark, in
Scozia, dove, fra il 1800 e il 1825 mise in pratica le sue idee. New
Lanark divenne una specie di industria-modello, con salari molto alti e
assistenza per gli operai anche fuori dalla fabbrica. Nel 1825 Owen
fondò negli Stati Uniti una colonia a carattere comunitario, chiamata
"New Harmony", che fu attiva fino al 1828
Entrambi questi esperimenti fallirono e, una volta tornato in patria,
Owen si dedicò con maggior successo all'azione sindacalista.
In particolaresi dedicò all'organizzazione delle Trade
Unions, cercando di promuoverne l'unificazione a livello nazionale. In
seguito fu organizzatore di cooperative di consumo fra i lavoratori. Per
queste sue iniziative nel campo dell'associazionismo e del sindacalismo,
più che per le sue teorie socialiste, Owen fu di fondamentale importanza
nella storia del movimento operaio britannico.
Le sue idee sono di origine prettamente illuminista;
bisogna lasciare alla natura (che è dotata di ragione) di dispiegarsi:
l’uomo può modificare l’ambiente in cui vive e può farlo solo attraverso
l’istruzione, attraverso di essa l’uomo può ritrovare l’armonia
naturale. La società si deve basare sulla vita comunitaria, si vive
assieme secondo un profilo socialista: moneta, commercio e profitto
causano l’individualismo; l’equazione fondamentale in economia per Owen
è valore = lavoro. L’equazione era rispettata nella società del baratto
ma non in della moneta che causa egoismo. Owen pensa di sostituire la
moneta con dei buoni di lavoro che devono rimanere fissi (senza
fluttuazioni), pensa a banche di ricchezza reale (prive di inflazione);
i buoni di lavoro premiano il merito personale e mirano a tagliare le
gambe alle speculazioni. Bisogna rifondare il mondo su motivi razionali,
eliminando l’egoismo, il profitto e la ricerca della speculazione avremo
più di quanto necessario. Owen parla di “paradiso in terra”, è ottimista
sull’effetto che potrebbero avere le sue idee sulla società.
Louis Blanc
Nato a Madrid, ove il padre era ispettore generale
delle finanze sotto il regno di Giuseppe Bonaparte. Fuggito Giuseppe
dalla Spagna la famiglia Blanc dovette rientrare in Francia. Dopo la
laurea in legge collaborò con diversi giornali sino a che fondò la
Revue du progres. Nel 1839, pubblicò il suo studio
L'Organizzazione del lavoro, il testo base del suo pensiero
politico.
Egli attribuiva i mali della società moderna alla concorrenza del
mercato, che spinge da parte i più deboli. Proclamava parificazione dei
salari e il bene comune, secondo la famosa formula "a ciascuno secondo i
suoi bisogni, da ciascuno secondo le sue capacità" .
La sede per la realizzazione di tali programmi sarebbero stati i
"laboratori sociali", una vera e propria nuova organizzazione sociale,
che avrebbe consentito la proprietà comune dei mezzi di produzione.
Dopo la caduta di Luigi Filippo nella rivoluzione di
Febbraio 1848 divenne membro del governo provvisorio, con la possibilità
di sperimentare nella realtà i suoi laboratori sociali. Fu su sua
proposta che, il 25 febbraio, il governo deliberò di "garantire
l’esistenza dei lavoratori attraverso il lavoro" e permise l’istituzione
dei "laboratori nazionali", attuazione pratica dei "laboratori sociali".
L’esperimento ebbe esiti disastrosi. E lui stesso lo rinnegò, in un
pamphlet pubblicato a Londra, circa un anno più tardi (Appel aux
hommes gens, 1849), con la speciosa motivazione, avanzata da tutti i
teorici, che l’esperimento fosse fallito non per come era disegnato, ma
per come era stato realizzato.
Le teorie appena esposte furono criticate da Karl Marx (1818-83)
studioso di filosofia all'Università di Berlino e di Jena, e dal suo
amico e collabortore Friedrich Engels (1820-95), figlio di un
industriale tessile tedesco. Marx ed Engels rimproveravano ai socialisti
come Blanc e Fourier di basare le loro proposte su sentimenti umanitari
anziché su un'analisi precisa della realtà. Il loro socialismo fu
definito da Marx Utopistico perché la solidarietà e l'armonia tra gli
uomini, alla base di tale pensiero, erano aspirazioni astratte. Secondo
Marx solo un'indagine approfondita e scientifica della società
industriale avrebbe potuto guidare il proletariato nella lotta per una
società più giusta. Al socialismo utopistico Marx oppose il suo
socialismo scientifico.
Nel 1848 a Londra Marx ed Engels scrissero il
manifesto del Partito Comunista, ne quale esponevano il programma della
Lega dei Comunisti, nata nel 1847 e la loro concezione del mondo. "La
storia di ogni società finora esistita è storia di classi. Liberi e
schiavi, patrizi e plebei, baroni e servi della gleba, in una parola
oppressori e oppressi sono sempre stati in contrasto tra loro, hanno
sostenuto una lotta ininterrotta, a volte nascosta, a volte palese." A
muovere la storia umana era la lotta tra le classi che detengono il
potere e le classi lavoratrici che lottano contro lo sfruttamento.
Nella società industriale questa lotta vedeva
contrapposti la borghesia e il proletariato. Marx ed Engels
riconoscevano alla borghesia il merito di avere svolto in passato
un'azione rivoluzionaria: erano stati i borghesi a porre fine al
predominio dell' aristocrazia e a permettere il passaggio dalla società
feudale alla società industriale. Da forza rivoluzionaria la borghesia
si era trasformata in forza conservatrice. Ormai i borghesi miravano
solo a conservare il potere conquistato.
Analisi marxista della società industriale. Negli anni
sessanta Marx, che si trovava ancora a Londra, scrisse il Capitale.
Secondo la sua analisi, nella società industriale il capitale era nelle
mani di una minoranza di borghesi. Questa minoranza continuava ad
arricchirsi grazie al lavoro di una maggioranza di proletari, che
possedevano solo la loro capacità di lavorare. Una situazione di questo
genere, secondo Marx, non poteva durare per sempre: i proletari
avrebbero travolto il vecchio mondo con una rivoluzione e ne avrebbero
ricostruito uno nuovo. Nella nuova società comunista i mezzi di
produzione sarebbero stati collettivi e non ci sarebbe più stato nessuno
sfruttamento dei lavoratori da parte dei padroni. |