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Il Piemonte di Cavour
ottenne l'appoggio di gran parte dei patrioti italiani
- Approfittò allora della favorevole
situazione europea e dell'alleanza con la Francia per
vincere la seconda guerra d'indipendenza
- L'impresa dei Mille, guidata da
Garibaldi, permise la conquista del Mezzogiorno d'Italia
- Il regno di Sardegna divenne regno
d'Italia
IL PIEMONTE E
CAVOUR
Vittorio
Emanuele II ebbe un ministro di grandi capacità: Camillo Benso
conte di Cavour. Con lui la politica piemontese fece davvero un
salto di qualità.
Cavour era un deciso sostenitore del
pensiero liberale e dell'economia liberista. Sosteneva anche che
Stato e Chiesa erano due istituzioni distinte, che dovevano
rimanere assolutamente separate:
- la Chiesa doveva occuparsi della
religione e delle coscienze, non del governo e delle cose
terrene;
- lo Stato doveva governare senza
occuparsi di questioni religiose e anzi garantire a chiunque
la libertà di professare la propria fede (o anche di non
averne alcuna).
IL PROGETTO DI CAVOUR
PER L'INDIPENDENZA ITALIANA
Nominato presidente del Consiglio dei
ministri nel 1852, Cavour poté mettere mano alla realizzazione
del suo progetto politico per l'indipendenza italiana.
Egli sosteneva che solo il Piemonte poteva
realizzarla, perché non era sottomesso all' Austria (come invece
erano i Borboni di Napoli, il granduca di Toscana, i duchi di
Modena e di Parma); solo il Piemonte, inoltre, poteva garantire
alle monarchie europee che l'Italia non si sarebbe spinta troppo
in là, verso ideologie democratiche e radicali.
Avuta questa garanzia, pensava Cavour, le
potenze come la Francia e l'Inghilterra avrebbero potuto aiutare
il Piemonte, sia per indebolire l'Austria, sia per evitare che
il nazionalismo italiano si indirizzasse verso soluzioni meno
moderate.
Inoltre, l'Inghilterra poteva avere una
ragione in più per sostenere la causa italiana: quella di creare
nell' area del Mediterraneo una nuova nazione sufficientemente
forte da limitare l'influenza della stessa Francia.
LA GUERRA DI CRIMEA
Per realizzare il piano
di Cavour era però necessario che il piccolo regno di Sardegna
trovasse il modo di farsi prendere in considerazione dalle
potenze di cui ricercava l'appoggio. L'occasione fu trovata
nella guerra di Crimea.
Nel 1854 la Russia aveva
dichiarato guerra alla Turchia, per impadronirsi delle regioni
affacciate sul mar Nero, oggi corrispondenti alla Bulgaria e
alla Romania. Francia e Inghilterra, preoccupate dall'espansione
dell'impero russo, avevano sostenuto militarmente la Turchia.
La guerra si rivelò
molto dura, anche per le gravi epidemie che scoppiarono fra le
truppe alleate, impegnate nell' assedio della città di
Sebastopoli.
Cavour decise che era
opportuno partecipare alla guerra. Il regno di Sardegna inviò in
Crimea un corpo di spedizione comandato dal generale Alfonso La
Marmora. Quattro mesi dopo, il nuovo corpo dei bersaglieri
partecipò alla battaglia vittoriosa della Cernaia.
Poco meno di 200 uomini
morirono sul campo, ma circa 1500 piemontesi persero la vita per
l'epidemia di colera. Le conseguenze politiche di questo
sacrificio furono però estremamente positive:
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Vittorio
Emanuele II, in visita ufficiale a Londra e a Parigi, fu
accolto con grandi dimostrazioni di simpatia e il
giornale inglese Daily Telegraph salutò il
giovane sovrano «come nostro alleato, come quella rarità
che è un re costituzionale»; |
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nel
congresso per la pace, riunito si a Parigi nel 1856, fu
riservato un giorno a Cavour nel quale poté parlare
della questione dell'indipendenza italiana. |
I FALLIMENTI DEI
MAZZINIANI
Nel frattempo si verificarono vari tentativi
d'insurrezione dei mazziniani, nessuno dei quali ebbe buon
esito.
Nel 1851 il sacerdote Giovanni Grioli venne
fucilato presso Mantova, a Belfiore. Nel 1857 Carlo Pisacane
sbarcò presso Sapri, una cittadina posta sul confine tra
Campania e Basilicata, e cercò di spingere la popolazione alla
rivolta. Gli abitanti del luogo, del tutto ignari delle
intenzioni dei patrioti, pensarono però di trovarsi di fronte a
una scorreria di briganti. Pisacane fu ucciso e i suoi compagni
uccisi o catturati. La loro azione, ingenua e generosa, era
fallita per la mancanza di preparazione, per l'illusione che le
masse del Mezzogiorno fossero spontaneamente pronte alla
rivolta.
Dopo questi tragici avvenimenti molti
repubblicani, e tra questi Garibaldi, si resero definitivamente
conto che l'unica speranza di unità nazionale era legata alla
monarchia del Piemonte.
Garibaldi era molto amato dal popolo e ben
visto dai democratici: la sua adesione al progetto politico
piemontese portò con se molti consensi.
GLI ACCORDI TRA ITALIA E
FRANCIA
Dopo
gli accordi di Parigi i rapporti di amicizia tra il governo
piemontese e l'imperatore dei Francesi si fecero più stretti.
Tuttavia nel 1858 un drammatico episodio rischiò di far crollare
l'abile costruzione politica di Cavour.
Un repubblicano italiano, Felice Orsini,
attentò con una bomba alla vita di Napoleone III. L'imperatore
si salvò, ma vi furono morti e feriti.
Orsini voleva punire Napoleone per
l'intervento militare del 1849 contro la Repubblica Romana.
Prima di essere giustiziato, scrisse all'imperatore chiedendo
perdono per il proprio gesto e raccomandandogli la causa della
libertà italiana.
Cavour riuscì a volgere il gesto dell'Orsini
a vantaggio della causa italiana. Se non si fosse fatto in
fretta, egli sostenne, si sarebbero pericolosamente diffusi i
movimenti estremisti. Il liberale e moderato regno piemontese
era una barriera contro questo rischio.
Dopo lunghe trattative diplomatiche tra
Napoleone III e Cavour, un accordo segreto fu firmato a
Plombières, una cittadina termale francese, nel 1858.
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Cavour ottenne
l'impegno di un intervento militare francese in caso di
aggressione austriaca al Piemonte; |
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Napoleone III
ebbe la promessa della cessione di Nizza e della Savoia
alla Francia. |
Cavour si impegnò con l'imperatore, che
temeva un'Italia troppo forte, a dividerla in quattro Stati:
Nord, Centro, Sud e Stato Pontificio. In questo modo al Piemonte
sarebbe toccata solo l'Italia settentrionale; ma in realtà
Cavour pensava di riuscire a volgere la situazione a proprio
vantaggio, una volta che l'Austria fosse stata sconfitta.
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D O C U M E N T I
"NON SIAMO
INSENSIBILI AL GRIDO DI DOLORE..."
Il nostro paese,
piccolo per territorio, acquistò peso nei Consigli
d'Europa, perche grande per le idee che rappresenta, per
le simpatie che esso ispira. Questa condizione non è
priva di pericoli perche, mentre rispettiamo i trattati
diplomatici, non siamo insensibili al grido di dolore
che da tanta parte d'Italia si leva verso di noi. Forti
nella concordia, fidenti nel nostro buon diritto,
aspettiamo prudenti e decisi i decreti della Divina
Prowidenza.
DO C U M E N T I
LETTERA DI CAVOUR A VITTORIO EMANUELE Il SULLE
TRATTATIVE CON NAPOLEONE III
Appare anche. da
queste poche righe l'abilità diplomatica di Cavour nei
confronti di Napoleone III (ma anche verso il suo re).
Ai due sovrani egli deve far accettare
un difficile accordo. Come si
vede, Cavour, per il momento, non prende impegni su
Nizza (o, forse, non Io dice a Vittorio
Emanuele) e non
rivela la sua intenzione di non rispettare (se ci
riuscirà) la divisione dell'ltalia in quattro parti.
( ) si passò
alla grande questione: Quale sarebbe Io scopo della
guerra?
L'Imperatore
ammise senza difficoltà che bisognava cacciare del tutto
gli Austriaci dall'Italia, e non lasciar loro un pollice
di terreno al di qua dalle Alpi e dall'lsonzo. Ma poi,
come organizzare l'Italia?..
La valle del PO,
la Romagna e le Legazioni costituirebbero il Regno dell'
Alta Italia sul quale regnerebbe la casa di Savoia. Si
conserverebbe al Papa Roma e il territorio che la
circonda. Il resto degli Stati del Papa con la Toscana
formerebbe il Regno dell'Italia Centrale. La
circoscrizione territoriale del Regno di Napoli non
sarebbe toccata. I quattro Stati italiani formerebbero
una confederazione simile alla Confederazione Germanica,
di cui si darebbe la presidenza al Papa per consolarlo
della perdita della miglior parte dei suoi Stati.
Questa
sistemazione mi pare in tutto accettabile. Perche Vostra
Maestà, essendo sovrano di diritto della metà più ricca
e più forte dell'Italia, sarebbe di fatto sovrano di
tutta la penisola. ( )
Dopo aver
regolato la sorte futura dell'Italia, l'Imperatore mi
domandò che cosa otterrebbe la Francia e se V.M.
cederebbe la Savoia e la Contea di Nizza. Risposi che
Vostra Maestà, professando il principio delle
nazionalità, comprendeva che la Savoia doveva essere
riunita alla Francia; che di conseguenza Essa era pronta
a farne il sacrificio ben che le costasse immensamente a
rinunciare a un paese che era stato la culla della sua
famiglia e a un popolo che aveva dato ai suoi antenati
tante prove di affetto e di devozione. Che, quanto a
Nizza, la questione era diversa, perché i nizzardi, per
la loro origine, la loro lingua e le loro abitudini,
appartengono più al Piemonte che alla Francia, e che di
conseguenza la loro unione all'Impero sarebbe contraria
a quello stesso principio per il trionfo del quale ci si
aspettava a prendere le armi. Qui l'Imperatore si
carezzò più volte i baffi e si accontentò di soggiungere
che erano queste per lui questioni affatto secondarie e
che ci sarebbe stato tempo per Occuparsene più tardi. |
LA SECONDA GUERRA D'INDIPENDENZA
I l
trattato di alleanza stabiliva che la Francia sarebbe
intervenuta per difendere il Piemonte da un attacco dell'
Austria, non per aiutarlo ad attaccare il Lombardo- Veneto.
Occorreva quindi provocare la guerra, ma non iniziarla.
Nei primi mesi del 1859 il Piemonte radunò le
sue truppe sul Ticino. Ai soldati regolari si affiancarono
migliaia di volontari giunti da tutta Italia. Garibaldi ebbe il
comando di un corpo di volontari: i Cacciatori delle Alpi.
Il governo austriaco cadde nella trappola e
inviò un ultimatum a Torino. Per evitare una guerra Vittorio
Emanuele II doveva immediatamente disarmare l'esercito.
Il re rifiutò e le truppe austriache
varcarono il Ticino per attaccare Novara e Vercelli.
I Piemontesi rallentarono l'invasione
allagando le risaie della zona e si ritirarono lentamente,
riunendosi ai Francesi, comandati dallo stesso Napoleone III.
La prima battaglia avvenne presso Magenta,
dove i Francesi sconfissero nettamente gli Austriaci. Napoleone
III e Vittorio Emanuele II entrarono trionfalmente a Milano.
Garibaldi conquistò Varese, Como, Bergamo e Brescia.
Pochi giorni dopo i Francesi batterono
nuovamente gli Austriaci a Solferino, mentre l'esercito
piemontese otteneva una vittoria a San Martino.
L'ARMISTIZIO DI VILLAFRANCA
Tali vittorie ebbero immediate conseguenze in
tutta Italia: Firenze, Modena, Parma, Bologna scacciarono i loro
rispettivi sovrani, formarono nuovi governi provvisori e
chiesero l'unione con il regno di Sardegna. Napoleone III si
spaventò: egli comprese che Cavour non si sarebbe limitato al
governo dell'Italia settentrionale.
Inoltre i cattolici francesi tenevano molto
alla salvaguardia dei domini del Pontefice e, a Parigi, la
guerra in Italia era divenuta impopolare per le numerose perdite
sul campo di battaglia. A ciò si aggiunse la dura presa di
posizione della Prussia: per evitare il rafforzamento della
Francia, essa minacciò di intervenire a fianco dell' Austria.
Così 1'11 luglio 1859 Napoleone III firmò un
armistizio a Villafranca, presso Verona, con lo stesso
imperatore Francesco Giuseppe, senza consultare gli alleati
piemontesi.
I due imperatori concordarono che la
Lombardia venisse ceduta al regno di Sardegna, ma che l'intero
Veneto rimanesse sotto il governo austriaco. Vittorio Emanuele
II non si sentì abbastanza forte da respingere l'accordo e
accettò. Per protesta Cavour diede le dimissioni da capo del
governo.
L'ITALIA CENTRALE SI UNISCE
AL REGNO DI SARDEGNA
Ma il piano di Cavour
continuò a realizzarsi. Richiamato a capo del governo (1860),
egli riprese a trattare con Napoleone III. L'imperatore non
aveva ricevuto le ricompense promesse (Nizza e la Savoia) poiché
il Piemonte sosteneva che firmando l'armistizio di Villafranca
non aveva rispettato i patti. Cavour gliele offrì nuovamente pur
di avere mano libera con la Toscana, l'Emilia-Romagna, Parma e
Modena.
Qui, la scelta se unirsi o no al regno di
Sardegna venne affidata a un plebiscito, una votazione con la
quale i cittadini avrebbero dovuto dire sì o no all' annessione.
Veniva così stabilito un importante principio: ciascun popolo
doveva decidere da sé, con un voto, il proprio destino.
L'Italia centrale approvò a stragrande
maggioranza dei votanti (97% di sì) l'annessione al regno di
Sardegna: in Toscana, ad esempio, vi furono 366.571 voti a
favore, 14.952 contro.
LA SPEDIZIONE DEI MILLE
I l
2 aprile 1860 si inaugurava a Torino il nuovo Parlamento,
allargato ai rappresentanti dell'Italia centrale. Nello stesso
mese scoppiarono alcune rivolte in Sicilia.
Forte era la presenza di Siciliani a Torino e
a Genova: erano liberali o democratici fuggiti o esiliati dalla
loro isola. Fra questi, Francesco Crispi, che più tardi
diventerà un importante uomo politico: egli convinse Garibaldi a
organizzare una spedizione militare in Sicilia, garantendogli
l'appoggio popolare.
Vittorio Emanuele II era segretamente
favorevole all'impresa, mentre Cavour diffidava dei democratici
garibaldini e temeva la Francia e l'Inghilterra. Alla fine
Cavour accettò il progetto, purché l'impresa si realizzasse
"spontaneamente", senza il consenso del governo, in modo da
evitare contrasti con le grandi potenze.
Nella notte tra il 5 e il 6 maggio 1860, 1070
garibaldini (i Mille) si imbarcarono presso lo scoglio di
Quarto, vicino a Genova, su due piroscafi (il Piemonte e
il Lombardo). Erano volontari che lasciavano la famiglia,
il lavoro, la vita quotidiana, le professioni, lo studio per
combattere con Garibaldi. La maggior parte erano borghesi, ma
non mancavano aristocratici, artigiani, operai.
GARIBALDI CONQUISTA IL
MEZZOGIORNO
Dopo essersi fermati nel porto toscano di
Talamone, per imbarcare armi e munizioni, i due piroscafi
giunsero nel porto di Marsala, dove i Mille sbarcarono. A Salemi
Garibaldi indirizzò un proclama alle popolazioni, invitandole
alla rivolta e assumendo il comando in nome di Vittorio Emanuele
II. Molti lo seguirono, non solo borghesi e artigiani, ma anche
contadini, che spesso si sollevarono contro i grandi
proprietari. Pochi giorni dopo lo sbarco, Garibaldi sconfisse le
truppe borboniche a Calatafimi e occupò Palermo.
Il re di Napoli, Francesco II di Borbone,
cercò di correre ai ripari. Andò alla ricerca di alleanze con le
potenze europee e si affrettò a concedere una costituzione, per
conquistarsi le simpatie dei liberali.
Ma era ormai troppo tardi: le truppe
garibaldine batterono nuovamente i borbonici a Milazzo e
sbarcarono in Calabria, conquistando Reggio. Il 7 settembre 1860
Garibaldi entrò in Napoli, accolto trionfalmente dalla
popolazione, mentre Francesco II si rifugiava a Gaeta.
LA CONQUISTA DELLE
MARCHE E DELL'UMBRIA
A questo punto Cavour decise di
intervenire per prendere il controllo della situazione. Le sue
motivazioni erano molteplici:
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temeva che Garibaldi potesse proclamare una repubblica
nel Mezzogiorno; |
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intendeva cogliere l'occasione per conquistare anche
le Marche e l'Umbria, che erano rimaste sotto il governo
pontificio; |
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infine voleva
evitare che Garibaldi attaccasse Roma, provocando un
intervento militare dei Francesi a protezione del papa. |
Alle potenze europee, e
soprattutto alla Francia, Cavour dichiarò che era costretto a
far intervenire l' esercito per evitare i pericoli di una
rivoluzione democratica a Napoli. In realtà questa scusa gli
servì per far penetrare le truppe nello Stato Pontificio. Le
truppe mercenarie del papa furono battute a Castelfidardo
(1860).
L 'esercito
piemontese, evitando Roma, si impadronì delle Marche e
dell'Umbria.
GARIBALDI CONSEGNA AL RE
IL MEZZOGIORNO
 Nel
frattempo Garibaldi aveva sconfitto definitivamente le truppe
borboniche sul fiume Voltumo e Vittorio Emanuele II aveva
raggiunto il suo esercito.
Il 26 settembre 1860 Garibaldi e Vittorio
Emanuele II si incontrarono presso Teano (Caserta). Qui
Garibaldi salutò il sovrano come re d'Italia, affidandogli tutti
i territori liberati. Nel mese di novembre la Sicilia e il regno
di Napoli votarono con il 99% di sì l'annessione all'Italia.
Garibaldi aveva compiuto un'impresa
straordinaria, che gli valse un'enorme popolarità non solo in
Italia, ma in tutta Europa. Per se non volle onori e ricompense
di nessun tipo. Chiese solo un posto per gli ufficiali
garibaldini nel nuovo esercito italiano. Solo alcuni furono
accettati da un'amministrazione militare che si mostrò molto
diffidente.
Finita la grande avventura, Garibaldi si
ritirò a Caprera, un'isoletta nel nord della Sardegna. Ci si può
chiedere perché lo fece. Era l'uomo più popolare e amato
d'Italia e avrebbe potuto rimanere nella vita politica con
grandi prospettive.
Ma innanzi tutto egli era un uomo semplice e
poco ambizioso: la sua casa di Caprera fu modestissima ed egli
coltivò personalmente la sua terra.
Inoltre, era vicino ai democratici, ma non
era un politico. Nel momento decisivo mise le sue grandi
capacità di combattente al servizio della monarchia piemontese:
fece cioè una scelta realistica e pratica che lo pose in
contrasto con le antiche convinzioni personali e con molti amici
e compagni di lotta. Una volta assolto il suo compito, nel
superiore interesse dell'Italia, lui democratico e repubblicano,
non aveva alcun motivo per cercare nuovi incarichi al servizio
di una monarchia liberale e moderata.
Infine, Garibaldi era un condottiero e un
uomo d'azione: la politica con le sue sottigliezze, i suoi
intrighi, le sue ipocrisie gli era del tutto estranea. Quando
capì che la grande avventura era finita, conoscendo i propri
limiti, si ritirò.
LA SCOMPARSA DI CAVOUR
I l primo atto
del nuovo parlamento italiano (17 marzo 1861) fu la
proclamazione del regno d'Italia, con capitale a Torino. Per
completare l'unità del paese mancavano soltanto Roma e il
Veneto.
Vittorio Emanuele II assunse per sè e i suoi
discendenti il titolo di "re d'Italia, per grazia di Dio e
volontà della nazione". Con questa formula si dette una
soluzione di compromesso al contrasto fra le idee tradizionali e
quelle innovatrici.
Il re era tale "per grazia di Dio", cioè
perché la volontà divina l'aveva posto sul trono. Ma era anche
tale per "volontà della nazione", perché voluto dal popolo che
aveva diritto di fare le proprie scelte. Neppure tre mesi dopo
moriva Camillo Cavour. Fu una grave perdita, che privò l'Italia
del solo uomo politico di alto livello, proprio quando era
necessario dare inizio all' organizzazione del nuovo Stato. |
I PRIMI GOVERNI ITALIANI E LA TERZA GUERRA
D'INDIPENDENZA
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| Problemi
L'unificazione dell'Italia fu un evento storico avvenuto dopo
secoli di dominazioni straniere e di governi molto diversi tra
le diverse zone.
Molti ed enormi problemi rimanevano.
Roma, il Lazio, il Veneto, il Trentino non appartenevano ancora
al regno d'Italia. Le diverse zone d'Italia presentavano livelli
di sviluppo disomogenei. In politica estera l'Italia era debole
e isolata, in aperta conflittualità nei confronti dell'Austria,
in tensione con la Francia, priva di alleati che l'aiutassero a
difendere i propri interessi.
Dopo l'unità l'Italia fu governata per 15 anni dalla destra
storica, che tentò, con scarsi successi, di risolvere i problemi
del nuovo stato italiano.
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LA POLITICA DELLA DESTRA STORICA
Possiamo riassumere in 5 punti il programma che la Destra storica
tento di attuare in Italia:
- completare l'unificazione del territorio;
- costruire nuove strade e ferrovie che facilitassero le
comunicazioni all'interno del paese e favorissero i commerci. La
ricucitura dello stivale, come si diceva allora, avvenne soprattutto
attraverso la costruzione di nuove ferrovie.
- imporre a tutta l'Italia lo statuto albertino e il modello
amministrativo piemontese;
- estendere a tutto il regno l'uso della lira piemontese;
- applicazione di una politica economica liberista che facilitasse
gli scambi con l'estero.
La realizzazione di questo programma era molto costoso. Per riuscire
a finanziare l'unificazione gli uomini del governo chiesero prestiti
alle altre nazioni ed imposero tasse pesantissime ai cittadini. La tassa
più odiata fu la tassa sul macinato, che si pagava per poter macinare il
grano. Tasse di questo genere colpivano i consumi fondamentali, come
quello della farina, quindi opprimevano soprattutto i più poveri.
LA QUESTIONE MERIDIONALE
Subito dopo l'Unità i contadini, i borghesi, i baroni, il clero
dell'Italia Meridionale cominciarono a vedere i Savoia e lo stato
italiano come degli stranieri. Il Sud non ricevette alcun beneficio
dall'Unità: le tasse aumentarono, il pane costava di più e i giovani
erano costretti a prestare sette anni di leva obbligatoria. Inoltre il
governo non appariva interessato a varare una riforma agraria che
risolvesse il problema più grave del mezzogiorno: il latifond.
MAFIA E BRIGANTAGGIO
Si affermarono nel sud organizzazioni parallele allo stato basate su
legami familiari e di parentela: la mafia in Sicilia e la Camorra a
Napoli non solo continuarono un'antica tradizione, ma svilupparono nuovi
contatti con i poteri locali, influenzando l'elezione dei candidati e
controllando i flussi di denaro e gli investimenti. Inoltre migliaia di
contadini, di ex ufficiali borbonici, e di legittimisti borbonici furono
protagonisti di azioni violente contro i ceti possidenti. Il
brigantaggio non era solo un fenomeno criminale, ma indicava il disagio
e il diffuso malcontento del Sud Lo stati rispose occupando militarmente
per cinque anni le regioni meridionali. La repressione del brigantaggio
costò la vita a 116.000 uomini. Si trattò, di fatto, di una sorta di
guerra coloniale.
LA TERZA GUERRA D'INDIPENDENZA
Per annettere il Veneto l'Italia aveva bisogno di un alleato. Questo
alleato fu la Prussia dominata dal suo primo ministro Otto von
Bismarck. Sia la Prussia, sia l'Italia dovevano combattere contro
l'Austria. L'Italia voleva la riconquista dei territori ancora sotto il
dominio asburgico, la Prussia voleva l'unificazione degli stati
tedeschi, di cui l'Austria presiedeva la confederazione.
Nel 1866 Prussia e Italia stipularono un'alleanza. L'Italia garantiva
il proprio appoggio alla Prussia e in caso di vittoria avrebbe ottenuto
in cambio il Veneto. L'esercito italiano si dimostrò debole e
impreparato subendo numerose sconfitte; solo Garibaldi sconfisse gli
Austriaci nel Trentino.
La Prussia sconfisse duramente l'Austria e la costrinse alla resa. Il
Veneto fu ceduto all'Italia, ma Trento e Trieste rimasero in mano
austriaca.
ROMA CAPITALE
Qualche anno più tardi trovò soluzione anche il problema di Roma, che
dopo il 1860 era rimasta nelle mani del Papa e sotto la tutela
dell'esercito Francese. Nel 1870 scoppiò tra Francia e Prussia una
guerra che si concluse con la vittoria di quest'ultima, la nascita
dell'Impero tedesco e la fine del regime di Napoleone III. Questo
conflitto ebbe importanti conseguenze sulla storia italiana. La
guarnigione francese stanziata a Roma in difesa di Pio IX fu richiamata
in patria. Il 20 settembre 1870 l'esercito italiano superò la resistenza
delle truppe pontificie, conquistò Roma che fu dichiarata capitale
d'Italia. Pio IX si rinchiuse in Vaticano considerandosi ostaggio degli
"usurpatori". Pio IX promulgò quindi il celebre editto "Non espedit "
col quale proibiva ai cattolici di partecipare alla vita politica. |