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- L'Italia nel 400
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Napoli e Roma
- Firenze e Milano
- Repubblica Veneta
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Piccoli stati
La situazione italiana nel corso
del 400
Solo in alcune città fiamminghe e tedesche alla fine
del 400 si poteva trovare qualcosa di paragonabile alle grandi banche di
Firenze, Genova e Milano, ai tessuti di seta e alle industrie dei comuni
italiani. Senza paragoni era poi la civiltà dell'umanesimo italiano, la
fioritura artistica italiana, la raffinatezza delle corti della nostra
penisola.
Ancora le navi Veneziane e Genovesi detenevano il
grosso del commercio nel Mediterraneo, mentre l'agricoltura della
Pianura Padana r della toscana erano all'avanguardia per la modernità
delle tecniche produttive. Glia artigiani italiani degli stucchi, della
scultura e della pittura erano richiesti in tutta l'Europa.
Mentre
nei piccoli stati italiani si sviluppavano ricchezza e bellezza, in
Francia e in Spagna i sovrani portavano a compimento un poderoso
processo di unificazione e di modernizzazione dello stato e
basavano il loro potere su un esercito formidabile per numero di soldati
e potenza degli armamenti. Alla fine del felice periodo di tranquillità
seguito alla pace di Lodi Spagna e Francia faranno un boccone degli
staterelli italiani deboli e divisi.
Mentre Francia, Spagna ed Inghilterra, raggiungevano
la propria unità nazionale, nessuno stato italiano era abbastanza forte
da imporsi su tutta la penisola o da poter sostenere da solo l'urto
delle grandi potenze straniere; nello stesso tempo i vari stati erano
troppo divisi per far fronte comune contro gli stranieri. Le piccole
compagnie di ventura operanti in Italia non potevano reggere il
confronto con i poderosi eserciti delle grandi monarchie europee.
Nei
diversi stati italiani esisteva un distacco completo tra gli interessi
di una ristretta oligarchia che deteneva tutti i poteri e tutte le
ricchezze e il resto della popolazione che non contava niente e non
aveva potere contrattuale. La ristretta oligarchia che deteneva il
potere preferiva affidare la propria sicurezza alle truppe mercenarie
piuttosto che pensare ad un esercito di popolo.
Venezia fu la sola eccezione alla regola di affidare
tutta la propria difesa ad un esercito mercenario e poté sempre contare
sulla solidarietà della popolazione.
Le grandi ricchezze dei mercanti e dei banchieri
italiani conservavano una forte connotazione di precarietà: rapidi e
ingenti guadagni si alternavano a crolli improvvisi. Un naufragio o un
assalto di corsari potevano mandare in rovina un mercante mentre un
banchiere poteva fallire perché un governo da lui finanziato diventava
insolvente o veniva soppiantato dai suoi avversari politici.
Per questo i signori rinascimentali erano spietati e
crudeli con i loro nemici e altrettanto spietati nello sfruttamento dei
ceti subalterni.
Essendo meno esposta ai pericoli insiti nel commercio
e nella finanza la proprietà fondiaria era molto ambita dai signori del
tempo, i quali, investendo nell'agricoltura, ottennero un aumento della
produzione e la diffusione della mezzadria. Contrariamente a quanto
succedeva in Francia, Spagna o Inghilterra, dove il re si poneva come un
baluardo in difesa di borghesi e contadini contro le violenze dei
nobili, in Italia le fasce deboli conoscevano solo le violenze del
potere, senza alcun riconoscimento di diritti.
Le cose non andavano diversamente nei territori
dominati dalla chiesa perché rendite e beni ecclesiastici erano
concentrati nelle mani dei figli delle famiglie più potenti, così come
appannaggio di queste famiglie era il soglio di San Pietro.
I Medici di Firenze riuscirono a far eleggere al
papato diversi loro rampolli, a dimostrazione della grande influenza
esercitata dalle banche e dalla finanza anche sulla Chiesa.
La ricchezza dei piccoli stati italiani sono una preda
invitante per le potenti monarchie francese e spagnole. I lussi e gli
intrighi delle corti papali contrastano con le aspirazioni di riforma e
coi fermenti critici che si vanno sviluppando nella cultura, ma
anche tra gli strati più unili della popolazione.
Roma e Napoli
Impoverito e riportato indietro di qualche secolo dal
rigido sistema feudale importato dagli Angioini, il regno napoletano
aveva attraversato, dalla metà del Trecento in poi, un secolo di lotte
intestine, in cui la feudalità aveva potuto sfrenarsi, senza alcun
controllo di fatto. Dal 1442 finalmente il trono era passato alla
dinastia degli Aragona. Senza farsi alcuno scrupolo e ricorrendo non di
rado alle misure più crudeli, gli Aragona avevano mirato a stroncare la
potenza e la riottosità dei baroni meridionali. La mancanza tuttavia di
un medio ceto borghese come quello che altrove aveva sostenuto
l'affermazione dell'assolutismo regio contro i feudatari rendeva il loro
assunto quanto mai arduo. Minacciato dall'odio delle grandi famiglie
baronali, privo di forze proprie di una qualche entità, il re di Napoli,
Ferdinando I di Aragona (1458-1494), sembrava perciò mantenere il
proprio trono piuttosto per la mancanza di un avversario abbastanza
forte che per proprio merito.
Non molto più felice di quella del regno di Napoli era
la situazione interna dello Stato Pontificio. Buona parte del
territorio, specialmente nelle Marche e nell'Emilia di fatto si trovava
nelle mani di una quantità di tirannelli locali in perpetua lotta tra
loro. La Campagna romana, alle porte stesse della città Eterna, era
tradizionalmente il teatro delle gesta violente degli indomabili baroni
romani, non meno turbolenti e sanguinari dei loro colleghi del regno di
Napoli.
A differenza degli altri stati italiani, per quanto
grande fosse la sua debolezza intrinseca, per quanto acuto lo stato di
marasma al suo interno, che tentativi assolutistici di questo o quel
papa più energico degli altri riuscivano a contenere soltanto
temporaneamente, lo Stato Pontificio, a causa del suo carattere
religioso, non rischiava di finire sotto il dominio di qualche altra
grande potenza. Al contrario, esso si presentava in genere come una
fonte di preoccupazioni per la sua aggressività rispetto a parecchi
degli stati circonvicini.
Per tutta la seconda metà del Quattrocento, infatti, i
papi, chiuso il difficile periodo dello Scisma di Occidente e dei
Concili di Costanza e di Basilea, concentrarono la propria attenzione
nell'ingrandimento della propria famiglia. Quasi ogni papa della seconda
metà del Quattrocento mirò a costituire uno stato gentilizio, sia entro
il territorio stesso dello Stato Pontificio, sia a spese dei territori
vicini, mantenendo l'Italia in continua apprensione.
Dal 1492 il trono pontificio era occupato da una delle
più sconcertanti figure della storia del Papato: lo spagnolo R0DRIG0
BORGIA da Valenza, che aveva assunto dopo la propria elezione il nome di
Alessandro VI (1492-1503). Temperamento focoso e sensuale, tanto
divorato da una sete smodata di fasto, di opulenza, di godimento
carnale, quanto incapace di conoscere limite nella scelta dei mezzi per
saziare le sue brame, il nuovo pontefice giungeva al trono accompagnato
dalla più scandalosa fama di immoralità personale e da un ardore quasi
maniacale di fare grande e potente la propria figliolanza illegittima.
Tra questa, doveva ben presto emergere, non senza la fosca ombra di un
sospetto di fratricidio, il famoso CESARE BORGIA, altrettanto e più del
padre, ambizioso e privo di scrupoli.
Sulla regolarità della elezione del Borgia, più di uno
affacciava dubbi, affermando che lo spagnolo aveva comperato i voti dei
cardinali e che perciò, come simoniaco, era indegno di rivestire
l'altissima dignità. Tra i più decisi e violenti avversari del papa era,
nel Sacro Collegio stesso, il cardinale genovese Giulio della Rovere, il
futuro papa GIULIO II. Ed era noto che quest'ultimo, allo stesso modo
dei baroni napoletani ribelli a Ferdinando di Aragona, non mancava di
intelligenze e di amicizie presso la corte del giovane ed ambizioso re
di Francia Carlo VIII.
Firenze e Milano.
Non sfuggiva a questa crisi generale degli stati
italiani il ducato di Milano, minacciato dalla lenta ma continua
avanzata di Venezia, che gli andava sgretolando il territorio ad Est
della capitale.
Esso, inoltre, cominciava a sentire anche il pericolo
del suo sempre più potente e bellicoso vicino settentrionale, la
Confederazione Svizzera, i cui montanari guardavano alle valli dell'alta
Lombardia come al proprio sbocco naturale. D'altra parte, il ducato si
trovava in una difficile situazione dinastica, in quanto l'erede del
trono milanese, il giovanissimo GIAN GALEAZZO SFORZA (1476-94), sposo di
Isabella d'Aragona, nipote del re di Napoli, era da tempo in una ambigua
situazione tra protetto e prigioniero rispetto al suo zio e tutore
Ludovico il Moro, desideroso di soppiantare il nipote nella successione
milanese. Il re di Napoli, alla cui famiglia apparteneva la moglie di
Gian Galeazzo, guardava con sdegno a quanto faceva il Moro per
accaparrarsi il trono ducale a spese del nipote, e ciò, per converso,
portava Ludovico a considerare con favore qualsiasi opportunità di
sbarazzarsi del potenziale avversario napoletano.
Ancora abbastanza ricco dal punto di vista economico,
malgrado la mutilazione infertagli da Venezia qualche decennio prima con
la conquista degli importanti territori di Brescia e di Bergamo, il
ducato milanese godeva invero di una larga reputazione per le
manifatture di tessili, per le sue armature, che contavano tra le
migliori esistenti in Europa. A questo si aggiungeva l'eccellente
posizione della sua capitale, all'incrocio delle più importanti linee di
comunicazione dell'Alta Italia, nonché una sorta di tradizionale
supremazia sul porto di Genova, la cui floridezza commerciale era legata
intimamente con il traffico lombardo.
Questi fattori però si trasformavano in una ragione di
precarietà, essendo privi come di concrete possibilità difensive contro
uno straniero bene armato e modernamente equipaggiato, e pertanto
rendevano in pratica Milano uno dei punti più ambiti e più vulnerabili
d'Italia.
Non meno modeste erano le forze militari e la
possibilità di una effettiva resistenza dello stato di Firenze in
confronto ai grandi stati europei. La situazione fiorentina era
aggravata, tra l'altro, anche dal fatto che la maggior parte dei centri
minori del dominio, a cominciare da Pisa, l'antico porto tirrenico,
vedevano di malocchio l'egoistico ed oppressivo governo esercitato dalla
capitale, senza alcun riguardo per gli interessi locali calpestati.
Firenze, tuttavia, ancora sul cadere del sec. XV, si presentava come uno
dei centri più attivi della vita economica europea. L'industria della
seta e lo sviluppo delle attività artigianali, si accompagnavano infatti
in lei con un'eccezionale potenza finanziaria delle sue grandi casate di
banchieri, come quella dei Medici, degli Strozzi, dei Gondi, etc.. da
secoli dominatori della vita finanziaria europea, così per le
disponibilità finanziarie, come per il volume degli affari o per la rete
di filiali o ragioni estesa, oltre che in Italia, a Lione, a Bruges, in
Oriente, etc. Il possesso stesso di Pisa aveva offerto ai fiorentini
maggiori possibilità di sviluppo commerciale, consentendo loro di fare
la propria comparsa anche in quei mari del Levante, che fino allora
erano stati riservati alla iniziativa genovese o veneziana.
Oltre alla floridezza economica della città, la parte
importante svolta dallo stato fiorentino nella politica italiana del
sec. XV era dovuta in buona parte all'abilità personale dei suoi
signori, specie COSIMO IL VECCHIO ed il nipote Lorenzo il Magnifico.
Appunto sul cadere del secolo, nel 1492, Lorenzo era
venuto a morte, lasciando un inetto come successore, il figlio PIERO,
niente affatto all'altezza della eredità paterna. I malcontenti del
dominio mediceo, sostenitori del ritorno alle tradizioni repubblicane
della città, trovavano perciò impulso maggiore alle loro aspirazioni,
cui conferiva notevole forza l'influenza dominatrice assunta nella città
dal predicatore ferrarese Girolamo Savonarola (1452-98), dell'ordine dei
Domenicani.
Contro ai Palleschi, seguaci dei Medici, così detti
dalle palle che figuravano nell'emblema mediceo, cresceva perciò
quotidianamente la forza dei seguaci del frate, detti per scherzo
Piagnoni, per la loro abitudine a lamentare la corruzione morale
dilagante.
Ultimo erede della grande tradizione gioachimita del
Medioevo, Girolamo Savonarola innestava sullo sfondo delle aspirazioni
ad una riforma morale della Chiesa, che già altri predicatori ed asceti
avevano propugnato nel corso del sec. XV, un deciso programma politico
orientato in senso repubblicano e popolare. Nei suoi ardenti discorsi
infatti, e nelle sue apocalittiche profezie, egli annunziava imminente
il rinnovamento radicale della Chiesa e dell'Italia in particolare. Del
grande rinnovamento cristiano avrebbe dovuto essere inizio la
conversione del popolo fiorentino e la instaurazione in Firenze di un
regime, rinnovante i liberi ordinamenti comunali, ed esente ormai dal
dominio corruttore dei Medici. E come Dante un tempo aveva identificato
il « Veltro » in Enrico VII di Lussemburgo, così non mancava nel frate
ferrarese la tendenza ad identificare il potente re di Francia, nella
cui orbita politica era vissuto tanto tempo il comune guelfo di Firenze,
con lo strumento della volontà di Dio per abbattere Alessandro VI ed
iniziare l'opera di rigenerazione della cristianità.
Venezia.
Sola grande potenza italiana in grado di competere con
i maggiori stati europei, sola dotata di una compatta organizzazione
statale, accentrata nelle mani di un patriziato di cui erano note le
tradizionali doti di patriottismo e di dedizione al pubblico bene,
nonché di abilità diplomatica e marinara, era la repubblica di Venezia.
La zona di interessi politici ed economici della
repubblica superava d'assai l'ambito italiano. Padrona incontrastata
delle acque dell'Adriatico, Venezia dominava su buona parte dell'Istria
e della Dalmazia, sulle Isole lonie e su altri punti della costa
adriatica, donde traeva tradizionalmente le sue più valorose e fedeli
milizie, cioè la fanteria degli Schiavoni e la cavalleria leggera degli
Stradiotti. Nei mari del Levante, dopo la perdita delle sue piazzeforti
in Grecia, causata dalle conquiste turche, la repubblica aveva
conservato l'isola di Candia ed acquistato la vasta e ricca isola di
Cipro, cedutale (1489) dalla sua ultima regina, la veneziana CATERINA
CORNARO. Tutto il traffico tra i paesi del Medio Oriente e l'interno
dell'Europa passava attraverso Venezia, cui facevano capo quasi
esclusivamente le correnti commerciali della Germania meridionale. La
flotta veneziana deteneva l'assoluta supremazia navale nel Mediterraneo
e si calcolava che, in caso di bisogno, la Serenissima potesse contare
su un numero di galere pari a quello di tutti gli altri paesi della
cristianità messi insieme.
Dai primi del Quattrocento, Venezia, alla sua
tradizionale politica marinara in Levante, aveva aggiunto anche una
attiva politica di espansione territoriale in Italia, che l'aveva
portata a dominare sul Veneto e parte della Lombardia, affacciandosi
anche in Romagna col possesso di Ravenna. Essa aveva inoltre notevole
influenza tra gl'irrequieti signorotti della Romagna, e legava a
sé, attraverso il sistema delle condotte, che la repubblica soleva
affidare loro in caso di guerra coi propri vicini, anche i piccoli stati
dei DUCHI DI URBINO e dei MARCHESI DI MANTOVA.
Tra tutti gli stati italiani, Venezia era il solo che
fosse in grado di sviluppare una politica coerente ed a largo raggio; il
solo che potesse avere qualche pretesa ad una egemonia unificatrice sul
resto della penisola. Tuttavia, proprio le apprensioni destate negli
stati italiani dalla politica espansionistica di Venezia costituivano
per quest'ultima un pericoloso fattore di isolamento: avversi a Venezia
erano il ducato di Milano, minacciato continuamente di assorbimento, il
papa, che non tollerava l'egemonia veneta sulle Romagne e trovava nella
potenza veneziana la più forte delle remore alla propria politica
nepotistica, ed il re di Napoli, di cui Venezia ambiva ad occupare
qualche lembo di territorio marittimo nella Puglia, come base per la sua
politica navale di dominio dell'Adriatico. D'altra parte non si potevano
dimenticare le antiche ostilità intercorse per lungo tempo tra la
repubblica e gli Asburgo d'Austria, molesti vicini, accampati a Gorizia,
Trieste e Trento.
Più delicate ancora erano le relazioni di Venezia con
l'Impero turco. Già una volta, alla metà del secolo XV, l'avanzata turca
contro Costantinopoli aveva costretto la repubblica a disinteressarsi
delle vicende italiane per concentrare i propri sforzi nel Levante.
D'altra parte, Venezia non poteva impegnarsi in una politica troppo
aggressiva e rigida nei riguardi dei turchi, dati i vitali interessi
commerciali che essa aveva nel Levante. Inoltre la repubblica era
fortissima sì sul mare, ma costretta a dipendere per i propri
rifornimenti di grano o dalle esportazioni della Sicilia, controllate da
Ferdinando d'Aragona, o da quelle della Anatolia, che l'ostilità turca
poteva da un momento all'altro tagliare, riducendo Venezia alla fame.
In altre parole, proprio l'estensione e la
molteplicità dei suoi interessi, rendevano assai delicato per Venezia
così lo scacchiere italiano, dove essa trovava davanti a sé l'ostilità
coalizzata degli altri stati e di Massimiliano d'Austria, come lo
scacchiere orientale, dove la repubblica doveva affrontare la potenza
turca col rischio di compromettere le proprie fortune e rimanere
affamata. Piuttosto che una grande politica imperialistica, in simili
condizioni, c'era dunque da attendere da Venezia una politica assai
cauta, di difesa delle sue posizioni attuali e di lenti miglioramenti
graduali.
Gli stati minori della
penisola.
Se modeste erano in genere le forze militari ed il
peso politico dei maggiori stati italiani, ancora più ridotte dovevano
essere logicamente quelle degli infiniti piccoli e piccolissimi stati,
che ancora sopravvivevano nella penisola.
Solo parzialmente italiano era il ducato di Savoia, a
cavaliere delle Alpi. Esso si stendeva infatti in buona parte su
territori transalpini e di lingua francese, come la Savoia, la Bresse,
il Vaud ecc., mentre al di qua delle Alpi non possedeva altro che una
parte del Piemonte fino al corso della Sesia. Ne restavan fuori, invece,
i marchesati di Saluzzo e del Monferrato, retti da dinastie
indipendenti, nonché la contea di Asti, recata in dote da Valentina
Visconti al duca di Orléans. Per di più la vicinanza del potente regno
di Francia metteva i duchi di Savoia nella condizione di vassalli
rispetto a quest'ultima corona, alla cui volontà difficilmente avrebbero
potuto opporsi le loro modeste forze. Un certo periodo di indipendenza
avevano avuto i Savoia tra la fine del sec. XIV ed i primi del sec. XV,
allorché la Francia era stata sconvolta e paralizzata dalla sanguinosa
guerra dei Cento Anni; ma, affermatosi sul trono Luigi XI, il piccolo
stato sabaudo non aveva potuto evitare di ricadere sotto l'antica
soggezione. Né d'altra parte la natura dei suoi territori montuosi si
prestava allo sviluppo di una attività economica, che potesse metterlo
alla pari degli stati circonvicini.
Emuli in mecenatismo verso artisti e letterati dei
Medici e degli Sforza, animatori di una sfolgorante vita intellettuale
presso le loro corti, consacrate all'eternità dall'opera dei pittori,
degli scultori e architetti da loro radunati, si presentavano invece
nella loro maggioranza tutti i sovrani delle piccole e piccolissime
signorie dell'Emilia e della Valle Padana. Basta ricordare tra questi
ultimi i Gonzaga di MANTOVA, dalle ammirabili raccolte artistiche,
racchiuse nei loro palazzi principeschi, gli Este di FERRARA, presso la
cui corte doveva fiorire la poesia epico-cavalleresca del Boiardo,
dell'Ariosto, del Tasso, i Montefeltro di URBINO, i Malatesta di RIMINI,
ecc. La loro funzione politica tuttavia si limitava per forza a quella
di satelliti delle maggiori potenze.
Delle sopravvissute repubbliche cittadine, Siena
appariva la più colpita dalla crisi economica e la più debole
politicamente: Genova e Lucca invece mantenevano un grado di notevole
prosperità economica, sia per l'intensa attività bancaria, sia per la
notevole entità della loro industria serica. Inoltre, Genova, manteneva
un'imponente attività marinara e commerciale, specie nel Mediterraneo
occidentale, ove essa dominava sulla Corsica ed aveva forti interessi
nella penisola iberica. Mentre Lucca avrebbe potuto conservare a lungo
la propria indipendenza e la propria costituzione oligarchica, Genova
invece aveva già da tempo veduto ridursi la propria autonomia politica e
legarsi le sue sorti a quelle di chi riuscisse ad essere padrone dello
stato di Milano, del quale la città ligure costituiva una specie di
appendice economica, nella sua qualità di porto naturale della
Lombardia.
Rosario Villari "Storia Moderna" - Laterza
Giorgio Spini "Disegno storico della civiltà" - Cremonese, Roma
Vittoria Calvani "Quadri di civiltà" - Arnoldo Mondadori |