Italia 400
                    

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  1. L'Italia nel 400
  2. Napoli e Roma
  3. Firenze e Milano
  4. Repubblica Veneta
  5. Piccoli stati

La situazione italiana nel corso del 400

Solo in alcune città fiamminghe e tedesche alla fine del 400 si poteva trovare qualcosa di paragonabile alle grandi banche di Firenze, Genova e Milano, ai tessuti di seta e alle industrie dei comuni italiani. Senza paragoni era poi la civiltà dell'umanesimo italiano, la fioritura artistica italiana, la raffinatezza delle corti della nostra penisola.

Ancora le navi Veneziane e Genovesi detenevano il grosso del commercio nel Mediterraneo, mentre l'agricoltura della Pianura Padana r della toscana erano all'avanguardia per la modernità delle tecniche produttive. Glia artigiani italiani degli stucchi, della scultura e della pittura erano richiesti in tutta l'Europa.

Quentin Metys - Il banchiere e la moglieMentre nei piccoli stati italiani si sviluppavano ricchezza e bellezza, in Francia e in Spagna i sovrani portavano a compimento un poderoso processo di unificazione e di modernizzazione dello stato e  basavano il loro potere su un esercito formidabile per numero di soldati e potenza degli armamenti. Alla fine del felice periodo di tranquillità seguito alla pace di Lodi Spagna e Francia faranno un boccone degli staterelli italiani deboli e divisi. 

Mentre Francia, Spagna ed Inghilterra, raggiungevano la propria unità nazionale, nessuno stato italiano era abbastanza forte da imporsi su tutta la penisola o da poter sostenere da solo l'urto delle grandi potenze straniere; nello stesso tempo i vari stati erano troppo divisi per far fronte comune contro gli stranieri. Le piccole compagnie di ventura operanti in Italia non potevano reggere il confronto con i poderosi eserciti delle grandi monarchie europee.

Nei diversi stati italiani esisteva un distacco completo tra gli interessi di una ristretta oligarchia che deteneva tutti i poteri e tutte le ricchezze e il resto della popolazione che non contava niente e non aveva potere contrattuale. La ristretta oligarchia che deteneva il potere preferiva affidare la propria sicurezza alle truppe mercenarie piuttosto che pensare ad un esercito di popolo.

Venezia fu la sola eccezione alla regola di affidare tutta la propria difesa ad un esercito mercenario e poté sempre contare sulla solidarietà della popolazione.

Le grandi ricchezze dei mercanti e dei banchieri italiani conservavano una forte connotazione di precarietà: rapidi e ingenti guadagni si alternavano a crolli improvvisi. Un naufragio o un assalto di corsari potevano mandare in rovina un mercante mentre un banchiere poteva fallire perché un governo da lui finanziato diventava insolvente o veniva soppiantato dai suoi avversari politici.

Per questo i signori rinascimentali erano spietati e crudeli con i loro nemici e altrettanto spietati nello sfruttamento dei ceti subalterni.

Essendo meno esposta ai pericoli insiti nel commercio e nella finanza la proprietà fondiaria era molto ambita dai signori del tempo, i quali, investendo nell'agricoltura, ottennero un aumento della produzione e la diffusione della mezzadria. Contrariamente a quanto succedeva in Francia, Spagna o Inghilterra, dove il re si poneva come un baluardo in difesa di borghesi e contadini contro le violenze dei nobili, in Italia le fasce deboli conoscevano solo le violenze del potere, senza alcun riconoscimento di diritti.

Le cose non andavano diversamente nei territori dominati dalla chiesa perché rendite e beni ecclesiastici erano concentrati nelle mani dei figli delle famiglie più potenti, così come appannaggio di queste famiglie era il soglio di San Pietro.

I Medici di Firenze riuscirono a far eleggere al papato diversi loro rampolli, a dimostrazione della grande influenza esercitata dalle banche e dalla finanza anche sulla Chiesa.

La ricchezza dei piccoli stati italiani sono una preda invitante per le potenti monarchie francese e spagnole. I lussi e gli intrighi delle corti papali contrastano con le aspirazioni di riforma e coi fermenti critici  che si vanno sviluppando nella cultura, ma anche tra gli strati più unili della popolazione.

Roma e Napoli

Impoverito e riportato indietro di qualche secolo dal rigido sistema feudale importato dagli Angioini, il regno napoletano aveva attraversato, dalla metà del Trecento in poi, un secolo di lotte intestine, in cui la feudalità aveva potuto sfrenarsi, senza alcun controllo di fatto. Dal 1442 finalmente il trono era passato alla dinastia degli Aragona. Senza farsi alcuno scrupolo e ricorrendo non di rado alle misure più crudeli, gli Aragona avevano mirato a stroncare la potenza e la riottosità dei baroni meridionali. La mancanza tuttavia di un medio ceto borghese come quello che altrove aveva sostenuto l'affermazione dell'assolutismo regio contro i feudatari rendeva il loro assunto quanto mai arduo. Minacciato dall'odio delle grandi famiglie baronali, privo di forze proprie di una qualche entità, il re di Napoli, Ferdinando I di Aragona (1458-1494), sembrava perciò mantenere il proprio trono piuttosto per la mancanza di un avversario abbastanza forte che per proprio merito.

Non molto più felice di quella del regno di Napoli era la situazione interna dello Stato Pontificio. Buona parte del territorio, specialmente nelle Marche e nell'Emilia di fatto si trovava nelle mani di una quantità di tirannelli locali in perpetua lotta tra loro. La Campagna romana, alle porte stesse della città Eterna, era tradizionalmente il teatro delle gesta violente degli indomabili baroni romani, non meno turbolenti e sanguinari dei loro colleghi del regno di Napoli.

A differenza degli altri stati italiani, per quanto grande fosse la sua debolezza intrinseca, per quanto acuto lo stato di marasma al suo interno, che tentativi assolutistici di questo o quel papa più energico degli altri riuscivano a contenere soltanto temporaneamente, lo Stato Pontificio, a causa del suo carattere religioso, non rischiava di finire sotto il dominio di qualche altra grande potenza. Al contrario, esso si presentava in genere come una fonte di preoccupazioni per la sua aggressività rispetto a parecchi degli stati circonvicini.

Per tutta la seconda metà del Quattrocento, infatti, i papi, chiuso il difficile periodo dello Scisma di Occidente e dei Concili di Costanza e di Basilea, concentrarono la propria attenzione nell'ingrandimento della propria famiglia. Quasi ogni papa della seconda metà del Quattrocento mirò a costituire uno stato gentilizio, sia entro il territorio stesso dello Stato Pontificio, sia a spese dei territori vicini, mantenendo l'Italia in continua apprensione.

Dal 1492 il trono pontificio era occupato da una delle più sconcertanti figure della storia del Papato: lo spagnolo R0DRIG0 BORGIA da Valenza, che aveva assunto dopo la propria elezione il nome di Alessandro VI (1492-1503). Temperamento focoso e sensuale, tanto divorato da una sete smodata di fasto, di opulenza, di godimento carnale, quanto incapace di conoscere limite nella scelta dei mezzi per saziare le sue brame, il nuovo pontefice giungeva al trono accompagnato dalla più scandalosa fama di immoralità personale e da un ardore quasi maniacale di fare grande e potente la propria figliolanza illegittima. Tra questa, doveva ben presto emergere, non senza la fosca ombra di un sospetto di fratricidio, il famoso CESARE BORGIA, altrettanto e più del padre, ambizioso e privo di scrupoli.

Sulla regolarità della elezione del Borgia, più di uno affacciava dubbi, affermando che lo spagnolo aveva comperato i voti dei cardinali e che perciò, come simoniaco, era indegno di rivestire l'altissima dignità. Tra i più decisi e violenti avversari del papa era, nel Sacro Collegio stesso, il cardinale genovese Giulio della Rovere, il futuro papa GIULIO II. Ed era noto che quest'ultimo, allo stesso modo dei baroni napoletani ribelli a Ferdinando di Aragona, non mancava di intelligenze e di amicizie presso la corte del giovane ed ambizioso re di Francia Carlo VIII.

Firenze e Milano.

Non sfuggiva a questa crisi generale degli stati italiani il ducato di Milano, minacciato dalla lenta ma continua avanzata di Venezia, che gli andava sgretolando il territorio ad Est della capitale.

Esso, inoltre, cominciava a sentire anche il pericolo del suo sempre più potente e bellicoso vicino settentrionale, la Confederazione Svizzera, i cui montanari guardavano alle valli dell'alta Lombardia come al proprio sbocco naturale. D'altra parte, il ducato si trovava in una difficile situazione dinastica, in quanto l'erede del trono milanese, il giovanissimo GIAN GALEAZZO SFORZA (1476-94), sposo di Isabella d'Aragona, nipote del re di Napoli, era da tempo in una ambigua situazione tra protetto e prigioniero rispetto al suo zio e tutore Ludovico il Moro, desideroso di soppiantare il nipote nella successione milanese. Il re di Napoli, alla cui famiglia apparteneva la moglie di Gian Galeazzo, guardava con sdegno a quanto faceva il Moro per accaparrarsi il trono ducale a spese del nipote, e ciò, per converso, portava Ludovico a considerare con favore qualsiasi opportunità di sbarazzarsi del potenziale avversario napoletano.

Ancora abbastanza ricco dal punto di vista economico, malgrado la mutilazione infertagli da Venezia qualche decennio prima con la conquista degli importanti territori di Brescia e di Bergamo, il ducato milanese godeva invero di una larga reputazione per le manifatture di tessili, per le sue armature, che contavano tra le migliori esistenti in Europa. A questo si aggiungeva l'eccellente posizione della sua capitale, all'incrocio delle più importanti linee di comunicazione dell'Alta Italia, nonché una sorta di tradizionale supremazia sul porto di Genova, la cui floridezza commerciale era legata intimamente con il traffico lombardo.

Questi fattori però si trasformavano in una ragione di precarietà, essendo privi come di concrete possibilità difensive contro uno straniero bene armato e modernamente equipaggiato, e pertanto rendevano in pratica Milano uno dei punti più ambiti e più vulnerabili d'Italia.

Non meno modeste erano le forze militari e la possibilità di una effettiva resistenza dello stato di Firenze in confronto ai grandi stati europei. La situazione fiorentina era aggravata, tra l'altro, anche dal fatto che la maggior parte dei centri minori del dominio, a cominciare da Pisa, l'antico porto tirrenico, vedevano di malocchio l'egoistico ed oppressivo governo esercitato dalla capitale, senza alcun riguardo per gli interessi locali calpestati. Firenze, tuttavia, ancora sul cadere del sec. XV, si presentava come uno dei centri più attivi della vita economica europea. L'industria della seta e lo sviluppo delle attività artigianali, si accompagnavano infatti in lei con un'eccezionale potenza finanziaria delle sue grandi casate di banchieri, come quella dei Medici, degli Strozzi, dei Gondi, etc.. da secoli dominatori della vita finanziaria europea, così per le disponibilità finanziarie, come per il volume degli affari o per la rete di filiali o ragioni estesa, oltre che in Italia, a Lione, a Bruges, in Oriente, etc. Il possesso stesso di Pisa aveva offerto ai fiorentini maggiori possibilità di sviluppo commerciale, consentendo loro di fare la propria comparsa anche in quei mari del Levante, che fino allora erano stati riservati alla iniziativa genovese o veneziana.

Oltre alla floridezza economica della città, la parte importante svolta dallo stato fiorentino nella politica italiana del sec. XV era dovuta in buona parte all'abilità personale dei suoi signori, specie COSIMO IL VECCHIO ed il nipote Lorenzo il Magnifico.

Appunto sul cadere del secolo, nel 1492, Lorenzo era venuto a morte, lasciando un inetto come successore, il figlio PIERO, niente affatto all'altezza della eredità paterna. I malcontenti del dominio mediceo, sostenitori del ritorno alle tradizioni repubblicane della città, trovavano perciò impulso maggiore alle loro aspirazioni, cui conferiva notevole forza l'influenza dominatrice assunta nella città dal predicatore ferrarese Girolamo Savonarola (1452-98), dell'ordine dei Domenicani.

Contro ai Palleschi, seguaci dei Medici, così detti dalle palle che figuravano nell'emblema mediceo, cresceva perciò quotidianamente la forza dei seguaci del frate, detti per scherzo Piagnoni, per la loro abitudine a lamentare la corruzione morale dilagante.

Ultimo erede della grande tradizione gioachimita del Medioevo, Girolamo Savonarola innestava sullo sfondo delle aspirazioni ad una riforma morale della Chiesa, che già altri predicatori ed asceti avevano propugnato nel corso del sec. XV, un deciso programma politico orientato in senso repubblicano e popolare. Nei suoi ardenti discorsi infatti, e nelle sue apocalittiche profezie, egli annunziava imminente il rinnovamento radicale della Chiesa e dell'Italia in particolare. Del grande rinnovamento cristiano avrebbe dovuto essere inizio la conversione del popolo fiorentino e la instaurazione in Firenze di un regime, rinnovante i liberi ordinamenti comunali, ed esente ormai dal dominio corruttore dei Medici. E come Dante un tempo aveva identificato il « Veltro » in Enrico VII di Lussemburgo, così non mancava nel frate ferrarese la tendenza ad identificare il potente re di Francia, nella cui orbita politica era vissuto tanto tempo il comune guelfo di Firenze, con lo strumento della volontà di Dio per abbattere Alessandro VI ed iniziare l'opera di rigenerazione della cristianità.

 

Venezia.

Sola grande potenza italiana in grado di competere con i maggiori stati europei, sola dotata di una compatta organizzazione statale, accentrata nelle mani di un patriziato di cui erano note le tradizionali doti di patriottismo e di dedizione al pubblico bene, nonché di abilità diplomatica e marinara, era la repubblica di Venezia.

La zona di interessi politici ed economici della repubblica superava d'assai l'ambito italiano. Padrona incontrastata delle acque dell'Adriatico, Venezia dominava su buona parte dell'Istria e della Dalmazia, sulle Isole lonie e su altri punti della costa adriatica, donde traeva tradizionalmente le sue più valorose e fedeli milizie, cioè la fanteria degli Schiavoni e la cavalleria leggera degli Stradiotti. Nei mari del Levante, dopo la perdita delle sue piazzeforti in Grecia, causata dalle conquiste turche, la repubblica aveva conservato l'isola di Candia ed acquistato la vasta e ricca isola di Cipro, cedutale (1489) dalla sua ultima regina, la veneziana CATERINA CORNARO. Tutto il traffico tra i paesi del Medio Oriente e l'interno dell'Europa passava attraverso Venezia, cui facevano capo quasi esclusivamente le correnti commerciali della Germania meridionale. La flotta veneziana deteneva l'assoluta supremazia navale nel Mediterraneo e si calcolava che, in caso di bisogno, la Serenissima potesse contare su un numero di galere pari a quello di tutti gli altri paesi della cristianità messi insieme.

Dai primi del Quattrocento, Venezia, alla sua tradizionale politica marinara in Levante, aveva aggiunto anche una attiva politica di espansione territoriale in Italia, che l'aveva portata a dominare sul Veneto e parte della Lombardia, affacciandosi anche in Romagna col possesso di Ravenna. Essa aveva inoltre notevole influenza tra gl'irrequieti signorotti della Romagna, e legava a
sé, attraverso il sistema delle condotte, che la repubblica soleva affidare loro in caso di guerra coi propri vicini, anche i piccoli stati dei DUCHI DI URBINO e dei MARCHESI DI MANTOVA.

Tra tutti gli stati italiani, Venezia era il solo che fosse in grado di sviluppare una politica coerente ed a largo raggio; il solo che potesse avere qualche pretesa ad una egemonia unificatrice sul resto della penisola. Tuttavia, proprio le apprensioni destate negli stati italiani dalla politica espansionistica di Venezia costituivano per quest'ultima un pericoloso fattore di isolamento: avversi a Venezia erano il ducato di Milano, minacciato continuamente di assorbimento, il papa, che non tollerava l'egemonia veneta sulle Romagne e trovava nella potenza veneziana la più forte delle remore alla propria politica nepotistica, ed il re di Napoli, di cui Venezia ambiva ad occupare qualche lembo di territorio marittimo nella Puglia, come base per la sua politica navale di dominio dell'Adriatico. D'altra parte non si potevano dimenticare le antiche ostilità intercorse per lungo tempo tra la repubblica e gli Asburgo d'Austria, molesti vicini, accampati a Gorizia, Trieste e Trento.

Più delicate ancora erano le relazioni di Venezia con l'Impero turco. Già una volta, alla metà del secolo XV, l'avanzata turca contro Costantinopoli aveva costretto la repubblica a disinteressarsi delle vicende italiane per concentrare i propri sforzi nel Levante. D'altra parte, Venezia non poteva impegnarsi in una politica troppo aggressiva e rigida nei riguardi dei turchi, dati i vitali interessi commerciali che essa aveva nel Levante. Inoltre la repubblica era fortissima sì sul mare, ma costretta a dipendere per i propri rifornimenti di grano o dalle esportazioni della Sicilia, controllate da Ferdinando d'Aragona, o da quelle della Anatolia, che l'ostilità turca poteva da un momento all'altro tagliare, riducendo Venezia alla fame.

In altre parole, proprio l'estensione e la molteplicità dei suoi interessi, rendevano assai delicato per Venezia così lo scacchiere italiano, dove essa trovava davanti a sé l'ostilità coalizzata degli altri stati e di Massimiliano d'Austria, come lo scacchiere orientale, dove la repubblica doveva affrontare la potenza turca col rischio di compromettere le proprie fortune e rimanere affamata. Piuttosto che una grande politica imperialistica, in simili condizioni, c'era dunque da attendere da Venezia una politica assai cauta, di difesa delle sue posizioni attuali e di lenti miglioramenti graduali.

Gli stati minori della penisola.

Se modeste erano in genere le forze militari ed il peso politico dei maggiori stati italiani, ancora più ridotte dovevano essere logicamente quelle degli infiniti piccoli e piccolissimi stati, che ancora sopravvivevano nella penisola.

Solo parzialmente italiano era il ducato di Savoia, a cavaliere delle Alpi. Esso si stendeva infatti in buona parte su territori transalpini e di lingua francese, come la Savoia, la Bresse, il Vaud ecc., mentre al di qua delle Alpi non possedeva altro che una parte del Piemonte fino al corso della Sesia. Ne restavan fuori, invece, i marchesati di Saluzzo e del Monferrato, retti da dinastie indipendenti, nonché la contea di Asti, recata in dote da Valentina Visconti al duca di Orléans. Per di più la vicinanza del potente regno di Francia metteva i duchi di Savoia nella condizione di vassalli rispetto a quest'ultima corona, alla cui volontà difficilmente avrebbero potuto opporsi le loro modeste forze. Un certo periodo di indipendenza avevano avuto i Savoia tra la fine del sec. XIV ed i primi del sec. XV, allorché la Francia era stata sconvolta e paralizzata dalla sanguinosa guerra dei Cento Anni; ma, affermatosi sul trono Luigi XI, il piccolo stato sabaudo non aveva potuto evitare di ricadere sotto l'antica soggezione. Né d'altra parte la natura dei suoi territori montuosi si prestava allo sviluppo di una attività economica, che potesse metterlo alla pari degli stati circonvicini.

Emuli in mecenatismo verso artisti e letterati dei Medici e degli Sforza, animatori di una sfolgorante vita intellettuale presso le loro corti, consacrate all'eternità dall'opera dei pittori, degli scultori e architetti da loro radunati, si presentavano invece nella loro maggioranza tutti i sovrani delle piccole e piccolissime signorie dell'Emilia e della Valle Padana. Basta ricordare tra questi ultimi i Gonzaga di MANTOVA, dalle ammirabili raccolte artistiche, racchiuse nei loro palazzi principeschi, gli Este di FERRARA, presso la cui corte doveva fiorire la poesia epico-cavalleresca del Boiardo, dell'Ariosto, del Tasso, i Montefeltro di URBINO, i Malatesta di RIMINI, ecc. La loro funzione politica tuttavia si limitava per forza a quella di satelliti delle maggiori potenze.

Delle sopravvissute repubbliche cittadine, Siena appariva la più colpita dalla crisi economica e la più debole politicamente: Genova e Lucca invece mantenevano un grado di notevole prosperità economica, sia per l'intensa attività bancaria, sia per la notevole entità della loro industria serica. Inoltre, Genova, manteneva un'imponente attività marinara e commerciale, specie nel Mediterraneo occidentale, ove essa dominava sulla Corsica ed aveva forti interessi nella penisola iberica. Mentre Lucca avrebbe potuto conservare a lungo la propria indipendenza e la propria costituzione oligarchica, Genova invece aveva già da tempo veduto ridursi la propria autonomia politica e legarsi le sue sorti a quelle di chi riuscisse ad essere padrone dello stato di Milano, del quale la città ligure costituiva una specie di appendice economica, nella sua qualità di porto naturale della Lombardia.

Rosario Villari "Storia Moderna" - Laterza
Giorgio Spini "Disegno storico della civiltà" - Cremonese, Roma
Vittoria Calvani "Quadri di civiltà" - Arnoldo Mondadori

 
 

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Ultimo aggiornamento: 06-02-10