dominazione spagnola
                    

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IL PREDOMINIO SPAGNOLO IN ITALIA

  1. L'egemonia spagnola sull'Italia.

  2. I domini diretti della Spagna.

  3. Gli stati italiani dal 1559 at 1598: caratteri generali.

  4. La repubblica di Venezia.

  5. Il granducato di Toscana.

  6. Lo stato dei Savoia.

  7. Lo Stato Pontificio.

  8. Genova

1. - L'egemonia spagnola sull'Italia.

Don Abbondio incontra i braviL'assetto della penisola italiana, determinato dalla pace di Cateau Cambresis, rimase sostanzialmente invariato fino al 1715. Per oltre un secolo e mezzo, dunque, la Spagna continuò a detenere il dominio diretto di quasi metà della superficie della penisola stessa e ad esercitare una pressione politica e militare sul resto dei minori stati italiani, tale da renderne spesso puramente nominate l'indipendenza.

La lunghissima durata di questa situazione ebbe per conseguenza l'immobilità della vita politica italiana tra il 1559 e il 1715, in contrasto con la tumultuosa irrequietezza dell'Italia durante il primo trentennio del sec. XVI. Il peso del dominio della Spagna fece subire all'Italia i contraccolpi delle vicende politiche europee di quei centocinquanta anni.

Nel periodo della preponderanza spagnola in Italia è possibile distinguere tre fasi, con caratteristiche diverse.

Una prima fase (1559-1598) corrisponde al periodo delle guerre di religione in Francia e quindi della paralisi politica di quest'ultima, mentre viceversa si espande senza contrasti il dominio spagnolo ed ha luogo la lotta di Filippo II contro i Turchi, assistito dagli stati italiani.

Una seconda fase (1598-1618) corrisponde all'età dalla guerra dei Trent'Anni ed alla ripresa della lotta tra la Francia e gli Asburgo. Essa segna perciò il primo svincolarsi di taluni degli stati italiani dal peso dell' egemonia spagnola ed il ritorno della Francia sulla scena politica della penisola.

Una terza Fase (1648.1715) infine, corrisponde alla decadenza generale della Spagna e del suo domino politico sull'Italia

2. I domini diretti della Spagna.

Dipendevano in modo diretto della Spagna i tre regni di Napoli, di Sicilia e di Sardegna, il ducato di Milano, lo stato dei Presidi, sulla costa della Maremma toscana. Questo complesso di territori, estendendosi per quasi 140.000 Kmq, rendeva la corona spagnola arbitra incondizionata di una metà del territorio attuale dell'Italia.

Già prima del dominio spagnolo  buona parte di questi domini si trovava in condizioni economiche e sociali infelici. La Sardegna era un paese povero, arretrato, in parte incolto, quasi tutto infeudato a famiglie spagnole. II regno di Napoli aveva vista quasi del tutto sparita l'antica floridezza commerciale, estese parti del suo territorio erano abbandonate al pascolo, al latifondo signorile, al bosco infestato di briganti. Un quarto del regno apparteneva ad enti ecclesiastici e il 90 % del rimanente era stato ceduto in feudo a a signori italiani o spagnoli, in cambio di un canone in denaro al re di Spagna. La Sicilia manteneva una notevole importanza economica per la propria produzione cerealicola, ma giaceva anch'essa sotto il peso del latifondismo feudale.

Milano, dopo essere stata per tanto tempo il Campo di battaglia degli eserciti spagnoli e francesi, risentiva duramente della rivoluzione dei traffici, operata dalla scoperta dell'America o dalla via delle Indie.

Politicamente, i domini italiani erano privi di ogni autonomia. La volontà assoluta di un sovrano straniero e lontano era legge. Soltanto come organo consultivo e di alta sorveglianza burocratica, Filippo II aveva istituito nel 1563 presso la sua corte il Supremo consiglio d'Italia, in cui, oltre ad elementi spagnoli, figuravano anche due consiglieri napoletani, uno siciliano ed uno milanese.

Spagnoli erano quasi sempre coloro che il re delegava a rappresentarlo, cioè i tre viceré, residenti rispettivamente nei regni di Napoli, di Sicilia e di Sardegna, ed il governatore dello stato di Milano. Ciascuno di essi era assistito nelle proprie funzioni di governo da un consiglio a carattere assai ristretto. La rappresentanza degli interessi locali era affidata in teoria ai Parlamenti dei regni di Napoli, Sicilia e Sardegna, con i tradizionali tre stati (detti bracci in Sicilia e stamenti in Sardegna) formati rispettivamente dalla nobiltà, dal clero e dai rappresentanti delle città demaniali, cioè soggette direttamente al fisco regio invece che al dominio feudale. In pratica però queste assemblee si limitavano ad approvare le innumerevoli imposte ed estorsioni di denaro della Spagna ed a determinare il modo di ripartirle e di esigerle.

Col tempo perfino questi residui di autonomia locale furono convocati raramente e persero ogni importanza. Milano, invece, aveva un Senato, con funzioni giuridiche, anziché di rappresentanza parlamentare.

Oltre che in campo politio l'egemonia spagnola fu distruttiva in ecnomia. Nella sua ottusa rapacità militaresca, il governo spagnolo adoperava i propri domini solo per spremere  denaro e trarre soldati per le sue guerre. Gli stessi fenomeni di decadenza economica e demografica, che avviavano alla rovina la Spagna, si riproducevano in Italia. Il denaro ricavato dalle imposte era esportato verso la Spagna, per essere ingoiato dalle spese militari e dal fasto della corte di Madrid.

La nobiltà italiana si modellò sempre più sull'esempio spagnolo. Lo stesso ozio fastoso dell'aristocrazia spagnola, lo stesso disdegno verso qualsiasi attività produttiva, la stessa mania di apparenze, la stessa passione per l'etichetta, le precedenze, i puntigli d'onore, i duelli.

L'intolleranza religiosa soffocò ogni libertà di pensiero e ogni iniziativa intellettuale. Mentre privilegi e lustro di titoli altisonanti tenevano contenti e sottomessi la nobiltà ed il clero, il popolo languiva nella sua miseria, falcidiato periodicamente dalle carestie e dalle pestilenze, senza poter esprimere il proprio malcontento che con qualche rivolta disordinata di affamati e col brigantaggio.

Tirannico verso i deboli e gli indifesi, il governo spagnolo si rivelava non di rado impotente a reprimere l'insolenza facinorosa della nobiltà, forte delle sue masnade di sgherri ("i bravi", immortalati nei Promessi Sposi). Ogni governatore o viceré che arrivasse in Italia giungeva scortato da un nugolo di funzionari e di militari spagnoli, che riproducevano in piccolo lo stesso andamento rapace e tirannico del loro governo, considerando la propria carica come un comodo mezzo di arricchirsi alle spalle del paese.

Nel complesso, dunque, il risultato di centocinquanta anni di governo spagnolo in Italia fu disastroso per il nostro paese. Né potevano controbilanciare questi effetti negativi i pochi lati positivi del governo stesso, come l'assoggettamento della nobiltà meridionale, fonte al tempo degli Aragona di continue turbolenze interne, la difesa esercitata dalle flotte ispano-genovesi delle acque del Mediterraneo contro i turchi e i barbareschi dell'Africa del nord, il lungo periodo di pace assicurato all'Italia, per tanto tempo sconvolta da guerre incessanti.

3. - Gli stati italiani dal 1559 al 1598; caratteri generali.

Clemente VIIIDistinguendo tre fasi successive nella lunga storia della preponderanza spagnola in Italia, abbiamo detto che la I fase (1559-1598) corrisponde al regno di Filippo II ed alla paralisi della potenza francese causata dalle guerre di religione. Questa fase rappresenta il momento del maggior asservimento italiano alla Spagna e della maggiore staticità della vita politica italiana.

Tutti gli stati italiani si muovono lungo le direttrici dell'azione politico-militare e religiosa della Spagna e pongono a disposizione di questa le proprie forze. La politica mediterranea di Filippo II contro i barbareschi dell'Africa Settentrionale e la Turchia trova la collaborazione delle forze navali dei vari stati italiani. Tutti i sovrani della penisola appoggiano la lotta della Spagna contro il protestantesimo e i suoi interventi in Francia, durante le guerre di religione.

Soltanto in un secondo momento, da quando cioè comincia ad apparire possibile la ricostituzione della monarchia francese sotto Enrico IV, si nota un qualche segno di indipendenza nell'atteggiamento degli stati italiani; Venezia, la Toscana e più tardi anche il pontefice CLEMENTE VIII, favoriscono difatti il ritorno al cattolice­simo di Enrico IV e la sua affermazione sul trono di Francia, attraversando così i disegni politici del monarca spagnolo.

Più della loro politica esterna appare perciò significativa la po­litica interna di taluni degli stati minori della penisola. Notevoli figure di principi, come Cosimo I e Ferdinando I De Medici EMANUELE FILIBERTO DI SAVOIA, od il pontefice SISTO V, spiegarono i propri talenti politici, riorganizzando i loro stati su basi assolutistiche, rianimandone la vita economica e riordinandone l'am­ministrazione. Si può dire anzi che gli effetti positivi della lunga pace mantenutasi in Italia senza incrinature dal trattato di Cateau Cambrésis fino ai primi del secolo XVIII, furono assai più sensibili negli stati italiani restati indipendenti dalla Spagna che nei territori soggetti al diretto dominio di quest'ultima. Mentre infatti Milano, Napoli, Sicilia e Sardegna erano esposti senza riparo agli effetti deprimenti della rapacità fiscale e della corruzione della burocra­zia spagnola, molti dei minori stati italiani poterono in qualche modo ristorarsi dei danni prodotti dalle interminabili guerre della prima metà del sec. XVII, pure non riuscendo ad ovviare agli effetti dello spostamento dell'asse economico dell'Europa dal Mediterraneo al-l'Atlantico od a pareggiare lo sviluppo commerciale. industriale e finanziario raggiunto parallelamente dall'Olanda, dall'Inghilterra e dalla Francia di Enrico IV.

4. - La repubblica di Venezia.

Lo stato più importante e capace di una politica effettivamente indipendente dalla Spagna rimaneva tuttavia la repubblica di Venezia. I domini della Serenissima, anche dopo il trattato di Cateau Cambrésis, continuavano infatti ad estendersi su una parte cospicua del Veneto e della Lombardia, dall'Isonzo all'Adda, buona parte dell'Istria e della Dalmazia, numerose piazzeforti sulle costo ioni-che della Grecia e le due grandi isole di Creta o Candia e di Cipro.

Ancora alla fine del secolo XVI Venezia rimaneva una delle più grandi città non soltanto d'Italia ma altresì d'Europa, sia per numero di abitanti, sia per floridezza di traffici commerciali. Ad eccezione dei periodi di guerra aperta con l'Impero ottomano, Ve­nezia continuava invero a detenere il monopolio del commercio con il Levante. Essa manteneva la più grande flotta del Mediter­raneo ed una industria tuttavia fiorente specialmente nel Berga­masco (seta) e nel Bresciano (armi). Il governo della repubblica era tradizionalmente uno dei più efficienti e amati dai propri sudditi dell'intera penisola. La pubblicistica politica del tempo andava a gara ad esaltare l'avvedutezza ed il prestigio insieme della repubblica.

Appunto questa saldezza interna dello stato veneziano gli permise di affrontare la difficile situazione maturatasi nel corso dei primi decenni del sec. XVI. Distrutti od asserviti all'egemonia degli Asburgo i piccoli stati circonvicini, la repubblica si trovava difatti ad avere per confinanti da una parte gli spagnoli in possesso della Lombardia, dall'altra gli Asburgo d'Austria. Inferiore di forze ad ambedue e non di rado minacciata nei suoi domini mediterranei dall'espansionismo turco, Venezia doveva pertanto seguire una linea di condotta quanto mai cauta per evitare di essere coinvolta in con­flitti disastrosi per il suo prestigio e la sua stessa indipendenza.

Già abbiamo visto d'altronde come un grave colpo essa dovesse subire proprio in questo giro di anni per l'attacco sferrato dai turchi contro l'isola di Cipro (1570). Eroica si era dimostrata anche questa volta la resistenza della guarnigione veneziana della cittadella di

Famagosta, al comando di MARCANTONIO Bragadino. Ottomila soldati della repubblica avevano tenuto la piazzaforte contro un eser­cito soverchiante di numero, cui inflissero la perdita di ben 75.000 uomini. Non soccorsa in tempo, Famagosta aveva però dovuto capi­tolare (maggio 1571). Il Bragadino, fatto prigioniero, era stato scor­ticato vivo, contrariamente ai patti della resa. Erano seguite subito dopo la Lega Cristiana e la battaglia di Lepanto; tuttavia l'abban­dono della lotta da parte di Filippo II dopo la vittoria, conduceva la repubblica ad accettare nel 1573 la pace con la Turchia, nella quale Cipro veniva abbandonata per sempre agli Ottomani.

5. - Il granducato di Toscana.

cosimo primo de mediciL'abile e fortunata politica interna ed esterna di Cosimo I dei Medici (1537-1574) gli aveva permesso l'ingrandimento territoriale e il riordinamento amministrativo ed economico del suo stato. Tale opera, continuò anche dopo la pace di Cateau Cambrésis, e vide, tra l'altro, la rinascita di una certa attività marinara nella Toscana. Cosimo I infatti migliorò i porti di Portoferraio, nell'isola d'Elba, e di Livorno, destinato a sostituire Pisa ormai allontanata dal mare dal progressivo avanzarsi del litorale tirrenico, dotò di una flotta da guerra il proprio stato, istituì l'ordine caval­leresco di S. Stefano, col compito della lotta contro i corsari barbareschi dell'Africa del Nord. Dette al­tresì impulso con lavori di bonifica all'agricoltura ed attivò l'escavazione del ferro delle miniere del-l'isola d'Elba. Considerato con crescente sospetto dalla Spagna, ottenne, malgrado il contrario avviso di quest'ultima, la concessione del titolo di Granduca di Toscana (1569) da parte del pontefice Pio V, riconfermato più tardi nei suoi succes­sori da un diploma imperiale (1576).

 

 

Matrimonio tra Maria De Medici ed Enrico IV di BorboneDegno continuatore dell'opera paterna si dimostrò il figlio mi­nore Ferdinando I (1587-1609), che salì sul trono toscano dopo la morte del fratello FRANCESCO (1574-1587), cui era toccata dapprima la corona granducale e che aveva dato prove non troppo brillanti di sé, nella condotta pubblica e privata, Continuando infatti la po­litica di progressiva riconquista della propria autonomia dal vassal­laggio spagnolo, già avviata da Cosimo I, Ferdinando I appoggiò la ricostituzione dello stato francese sotto Enrico IV, favorendone la conversione al cattolicesimo. A suggellare poi il suo ravvicinamento politico con ]a Francia, concesse in moglie al sovrano francese la propria nipote MARIA DEI MEDICI, nonostante il malumore della Spagna, ormai insospettita dalla condotta dei granduchi toscani. Merito duraturo di Ferdinando I fu infine la trasformazione di Livorno in grande porto commerciale.

Era ovvio però che tutte le iniziative dell'avveduto granduca non potevano bastare ad impedire che l'antico primato finanziario e industriale di Firenze rimanesse un ricordo del passato. Il traffico stesso del porto di Livorno, per quanto intenso, mai avrebbe potuto pareggiare quello di Amsterdam o dei grandi porti dell'Atlantico. La Toscana anzi, da paese prevalentemente industriale e mercantile, si trasformava in paese in maggioranza agricolo, di scarso peso nella vita economica dell'Europa.

6. - Lo stato dei Savoia.
 

Emanuele FilibertoRientrando nel 1559 nei suoi domini, Emanuele Filiberto (1553-1580) si era trovato davanti ad uno spettacolo veramente sconfortante. Il peso politico dello stato sabaudo, che non era mai stato troppo forte, si era addirittura annullato sotto l'inetto duca Carlo III, padre di Emanuele Filiberto. Forze militari francesi pre­sidiavano le fortezze più importanti e così pure facevano, per con­trappeso, quelle della Spagna. Le campagne erano state desolate da decenni di guerre incessanti e dagli alloggiamenti di una soldatesca prepotente e saccheggiatrice. Il duca tuttavia si era posto all'opera con profonda serietà di propositi ed indomita tenacia, riuscendo a conseguire risultati veramente notevoli.

Le difficoltà infatti dello stato francese, costringendo quest'ultimo a rinunziare alla tradizionale politica espansionistica in Italia, resero possibile al duca di Savoia di ottenere lo sgombero delle guarnigioni dal Piemonte. Ritiratisi i francesi, anche gli spagnoli furono indotti ad evacuare i propri presidi dello stato di Savoia. Tornato così padrone in casa propria, Emanuele Filiberto trasportò la capitale del ducato dall'avita sede transalpina di Chambéry nella Savoia alla città di Torino, quasi ad indicare tangibilmente che la dinastia dei Savoia, borgognona di origine e fino ad allora piuttosto francese che italiana, avrebbe considerato come teatro principale della propria azione la metà cisalpina dei suoi domini. Italiana divenne da allora la lingua ufficiale dell'amministrazione e della giustizia, ed alla cultura italiana il duca intese aprire il suo stato con la creazione a Torino di una università.

Carlo Emanuele IL'amministrazione dello stato ricevette cure insonni, e fu riordinata sul modello burocratico-assolutistico. Le finanze dello stato ricevettero un incremento notevolissimo, con un inasprimento fiscale, che portò il gettito delle imposte da 70.000 a 800 mila ducati all'anno. I nuovi aggravi apparvero compensati d'altronde con il miglioramento della sicurezza pubblica o della giustizia e con una serie di provvedimenti per l'agricoltura, le bonifiche, la rinascita dell'industria serica.

Per la prima volta nella sua storia, lo stato sabaudo dimostrava un certo interessamento ai problemi marinari. Due piccoli ingrandimenti territoriali manifestarono questo nuovo indirizzo: l'annes­sione della contea di Tenda, che permetteva il diretto accesso dal Piemonte al porto di Nizza, e l'acquisto di Oneglia dai genovesi, che concedeva un nuovo sbocco sul mare allo stato di Savoia. Sul modello toscano, un ordine cavalleresco analogo a quello di S. Stefano venne costituito per lottare contro i pirati barbareschi: l'ordine di S. Maurizio. Galere di Emanuele Filiberto parteciparono alla grande vittoria cristiana di Lepanto.

Dato che l'inasprimento della pressione fiscale non bastava ancora a dare al duca i mezzi necessari per mantenere un forte esercito mercenario, come la sua difficile posizione, stretta tra le due grandi monarchie di Spagna e di Francia, avrebbe richiesto. Emanuele Filiberto ricorse alla istituzione di una milizia nazionale del genere di quella già introdotta in Toscana da Cosimo I, per mezzo di una sorta di coscrizione obbligatoria, per la quale ogni parrocchia era obbligata a fornire un determinato contingente di soldati. Da principio l'efficienza bellica di queste milizie fu abbastanza modesta.

Le condizioni stesse del Piemonte e le ambizioni della politica sa­bauda avrebbero però progressivamente sviluppato nelle popolazioni del piccolo stato subalpino una robusta tradizione militare, poco meno che eccezionale rispetto a quella degli altri stati d'Italia.

Alla morte di Emanuele Filiberto, succedeva sul trono suo figlio Carlo Emanuele I (1580-1630). Dotato dì un'intelli­genza altrettanto acuta quanto irrequieta e di un'ambizione divorante, questi, invece di continuare nella politica di pace del geni­tore, incominciò ben presto a gettare il paese in una serie di avventure politico-militari, che non avrebbero avuto più alcuna interruzione durante il suo lungo principato. Scarsi furono i risultati concreti di questa irrequieta politica del duca, che non mancò talvolta né di avventatezza né di tortuosità. Per la prima volta però nella storia d'Italia, si ebbe la sensazione di un qualche peso della dinastia dei Savoia nelle vicende politico-militari della penisola.

Gli esordi della politica di Carlo Emanuele I si svolgono ancora nell'ambito dell'orbita politica della Spagna. Profittando infatti del caos creato dalle guerre di religione, egli si impadronisce nel 1588 del marchesato di Saluzzo, che il trattato di Cateau Cambrésis aveva lasciato alla Francia. Successivamente tenta di invadere la Provenza, ingaggia guerra con Enrico IV e la continua anche dopo il ritorno di quest'ultimo al cattolicesimo ed alla sua vittoria sulla Spagna, fino a che nel 1601 giunge finalmente con lui alla pace di Lione. Per essa il possesso del marchesato di Saluzzo è assicurato a Carlo Emanuele I. che in cambio cede alla Francia le terre avite della Bresse, del Bugey e di Gex tra Lione e Ginevra. L'estensione ed. il valore economico delle terre cedute sono senza dubbio supe­riori a quelle del piccolo e montagnoso marchesato. Malgrado que­sto, il possesso di Saluzzo, però, ponendo interamente le porte della catena alpina nelle mani del Savoia, contribuisce a ribadire l'orientamento sempre più deciso verso l'Italia e la pianura padana già iniziato da Emanuele Filiberto.

7. - Lo Stato Pontificio.

Gregorio XIIITrattando della Controriforma abbiamo già diffusamente parlato altrove dell'opera religiosa dei papi della seconda metà del sec. XVI. Appunto le esigenze della politica della Controriforma ponevano il Papato nella necessità di secondare quasi senza eccezione l'azione di Filippo II e non permettevano perciò alcuna sostanziale indipendenza nel giuoco politico internazionale. Dal punto di vista interno, lo Stato Pontificio si presentava come uno dei più estesi e popolosi d'Italia, Sforzo costante dei papi del secolo XVI, da Giulio II fino a Paolo III, ere stato quello di trasformare in senso assolutistico quel complesso di piccole signorie turbolente e di città comunali gelose della propria individualità, che costituiva fino ad allora lo Stato della Chiesa. Gli effetti di questa politica si erano fatti ormai sensibili già prima della pace di Cateau Cambrésis. Le signorie erano scomparse, le autonomie comunali assai ridotte, lo stesso baronato romano, dalla tradizionale sfrenatezza, cominciava a farsi più remissivo.

L'instaurazione dell'assolutismo nello Stato Pontificio sortì tuttavia effetti meno positivi che negli stati di Savoia e dei Medici. Nello Stato della Chiesa infatti non esisteva una dinastia capace di imprimere una direttiva continua e costante all'azione del governo. Ciascun pontefice giungeva al trono papale in genere in età assai avanzata e poteva perciò regnare solo per un tempo molto breve. Durante questo tempo, nipoti, familiari, cortigiani, andavano a Giordano Brunogara ad ottenere incarichi amministrativi o dì governo, ben sapendo che il loro momento di fortuna sarebbe durato per poco e che la morte del pontefice avrebbe voluto dire anche la loro sostituzione con altri elementi di fiducia del nuovo pontefice. Tutti costoro venivano portati a considerare il proprio incarico sem­plicemente come una buona occasione per arricchire prima dell'avvicendamento di un pontefice all'altro. Lo Stato Pontificio perciò, malgrado gli sforzi di alcuni pontefici non privi di energia e di avvedutezza, rimase tradizionalmente come uno dei peggio amministrati e dei più disordinati d'Italia. Al tempo stesso le grandiose costruzioni ed il fasto dei pontefici resero necessaria una politica fiscale assai oppressiva, che male si conciliava con la crescente povertà del paese.

Dei papi della seconda metà del sec. XVI abbiamo già altrove ricordato Pio IV (1559-1565), e Pio V (1566-1572), di cui abbiamo menzionato la partecipazione alla spedizione di Lepanto. Tra i loro successori converrà citare Gregorio XIII (1572-1585), cui si deve la riforma del calendario (calendario gregoriano), che poneva ter­mine agl'inconvenienti derivanti dagli errori nel computo annuale dell'antico calendario di Giulio Cesare (o calendario giuliano).

E' noto che la riforma gregoriana fu accettata da tutti i paesi europei esclusi quelli greco-ortodossi. Perciò la cronologia degli avvenimenti di alcuni paesi dell'Europa orientale, come la Russia, continuò fino ai tempi più recenti a presentare, rispetto al resto del mondo, la singolarità di un ritardo di alcuni giorni nel computo delle date.

A Gregorio XIII seguì Sisto V (1585-1590), un francescano originario di poverissima famiglia delle Marche, che si conquistò una vasta popolarità per l'energia spietata con la quale sterminò i briganti che infestavano la campagna laziale e represse le violen­ze della nobiltà romana. Tra i pochissimi pontefici del suo tempo, che tenessero un atteggiamento di una certa indipendenza noi riguardi della Spagna, Sisto V ebbe altresì il merito di promuovere una riorganizzazione dell' amministrazione della Curia Romana ed una indefessa attività edilizia che, malgrado la brevità del suo pontificato, lasciò traccia imperitura in Roma nella grandiosità dei lavori e delle costruzioni compiute per abbellirla e rinnovarla.

Mediocri ed in complesso supini alla politica spagnola si presentano invece i pontefici seguenti. Solo degno in qualche modo di ricordo è tra loro Clemente VIII, Aldobrandini (1594-1605), che cercò di svolgere una politica di equilibrio internazionale, assolvendo Enrico IV dalla scomunica e favorendo la conclusione della pace di Vervins. Assai rigoroso così nella persecuzione dell'eresia come nei sistemi di governo (basti ricordare a questo proposito il rogo dell'infelice filosofo Giordano Bruno, arso vivo nel 1600), Clemente VIII lasciò una traccia anche all'interno dello Stato Pontificio, in quanto rivendicò alla Santa Sede il possesso di Ferrara.

8. - Genova

Porto naturale di Milano, Genova era avvezza da qualche secolo a considerare le proprie sorti come legate direttamente a quelle del ducato milanese. Signora della Lombardia, la Spagna si trovava per-ciò ad esercitare senza alcun contrasto una sorta di protettorato sulla repubblica genovese. Alla debole struttura politica dello stato geno­vese, faceva riscontro tuttavia la floridezza economica della città. La Spagna, malgrado i fiumi d'oro e d'argento che si riversavano su di lei dall'America, non produceva nulla ed aveva bisogno di tutto. Le sue finanze dissestate avevano continuamente bisogno di prestiti a qualunque condizione per potere sopperire alle necessità sempre crescenti delle guerre. Gli abilissimi trafficanti genovesi seppero trarre partito da questa paradossale situazione facendone motivo di guadagni formidabili. Finanzieri genovesi, come i Grimaldi, i Doria, gli Spinola ed i Centurione, guadagnarono somme favolose nei prestiti con i re cattolici, invasero commercialmente i mercati spagnoli, specularono sugli arruolamenti di soldati per le guerre di Fiandra e sulla necessità per la Spagna di tenere squadre navali nel Mediterraneo per la sicurezza delle coste e del traffico dai corsari barbareschi.

Cuore della vita finanziaria della repubblica era il famoso Banco di S. Giorgio, i cui amministratori o protettori contavano tra le più alte autorità cittadine. Sempre dal Banco di S. Giorgio, espressione della oligarchia finanziaria della città, dipendeva il maggiore dei possessi genovesi, la Corsica. Quest'ultima tuttavia male sopportava il dominio di Genova, cui era stata riconsegnata dopo la pace di Cateau Cambrésis.

La rivolta tornò perciò a fiammeggiare, sempre sotto la guida di SAMPIERO ORNANO DA BASTELICA, nel 1564. Gli insorti corsi offrirono il dominio dell'isola a Cosimo I dei Medici, alla Francia e perfino ai Turchi, purché li liberassero dai genovesi. La rivolta però venne finalmente domata nel 1569. L'isola passò allora dal Banco di S. Giorgio allo stato, senza tuttavia acquetarsi mai completamente.

Se la repubblica di Genova malgrado i patrimoni cospicui messi insieme dai suoi banchieri, i suoi armatori ed i suoi commercianti, aveva tanto poca saldezza politica e tanto scarsa autonomia nei confronti della politica spagnola, ancora più fragile si presentava la condizione dei tanti minuscoli staterelli, che sussistevano tuttavia qua e là per la penisola.

 
 

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Ultimo aggiornamento: 06-02-10