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SOMMARIO

1. Giovanni Calvino
2. Ginevra
3. L'etica del calvinismo
4. La diffusione del calvinismo
5. Gli esuli italiani e la questione della tolleranza religiosa

Giovanni Calvino.

Di fianco alla riforma luterana altre correnti protestanti  si affermarono in Svizzera e nella Germania meridionale, grazie allo Zwingli e ai riformatori di Berna, Basilea, Strasburgo ecc. queste correnti ricevevano intorno alla metà del sec. XVI impulso nuovo da Giovanni Calvino (1509-1564).

Nativo di Noyon, nella Piccardia, Calvino era figlio di una famiglia borghese che gli aveva procurato delle rendite ecclesiastiche e lo aveva avviato agli studi giuridici.  

Il Calvino si era formato alla scuola dell'Umanesimo erasmiano  ed aveva rivolto inizialmente le proprie simpatie verso il severo stoicismo di Seneca.

Intorno al 1532 una crisi religiosa lo aveva avvicinato alle po­sizioni della Riforma  malgrado le feroci persecuzioni di Francesco I nei confronti dei protestanti.

Mi­nacciato di arresto il giovane viaggiò in diverse parti d'Europa, recandosi tra l'altro a Basilea, dove nel 1536 stampò la prima edizione della sua opera fon­damentale, la Istituzione della religione cristiana, ed a Ferrara, dove per breve tempo fu ospite della duchessa Renata di Francia, moglie di Ercole II d'Este, grande protettrice dei seguaci della Riforma.

Rinunciò quindi ai benefici ecclesiastici e si dispose a lasciare la Francia per attendere in tranquillità agli studi che costituivano la sua passione, nella dotta e tranquilla Strasburgo.

Durante il viaggio il giovane Calvino dovette attraversare GINEVRA, una città di 12.000 abitanti, che da poco tempo si era sottratta al dominio politico-religioso dei vescovi. Malgrado gli sforzi di un ardente propagandista, il francese GUGLIELMO FAREL l'adesione di Ginevra alla Riforma si manteneva incerta.

Il Farel nel giovane connazionale intuì l'uomo capace di trasformare la situazione e lo scongiurò di restare a Ginevra. L'altro oppose il proprio desiderio di tranquillità e la necessità di terminare gli studi, ma il Farel, sdegnato, minacciò la maledizione di Dio su di lui, qualora avesse rifiutato di dare la sua opera in Ginevra. Vinto da quella terribile invocazione, Giovanni Calvino restò.

Il timido intellettuale si trasformò gradualmente in uno dei più ferrei condottieri spirituali del suo tempo.

I ginevrini non erano contenti di essersi sottratti al dominio del vescovo per assoggettarsi ad accettare la professione di fede redatta dal Calvino e dal Farei. La rilassata moralità di una città del sec. XVI male si accordava con il programma di rigorosa austerità, che i due riformatori avrebbero voluto realizzare. Le reazioni ostili degli abitanti verso i due predicatori francesi in capo a due anni divennero tanto forti da costringerli nel 1538 ad abbandonare Ginevra ed a rifugiarsi altrove.

La traccia lasciata in Ginevra dalla vigorosa personalità del Calvino si dimostrava tuttavia tanto forte, da indurre la cittadinanza, già nel 1541, a chiederne il ritorno. Il riformatore, rientrato nella città, poté così fare accogliere le sue famose Ordonnances ecclésiastiques, sul cui modello si sarebbero poi foggiate le costituzioni ecclesiastiche di gran parte delle chiese protestanti, ed instaurare in Ginevra quel rigoroso ordinamento politico-religioso, che doveva fare di essa, nella mente del Calvino, la realizzazione perfetta della società cristiana.

Ginevra

Calvino era convinto che l'opera della Riforma fosse inscindibile dal rinnovamento della cultura e dovesse partire dalla formazione di un corpo di ministri del culto, moralmente irreprensibili e accuratamente istruiti, specialmente nella conoscenza dei testi originari — ebraici e greci — della Scrittura.

Il Calvino concepiva l'ufficio di questi ministri di culto, o pastori, come un ufficio di persuasione e quindi di predicazione. Egli rifiutava la subordinazione luterana della chiesa allo stato e sottoponeva lo stato e la società alla critica ed al giudizio del vangelo.

Calvino non intendeva creare alcune isole di uomini perfetti separate dallo stato e dalla società, ma piegare stato e società all'accettazione di una disciplina etico-religiosa altrettanto esigente di quella dei settari.

Questo accoppiamento di radicalismo rivoluzionario e di capacità legislativa ed organizzativa, sarà il segreto della vitalità dell'opera del Calvino e della sua propagazione, malgrado ostacoli e  persecuzioni.

La chiesa di Ginevra si fonda su due organi collegiali e democratici, lontani dall'autoritarismo luterano. All'amministrazione dei sacramenti ed alla predicazione del vangelo adempiono i  pastori, radunati nella Venerabile compagnia dei pastori.

Alla disciplina ecclesiastica, e al rigoroso controllo della moralità dei fedeli, presiede un altro organo nominato dal Consiglio generale della città, ma da questo indipendente nelle proprie decisioni, il Concistoro, formato dai pastori della città e da dodici laici, scelti per spiccata integrità morale ed autorevolezza.

Il concistoro nella sua funzione di custode della morale pubblica e della vita religiosa della città, può comminare l'ammonizione ed eventualmente la scomunica agl'indegni, salvo ricorrere al magistrato civile, qualora siano ritenuti necessari castighi, come l'ammenda, il carcere, ed in casi gravissimi la morte.

La costituzione ecclesiastica calvinista, per mezzo del concistoro, formato in maggioranza da laici, impedisce il formarsi di una casta sacerdotale, distinta dal resto della cittadinanza, come nel cattolicesimo, ed al tempo stesso rifiuta la sottomissione incondizionata all'autorità statale del luteranesimo.

Al contrario, il concistoro ha l'autorità di ammonire lo stesso governo cittadino, qualora le sue azioni siano in contrasto con l'Evangelo e con la morale cristiana.

Ginevra, nella mente del Calvino, deve diventare la città cristiana modello.

Il più intransigente idealismo evangelico si unisce alle aspirazioni riformatrici dell'Umanesimo, col loro forte retaggio platonico e la loro accentuazione dell'etica civile, nell'attuare in Ginevra un regime di austerità, il quale bandisce non solo ogni immoralità o frivolezza, ma anche lo sperpero ed il pauperismo, la speculazione sfrenata e l'ozio parassitario, l'alterigia nobiliare e l'ignoranza superstiziosa.

La città modello assume fisionomia cosmopolitica. Profughi di ogni nazionalità vi affluiscono, ottenendone la cittadinanza e rafforzando le schiere dei seguaci più ardenti del Calvino. L’Accademia di Ginevra prepara sempre nuovi predicatori, i quali sciamano per tutta l'Europa, a diffondervi la Riforma affrontando con ardore battagliero le lotte più dure o addirittura il rogo.

Naturalmente le reazioni suscitate nella cittadinanza di Ginevra dalle rigide misure moralistiche del Concistoro, non sono sempre favorevoli e rischiano in qualche momento di scoppiare nella rivolta contro il Calvino ed i suoi sostenitori. Il governo ginevrino però non esita ad adottare aspre misure contro i turbolenti libertini, avversari del riformatore e della sua opera, ed arriva fino alla condanna al rogo (1553) dell'infelice MICHELE SERVETO, un medico spagnolo, sostenitore di una concezione eterodossa della Trinità, tendente a ridurre a proporzioni vicine a quelle dell'uomo la stessa persona del Cristo.

In questo modo, prima che il Calvino chiuda gli occhi, consunto dalla fatica e dalle lotte, Ginevra è diventata la capitale di un vasto movimento di rivoluzione religiosa, che si estende da un capo all'altro dell'Europa.

L'etica del calvinismo

La teologia del Calvino parte da una concezione pessimistica dell'uomo. L'uomo sarebbe naturalmente inclinato al male ed avviato alla perdizione. Di contro alla sua miseria, si erge la maestà onnipotente di Dio, che nella sua infinita sapienza sceglie (predestinazione) alcuni eletti all'eterna gloria traen­doli dai reprobi avviati alla dannazione eterna.

Il credente, secondo Calvino, deve fare il bene su questa terra non per meritare la salvezza, ma per dimostrare la gloria di Dio.

Lungi dall'attendere fatalisticamente il compiersi del proprio destino, il calvinista si sente impegnato ad adempiere la missione che Dio lo ha pre­destinato a compiere. Tutto il suo sforzo è teso nello scoprire quale sia questo compito e nell'adempierlo con il massimo scru­polo, dando con il proprio comportamento la prova tangibile della elezione, che ha ricevuto dalla volontà di Dio.

Mentre il Medioevo aveva creato il tipo dell'asceta, che abbandonava il mondo per ri­tirarsi nella solitudine della contemplazione, il calvinismo vagheggia una società di asceti, che vivono nel mondo e nel mondo operano indefessamente, sentendo in ogni atto della propria vita un valore religioso, una vocazione divina.

Tanto il Lutero quanto il Calvino ritengono che anche i governanti debbano conformarsi ai dettami della parola di Dio. Mentre il Lutero, però, asserisce che davanti ad un principe malvagio non vi è altro che accettare il martirio, il Calvino sostiene che i “magistrats inférieurs”, gli organi subordinati della so­cietà, hanno il dovere davanti a Dio di controllare che il principe si conformi alla parola di Dio ed addirittura di fargli opposizione, in caso di necessità estrema, per ristabilire l'ordine sociale minacciato dalla tirannide. Al posto dell'assolutismo per diritto divino, il calvinismo pone perciò il principio di un controllo del governo, esercitato legalmente attraverso organi inferiori, che in caso di necessità possono anche arrivare a rovesciare il sovrano.

Già ordinato all'interno delle sue chiese con un sistema di governo ecclesiastico a carattere collegiale e parlamentare, il calvinismo sarà ben presto tratto in più di un paese ad opporre anche sul terreno politico ordinamenti a carattere collegiale, e perciò repubblicano, alle monarchie assolute.

Non meno rivoluzionario è l'atteggiamento del calvinismo sul terreno sociale ed economico. Partendo dal concetto della predestinazione, cioè della vocazione dei cre­denti a compiere nel mondo una missione affidata loro da Dio alla sua gloria, il calvinismo esalta il lavoro come atto religioso. Mercante o ministro della Chiesa, operaio, insegnante o uomo di stato, il calvinista sa che il suo mestiere o la sua pro­fessione non sono soltanto un affare personale, ma voca­zione divina. Il tempo non va sprecato nell'ozio, come non si deve sprecare il denaro in piaceri carnali od in frivolezze. Anche il guadagno è qualcosa di sacro, in quanto è il segno della benedizione di Dio sopra l'attività svolta dal credente. Anch’esso non può essere dis­sipato ma deve essere impiegato con scrupolo, o in beneficenza  o in nuovi inve­stimanti.

Ma se ogni mestiere è sacerdozio, ne consegue che i credenti  sono su un piede di parità fra di loro. Nessun pri­vilegio ereditario ha più ragione d'essere, se la predestina­zione divina può trarre l'ultimo dei plebei più in alto ancora del più nobile degli aristocratici.

Le tendenze repubblicane fanno del calvinismo un pericolo per le monarchie assolute, la sua morale del lavoro e la sua concezione egualitaria ne fanno un pericolo per le aristocrazie del sangue e della spada.

La Chiesa medioevale aveva osteggiato l'idea che si potesse trarre un utile dal denaro dato in prestito. Il calvinismo invece considera legittimo l'investimento del capitale dietro corresponsione di un interesse, così come esalta la famiglia e l'amore coniugale, ed istaura una rigida moralità nel campo dei rapporti sessuali. Mentre il cavaliere spagnolo può sperperare in ostentazioni di grandezza i tesori rapiti nell'America, l'austero mercante calvinista vive la sua vita di sobrietà e di risparmio, in mezzo a ricchezze sempre crescenti, di cui egli tuttavia non tocca altro che una parte minima per le proprie esigenze personali, reinvestendo la maggior parte di esse in nuove imprese economiche. Così, nello stesso tempo in cui la scoperta dell'America fa affluire sui mercati europei quantità enormi d'oro e d'argento e stimola poderosamente la evoluzione economica del continente, il calvinismo contribuisce a formare la mentalità delle borghesie europee.

La diffusione del calvinismo

Calvino si sforzò di estendere la Riforma e di promuovere l'unione delle varie correnti protestanti. La sua influenza si diffuse nei più diversi paesi d'Europa.

Nella Svizzera si giunse ad un accordo fra tutti i protestanti, che attutì le punte più radicali delle dottrine zwingliane. Nella Germania, si ebbe il passaggio alla Riforma dell'elettorato del Palatinato Renano, su posizioni dottrinali ispirate tanto dal Bucero o dallo Zwingli quanto dal Calvino: si creò anzi colà un fiorente centro intellettuale nella città di Heidelberg.

Gli sforzi di unificazione del Calvino fallirono invece rispetto al luteranesimo: si ebbero così perduranti divisioni fra gli evangelici, seguaci della Confessione Augustana, ed i riformati, seguaci della corrente franco-svizzera. Va osservato, tuttavia, che in seguito il termine «evangelico» cessò di indicare i luterani soltanto: oggi, ad esempio, esso è divenuto sinonimo di «protestante» in genere.

Nell'Inghilterra, la morte di Enrico VIII portò al trono il suo figlio adolescente EDOARDO VI (1547-53), i cui tutori favorirono la diffusione del protestantesimo. Vennero chiamati predicatori dal continente, fu redatta una nuova confessione di fede a carattere nettamente protestante.

Al regno di Edoardo VI successe quello di MARIA LA CATTOLICA (1553-59), che riportò l'Inghilterra all'obbedienza alla Chiesa Romana, perseguitando sanguinosamente i protestanti. Seguì infine l'avvento al trono di ELISABETTA, la quale distaccò nuovamente la Chiesa Anglicana da Roma ed attuò una sorta di compromesso in materia ecclesiastica, lasciando sussistere dottrine prevalentemente protestanti accanto ad istituzioni episcopali ed a riti abbastanza simili a quelli cattolici. Tale compromesso incontrò l'opposizione della Chiesa Anglicana e dei dei puritani, intransigenti fautori del protestantesimo.

Dottrinalmente il puritanesimo ebbe carattere piuttosto eclettico, accogliendo influenze di Strasburgo, Zurigo e più tardi Heidelberg, oltre che di Ginevra: portò tuttavia il marchio del calvinismo nella sua volontà rivoluzionaria e nel suo inflessibile moralismo. Ne vedremo infatti gli sviluppi nella Rivoluzione inglese del sec. XVII.

Il puritanesimo mise piede anche nell'America settentrionale, influenzandone la storia.

Nella Francia l'influenza calvinista poté espandersi guadagnando vasti consensi malgrado le persecuzioni di Francesco I ed Enrico II. La Francia fu travolta per questo nelle guerre di religione. I forti legami tradizionali con la Francia aprirono al calvinismo anche la Scozia, specie ad opera di Giovanni Knox (1505-72), ardente discepolo del Calvino.

La corona scozzese tentò di opporsi alla Riforma, ma i seguaci dello Knox insorsero e con l'aiuto di Elisabetta d'Inghilterra cacciarono la regina Maria Stuart (1561). Col nome di Chiesa Presbiteriana il calvinismo divenne religione nazionale della Scozia (1581).

Il calvinismo guadagnò infine anche i Paesi Bassi, soppiantando l'iniziale diffusione dell'anabattismo ed intrecciando le sue vicende con quelle della rivoluzione nazionale contro il dominio spagnolo e l'assolutismo di Filippo II.

Sempre all'influenza francese si dovette la forte penetrazione che il calvinismo trovò nell'Europa orientale, specie nell'Ungheria, ove esso si intrecciò col moto nazionale dei Magiari contro il dominio degli Asburgo, nonché in Polonia, ove esso fu però soffocato più tardi dalla Controriforma. Nella Boemia, infine, gli eredi del movimento hussita, organizzatisi col nome di Unità dei Fratelli Boemi, finirono con l'assimilarsi alla Riforma calvinista. Il protestantesimo boemo sarà in gran parte distrutto nel corso della guerra dei Trenta Anni.

Gli esuli italiani e la questione della tolleranza religiosa

Il calvinismo ebbe diffusione anche in Italia, ove assimilò anche i VALDESI delle Alpi e dell'Italia meridionale e si estese in special modo nel Piemonte, durante l'occupazione francese. Dopo la pace di Cateau Cambrésis, il Calinismo nei loro domini, fra episodi atroci come la strage dei Valdesi di Calabria. Analoga repressione condusse Emanuele Filiberto di Savoia nei suoi domini piemontesi. Solo i valdesi delle Alpi poterono salvarsi grazie ad un'accanita resistenza armata, che piegò il Savoia ad accordare loro una relativa libertà col trattato di Cavour (1561).

Una quantità di esuli italiani fuggì nei paesi riformati, compresa Ginevra. Parte di questi esuli accettò integralmente le dottrine calviniste, diventandone spesso la più accesa custode, come accadde alla numerosa colonia di esuli lucchesi in Ginevra, dalle cui file uscì Giovanni Diodati, autore di una famosa traduzione italiana della Bibbia. Un'altra parte, tuttavia, conservò un atteggiamento critico, entrando in conflitto col Riformatore specie in seguito al rogo di Michele Serveto.

La tragica fine di costui apriva in campo protestante il grave problema della tolleranza religiosa. I paesi riformati non consentivano il culto pubblico cattolico ed avevano sanguinosamente perseguitato gli anabattisti. Tale condanna destò gravi perplessità nelle città elvetiche riformate e suscitò una fiera riprovazione dell'intolleranza religiosa, come incompatibile con la morale cristiana, nell'opera De Haereticis an sint persequendis, pubblicata a Basilea dall'umanista savoiardo Sebastiano Castellione, con lo pseudonimo di MARTINO BELLIO.

Vari illustri esponenti dell'emigrazione italiana parteggiarono per la tolleranza religiosa contro il Calvino.

Questi italiani, inoltre, favorivano idee antitrinitarie, cioè neganti la dottrina della Trinità e tendenti a vedere nel Cristo il Redentore dell'umanità soprattutto per l'altissimo esempio da lui portato nel mondo. Più di un esule italiano dovette lasciare Ginevra e cercare rifugio nell'Europa orientale, ove le idee antitrinitarie erano state diffuse già da altri italiani, come il medico piemontese Giorgio Biandrata, portando alla formazione di una Chiesa Unitariana, in Polonia ed in Ungheria, in antagonismo a quella Riformata dei calvinisti.

Fra questi « eretici italiani » furono Bernardino Ochino, il grande predicatore senese, ed il suo compatriota Fausto Socini (1539-1604). Quest'ultimo fu il maggiore pensatore dell'antitrinitarismo, unendo ad una serrata critica dottrinale un vigoroso afflato umanitario, e formulando una precisa dottrina di separazione della Chiesa dallo Stato. Le idee sociniane ebbero grande importanza storica, come anticipazione delle moderne concezioni della libertà religiosa, nonché di taluni atteggiamenti, che portarono nel Settecento al deismo degli Illuministi. Respinte a lungo in Europa tanto dai cattolici come dai protestanti, esse trovarono infine la propria attuazione più completa nella Costituzione Americana del secolo XVIII.

 
 

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Ultimo aggiornamento: 03-11-08