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LA FINE DEL CONFLITTO FRANCO-ASBURGICO
PER L'ITALIA
sommario
-
Caratteri del conflitto tra il 1530 ed il 1559
-
L'impero degli Ottomani nella politica europea
-
La guerre franco-asburgica del 1536-44 ed i nuovi sviluppi della
situazione italiana
- Gli anni delle
congiure: 1546-47
- La politica di Enrico II
- La guerra
di Siena: Cosimo I dei Medici
- L'abdicazione di Carlo V
- La pace di Cateau
Cambrésis
- La crisi
finanziaria del XVI secolo.
Nemmeno la PACE DI CAMBRAI tranquillizzava la monarchia francese,
accerchiata dall'impero di Carlo V. Anch'essa si risolse in un
semplice armistizio.
Dal 1530 al 1559 il conflitto franco-asburgico cambiava natura. Dalla
guerra decisa in poche grandi battaglie campali, si passava ad una
guerra di logoramento, connessa ad un vasto lavoro diplomatico.
Francesco I non cavalcava più alla testa dei suoi eserciti, né poteva
più contare, sulla superiorità dei mercenari svizzeri, ormai
eguagliati dalle fanterie spagnole e germaniche. Più che sulle clamorose
battaglie in campo aperto, la Francia confidava ormai nelle potenti
fortificazioni di tipo moderno, che guarnivano le sue piazzeforti di
frontiera, e sull'estenuazione delle forze avversarie. D'altra parte
nemmeno gli Asburgo potevano più contare sulla propria superiorità
diplomatica, sul quale il governo francese operava in misura sempre più
larga, intrecciando una rete di alleanze con i nemici di Carlo V.
Proprio in forza di questo giuoco di alleanze, il conflitto, da
italiano tendeva a farsi europeo. Il teatro di operazioni italiano
perdeva importanza.
Pur continuando a perseguitare i protestanti nel suo territorio, la
monarchia francese allacciava rapporti di amicizia con i principi
luterani dell'impero, così come cercava di sfruttare ai propri fini
tutti gli avversari di Carlo V e dei suoi alleati: dai fuorusciti
toscani, avversi ai Medici, al re di Scozia, nemico di Enrico VIII
d'Inghilterra, od ai re di Danimarca e di Svezia, ostili al predominio
dei Paesi Bassi nei mari dell'Europa settentrionale. Né le alleanze si
limitavano alla cristianità: la Francia faceva sempre più assegnamento
sull'alleanza con l'Impero Ottomano, che in quegli anni iniziava il suo
ingresso nella lotta per il predominio sull'Europa.
Dal
1520, un sovrano dalle ampie concezioni strategiche e politiche è sul
trono di Costantinopoli: Solimano II il Magnifico (1520-1566). Pur
continuando l'espansione verso l'Oriente dei suoi predecessori, e la
lotta contro gli scià di Persia, che ricorrono all'alleanza di Carlo V,
il sultano turco si interessa fin dai primi anni del suo regno dei
balcani e prepara una poderosa offensiva contro la cristianità, per
terra e per mare.
Nel 1522 viene investita la piazzaforte di Rodi, invano difesa
eroicamente dai cavalieri dell'Ordine Gerosolimitano. Francia, Spagna e
Venezia, tutte assorbite dalle vicende del duello per l'Italia, non
possono intervenire ed i cavalieri sono costretti a capitolare,
evacuando l'isola. Subito dopo è la volta dell'UNGHERIA. Nel 1526, sul
campo di battaglia di Mohàcs, il re LUIGI II IAGELLONE è sconfitto ed
ucciso dai Turchi.
Delle due corone di Boemia ed Ungheria, prima detenute dallo
Iagellone, dovrebbe essere erede, grazie ad un'altra delle tante
combinazioni matrimoniali degli Asburgo, Ferdinando I d'Austria,
fratello di Carlo V, ma la nobiltà ungherese, tradizionalmente avversa
ai tedeschi, si rifiuta di accettare quest'ultimo come sovrano e tenta
di creare uno stato magiaro autonomo sotto la protezione di Solimano il
Magnifico.
Tra il 1529 ed il 1532 arde la guerra sul Danubio tra le forze dei
turchi e degli ungheresi e quelle degli Asburgo, che rischiano per un
momento di vedere invasa l'Austria e conquistata Vienna stessa. Il
disastro è evitato e la situazione ristabilita ricacciando l'invasione
turca al di là dei confini austriaci. Da allora in poi, tuttavia, la
diplomazia francese potrà contare ininterrottamente sull'alleanza degli
ungheresi, avversi al dominio asburgico, e su quella di Solimano,
assurto ormai ad una parte di primo piano nella grande politica europea.
Alla sua azione in direzione del Danubio per via di terra, Solimano
affianca una vasta offensiva marittima nel Mediterraneo. Egli crea una
grande flotta da guerra ed affida il comando delle sue forze marittime
ad un vecchio corsaro dell'Africa Settentrionale, CHAIR-ED-DIN, detto
Barbarossa, signore di Algeri, inserendo così l'intera costa
settentrionale africana entro l'orbita politica dell'Impero turco. Le
navi turche ed algerine infestano il Mediterraneo con la loro pirateria
e gettano il terrore su tutte le coste dell'Italia e della Spagna, con
sbarchi improvvisi, portando via schiavi cristiani a migliaia. Ed invano
contro di loro si prodigano i cavalieri gerosolimitani, che da Rodi sono
stati trasferiti nell'isola di MALTA, sotto l'alto protettorato della
corona di Spagna.
Richiamato dalle insistenti richieste dei suoi sudditi spagnoli ed
italiani, vessati dalle scorrerie del Barbarossa, Carlo V tenta di
infliggere a quest'ultimo un duro colpo, guidando di persona una
spedizione contro Tunisi (1535). Il successo arride agli imperiali, che
riescono a strappare quest'ultima città e qualche altra posizione
litoranea al Barbarossa. Ma neppure questo riesce a porre fine alla
pirateria musulmana, che dal covo di Algeri dilaga, incubo pauroso, per
tutto il Mediterraneo.
Alle spalle del vincitore di Tunisi, viceversa, tutto il sistema
politico italiano, costruito con tanta abilità nel congresso di Bologna
del 1530, minaccia di sfasciarsi, consentendo alla Francia di
riaffacciarsi nella penisola. Carlo V aveva legato a sé tutte le
maggiori dinastie italiane, ed attraverso di loro i vari centri della
penisola. Ma gli uni dopo gli altri, i caposaldi dell'imperialismo
asburgico in Italia — Medici, Sforza, Savoia — entrano in crisi, creando
a Roma, Milano, Firenze e nel Piemonte una serie di problemi o di
focolai di ostilità.
A
Roma, la morte di Clemente VII ha portato al trono Papale il romano
Alessandro Farnese, col nome di Paolo III (1534-49). Al contrario del
suo predecessore, che con la sua disgraziata politica aveva finito per
trovarsi al rimorchio ora degli interessi della Francia ed ora di quelli
della Spagna, il nuovo papa inaugura un'intelligente e coraggiosa linea
di condotta, mantenendosi indipendente così dall'una come dall'altra
potenza e cercando di sfruttare ambedue ai fini della lotta contro i
Turchi ed i protestanti.
Figura di un'energia ed una grandezza di propositi che richiamano
alla memoria la impetuosa vigoria di Giulio II, Paolo III è al tempo
stesso il primo dei grandi papi della Controriforma e l'ultimo di quelli
del Rinascimento. Da un lato infatti egli è il primo a promuovere
l'opera di riforma interna della Chiesa e il consolidamento della sede
papale, nei confronti del pericolo protestante. Per un altro, invece,
egli è l'ultimo continuatore della politica nepotistica dei papi del
Rinascimento, mirando a costituire uno stato per i propri discendenti,
come il figlio PIER LUIGI FARNESE ed il nipote OTTAVIO. Ed ovviamente,
le ambizioni dei Farnese sono in contrasto con la politica di Carlo, che
tende viceversa ad immobilizzare la situazione politica italiana, per
avere mano libera nel Nord Africa.
Proprio nel momento in cui Carlo V è occupato a Tunisi, muore
Francesco II Sforza e l'imperatore è costretto ad ordinare l'occupazione
di Milano, da parte delle proprie truppe, in base agli accordi di
Bologna del 1530. Contemporaneamente, il cognato di Carlo V, cioè
l'inetto duca di Savoia CARLO III, viene alle prese con gli svizzeri,
che gli strappano buona parte dei suoi domini al di là delle Alpi,
impadronendosi del Vaud e di Losanna, ove introducono la Riforma,
favorendo lo svincolarsi di Ginevra dal controllo sabaudo.
Cogliendo il momento favorevole, allora, Francesco I invade nel 1536
la Savoia ed occupa il Piemonte, accordandosi con Solimano il Magnifico
e riaccendendo la guerra contro gli Asburgo in Italia, in Fiandra, sui
Pirenei.
Abbandonando precipitosamente il Nord-Africa, per fare fronte alla
nuova minaccia, Carlo V, con un'abile manovra diplomatica, riesce a
parare il colpo dell'alleanza della Francia con Solimano, concludendo
una lega difensiva contro i Turchi con il pontefice PAOLO III e con
Venezia, sulla quale scarica astutamente il peso maggiore della lotta
nel Mediterraneo. Ma scoppia allora la crisi anche a Firenze, ove il
duca ALESSANDRO DEI MEDICI, genero di Carlo V, si è fatto odiare per la
sua brutalità da tutti i fiorentini, compresi i « Grandi », cioè i
rappresentanti dei maggiori interessi bancari e mercantili della città,
che pure erano stati ostili alla repubblica piagnona del 1530 e
favorevoli alla restaurazione della signoria medicea. Il più ricco
banchiere di Firenze, FILIPPO STROZZI, va ad ingrossare le file dei
fuorusciti fiorentini e si volge a sorreggere finanziariamente la
politica francese contro Carlo V. Il cugino stesso di Alessandro,
LORENZINO DEI MEDICI, esaltato dai ricordi classici del pugnale di
Bruto, uccide il duca e si rifugia presso lo Strozzi, il quale si dà a
preparare un'invasione di fuorusciti entro lo stato fiorentino, sotto
bandiera francese. Solo l'appoggio militare spagnolo e la ferrea energia
del successore di Alessandro, il giovanissimo Cosimo I DEI MEDICI
(1537-1574), figlio di Giovanni delle Bande Nere, riescono ad evitare il
ritorno di Firenze entro l'orbita politica della Francia. I fuorusciti
sono sconfitti a Montemurlo, nell'agosto del 1537; i loro capi sono
catturati, e lo stesso Filippo Strozzi si uccide in carcere per
sottrarsi alla esecuzione capitale; Firenze rimane sotto il protettorato
imperiale. La Francia, tuttavia, continua a fruire dell'appoggio
finanziario dei « Grandi » fuorusciti.
Per liberarsi della guerra con la Francia, Carlo V appagava le
ambizioni nepotistiche di Paolo III, concedendo ad Ottavio Farnese la
mano della vedova di Alessandro dei Medici, MARGHERITA d'Austria, con un
matrimonio dal quale nascerà in seguito ALESSANDRO FARNESE, il più
grande dei capitani italiani del sec. XVI. Grazie alla mediazione
papale, allora, si giungeva alla conclusione nel-la Tregua di Nizza
stipulata nel 1538 tra le due grandi potenze stanche della interminabile
lotta. Purtroppo ad essa seguiva ben presto la conclusione della pace
tra Solimano il Magnifico e Venezia, battuta nella battaglia navale
della Prevesa (1538) e colpita nei suoi rifornimenti alimentari dalla
interruzione della importazione del grano del Levante. Né d'altra parte
quegli anni di respiro guadagnati da Carlo V per mezzo della tregua di
Nizza permisero all'imperatore di raggiungere risultati conclusivi nei
due settori che maggiormente gli stavano a cuore: la lotta contro i
mussulmani e la pacificazione della Germania. Un tentativo di
raggiungere un accordo fra protestanti e cattolici falli nel 1541 nella
Dieta di Ratisbona. Subito dopo, una spedizione tentata da Carlo V nel
1542 contro Algeri, cioè il nido dei corsari del Barbarossa, finì in un
disastro completo, dal quale l'imperatore stesso poté scampare a stento.
Francesco I tentò allora di sfruttare l'occasione, con la ripresa
delle ostilità contro Carlo V (1543). Ancora una volta la Francia
ricorse all'alleanza con Solimano, il Barbarossa, gli Ungheresi, i re
della Danimarca e della Svezia. Alla coalizione antiasburgica Carlo V
poté a sua volta contrapporre la dichiarazione di guerra alla Francia di
Enrico VIII d'Inghilterra, cui rispose ovviamente l'alleanza tra la
Francia e la Scozia contro il comune nemico. Ed ancora una volta, la
guerra si ridusse al consueto logoramento reciproco, terminato con una
pace non meno inconcludente delle precedenti. Col trattato di Crépy
(1544) la situazione rimaneva sostanzialmente invariata, lasciando gli
imperiali a Milano ed i francesi nel Piemonte.
La pace di Crépy si estendeva ben presto anche a Solimano il
Magnifico ed agli altri alleati della Francia, mentre lasciava aperto il
conflitto tra l'Inghilterra, la Francia e la Scozia. Pacificatosi,
al-meno momentaneamente, con Solimano e Francesco I, e quindi al sicuro
da attacchi da questa parte, Carlo V credette giunto il momento di
sbarazzarsi dell'opposizione germanica. Nel 1546 infatti egli assaliva
in forze la Lega di Smalcalda e l'anno seguente la sconfiggeva nella
battaglia di MUHLBERG, catturando lo stesso elettore di Sassonia.
La vittoria sugli Srnalcaldici però si rivelò non meno inconcludente
delle tante già riportate da Carlo V. L'impossibilità di con-centrare
tutte le sue forze in Germania, per non sguarnire completamente le altre
frontiere, portava con sé l'impossibilità per l'imperatore di sfruttare
il proprio successo per schiacciare il protestantesimo ed imporre un
governo assoluto sul territorio dell'Impero. Costretto a bilanciarsi tra
le troppe esigenze che da ogni parte ne distraevano le forze,
fronteggiato dalla risoluta opposizione delle città tedesche, decise a
non abbandonare il protestantesimo, l'imperatore dovette lasciare che in
Germania le cose continuassero a trascinarsi nel caos ormai consueto e
rassegnarsi a perdere i frutti della sua vittoria.
La Francia, impegnata contro l'Inghilterra, non aveva potuto
intervenire contro l'imperatore durante la campagna contro gli
Smalcaldici. Il fatto però che Carlo V si trovasse per qualche tempo
occupato contro un obbiettivo abbastanza lontano dalla penisola, fu
sufficiente perché l'Italia ribollisse di congiure e di tentativi di
rivolta per tutto il tempo che durò la guerra con gli Srnalcaldici.
La prima a muoversi è l'eternamente irrequieta Toscana. Nella
repubblica di Lucca il gonfaloniere Francesco Burlamacchi, educato
nell'austero clima della tradizione piagnona e forse in segreto
con-tatto con le correnti protestanti della sua città, concepisce
l'ardito disegno di un moto religioso e politico al tempo stesso. Lucca
dovrebbe farsi perno di un accordo segreto tra le varie città toscane,
oppresse dal dominio di Cosimo I dei Medici, vassallo dell'Impero e
strumento della repressione religiosa della Controriforma: la ribellione
dovrebbe divampare in tutta la regione e trasformarsi ben presto in moto
antipapale oltre che antimediceo, portando allo stabilirsi di una sorta
di federazione repubblicana delle città dell'Italia centrale. Prima però
che il Burlamacchi traduca in pratica il pro-getto, la vigilanza di
Cosimo dei Medici conduce nell'agosto del 1546
alla scoperta della congiura ed all'arresto del gonfaloniere
lucchese, che viene tradotto a Milano e condannato a morte.
Subito dopo, il 2 gennaio 1547, scoppia a Genova la Congiura dei
Fieschi, cioè un moto rivoluzionario, capeggiato dal conte Gian Luigi
dei Fieschi, in segreto accordo con i francesi contro i Doria ed il
predominio spagnolo. In un primo momento i congiurati riescono ad avere
il sopravvento e ad uccidere Giannettino Doria, nipote ed erede del
grande ammiraglio. Un incidente però tronca la vita del Fieschi,
sgomentando i suoi seguaci, che fuggono, perseguitati dalle rappresaglie
implacabili di Andrea Doria. Nello stesso giro di tempo infine, Napoli
insorge violentemente contro un tentativo del viceré Don Pedro di
Toledo, suocero di Cosimo I dei Me-dici, di introdurre in città
l'inquisizione di tipo spagnolo.
Più gravi ancora sono gli avvenimenti che si verificano nel settembre
di quello stesso 1547 in Emilia. Pure di assicurare uno stato al proprio
figlio, Paolo III, nel 1545, aveva preso la decisione di di-staccare le
due città di Parma e Piacenza, un tempo facenti parte dello stato di
Milano e successivamente ritornate allo Stato della Chiesa, e di
costituirle in ducato per Pier Luigi Farnese. Dissoluto e rotto ad ogni
vizio, ma non privo di qualche dote nel campo politico, il Farnese aveva
cercato di imitare la politica indipendente del padre, facendo sorgere i
sospetti del governatore imperiale di Milano, Ferrante Gonzaga, un
cadetto della famiglia dei duchi di Mantova, avversissimi alla
formazione dello stato farnesiano. Il 19 settembre 1547, una congiura,
istigata dal Gonzaga, sopprime Pier Luigi ed offre il destro al
governatore di Milano di insignorirsi della cittadella di Piacenza,
profittando della confusione seguita all'assassinio. Al colpo di forza
del Gonzaga risponde l'ostilità sempre più aperta della Francia, che
appoggia il successore di Pier Luigi, Ottavio Farnese, il quale, benché
genero dell'imperatore, scende in campagna per riottenere il suo stato.
La guerra tra le due maggiori potenze non è ancora dichiarata
ufficialmente, ma la rottura è già praticamente avvenuta e l'Italia sta
tornando ad essere uno dei campi di battaglia.
Fra tanti avvenimenti, il 1547 assisté inoltre alla scomparsa, presso
che contemporanea, di Enrico VIII d'Inghilterra e di Francesco I di
Francia, sostituiti rispettivamente dai figli Edoardo VI (1547-1553) e
Enrico II (1547-1559). La minore età del sovrano inglese consigliava al
regno una politica di prudenza e quindi un ritiro dalla partecipazione
alla lotta tra gli Asburgo e la Francia, mentre viceversa permetteva ai
suoi consiglieri, guidati dall'arcivescovo CRANMER, una ulteriore
evoluzione religiosa, che conduceva la Chiesa d'Inghilterra assai vicina
alle posizioni del protestantesimo svizzero e strasburghese. Sbarazzato
così dalla guerra contro l'Inghilterra. Enrico II poteva tornare a
concentrare i suoi sforzi contro l'Impero di Carlo V.
All'alleanza, ormai tradizionale, con i turchi ed i barbareschi
dell'Africa settentrionale, che, tra l'altro, aveva aperto al commercio
francese vantaggiose possibilità di espansione nel Levante, si
aggiungeva adesso l'alleanza offensiva e difensiva con i principi
tedeschi. Mentre prima di allora i principi protestanti germanici, pur
mantenendo un atteggiamento diffidente ed ostile verso l'imperatore
avevano
sempre rifiutato di prendere le armi contro di lui a fianco del re
francese alleato dei mussulmani, dopo il colpo di Mulberg questi
scrupoli erano venuti completamente a cadere. Forte appunto di questa
preziosa alleanza, Enrico II poté procedere, nella primavera del 1552,
all'occupazione dei tre vescovati di Metz, Toul e Verdun, fino ad allora
soggetti al dominio imperiale, benché francesi di lingua. Tornava così
ad affacciarsi, dopo tanti vani sforzi compiuti nella penisola italiana,
l'antica politica di Luigi XI di avanzata in direzione del Reno, che lo
stato francese avrebbe continuato fino al secolo XX.
Alla corte di Enrico II, tuttavia, gli obbiettivi italiani
continua-vano ad avere un peso fondamentale nel delineare la politica
francese. Particolare influenza avevano anzi i fuorusciti fiorentini,
sia per il controllo da loro esercitato sul traffico bancario di Lione,
sia per l'ascendente della moglie stessa di Enrico II, CATERINA DEI
ME-DICI, nipote di Clemente VII ed avversaria implacabile di Cosimo I,
duca di Firenze.
Nel 1552 già tutta l'Europa era in fiamme e l'Impero era nuovamente
costretto a difendersi su tutti i fronti dai colpi vibratigli
contemporaneamente dalla Francia, dai principi tedeschi ribelli, dalla
Turchia, dai corsari algerini. In Italia, all'intervento francese a
favore di Ottavio Farnese, nel ducato di Parma, si aggiungeva l'appoggio
dato da una flotta turco-francese alla ribellione scoppiata in Corsica
contro i Genovesi e capeggiata da SAMPIERO ORNANO da Bastelica e
finalmente la guerra in Toscana contro Cosimo I.
Già nel 1552, difatti, il presidio lasciato da Carlo V a guardia di
Siena era stato cacciato dalla popolazione insorta, che aveva invocato
la protezione della Francia. Ne era seguito così l'invio a Siena di
forze francesi, al comando di PIERO STROZZI, un figlio di Filippo,
divenuto uno dei più valorosi generali del re di Francia. Un tentativo
di rioccupare la città, compiuto da forze spagnole, era fallito davanti
all'energica resistenza degli abitanti e dei francesi. Dal 1554 però, la
guerra di Siena, abbandonata dagli imperiali, veniva ripresa e condotta
fino in fondo con ferrea energia dal duca di Firenze, Cosimo I dei
Medici, che a ragione doveva ritenersi il più minacciato dalla presenza
di Piero Strozzi e delle sue truppe al confine del ducato fiorentino.
I quindici anni intercorsi tra l'ascesa al trono di Cosimo I dei
Medici e lo scoppio della guerra di Siena erano stati sufficienti per
rivelare in Cosimo una delle figure più notevoli di uomo di stato
dell'Italia di quel tempo. Signore di un piccolo ducato, straziato da
mezzo secolo di incessanti lotte intestine, caduto per forza di cose
sotto il vassallaggio imperiale, il Medici era riuscito a pacificarlo,
ristabilendo con pugno di ferro l'ordine e la giustizia; ne aveva
ristorato le finanze e la vita economica, promuovendo la ripresa dei
traffici e delle industrie e la attuazione di imponenti lavori di
bonifica nelle zone paludose. Mentre in politica estera tentava di
riguadagnare il massimo possibile di autonomia nei riguardi della
soverchiante potenza imperiale, in politica interna giungeva a risolvere
quel problema che nessuno dei regimi, che fino ad allora si erano
successi in Firenze, aveva mai osato affrontare: cioè la parificazione
in diritti e doveri dei fiorentini con gli altri popoli del dominio,
togliendo via l'odiosa oppressione praticata dai primi nei confronti dei
secondi e giungendo in tale modo a dare compattezza interna allo stato
mai prima immaginata. Mentre artisti, come il VASARI, il CELLINI, od il
BRONZINO, tornavano ad adornare delle loro opere le città toscane,
incoraggiati dal mecenatismo del duca, l'aspirazione del Machiavelli
sembrava trasformarsi in realtà con la creazione di una milizia
nazionale toscana, destinata a togliere il ducato dalla necessità di
ricorrere esclusivamente all'arruolamento di mercenari per le esigenze
della guerra.
Forte, bene ordinato, finanziariamente prospero, retto con pugno di
ferro dal suo duca, lo stato fiorentino ricostruito mirava adesso
all'assorbimento della morente repubblica di Siena. Ma la disperata
resistenza dei senesi, emuli del popolo fiorentino nella difesa delle
libertà repubblicane, rese l'impresa assai più lunga e difficile di
quanto non si potesse pensare da principio. Stretta di assedio per oltre
un anno, tormentata dalla fame, la città non piegava. Le donne stesse
davano il cambio agli uomini nel fare la guardia sulle mura. Piero
Strozzi, uscito fuori con un audace sortita, si gettava contro il
territorio fiorentino cercando di attirare il nemico lontano da Siena,
per guadagnare tempo e permettere di arrivare agli sperati aiuti del re
di Francia. Purtroppo gli aiuti venivano
a mancare. Piero Strozzi nell'agosto del 1554 veniva disfatto dai
medicei nella battaglia di Marciano nella Val di Chiana. La fame,
nell'aprile del 1555, costringeva gl'intrepidi difensori ad accettare la
resa con l'onore delle armi.
Neppure allora però tutti piegarono. Un pugno di irreducibili,
condotto da Piero Strozzi, rifiutò di sottomettersi, andò a rifugiarsi
nella rocca di Montalcino e là per altri quattro anni continuò a
combattere, mantenendo vivo il nome ed i simboli della gloriosa
repubblica di Siena.
Le ostilità contro l'imperatore Carlo V avevano termine finalmente
con la tregua di Vaucelles, stipulata con il re di Francia Enrico II, e
con la pacificazione di Augusta (1555), concordata con i principi
protestanti.
Mentre la tregua di Vaucelles si limitava a lasciar le cose sulla
base dello statu quo, la pacificazione di Augusta produceva effetti di
notevole importanza nel conflitto religioso germanico. Carlo V accettava
ormai di riconoscere i progressi fatti dal luteranesimo entro l'Impero e
le secolarizzazioni di beni ecclesiastici già compiute entro l'anno 1552
(Ius reformandi). Riusciva però abilmente ad introdurre nel trattato di
pace due clausole destinate a paralizzare la diffusione ulteriore del
moto luterano: il principio del cuius regio eius religio e l'altro del
così detto Reservatum ecclesiasticum. In base al primo, i sudditi di
ciascuno degli stati dell'Impero erano obbligati a seguire la religione
del loro principe, luterana, se que-
sti era luterano, e cattolica, se questi era cattolico. In base al
secondo principio poi, se un principe ecclesiastico intendeva
abbandonare il cattolicesimo per abbracciare il luteranesimo, non poteva
farlo se non a patto di deporre tutti i beni e le dignità di cui fosse
investito.
Nel seguente anno 1556, Carlo V, ancora relativamente giovane di età,
ma logoro ormai dalle malattie e dalla tensione nervosa impostagli dal
suo compito sovrumano per oltre trenta anni, abdicava al trono
ritirandosi in un convento di Spagna, dove la morte doveva raggiungerlo
pochi anni più tardi. Con un ultimo atto di volontà, al momento della
abdicazione, egli divideva i suoi immensi domini in due parti,
affidandone l'una al figlio FILIPPO II e l'altra al fratello FERDINANDO
I.
Andavano a Ferdinando I i domini ereditari di Casa d'Austria,
unitamente alle corone di Boemia e d'Ungheria, già da lui assunte fino
dal 1526, e la successione al titolo di imperatore del Sacro Romano
Impero.
Toccavano viceversa a FILIPPO II il titolo di re di Spagna, le terre
delle corone di Castiglia e di Aragona, i domini italiani di Milano,
Napoli, Sicilia e Sardegna, le colonie d'America, i territori dei Paesi
Bassi provenienti dalla eredità borgognona di Carlo il Temerario.
Divise in tal modo, le due corone potevano rappresentare un pericolo
minore per la Francia di quanto non lo rappresentassero prima, unite
insieme nella persona di Carlo V. Una possibilità di pacificazione,
prima ignota, si presentava così all'Europa lacerata da tante guerre.
Un anno appena dopo la tregua di Vaucelles, la Francia era tuttavia
coinvolta in una nuova guerra contro la Spagna di Filippo II. La causa
occasionale era stata ancora una volta fornita dall'Italia, dove era
salito al trono papale uno dei nemici più accaniti della Spagna e degli
spagnoli, il pontefice PAOLO IV (1555-1559), appartenente alla famiglia
napoletana dei Carafa, che subito era entrato in aperto conflitto con
Filippo II.
La decisione della guerra, però, questa volta avvenne in gran parte
al di fuori dell'Italia. Mentre l'imperatore Ferdinando I, a causa
dell'atteggiamento minaccioso dei principi protestanti, rimaneva
estraneo alla guerra, Filippo II, che già prima aveva sposato MARIA
TUDOR, figlia di Enrico VIII, successa nel 1553 al fratello Edoardo VI
sul trono d'Inghilterra, riusciva a trascinare quest'ultimo paese nella
lotta contro la Francia. Un esercito spagnolo, al comando del DUCA DI
ALBA, invadeva lo stato pontificio, nel tempo stesso in cui forze
spagnole, fiamminghe ed inglesi, al comando di EMANUELE FILIBERTO DI
SAVOIA, figlio dello spodestato sovrano del Piemonte, sbaragliava i
francesi a S. Quintino.
Piuttosto che il fulmineo successo di S. Quintino, tuttavia, fu
ancora una volta la stanchezza a consigliare la pace ai sovrani di
Francia e di Spagna, mentre la mediazione di Cosimo I riconduceva la
pace fra quest'ultimo ed il papa. Né furono estranee a questa decisione
comune le preoccupazioni che Filippo II ed Enrico II cominciavano a
nutrire per la sempre crescente diffusione del pro testantesimo, così in
Francia come nei Paesi Bassi e perfino in Italia e nella stessa Spagna,
in quella forma calvinista, che si presentava come la maggiormente
pericolosa per l'autorità dei re.
Col trattato di Cateau Cambrésis (1559), Enrico II manteneva il
possesso di Metz, Toul e Verdun e acquistava la piazzaforte di Calais,
ceduta dagli inglesi, che in tal modo abbandonavano l'ultimo caposaldo
da loro tenuto sul continente. Viceversa, in Italia, abbandonava al loro
destino gl'insorti della Corsica ed i difensori di Montalcino e
restituiva il suo stato ad Emanuele Filiberto di Savoia. L'onere della
restituzione era tuttavia mitigato alquanto dal possesso del marchesato
di Saluzzo, che rimaneva in mano della Francia, come una porta sempre
aperta sulla pianura padana, non-ché dal diritto di tenere guarnigioni a
Torino ed in varie altre fortezze del Piemonte per altri tre anni.
Filippo II, al contrario, manteneva intatti i propri possessi in
Italia e vi aggiungeva alcune piazzeforti nella Maremma toscana, tolte
allo stato di Siena, con le quali fu costituito il così detto Stato dei
Presidi, alle dirette dipendenze della corona di Spagna, con l'evidente
scopo di tenere sotto controllo il ducato mediceo, la cui intraprendenza
cominciava a destare qualche preoccupazione alla corte spagnola. Come
equivalente poi della concessione fatta a Enrico II di mantenere
guarnigioni francesi nel Piemonte, anche Filippo II si garantiva il
diritto di presidiare con truppe spagnole per un ugual numero di anni le
città di Vercelli e di Asti.
L'Italia vedeva ribadita la preponderanza spagnola su di lei, sia
attraverso i diretti domini della corona di Spagna, sia attraverso la
creazione di una corona di stati vassalli mantenuti a freno dalla
presenza di guarnigioni spagnole in alcuni punti strategici.
Il ducato di Savoia infatti ritornava sotto EMANUELE FILIBERTO,
malgrado la mutilazione dei territori di Ginevra e del Vaud, ormai
resisi indipendenti entro l'ambito della Confederazione Svizzera, ma
subiva il pesante obbligo delle guarnigioni spagnole e francesi nelle
piazzeforti del Piemonte. Lo stato mediceo, grazie all'abilità di CosIMo
I, che aveva potuto sfruttare le difficoltà politico-finanziarie di
Filippo II per impadronirsi definitivamente del territorio dell'antica
repubblica senese, si trasformava in ducato di Firenze e Siena,
raddoppiando di territorio e d'importanza politica, ma subiva anch'esso
il freno delle guarnigioni spagnole dello Stato dei Presidi. OTTAvIO
FARNEsE, che fino dal 1556 era tornato a riconciliarsi col cognato
Filippo Il, poteva rimanere nel possesso del ducato di Parma e Piacenza,
ma garantiva anch'egli il diritto per la Spagna di tenere un presidio
nella fortezza di quest'ultima città. Genova poteva riavere il possesso
della Corsica, a patto di rimanere definitivamente legata al carro della
politica spagnola. I Gonzaga di Mantova infine già avevano avuto il
premio della propria fedeltà alla Spagna, raccogliendo nel 1536
l'eredità del marchesato del Monferrato.
Accanto alla stanchezza per le lunghe guerre tra gli Asburgo ed i
Valois ed alle apprensioni destate in ambedue le dinastie per la
situazione politico-religiosa all'interno dei propri domini creata
dal-la diffusione delle idee della Riforma, uno dei maggiori fattori
della pace di Cateau Cambrésis è indubbiamente l'esaurimento
finanzia-rio, nel quale giacciono ormai così i Valois, come gli Asburgo.
Dato il primitivo apparato fiscale del tempo, tanto gli Asburgo come
i Valois non conoscono altro sistema per finanziare le proprie imprese
militari che quello di ricorrere a prestiti sempre più onerosi con i
banchieri. In cambio del denaro liquido essi sono costretti ad impegnare
annate intere del reddito delle loro imposte, delle dogane, dei beni
della corona. Carlo V prima della sua abdicazione ha già impegnato con
titoli di credito o juros per lunghi
anni di anticipo tutte le rendite delle colonie americane e degli
ordini religioso-cavallereschi dipendenti dalla corona di Spagna. Dietro
alle brillanti campagne militari di Francesco l e di Carlo V, di Enrico
II e di Filippo II, sta tutta la silenziosa epopea dell'avanzata del
grande capitale finanziario; i banchieri italiani e tedeschi di Lione
che riforniscono di prestiti i re di Francia; i banchieri di Augusta
(come i Fugger ed i Welser già tante volte prima ricordati), di Genova
(come i Grimaldi), di Anversa che sostengono finanziariamente Carlo V.
In questa caccia affannosa al denaro liquido, le banche, e talora gli
stessi sovrani, comprendono l'utilità di rivolgersi anche al risparmio
più minuto. Le banche cercano di attrarre i risparmia-tori a depositare
presso di loro i propri fondi contro la corresponsione di un utile. I
sovrani le imitano, creando un debito pubblico di ammontare sempre
crescente. Ma quest'ultimo, intorno al-la metà del sec. XVI, si comincia
a fare talmente pauroso che la solidità finanziaria degli stati e la
loro solvibilità vacillano. La Spagna si deve dichiarare impotente a
fare fronte ai propri impegni e chiede di giungere ad un concordato con
i propri creditori. I più colpiti da questo crollo finanziario sono i
creatori stessi della grandezza di Carlo V, i Fugger, i cui capitali
sono stati impegnati con ritmo sempre più celere nei prestiti agli
Asburgo, mentre ancora non sono stati liquidati i debiti contratti da
Carlo V nel lontano 1519 all'atto della sua assunzione al trono
imperiale. La in-solvibilità infatti dello stato spagnolo avvia la
potente dinastia finanziaria germanica alla decadenza ed infine alla
rovina.
Parallelamente a questa crisi del credito, l'Europa della metà del
sec. XVI ha assistito altresì allo scatenarsi di una paurosa ondata
inflazionistica. Dal 1545 infatti miniere d'argento di favolosa
ricchezza sono state scoperte nel Potosì (Perù). Quantità prima
in-concepibili di metalli preziosi affluiscono in tal modo in Europa,
provocando un generale rincaro dei prezzi, del quale proprio la Spagna è
la prima a risentire pesantemente, trovandosi in con-dizione di non
potere più lottare ulteriormente contro la concorrenza straniera ed
aggravando così la sua decadenza economica. Viceversa l'enorme quantità
di metalli preziosi affluenti dall'America e i grandi affari suscitati
dalle guerre tra gli Asburgo ed i Valois permettono la formazione di
grandi patrimoni e l'accumulo di capitali con ritmo incomparabilmente
più rapido che nei secoli precedenti ed in misure immensamente
superiori. L'economia europea viene pertanto ad assumere sempre più
accentuatamente quella fisionomia capitalista, che sarà una delle
caratteristiche dell'età moderna. |