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Le guerre civili e la fine della repubblica
Alea iacta est
("il dado è tratto""). Questa famosa frase fu pronunciata da Gaio Giulio Cesare quando attraversò con il suo esercito il fiume Rubicone e marciò su Roma, disobbedendo al senato che gli aveva intimato di deporre le armi. Era, questa decisione, la dimostrazione della sua ferma volontà di opporsi al senato fino allo scontro finale. La sorte della repubblica era ormai segnata: questo valente condottiero e abile uomo politico avrebbe concentrato nelle sue mani un potere illimitato e aperto la via all'impero.
Contro il latifondo la riforma di Tiberio Gracco
Anno 133 AC, Tiberius Sempronius Gracchus.
Tiberio discendeva dall'aristocrazia (da
parte di madre), apparteneva a una casa nobile ed antica. Aveva avuto una carriera
militare onorevole ed era stato un eroe di guerra. Le sue mete politiche
erano di presentare delle riforme per prendersi cura dei veterani e
migliorare la vita dei soldati attivi.
Egli non era un rivoluzionario, ma un comandante esperto
che sentiva urgente il bisogno di riforma seria.
Per capire la proposta di riforma di Tiberio, noi
dobbiamo comprendere il legame stretto tra agricoltura,
cittadinanza, esercito e impero di Roma.La
spina dorsale dell'esercito romano era il cittadino-soldato che
aveva la possibilità di dotarsi di un'armatura. In pratica questo
significava che l'esercito romano era formato soprattutto da piccoli
proprietari di terre, mentre il servizio militare era evitato dai
poveri contadini e dai proletari urbani.
A partire dal secondo secolo, la cittadinanza
romana era stata estesa fino ad includere alcune città che avevano
guadagnato il favore speciale di Roma, più le varie colonie romane
fondate da veterani.
Il servizio militare era un carico pesante per un cittadino
romano. A causa delle molte guerre tra il 250 ed il 150, è probabile
che un giovane coltivatore rimanesse in servizio militare fino alle
soglie della vecchiaia. Nel frattempo, la sua fattoria era sommersa
dai debiti.
È probabile che il veterano tornando a casa non avesse più la
testa per coltivare, o non avesse più la terra. Sempre più questi
soldati in congedo andavano alla deriva e ingrossavano la schiera
dei disoccupati e degli sbandati di Roma.
Le piccole fattorie fallivano una dietro l'altra, e spesso furono
comprate dai romani ricchi che crearono enormi latifondi. Questi
latifondi erano coltivati da schiavi e sfruttati solo in parte,
mentre vasti appezzamenti erano lasciati incolti. Comprare terre era
una forma di investimento finanziario, perché la produzione era
concentrata su viti, frutteti e allevamento. Non c'era alcun bisogno
di coltivare il grano, che arrivava abbondante dalla Sicilia e dal
nord Africa.
Tutto questo non poteva essere ignorato più a lungo. Negli ultimi
conflitti l'esercito romano aveva incontrato difficoltà insolite.
Nel 146, la guerra di Macedonia e la terza guerra punica finirono
insieme e un grande numero di veterani congedati non avevano un
posto dove andare. Ma Tiberio Gracco aveva una soluzione.
Secondo Tempo
Il Senato era furioso essendo stato giocato. Tiberio aveva
rotto una regola fondamentale. Il Senato era stato privato della sua
influenza sulle decisioni dei tribuni, quindi pensò di risolvere le cose al
suo interno ricorrendo a mezzi estremi, aumentando il livello della violenza
politica.
Una volta approvata la riforma agraria doveva essere resa
esecutiva, organizzata e amministrata: tutto questo era nelle mani dei
senatori. Tiberio sapeva questo. Lui sapeva che far passare la legge di
riforma era solo il primo passo, che il senato avrebbe battuto il piedi.
Quindi si convinse che solo lui avrebbe potuto tradurre la sua riforma in
realtà.
Quindi decise di farsi eleggere al tribunato per un
secondo anno. Questo era permesso dalla legge, ma una forte consuetudine
romana proibiva di presentarsi due volte per il tribunato. La paura era che
un leader carismatico potesse usare l'ufficio di tribuno, come trampolino
per il raggiungimento di un potere personale basato sulla demagogia. La
decisione di Tiberio era senza precedenti ed allarmò i senatori.
Il primo assassinio politico
Un comitato fu eletto per giudicare la costituzionalità
della richiesta di Tiberio. Un gruppo di seguaci di Tiberio, abbastanza
numeroso da allarmare i buoni senatori, stavano nel Foro dove si
prendeva la decisione. I senatori si armarono e marciarono sul Foro per
- essi dissero - salvare la repubblica. Come era prevedibile, dato che i
senatori erano armati con bastoni e spade, dalle parole si passò
rapidamente ai fatti: Tiberio fu ucciso insieme con 300 seguaci. La
riforma agraria fu praticamente ignorata. I senatori si congratularono
con se stessi per aver difeso la repubblica contro un pericoloso
demagogo e continuarono a far affari e ad aumentare le loro ricchezze.
Un problema nuovo
Come tribuno, Gaio riaffermò la riforma agraria di
Tiberio e la rese operativa. Ancora stabilì la distribuzione gratuita di
pane per i cittadini poveri. Fece votare una legge per la quale i
tribunali penali, fin ad allora composti da senatori, fossero composti
da cavalieri. Le sue riforme aumentavano la sua popolarità e rendevano
il Senato suo acerrimo nemico.
Ma egli fece il passo troppo lungo quando propose la
cittadinanza romana per tutti i popoli italici. Come il suo fratello
maggiore, Gaio aveva una visione politica nobile ed un forte senso della
giustizia. Gli alleati italici si lagnavano perché dovevano servire
negli eserciti romani, ma la maggior parte di essi non aveva voce nelle
assemblee o nel Senato. Quindi Gaio presentò una proposta di legge nel
122 per la loro emancipazione parziale.
Il Senato tentò di corteggiare le masse tumultuanti
dei diseredati facendo loro credere che avrebbero perso i loro privilegi
a danno degli italici. La popolarità di Gaio cominciò a declinare. Gli
elettori romani non volevano affrancare gli italiani, perché questo
avrebbe reso meno decisivi i loro voti. L'oratoria meravigliosa di Gaio
non fu più sufficiente a farlo vincere; l'altro tribuno, Livio Druso,
d'accordo col senato, riuscì a far respingere la sua proposta.
La crisi della repubblica e la riforma dell'esercito
L'equilibrio fra i diversi gruppi sociali aveva evitato fino ad allora a Roma gli orrori della guerra civile. Ma negli anni seguenti i diversi partiti non furono in grado di sacrificare i propri interessi particolari a favore del bene comune. BR>I popolari, per esempio, rappresentavano gli interessi dei cittadini di Roma, ma si rifiutavano di riconoscere i diritti dei popoli italici. I membri del senato vedevano la loro potenza e i loro privilegi messi in pericolo dai cavalieri, che stavano accumulando rapidamente ricchezze e poteri. L'egoismo, l'odio e la violenza finirono per prevalere e a Roma scoppiò la guerra civile. Le discordie interne indebolirono anche la forza militare di Roma, che andò incontro a numerose sconfitte. Germani e Galli batterono più volte gli eserciti romani fra il 113 e il 105 a.c. Nel 110 a.c. un altro esercito fu sconfitto in Africa, dove era intervenuto in una guerra locale per sostenere gli interessi dei cavalieri. Finalmente, nel 107 a.c., fu eletto console Gaio Mario, un personaggio fino ad allora poco conosciuto. Egli riuscì abilmente a farsi eleggere con il sostegno della fazione popolare, prendendo dure posizioni contro la nobiltà senatoria e vantando le sue umili origini. Ma non si limitò a questo: ben presto si dimostrò anche un valente generale e nel 105 a.C., in Africa, sconfisse Giugurta, il principe della Numidia che si era ribellato a Roma.
Mario era un uomo di umili origini che aveva fatto una
carriera spettacolosa grazie alle sue virtù militari.
Nel 112, Roma aveva intrapreso una guerra lunga e logorante
contro Giugurta, re di Numidia, che confinava con la provincia dell'Africa,
che una volta era stata Cartagine. Nonostante le sconfitte iniziali Giugurta
fu capace di tenere impegnati i romani per molti anni (la guerra durò
dal 112 a 104). Un console dopo un altro tornava dall'Africa a mani vuote.
Critiche feroci erano rivolte al sistema dagli avversari
politici. L'esercito romano era comandato dall'aristocrazia, con posti
accordati sulla base delle relazioni di famiglia e delle ricchezze
piuttosto che per le capacità. In verità, questo era lo stesso sistema che
aveva sconfitto Annibale, ma questi eserciti non stavano vincendo. Giugurta
era poco più di un re barbaro, i critichi dicevano, e Roma avrebbe dovuto
essere capace sconfiggerlo in una sola campagna. L'unica spiegazione
ragionevole era l'incompetenza e la corruzione nel Senato.
In questo situazione Mario corse per il consolato. Egli
aveva ottenuto delle vittorie in Africa sotto Metello, ma vinse le elezioni
perché promise che sarebbe stato in grado di chiudere la guerra con Giugurta
sconfiggendolo. Fu eletto console per 108.
Mario formò un esercito nuovo e nel 105 sconfisse e
catturò Giugurta e lo portò a Roma per l'esecuzione. Uno dei comandanti
fidati di Mario nella guerra d'Africa era Lucio Cornelio Silla, di cui
parleremo più avanti.
Mario aveva appena risolto i problemi dell'Africa che un
disastro colpì la Gallia. Nella Francia meridionale un esercito consolare fu
completamente distrutto dai Cimbri e dai Teutoni, tribù germaniche dalla
Germania settentrionale. In seguito a questa sconfitta non esisteva alcuna
difesa militare tra i barbari e Roma; ritornava lo spettro dell'invasione
gallica del 391 a.C con il conseguente sacco di Roma.
L'incarico di affrontare Cimbri e Teutoni fu affidato a
Mario. Essendo stato rieletto console potè formare un nuovo esercito (Egli
fu eletto console per cinque volte di seguito, cosa questa senza precedenti
nella storia di Roma). Mario approfittò dell'occasione per un'importante e
fondamentale riforma dell'esercito: non più un esercito di cittadini
abbienti, ma di soldati professionisti, che sceglievano la guerra come
mestiere. In questo modo molti disoccupati sbandati potevano entrare
nell'esercito e la difesa della patria veniva sottratta al monopolio dei
ricchi. Tale riforma da una parte rinvigorì l'esercito, formando il tipo
classico del veterano, gloria delle armate romane, ma dall'altra legò i
soldati agli interessi del proprio comandante e non più agli interessi dello
stato.
Mario sperimentò il nuovo esercito sconfiggendo i nemici
ad Aquae Sextiae nel 102, ed a Vercelli l'anno seguente. Le vittorie che
seguirono furono talmente decisive che i Galli non solo non furono più una
minaccia per Roma, ma non furono più una minaccia per nessuno.
A questi trionfi, come in Africa, contribuì la persona di
fiducia di Mario, Cornelio Silla, che stava cominciando a guadagnare il suo
proprio seguito personale.
Ma l'uomo del momento era era Gaio Mario, il
difensore di Roma, il suo cittadino principale. Lui aveva ottenuto le sue
vittorie in parte per la propria abilità ed in parte per la forza delle sue
riforme dell'esercito. Ma una fazione nel Senato lo disprezzava. Lui era,
dopo tutto, un uomo nuovo e non veramente uno di loro. Lui aveva ottenuto le
sue vittorie a loro spese, e la sua influenza e popolarità erano detrimento
delle loro ambizioni politiche.
I "TRIONFI" DEI GENERALI
Quando un generale riportava una vittoria importante e prestigiosa su un popolo straniero, con almeno cinquemila uccisi, lo Stato lo onorava con una particolare cerimonia: il "trionfo", una grande parata militare che attraversava la città. Inizialmente il trionfo aveva una funzione di propaganda politica: intendeva cioè celebrare la potenza romana. Dopo la riforma di Mario, invece, divenne un riconoscimento della grandezza del generale trionfatore, e quindi un modo per accrescere agli occhi di tutti il suo personale potere. Diamo qui, tratta dalla Vita di Pompeo scritta dallo storico greco Plutarco (45-125 d.c.), la descrizione del trionfo che fu tributato nel 61 a.c. a un famoso condottiero romano, Gneo Pompeo, del quale parleremo più avanti.
Quanto al trionfo, benché fosse ripartito su due giorni, il tempo fu insufficiente rispetto alla sua importanza, e si dovettero escludere molte cose preparate che sarebbero bastate a illustrare adeguatamente un' altra cerimonia. Delle insegne, poste alla testa del corteo, indicavano i paesi e le genti su cui Pompeo celebrava il trionfo; erano i seguenti: il Ponto, l'Armenia, la Paflagonia, la Cappadocia, la Media, la Colchide, gli Iberi, gli Albani, la Siria, la Cilicia, la Mesopotamia, la Fenicia, la Palestina, la Giudea, l'Arabia e tutti i pirati vinti per mare e per terra. Vi si leggeva che Pompeo aveva preso almeno mille fortezze, quasi novecento città, aveva strappato ai pirati ottocento navi e fondato trentanove città. In queste insegne era pure segnalato che, mentre prima lo Stato riscuoteva tributi per 50 milioni di dracme, ora questi, per merito di Pompeo, erano saliti a 85 milioni, e che egli portava al tesoro pubblico, sia in moneta sia in oggetti d'oro e d'argento, ventimila talenti, a prescindere dai doni fatti ai soldati, di cui il meno fortunato aveva ricevuto 1500 dracme. I prigionieri fatti sfilare in trionfo furono, oltre ai capi dei pirati, il figlio dell' armeno Tigrane, con moglie e figlia; la moglie dello stesso re Tigrane, Zosima; il re dei Giudei Aristobulo; la sorella, i cinque figli e le mogli sciite di Mitridate; gli ostaggi degli Albani, degli Iberi e del re della Commagene.
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Mario e la politica romana
Per finanziare le sue campagne ed eseguire le
sue riforme, Mario aveva bisogno delle delibere del senato, che egli non
poteva influenzare perché era continuamente in guerra lontano da Roma.
Mario aveva bisogno di un rappresentante a
Roma, uno che curasse la parte politica della sua carriera. Questo
rappresentante di Mario a Roma era Saturnino, privo di scrupoli e brillante,
abilissimo agitatore di folle tumultuanti. Era spietato, il suo unico scopo
era sostenere la causa di Mario con qualunque mezzo. Usò bande armate e
violenze.
Mario non era mai stato un abile politico,
così ebbe bisogno di Saturnino, ma non gli piaceva molto. Gradualmente
Saturnino maturò delle ambizioni personali, ma si spinse troppo oltre e
Mario fu costretto a ritornare a Roma per schiacciarlo nel 99. L'esercito di
Mario era a Roma; egli avrebbe potuto approfittarne per prendere il potere
assoluto: in quel momento nessuno osava sfidarlo.
Invece andò all'Est, dove ancora un'altra
guerra si stava preparando. Mario, che non si mosse contro il Senato,
dice molto sulla sua natura. Egli non era un rivoluzionario. In verità, Gaio
Mario voleva più di tutto una cosa che non ottenne mai: essere accettato
dalla classe dominante. Ma la strada da lui intrapresa ruppe gli
equilibri di potere all'interno della politica romana e rese inevitabile la
guerra civile.
Il conflitto con Silla
La minaccia dei barbari era appena scomparsa che un
nuovo tremendo pericolo si abbatté contro Roma.
Nel
90 il tribuno Livio Druso, riprendendo un'idea di Gaio Gracco, propose
di concedere la cittadinanza agli Italici. Questi, infatti, avevano
tutti gli obblighi propri dei cittadini romani, ma senza gli stessi
diritti e privilegi.
Il Senato ancora una volta rifiutò di affrancare gli
alleati di italiani, temendo la loro influenza sulla politica. Livio
Druso fu assassinato da un sicario. Le città italiane si organizzarono,
e la ribellione esplose.
La guerra fu durissima. Gli insorti costituirono uno Stato indipendente che chiamarono Italia, con capitale a Corfinio, vicino a Sulmona. Gli eserciti romani furono più volte battuti.
Il Senato si rivolse a L. Cornelius Sulla, la persona di fiducia di
Mario, per risolvere la situazione. Silla preparò un esercito sullo
stile di Mario ed entro l'87 l'ultimo dei ribelli fu schiacciato. Alla fine il senato fece approvare una legge che garantiva la cittadinanza romana alle città fedeli (le città latine e greche) e a tutte quelle che avessero deposto le armi. Così la rivolta fu domata e le città italiche ottennero la tanto sospirata parità con i cittadini romani (88 a.c.).
Questi eventi portarono Silla alla ribalta della politica romana.
In segno di gratitudine per i suoi servizi allo stato
il Senato diede a Silla il comando della guerra contro Mitridate,
re del Ponto, in Asia Minore, che aveva preso le armi contro Roma.
Questo irritò Mario il quale riteneva che quell'incarico spettasse
a lui. Avendone la forza egli costrinse il Senato a cambiare le sue
disposizioni, ma Silla rifiutò di sciogliere l'esercito e marciò invece
contro Roma. Si impadronì della città e dichiarò Mario nemico della
patria. Mario si rifugiò a Minturno e poi in Africa. Silla approvò una
serie di riforme che rinforzavano la sua posizione e partì per il Ponto.
Mario marciò su Roma ed occupò la città col suo
esercito. Iniziò rappresaglie sanguinose e una purga sistematica dei
suoi nemici. Confiscò anche le proprietà dei suoi nemici e le distribuì
tra i suoi seguaci e specialmente tra i suoi veterani. Solo la Morte di
Mario nell'87 diede fine alle proscrizioni. Il suo alleato, Cinna
terminò il bagno di sangue e mantenne il controllo di Roma fino all'anno
in cui fu assassinato nell'84.
Lucio Cornelio Silla
Silla si rifiutò di collaborare o di giungere a
compromessi con il senato. Egli fece la pace con Mitridate nell'85,
rimanendo libero di dedicarsi alle sue ambizioni politiche. Il senato lo
mise fuori legge nell'83, un passo questo che segnò l'inizio della
guerra civile.
Se egli si fosse sottomesso alla legge i suoi nemici
come minimo lo avrebbero condannato all'esilio se non a morte. Cornelio
Silla non aveva ormai scelta: doveva combattere o morire.
Egli tornò in Italia con il suo esercito. Il senato
preparò un esercito di 100.000 uomini addestrato dai veterani di Mario.
Ma esso era comandato dai senatori i quali mancavano della dovuta
abilità, mentre Silla era un comandante abile e ricco d'esperienza.
Silla attraverso l'Italia ottenendo facili vittorie. La vera prova lo
attendeva sotto le mura di Roma dove l'esercito deisenatori fu
completamente sconfitto.
La vendetta di Silla fu molto più spaventosa di quella
di Mario. Egli ordinò che tutti i veterani di Mario fossero uccisi sul
posto. Egli sapeva che quei veterani sarebbero stati il cuore di ogni
futura resistenza, e la via migliore di risolvere la faccenda era di
ucciderli tutti. Fece esporre nel Foro le liste di proscrizione, cioè
elenchi di uomini del partito avversario, che potevano essere uccisi
liberamente.
Si fece eleggere dittatore perpetuo con l'incarico di
riformare la costituzione dello stato. Egli in tale qualità mirò a
rafforzare il partito aristocratico ridando al senato tutti i poteri che
le molte vicende degli ultimi anni gli avevano tolto, e diminuendo i
poteri dei tribuni della plebe, che non poterono più opporre il veto
alle decisioni del governo. Dopo aver riordinato la repubblica depose
improvvisamente la dittatura e si ritirò a vita privata in una sua villa
di Cuma, dove morì l'anno seguente. Lasciò un lungo strascico di odio.
I successi di Pompeo, il miglior generale romano
Alla morte di Silla seguì un vuoto di potere, di cui cercarono di approfittare diversi generali. Tra questi il più abile si rivelò Gneo Pompeo che, trattando con il senato, riuscì a farsi affidare dapprima il comando di un esercito per reprimere le rivolte in Italia, e poi quello di una spedizione in Spagna (77-72 a.C). Proprio in quel periodo (73 a.C) in Italia scoppiò una grande sollevazione di schiavi guidata da uno di loro, il trace Spàrtaco. Solo dopo due anni e numerose sconfitte subite dalla truppe romane, un esercito guidato da Marco Licinio Crasso riuscì a battere Spartaco, che fu ucciso, mentre buona parte degli schiavi catturati ancora vivi vennero crocifissi lungo la strada da Roma a Capua. Nel 71 a.C Pompeo e Crasso furono entrambi eletti consoli. Molte leggi di Silla furono cancellate. I tribuni della plebe riacquistarono i loro poteri. I cavalieri furono riammessi a far parte delle magistrature giudizi arie, insieme ai senatori. La popolarità di Pompeo crebbe ancora quando nel 67 a.C gli fu affidato l'incarico di liberare l'Adriatico e il mar Egeo dai pirati. In soli tre mesi egli riuscì nell'impresa, dimostrando ancora una volta le sue grandi capacità sia di comandante che di organizzatore di spedizioni militari. Pompeo godeva ormai della fiducia del senato, che gli affidò perciò il comando della guerra contro il vecchio nemico Mitridate. Pompeo prima batté Mitridate e lo costrinse a ritirarsi nei suoi territori del Ponto; poi impose al regno dell'Armenia di divenire vassallo di Roma; quindi si impadronì della Siria, che divenne provincia romana, e occupò Gerusalemme e la Palestina. Nel frattempo a Roma un uomo politico di parte popolare, Lucio Sergio Catilina, aveva tentato di prendere il potere fomentando una rivolta di schiavi e di poveri. Era tuttavia stato scoperto, denunciato in senato e sconfitto dall' esercito della repubblica a Pistoia nel 62 a.C. Nello stesso anno Pompeo fece ritorno in Italia, sciolse l'esercito e chiese al senato una ricca assegnazione di terre a beneficio dei suoi veterani. Il senato rifiutò, probabilmente per il timore che la popolarità di Pompeo crescesse ancora.
documento: LA RIVOLTA DI SPARTACO
Nel 73 a.c. era scoppiata a Capua una violentissima rivolta di schiavi. Decine di migliaia di loro seguirono Spartaco, un gladiatore trace, per combattere gli oppressori e rivendicare la libertà. Lo storico greco Appiano (II secolo d. C.) riferisce che Spartaco, il quale aveva appreso la tecnica militare combattendo con i Romani, organizzò un vero esercito, formato in gran parte da schiavi traci, celti e germani, cui si unirono contadini liberi.
Fra i gladiatori che venivano istruiti a Capua per gli spettacoli, Spartaco, un trace che aveva combattuto un tempo con i Romani, che poi era stato fatto prigioniero e venduto come gladiatore, convinse circa settanta dei suoi compagni a lottare per la propria libertà piuttosto che per un pubblico spettacolo e, sopraffatte insieme a loro le guardie, fuggì. Armatisi con legni e spade prese a dei viandanti, si rifugiarono sul Vesuvio. Dopo aver accolto qui molti schiavi fuggitivi e anche degli uomini liberi provenienti dai campi, prese a far scorrerie nelle zone vicine, avendo come sottocapi due gladiatori, Enomao e Crisso. Poiché egli divideva sempre il bottino in parti uguali in breve raccolse un gran numero di seguaci. Furono inviati contro di lui prima Varinio Glabro e poi Publio Valerio, senza un esercito regolare, ma con quanti armati avevano riunito in fretta e strada facendo, poiché i Romani non consideravano guerra un fatto simile, ma una scorreria e qualcosa di simile a un'impresa di pirati. Essi attaccarono Spartaco, ma furono sconfitti. In seguito, un numero sempre maggiore di persone accorse da Spartaco, che ebbe così un esercito di settantamila uomini; egli fabbricava anche le armi e preparava ogni altro equipaggiamento.
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