cretesi e micenei

                                          

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isola di Creta

Teseo uccide il Minotauro

ricostruzione del
palazzo di Cnosso

i traffici cretesi

affresco cretese: la
 parigina (1700 a.C.)

guerra di Troia:
bassorilievo etrusco

Ulisse e le sirene

mura ciclopiche
di Micene

fortezza di Tirinto

espansione micenea

invasione dorica
la giostra del toro

La civiltà cretese

La civiltà cretese (detta anche "civiltà minoica") si sviluppò lungo le coste e nelle isole dell'Egeo dal II millennio al 1400 a.C. e prende il nome dall'isola di Creta, dove gli scavi archeologici, in epoca moderna, hanno portato alla luce le testimonianze più rilevanti di questa civiltà. Due grandi città, Knosso e Festo, si dividevano, inizialmente, il territorio dell'isola, che venne poi unificato sotto il dominio di Knosso.

La civiltà cretese si basava prevalentemente sull'agricoltura, grazie al fertile suolo del’isola che produceva olio, grano e vino in abbondanza, e sul commercio marittimo.
Dotata di una potente flotta e governata da sovrani amici fra loro, Creta godeva di prosperità e pace che, grazie anche ad un florido commercio con altre città della Grecia, dell'Egitto e della Siria, le consentirono di arricchirsi in modo considerevole.

Era un'isola fertile, dove si coltivava grano, orzo e una cospicua varietà di spezie, come la menta, il sesamo e il finocchio selvatico, vi crescevano gli ulivi e i fichi, le api davano un ottimo miele (lo « zucchero » del mondo antico, che sin dalla preistoria serviva a dolcificare cibi e bevande), il bestiame forniva pelli, latte e formaggio.

Alcuni di questi prodotti venivano esportati su larga scala; in cambio i Cretesi acquistavano rame, stagno, oro, argento, avorio, le materie prime che venivano lavorate dagli artigiani locali e spesso riesportate sotto forma di prodotti finiti. La loro abilità commerciale era famosa quanto quella degli abitanti di Biblo o di Ugarit; e in entrambi i casi abilità mercantile significava anche pirateria. Tra il commercio e la razzia il mondo antico non faceva molta differenza.

Una civiltà pacifica e ricca di arte

La popolazione viveva in numerosi villaggi e in una decina di città costruite in prevalenza lungo le coste, come Cnosso, Mallia, Gournià.
Le città cretesi erano prive di mura, forse perchè il mare proteggeva gli isolani da pericoli esterni e rari erano i conflitti interni. Nelle città più importanti sorgevano i palazzi che, oltre ad essere la residenza del re, erano anche il centro delle attività economiche, con i loro grandi magazzini per la raccolta del cibo, le botteghe artigianali, gli archivi, gli spazi teatrali dove si svolgevano cerimonie pubbliche.
La presenza di diversi palazzi dimostrerebbe che l'antica società minoica era divisa in piccoli regni indipendenti, ognuno retto da un sovrano, tra i quali il "minosse" di Creta doveva avere un ruolo preminente.

Il palazzo non aveva nulla della fortezza, segno che i suoi proprietari si sentivano sicuri, e non ospitava solo re e regine, principi e principesse, ma anche una folla di artigiani, tintori, carpentieri, mobilieri, orafi; e in più filatrici, tessitrici, magazzinieri, operai. I palazzi erano composti di numerosi saloni, stanze, terrazze, scalinate, giardini. In essi trovavano sede gli uffici dell’amministrazione e della corte, i depositi dei viveri, i magazzini dei prodotti destinati al commercio. Erano, nello stesso tempo, residenze dei re e templi religiosi. Nessun muro chiudeva il palazzo cretese e nessuna fortificazione lo difendeva: l’architettura dell’edificio si adattava in modo quasi naturale all’ambiente e all’andamento del terreno. Le pareti erano splendidamente decorate con affreschi dai colori vivacissimi che mostrano scene gioiose di vita quotidiana, raffigurata con grande spontaneità e nella quale la natura ha un posto di tutto rilievo. Sulle pareti del palazzo di Cnosso sono affrescate processioni religiose o scene di donne che partecipano a feste. Abbiamo anche una rappresentazione di una giostra con il toro, un’audace prova di abilità consistente nell’evitare con un salto acrobatico la carica di un toro, simbolo di fertilità, potenza e ricchezza. Altrettanto preziosa e raffinata fu l’arte della ceramica cretese. Vasi lavorati con estrema abilità, decorati a colori con disegni geometrici o figure di animali o di fori e piante, venivano prodotti ed esportati dappertutto, dall’Egitto alla Grecia, all’Asia Minore e alla Mesopotamia.Ma sicuramente i pittori dovevano avere un posto importante.

Evans, nel suo lavoro di ricostruzione, si è sforzato di far rivivere gli splendidi dipinti che decoravano ogni sala. Si trattava quasi sempre di affreschi: i colori venivano stesi sulla parete ancora fresca di intonaco. (La stessa tecnica che useranno migliaia di anni più tardi Raffaello e Michelangelo).

Raggiunta la perfezione in questa tecnica, i pittori cretesi si specializzarono in un vero e proprio capolavoro di virtuosismo: l'affresco a rilievo.

L'immagine era modellata con più strati di stucco, sull'ultimo dei quali era steso il colore. Questo ci dà un'idea della bellezza dei dipinti, che rappresentavano scene religiose ma anche la vita di corte o dei campi, paesaggi marini, fiori e animali. I colori più usati erano il rosso e l'azzurro (considerato beneaugurante). Come nell'arte egiziana, i corpi degli uomini erano dipinti di rosso, mentre quelli delle donne di bianco e tutte le figure venivano rappresentate di profilo. E' proprio da tutti questi affreschi che sono state ricavate tante informazioni sulla vita di Creta.
 

giovanissimi pugili - palazzo di Cnosso

Gli spettacoli e gli sport
Accanto al palazzo di Cnosso si trovava un teatro con gradinate che potevano contenere circa 500 persone e con al centro uno spiazzo dove avvenivano le feste e i giochi a carattere religioso.

Uno dei giochi più singolari, affrescato anche in un dipinto del palazzo, era la cosiddetta "giostra dei tori", uno spettacolo acrobatico eseguito in coppia da un giovane e da una giovane. Quando il toro veniva fatto entrare nel teatro e caricava, il giovane doveva essere pronto ad afferrarlo per le corna e, sfruttando il colpo di testa dell'animale, doveva eseguire un salto mortale così da trovarsi in piedi sulla schiena del toro; poi effettuava una capriola all'indietro in modo da ricadere sulla sabbia dell' arena aiutato dalla giovane che stava dietro al toro.
Altri sport praticati dai giovani cretesi erano la corsa, il tiro con l'arco ed il pugilato.

La fine della civiltà minoica

Sulla fine della iviltà cretese c'è stato il mistero per tanto tempo. Due sono comunque le ipotesi prevalenti:

  1. la conquista violenta da parte dei micenei
  2. una devastante eruzione vulcanica.

Descrizione della prima ipotesi

Gli scavi archeologici a Creta furono iniziati nei primi anni del Novecento dall’archeologo inglese Evans. Vennero riportati alla luce i grandi palazzi, a cominciare da quello di Cnosso, e i prodotti di un artigianato prezioso e raffinato: vasi, unità di misura e di peso, oggetti d’argento e d’oro lavorati, armi, sigilli di anelli, tavolette scritte. Grazie a questi scavi, si poté scoprire tra l’altro che i Cretesi utilizzavano un sistema di numerazione decimale e una scrittura con vocali e consonanti già simile a quella greca. Inoltre furono rinvenuti molti oggetti d’origine assiro-babilonese, egizia e fenicia, a dimostrazione degli intensi scambi commerciali intrattenuti dalla popolazione dell’isola con le civiltà vicine. Tuttavia ben poco sappiamo ancora oggi sul motivo per cui tale civiltà, verso il 1450 a.C., improvvisamente crollò. Certamente l’isola fu invasa da più popoli; l’ultima invasione, appunto intorno al 1450 a.C, fu quella degli Achei, provenienti dalla città greca di Micene. Questi avvenimenti segnarono la fine di una grande civiltà. Creta non fu più in grado di riprendersi, ma gran parte della sua tradizione e della sua cultura furono raccolte dalla vicina Grecia.

Seconda ipotesi

Abbiamo detto che la civiltà cretese o minoica si sviluppò dal II millennio al 1400 a.C. circa. Poi quella civiltà scomparve, in poche ore, cancellata dall'eruzione di un vulcano della vicina isola di Santorini.

In antico "Santorini" veniva chiamata "la bellissima". Era anche chiamata "l'isola circolare", mentre oggi appare divisa in tre parti. Fra la maggiore, l'isola vera e propria, e le due più piccole c'è un "buco" riempito dal mare. Infatti qui sorgeva una cima vulcanica, alta forse 1600 metri. All' incirca nel 1400 a.C., dopo una serie di scosse, il vulcano esplose con una violenza inaudita. La cosa più impressionante fu che, quando il vulcano esplose, una grande parte dell'isola sprofondò, lasciando appunto un "buco", occupato dal mare. Enormi quantità di detriti e ceneri furono scagliate ad incredibili distanze.

Il Minotauro

Una leggenda narrava che il fondatore della monarchia era stato Minosse che, per punizione divina, aveva avuto per figlio un mostro dal corpo di uomo e dalla testa di toro, il Minotauro. Per nasconderlo alla vista degli uomini, Minosse aveva fatto costruire un palazzo così complicato che nessuno, una volta entrato, poteva uscirne: il labirinto.

Come spesso accade, alcuni elementi di questa leggenda trovano riscontro in molti aspetti dell'arte e del costume cretese.
Il toro, ad esempio, aveva certamente un'importanza rilevante nella religione dell'isola, dove tra l'altro si organizza
vano annualmente giochi rituali ancora più rischiosi delle odierne corride: branchi di tori venivano radunati in un'arena e uomini e donne volteggiavano e danzavano in mezzo agli animali inferociti. La presenza di questa divinità animalesca - che simboleggiava contemporaneamente la fertilità e la potenza regale - è uno dei tanti tratti che i Cretesi avevano in comune con l'Egitto, un paese che distava dall'isola solo cinque giorni di navigazione e che, sin da epoche molto antiche, fu certamente lo sbocco principale dei loro traffici.

 

Gli Indoeuropei

La storia della rivoluzione neolitica, della nascita della città, della scoperta dei metalli è, come abbiamo visto, la storia del Vicino Oriente. La circolazione della cultura, le vie commerciali, le relazioni diplomatiche, le guerre, si inserivano in una trama di rapporti i cui poli di attrazione erano la Mesopotamia e l'Egitto; del Mediterraneo solo le coste orientali e qualche isola erano state toccate da questo intenso sviluppo della civiltà. Ma nel corso del II millennio eventi di portata colossale spostarono verso Occidente l'epicentro della storia antica: il bacino del Mediterraneo divenne da allora la zona dove nacquero, si diffusero e furono verificate idee ed esperienze del tutto nuove per l'umanità.

Per due volte - nel 2000 e nel 1200 a.C. - bellicose popolazioni nomadi, provenienti dalle steppe della Russia meridionale e del Danubio, dilagarono nelle terre dei sedentari, sconvolgendo l'intero assetto del mondo abitato, fecero crollare stati potenti e antichissimi, si fusero alle popolazioni esistenti, crearono a loro volta nuove civiltà. Gli studiosi moderni hanno chiamato questi popoli «Indoeuropei » perché, alla fine dei loro spostamenti, avevano occupato una zona che va dall'India all'Europa occidentale, attraverso l'Iran, la Russia e gli altri paesi slavi, la Grecia, l'Italia, la Spagna, la Germania, la Gran Bretagna, ecc.

In quest'area immensa si parlano tuttora lingue che derivano da un unico ceppo, cioè da quella lingua-madre originaria che i nomadi indoeuropei parlavano quando vivevano nelle steppe, e che diffusero spostandosi. Infatti, nonostante le differenze createsi poi nelle diverse regioni in cui i vari gruppi si insediarono, le affinità rimasero fortissime proprio nella lingua, che è l'elemento più stabile della cultura di un popolo. Prendiamo ad esempio alcune parole pertinenti alla famiglia, cioè a uno degli elementi fondamentali della vita sociale:

italiano indiano greco latino
PADRE
MADRE
FRATELLO
pitar
matar
bhratar
patér
méter
phràter
pater
mater
frater

Il fatto che in francese moderno «madre» si dica mère, in inglese mother e in tedesco mutter, non è altro che il segno della continuità linguistica che lega molte popolazioni odierne a quelle lontane migrazioni indoeuropee. Tra l'altro negli ultimi secoli il gruppo linguistico indoeuropeo ha compiuto un'ulteriore espansione che lo ha portato molto lontano dalle sue sedi storiche (Europa e Asia anteriore), fino in America, Africa e Oceania, ed è diventato il gruppo linguistico più esteso del mondo.

Le origini della civiltà micenea

GLI ACHEI 
Gli Achei, conquistata l'isola di Creta, ne ereditarono molti caratteri culturali e diedero origine ad una nuova civiltà denominata micenea dalla città di Micene, dove gli scavi eseguiti intorno al 1870 dallo studioso tedesco Heinrich Schliemann portarono alla luce i resti di possenti fortezze e le ricche suppellettili delle tombe (maschere d'oro, vasi d'argento e armi). Gli Achei erano una popolazione indoeuropea di pastori guerrieri provenienti dal nord e dall'est. Questa popolazione si fuse con i preesistenti abitanti della Grecia e formò le tre stirpi degli Ioni, in Attica e nell'isola Eubea, degli Eoli, in Tessaglia e nella Grecia Centrale, e degli Achei, nel Peloponneso.
I Micenei crearono tanti piccoli stati autonomi, governati da un re, che sorgevano intorno a città fortificate da poderose mura.
Nel primo periodo della loro dominazione gli Achei sentirono l'influsso di Creta; dopo l'invasione dell'isola essi si sostituirono ai Cretesi nel controllo e nel dominio dei mari e dei commerci e si diffusero in tutto l'Egeo.
Anche la storia della guerra di Troia ( XIII secolo a.C.) venne immortalata da Omero, il primo poeta greco, nei due poemi l'"Iliade" e l'"Odissea". 

Troia, ricca città, abitata da gente linguisticamente affine ai Greci, sorgeva in una posizione strategica eccezionale sullo stretto dei Dardanelli, una zona chiave per i traffici che confluivano dall'Asia.

Il desiderio di controllare quella zona e il miraggio di un enorme bottino spinsero i vari regni micenei - che non furono mai uniti politicamente in un unico impero - a stringere un'alleanza occasionale, che li portò in armi sotto le mura di Troia. Dopo una guerra lunga e aspra, verso il 1250 la città fu presa, saccheggiata e rasa al suolo.

La conquista di Troia restò un evento memorabile nelle tradizioni del popolo greco. Per secoli e secoli i poeti cantarono le imprese eroiche di Agamennone e degli altri principi micenei, cantarono l'assedio durato dieci anni, la disperata resistenza dei Troiani, l'astuzia di Ulisse e lo stratagemma del cavallo; tutto questo materiale fu poi raccolto e selezionato e andò a costituire l'Iliade, il primo dei due poemi omerici.

I poeti raccontarono anche i difficili ritorni di molti eroi greci; Nestore, Filottete, Diomede, Menelao e il più famoso di tutti, Ulisse, l'eroe dell'Odissea, vagarono a lungo prima di rivedere le loro case. Nei loro interminabili viaggi comunque, sospinti di avventura in avventura, tutti indistintamente toccarono le sponde dell'Italia; un fatto, questo, che ricorre con troppa insistenza per essere soltanto un prodotto della fantasia.

L'Italia
Fantastici sono certamente i personaggi e le loro lotte contro mostri, divinità ostili, popolazioni misteriose. Ma l'archeologia, confrontata con i racconti dei poeti, offre un dato sorprendente: ceramica micenea è stata infatti trovata vicino a Siracusa, nelle isole Eolie, a Ischia, in Toscana, nel Gargano; tra il 1400 e il 1100 i naviganti greci frequentavano dunque attivamente le coste italiane e a Taranto avevano addirittura un insediamento permanente. « Il viaggio degli eroi omerici - è stato detto - è l'immagine di innumerevoli viaggi marini tra l'Oriente e l'Occidente ».
Anche le avventure di Ulisse sono dunque, a modo loro, « storia »

I CARATTERI DELLA CIVILTÀ MICENEA
I poemi di Omero, oltre alle imprese guerriere, descrivono anche la civiltà dei Greci, la vita, i costumi e la religione. Lo stato miceneo era fondato su una monarchia ereditaria. Il re, ( Wanax ) di costumi patriarcali, risiedeva nella parte più alta della città ( acropoli ), viveva familiarmente con i sudditi, faceva sacrifici, amministrava la giustizia, controllava che tutti osservassero le norme tradizionali della comunità, guidava l'esercito in guerra ed era inoltre il padrone di terre, bestiame e schiavi.
Grande autorità avevano i capi ( basileis ) delle famiglie proprietarie di gran parte degli appezzamenti terrieri. Essi formavano un'assemblea, chiamata gherusia, che consigliava il re sulle decisioni più importanti.
Nelle battaglie gli eroi combattevano su carri, armati di lancia e spada, difesi dall'elmo e dallo scudo. La guerra si faceva con crudeltà, si praticava la vendetta e non mancavano i sacrifici umani. 
Forti erano i vincoli della famiglia, dell'amicizia e dell'ospitalità; profondo era anche il sentimento dell'onore.
La donna era rispettata ed era considerata una buona massaia.
Gli schiavi venivano usati per i lavori pesanti, ma erano trattati umanamente.
L'economia si basava principalmente sull'allevamento degli ovini, utilizzati soprattutto per la produzione di una lana molto pregiata; sull'agricoltura, gestita dai re e dai basileis; sull'artigianato, rivolto principalmente alla produzione di oggetti in metallo ed in ceramica, e sul commercio.
Il re controllava l'economia del suo regno attraverso funzionari che registravano con scrupolosa esattezza tutti i dati, relativi alla produzione, custoditi in ordinati archivi. Per questi documenti contabili ed amministrativi i Micenei utilizzarono la scrittura lineare B, derivata dalla scrittura sillabica cretese, testimoniata dalle numerose tavolette ritrovate nei palazzi di Pilo e di Cnosso che vennero decifrate intorno alla metà del '900 da due studiosi inglesi: Michael Ventris e John Chadwick.
L'arte micenea espresse le sue caratteristiche originali soprattutto nell’architettura. I palazzi furono delle vere rocche, cinte di poderose mura. Essi comprendevano una serie di edifici raggruppati intorno al megaron, una grande sala al centro della quale era collocato il focolare.
Particolarmente ricchi erano gli arredi funerari dei re come lo dimostra il tesoro di Atreo rinvenuto nella sua tomba dalla tipica volta a cupola.
I Micenei erano politeisti e veneravano principalmente dodici dei che rimasero le divinità maggiori della religione greca: Zeus, dio celeste, padre e signore di tutti gli dei e gli uomini; Era moglie di Zeus e regina degli dei; Poseidone, dio del mare; Atena, dea della sapienza; Ercole, dio protettore dei commerci e messaggero degli dei; Ares, dio della guerra; Apollo, dio del sole che insegnò agli uomini la civiltà; Afrodite, dea dell'amore; Estia, dea del focolare domestico; Demetra, dea della terra feconda; Artemide, dea della caccia; Efesto, dio del fuoco.
Queste divinità venivano concepite come esseri immortali dall'aspetto umano (antropomorfismo). Esse avevano gli stessi sentimenti, vizi e virtù degli uomini e si azzuffavano tra di loro per aiutare i loro protetti e danneggiare i loro nemici. Nonostante fossero forti non erano onnipotenti in quanto al di sopra di loro incombeva il fato, un destino ignoto ed inevitabile a cui tutti dovevano sottostare.

La società e l'economia
La società micenea, come quelle del Vicino Oriente, era organizzata sotto l'autorità suprema del re, il wanax e di una potente aristocrazia guerriera. L'intera vita economica e religiosa era accentrata nei palazzi reali, vere e proprie fortezze in cui affluivano tutti i beni prodotti dai villaggi circostanti. Folte schiere di scribi tenevano una contabilità minuziosa, che registravano su tavolette d'argilla, scrupolosamente catalogate e conservate negli archivi. L'estrema cura di queste annotazioni ricorda i documenti amministrativi egiziani o mesopotamici: « Vi si trova registrato il peso del bronzo distribuito per fabbricare 500.000 punte di frecce o 2300 spade, come il numero di fabbri in attività in ogni villaggio e il numero dei maiali che un distretto deve fornire, la quantità di grano destinata alla semina sui diversi tipi di terra, il numero delle ruote depositate nei magazzini del palazzo di Cnosso, la razione di grano e di fichi concessa alle trentasette ancelle del bagno di Pilo. I dettagli più personali non sfuggono alla curiosità dell'amministrazione: un certo Pesero ha una moglie e due figli; un tale due schiavi, un maschio e una femmina; in un certo luogo vi sono due carri, uno dei quali è fuori uso ». Questa « pignoleria », ancora una volta non è altro che l'espressione di una società fortemente autoritaria e accentratrice.

L'attività economica principale era la manifattura della lana; le greggi erano di proprietà del re al quale i pastori dovevano fornire annualmente una determinata quantità di prodotto grezzo; laboratori tessili ne ricavavano stoffe di ottima qualità. Ma un ruolo importante nell'economia micenea avevano anche la produzione dell'olio d'oliva e la lavorazione dei metalli. Questi prodotti alimentavano il commercio con gli altri paesi mediterranei e venivano scambiati con oggetti di oreficeria, vasellame pregiato, profumi : tutti beni destinati al re e all'aristocrazia guerriera che lo circondava.

I popoli del mare
La civiltà micenea ebbe una vita molto breve. Tra il 1200 e il 1100 a.C. caddero, una a una, tutte le roccaforti achee; i palazzi furono incendiati, i villaggi messi a ferro e fuoco; i Micenei, discendenti di quei nomadi che erano giunti nella penisola greca nel 2000 a.C., crollavano sotto l'urto di un'altra ondata di Indoeuropei ancora più imponente della prima, che cambiò radicalmente l'intero equilibrio del mondo antico.

Infatti, mentre alcune tribù, i Dori, travolgevano gli stati micenei, altre si lanciavano sull'impero ittita, distruggendolo e coinvolgendo nel disastro tutti i popoli vicini; altre ancora proseguivano verso sud trascinando con sé genti asiatiche e formando un'accozzaglia inestricabile di popoli. Scendevano con carri e cavalli ed erano scortati da battelli che li seguivano lungo le coste. Tentarono di entrare in Egitto e gli eserciti faraonici riuscirono a fermarli solo dopo anni di lotte. La violenza di questo attacco rimase sempre viva nei ricordi degli Egiziani, che non riuscendo a dare un nome a questi nemici venuti da lontano, li chiamarono « popoli del mare ».

Questi drammatici avvenimenti ebbero ripercussioni anche nel Mediterraneo occidentale. Tra i «popoli del mare» i testi egizi citano i nomi degli Sherdan e dei Tursha. I primi, attraverso vicende che ignoriamo, si spinsero fino alla Sardegna, dando origine all'antica e misteriosa civiltà sarda; i secondi erano forse gli Etruschi : a essi si deve la prima grande civiltà italica.

La Ionia d'Asia
Dalle regioni invase dai Dori iniziò una vasta emigrazione: gruppi di Greci si insediarono pacificamente in isole dell'Egeo come Chio, Samo, Lesbo, Tera, Creta, Rodi o sulle coste dell'Asia minore, in località come Focea, Clazomene, Colofone, Smirne, Mileto e tante altre. I coloni erano in gran parte Ioni, e per questo l'intera regione prese il nome di Ionia d'Asia, anche se non mancavano comunità di origine dorica o eolica.
Grazie alla loro particolare posizione geografica - un vero e proprio ponte tra Oriente e Occidente - nelle comunità greche della lonia d'Asia un'intensa attività commerciale si unì presto alla verifica e all'elaborazione di esperienze culturali originali e ricche di sviluppi per l'intero mondo mediterraneo.

L'età del ferro
In questo stesso periodo si verificò una svolta di fondamentale importanza nel modo di vita degli uomini: la diffusione del ferro.
Il ferro era rimasto a lungo un metallo prezioso, usato, come l'oro e l'argento, per forgiare gioielli. Il suo enorme valore appare con chiarezza da un testo risalente al 1900 a.C. circa e proveniente dall'Anatolia centrale:

Mi hai scritto riguardo a una mina di ferro dicendomi: "Vendilo in cambio di argento o di oro, ma non venderlo in cambio di rame". Io ho portato il ferro dall'uomo e lui ha detto: "Lo fonderò". Io gli ho risposto: "Non ti darò il permesso di fonderlo", e lui: "quando te ne sarai andato, lo fonderò". E così ha fuso il ferro e ne è venuta fuori una massa pesante solo 2/3 di siclo [circa 3 grammi]: a causa della fusione ho subito una perdita di 4 sicli. Allora mi ha proposto di darmi 8 sicli d'oro per siclo, per quello che restava del mio ferro, ma io gli ho detto: "No, è troppo poco".

L'artigiano che aveva fuso il metallo voleva risarcire il suo cliente dandogli otto parti d'oro per ogni parte di ferro e ciò basta a testimoniare la preziosità di questo metallo. In natura esso era estremamente diffuso, 500 volte più comune del rame, ma la sua lavorazione comportava costi e difficoltà enormi per fonderlo bisognava arrivare - e non era facile - alla temperatura di 1500 gradi; per liberarlo dalle scorie e conferirgli una durezza soddisfacente bisognava sottoporlo a una serie di bruschi riscaldamenti e raffreddamenti e martellarlo a lungo e con cura. Ma una volta lavorato, esso diventava robustissimo e consentiva di affilare perfettamente le parti taglienti. Una spada di ferro spezzava con facilità le spade di bronzo dei nemici, un'ascia o un aratro dello stesso metallo alleviavano la fatica del contadino (furono proprio gli aratri di ferro a permettere ai Filistei di dissodare i terreni rocciosi della Palestina) uno scalpello o un punteruolo, quella del falegname.

I « segreti » della lavorazione del ferro rimasero a lungo custoditi da alcune popolazioni della Siria settentrionale e dell'Anatolia; lentamente essi furono però conosciuti in tutto il Vicino Oriente e verso l'anno 1000 manufatti di ferro erano presenti in quasi tutto il Mediterraneo. Il passaggio dall'età del bronzo a quella del ferro è un momento fondamentale nella storia dell'umanità. Esso comportò anche una profonda trasformazione del ruolo sociale dell'artigiano. Prima l'artigiano dipendeva strettamente dall'organizzazione del palazzo reale, l'unica che fosse in grado di provvedere all'approvvigionamento delle materie prime, che in molte zone del Vicino Oriente erano del tutto assenti. Ma la diffusione della metallurgia del ferro mise alla portata di tutti un metallo comunissimo, reperibile a basso prezzo sui mercati. L'artigiano non dipendeva più ormai completamente dal palazzo reale: lavorava in una bottega indipendente e acquisiva un ruolo sociale di tutto rispetto.