| Prefazione Riccioli d’oro riflettevano gli ultimi raggi del sole
al tramonto. Un bimbo seduto immobile sulla riva,
dove il torrente formava una limpida pozza…
pluff, pluff, pluff… uno dopo l’altro i sassi scomparivano
affondando, in un gioco estenuante, ipnotico,
che durava un intero pomeriggio. Con il suo
scomparire, ogni sasso, generava i cerchi nell’acqua,
che nascevano piccoli, e morivano grandi, allargandosi
sempre più, fino a dissolversi nel nulla
di una superficie che tornava perfettamente piatta
e lucente. Inutile gioco, frustrante. Ma il bambino
non riusciva a smettere. Sembrava che di quel gioco
vivesse, che quel gioco fosse della sua vita futura
l’inconscia proiezione. Ora, dicono che i poeti,
per esser tali, conservino l’ingenuità infantile, la
primordiale purezza, e soltanto così possano incidere
in versi gli struggenti squarci di malinconia e
rimpianto, per tutti quei cerchi-anni che si rincorrono
fino ad annullarsi in una corrente assai più
grande, misteriosa e universale. I poeti non costruiscono
dighe, non vogliono e non possono, fermare
lo scorrere del fiume, poiché l’acqua ferma
diventerebbe ben presto torbida, e come potrebbero,
loro, coglierne i riflessi vitali, ancorché fuggitivi?
Ma poi? Oltre. Anche. Ci sono i Poeti Maledetti.
Quelli che se ne infischiano del panta rei, e
non si curano di immortalare fotogrammi del flusso,
ma che vorrebbero strappare l’immortalità a
quel flusso, senza sosta né senso…
Diapositive d’immortalità,
appunto!Per farlo, però, occorre un agguato, appostati in
una selva oscura / ai bordi di una radura della vita,
per cogliere l’istante, metaforicamente-metafisicamente,
preciso in cui il sasso affogando, senza mo-
rire, nel gorgo, si separa dai cerchi che ha generato.
Già, il sasso scompare, ma da qualche parte
continua pur sempre ad esistere. Come l’anima/o,
separandosi dai cerchi sempre più grandi che ogni
giorno avvolgono gli umani simulacri, corpi materiali
cui gli antichi greci, come oracoli di beffarda
preveggenza, affibbiarono il nome di “soma”.
Nella sua raccolta (settanta componimenti poetici)
Alberto Figliolia, stramaledettissimo poeta, trasporta
quel peso con evidente sofferenza, che spesso
si traduce in rabbiosa insofferenza, quando il suo
viaggio punta deciso all’abisso, cercando quel dove
finisce per sempre il sasso-animo umano. Ci vuole
coraggio. Tuffandosi nelle profondità dove il buio
disorienta e l’angoscia spezza il respiro e fa esplodere
il cuore. Sempre più giù, alla soglia di quel
inferno che c’è al fondo di ogni animo umano. Eccezione
alla stragrande maggioranza di chi, invece,
spende la vita a costruirvi sopra ed accuratamente
levigare le superfici di pietre tombali. Il Nostro è
poeta dell’io nascosto, represso e negato, pubblico
ministero e severo inquisitore di tutti coloro che
mentono a tutti, in primo luogo a se stessi.
Alberto Figliolia è di quelli che aprono sempre la finestra
sbagliata ( Finestre
cieche, serrande calate, in
“Passeggio”),
quella che, per nostra comodità e vigliaccheria,
dovrebbe rimaner sempre chiusa, poiché si
potrebbe vederci, trovarci, cose che, come il mito
ammonisce, voltandosi indietro a guardare si rimane
una statua di sale (Statue
bibliche di sale nelle portinerie
delle case popolari,
ancora in “Passeggio”).
Ci vuole anche coraggio, dicevamo, e un fluire e rifluire
del verso assolutamente libero, per muoversi
nell’apnea più profonda, trasformando la poesia in
una sorta di “ecoscandaglio” che perlustra con bagliori
di una luce fredda e spietata i fondali in-
quietanti dell’animo umano, dove non arriva la luce,
e che il mare della vita seppellisce sotto silenzio.
Emblematico, della zona oscura dove Il Poeta
incita a spingerci, è quel verso in cui
la mente / ripiegata
su se stessa / ricavandone / con solitaria e imperfetta
consolazione / monotonia e novella disperazione,
che conchiude, in “Oggi il Sole mi trafigge”, il
gioco drammatico e insistito dell’estenuante contrasto
dei sentimenti, che è una delle fonti d’ispirazione
più sentita da Figliolia, e che gli fa definire
anche l’amore come
ardore e rancore / scommessa
d’insoluto / o
presagire, in “La modella”,
che la tua
pelle sarà il mio sudario,
e parlare di donne prese /
senza
averle e ancora
in “Le mani” i tuoi seni
sono armonia
mozartiana /le tue curve un ritaglio dall’infinito /
tu sei / perfetta / magnifica / bellissima / tu sei / puttana.
Poesia che si fa cruda denuncia, con “L’Invidia”,
Sublime e nefasta / l’invidia mi rode / l’invidia che erose
/ il cuore di Erode / L’invidia, della mia vita / il motore
e tragico senso di smarrimento:
Siamo tutti artefici
/ o carnefici?
Oppure Io urlo urlo urlo /
e più non
mi sento.
Unica
effimera consolazione?
Nevica, finalmente
/ Neve, purifica il mondo… / Neve, cancella le
tracce dell’arbitrio, le orme dell’iniquità, i
passi/dell’ingiustizia
e del torto / dal nostro povero mondo…
Nemmeno
quella, basta:
Neve bianca, rossa e gialla / Neve
radioattiva. Si
accarezza il nichilismo? Il viaggio
è finito? Tragicamente, il nostro poeta non più riemerge
dall’abisso in cui si è immerso e si perde nel
vuoto del nulla? È presto per dirlo. Il viaggio continua
Diviso in cinque segmenti –
Diapositive
d’Immortalità,
che dà il titolo all’intera raccolta,
Commozioni Cerebrali,
Io Urlo,
Sortiflorilegio
e
Singin’
in the pain –
incoerenti tra loro per dimensione,
speculari all’affanno di una ricerca suprema. La
poetica del Figliolia assomiglia ad un fiume ipogeo
che si inabissa rimandando alla superficie echi di
correnti lontane, richiami al simbolismo francese,
decadentismo italiano, all’ermetismo ungarettiano,
con una lingua in cui emergono stilemi danteschi
(la selva
oscura), ma anche espliciti
riferimenti
a Leopardi (come
la siepe dell’ermo colle) o
Pavese (la
morte c’è e non si vede / pur avendo i nostri volti),
e l’uso
insistito di assonanze (verbali) e dissonanze (morali)
come espressione di indecenti contiguità, della
confusione-truffa del vivere attuale. E ancora,
endiadi ad effetto (angeli
dannati), e costruzioni
anaforiche con l’iterazione dei complementi di stato
e di luogo, come nella splendida “Athinai”
(…intanto
il pianeta marciva / sulle spiagge… / in un
mercato… / nelle foglie… / in una chiesa… / nelle lagune…
/ in un deserto… / nelle sabbie mobili… / su
un’isola… / in un coro…/in un traghetto… / in una
prostituta… / in un aereo… / in un vento… / nelle righe…
/ nelle rughe…),
che rimanda ad atmosfere all’apparenza
inconciliabili, come dire, tra Prévert e
D’Annunzio (La
pioggia nel pineto e
La sera fiesolana).
Insomma, quel poco di tutto che è la caratteristica
da cui scaturisce una forma e una forza
espressiva assolutamente originale. Di certo, Alberto
Figliolia, tende l’orecchio, e da molto lontano
il sommo Omero gli tende la mano, di sicuro c’è
Ulisse che lo accompagna nel viaggio verso le
profondità più buie dell’animo umano, d’altra parte
non fu proprio Odisseo il primo a discendere all’Ade
per interrogare l’indovino Tiresia sul proprio
destino? Ulisse che in “Athinai” diventa esplicito
compagno,
con voci dolorose dall’isola di Ulisse…,
simbolo di un “archè” completamente tradito dai
postmillennari esiti corrotti:
Ad Atene provai a fissare
la mia esistenza / mentre il Partendone scoloriva /
alle idee di viaggi marini,
ovvero la marmorea soli-
dità che si confonde e si perde nell’avventura verso
l’ignoto, fino a che
persi il tempo / di una slot
machine
finendo ad osservare / il denaro fluire nelle vene di un
texano arrogante.
È dunque qui, e così, che svaniscono
i cerchi nell’acqua del poeta bambino? E il
sasso pesante, anima, senso, pensiero, è andato perduto
per sempre? Così sembra dire “La Sfinge”:
Ossa
spolpate giacciono / ai piedi della mia divina indolenza…
Le ossa di chi ha provato a risolvere l’enigma,
che resiste, e persiste insoluto?
Accarezza il nihilismo, Figliolia, lo accarezza, ma
non lo coglie!
Perché ne “Il cuore pulsante del padre”, la più tremendamente
onirica e brutale, bellissima, cruenta,
delle sue poesie, in cui un
norcino / dottore
gli consegna
il cuore ancora pulsante del padre appena
morto, si risolve il mistero angosciante del pellegrinaggio
nella dolente contraddizione di una vita
che ha nel suo DNA la morte, e si dispiega, finalmente,
il senso:
Pulsava, il suo cuore pulsava di memorie…
/ e m’incamminai sul viale del ritorno, fra due
ali di niente / nell’ovatta della mente / al paese dell’infanzia
e dei sogni / lungo una strada settembrina / il crepuscolo
eterno nell’anima inquieta e dolente / Con me soltanto
il cuore pulsante del padre.
Allora, è Memoria, il
nome di quel sasso che anche tu, amico lettore viaggiatore,
qualche volta da bambino hai gettato
nell’acqua. Quel sasso e quel senso che va ritrovato
e conservato, in memoria e ad onore di chi ci ha
preceduto. Alberto Alfonso Maria Figliolia si conferma
Poeta d’ispirazione potente e il suo
Diapositive
d’immortalità è
un libro di genere nuovo: poesia
che denuncia e non rinuncia. è un libro che aiuta
a ritrovare il coraggio di guardarsi dentro.
Werther Pedrazzi
|
Diapositive d’immortalità
Diapositive d’immortalità in Andalusia
ho scorto e scorso
mentre un’insegnante bambina
a ruota libera
senza libri di testo o di sterminio
spiegava i miseri arroganti misteri del cuore
e come la nevrosi fosse l’estrema forma d’amore
con gli arabeschi e le grottesche del tempo
che si svolge senza ritegno o pudore
e Federico rinasceva
dalla sua stupida e trepida fucilazione
con la madre al seno piangente
delle cinque della sera
i capelli a inondarle il corpo
della luce corvina della Alhambra
In quell’istante tutto si è bloccato
anche il sogno che non conoscevo e sorgeva dalle
tombe
e un coro d’angeli dannati ha suonato
buccine e trombe
Poi il risveglio
mentre bussa alle porte
l’atmosfera rutilante, tamburellante
di un novembre azzurro, ballerino e canzonatorio
Oggi il sole mi trafigge
Oggi il sole mi trafigge
coi raggi impietosi dei ricordi
L’aria è tempo sospeso
di neuroni atomizzati
Vorrei ballare la mia musica
che risuona da una radio lontana
ma non so più dei miei passi
e mi limito a osservare la mente
ripiegata su se stessa
ricavandone
con solitaria e imperfetta consolazione
monotona e novella disperazione
Athinai
Ad Atene provai a fissare la mia esistenza
con un messaggio in una bottiglia
mentre il Partenone scoloriva
alle idee di viaggi marini.
Nelle strade fumose e assolate
bancarelle di odori e spugne intrise di peccato,
alla stazione di treni silenti e perplessi
due turiste senza tempo e altre lingue
e io facevo l’amore
nella stanza scrostata di una pensione antica.
Poi ho girato le pagine di fumetti socratici
e sfere di futuro mi hanno allagato
l’anima con voci dolorose
dall’isola di Ulisse: giocavo a scacchi
con un esule franco-balcanico e le sue teorie
di fisica nucleare e Big Bang: vincevo, perdevo
e ogni pezzo ceduto o preso un morto si levava
da tombe minoiche e un vivo lo sostituiva.
Così, facendo la conta, persi il tempo
di una slot machine finendo ad osservare
il denaro fluire nelle vene di un texano arrogante
intanto il pianeta marciva
sulle spiagge d’oltreoceano
in un mercato di passioni avariate
nelle foglie di un albero di Cartagena
in una chiesa coloniale arsa di sale
nelle lagune di un Algarve solitario
in un deserto di cactus rossi e pietre verdi
nelle sabbie mobili di occhi di amanti
su un’isola mai rinvenuta
in un coro di uccelli di porto al tramonto
in un traghetto sul Tago all’orizzonte svanito
in una prostituta dal sorriso angelicato
in un aereo che vola sopra ghiacci eterni
in un vento alieno che muore nel cuore
su una panchina con un amico perduto
nelle rughe della mia età ignota
nelle righe di un libro mai scritto
e per questo troppo scritto
Ad Atene provai a fissare la mia esistenza
con un messaggio in una bottiglia
mentre il Partenone scoloriva...
L’ho raccolto ora e letto
e non so
io sono dove più non sono
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