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storia antica
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Arcaica e fiabesca. Potente e drammatica. Nostalgica e militante. Una congerie di volti, una folla di memorie, una turba di eventi, fatti, episodi e accadimenti, rivendicazioni, denunce, torti subiti, abusi e rivoluzioni, riflessioni commosse e rabbiose. Lirica. Descrittiva. Epica. Odissea della gente che ha costruito il mondo con fatica fisica e sudore esistenziale. Poesia di colori, iride narrativa. Tutto ciò è l’arte di Domenico Amato, assolutamente impossibile da inquadrare in qualsivoglia genere. Naif? Surrealismo? Espressionismo? Influenze dall’universo dell’illustrazione e del fumetto? Questo e altro ancora, di più, oltre, in una cifra stilistica contrassegnata dal marchio dell’originalità. E della genialità. La tecnica mista di Amato non ha rivali, frutto di una ricerca inesausta che parte da lontano, forma-contenuto, dai tempi del suo arrivo dalla natia Campania all’adottiva Lombardia: solarità mediterranee e del Sud del pianeta – ogni Sud del pianeta – mescolate con le meditabonde brume del pensiero del Nord. Fantastico groviglio, meraviglia d’arcobaleni che prendono vita nelle figure che popolano le sue grandi tele, scene di popolo, aneddoti d’inaudita profondità compositiva. La successione dei quadri di Domenico Amato crea un autentico romanzo; se ne accorgerà bene il pubblico scorrendo per i sentieri di quest’imponente personale che la municipalità corsichese ha desiderato riservare al pittore di Cesano Boscone. Una saga, una sorta di Cent’anni di solitudine nata - attraverso analisi, studi, rivisitazioni e partecipazione sentimentale - nei cristallini labirinti mentali dell’artista. Il suo studio è solo in apparenza piccolo; in realtà si dilata offrendo panorami sterminati. Epos, Eros e Thanatos. Età dell’oro. Senso della Storia, fine della Storia. Ritorno dai campi, Buoi all’aratro, Canto, Nella vigna – mondo rurale archetipico e terribilmente concreto – nelle forme della pittoscultura così cara all’artista (quadri veramente da toccare) non mancano mai di commuovere chi li osserva e vi si perde con anima e intelletto. E Zoran l’illusionista, Ivan Vesnin il tatuato, Faustina Arantes maga brasiliana sono solo in apparenza degli esotismi pittorici: essi spiegano, sì, la varietà e la fauna umana – sublimi, indicibili, anche nel grottesco – ma si spingono di là dell’orizzonte, laddove lo spirito si fa sangue e viceversa, laddove il sangue brucia – l’uomo, nonostante tutto, simile a un dio - antenati e futuri, seppure inconsapevolmente, frammisti insieme. Non è mai il caso di dare un’occhiata troppo veloce ai lavori di Amato – pitture, pittosculture o sculture che siano – poiché se ne perderebbe l’immensa ricchezza di particolari, così carichi di simboli e richiami. Stazioni di un calvario gioioso, si direbbero, inevitabilità di una presa di coscienza, furore panico, e condanna della barbarie, stigmatizzazione dell’ingiustizia, stimmate di luce... Gli emigranti, Bevitori di birra, Africando, La prigionia (memorie dal lager), Un’Ave Maria per Antonio, Nomade del Maghreb, La tradotta, Volpe nel pollaio, Ritrovo per le castagne, ciascuno d’essi un capolavoro, da leggere a sé e insieme, come tessere di un mosaico infinito. La ricerca formale dell’artista è possente, poderoso rovello, enigma da sciogliere, domande senza posa, domande e ancora domande, risoluzione di problemi tecnici, indagine, vexata quaestio. Una ricerca mai, tuttavia, fine a se stessa, e anche tale scelta ne definisce la grandezza. Impossibile, davvero, non riconoscere a Domenico Amato lo status di Maestro della pittura contemporanea. ALBERTO FIGLIOLIA |