Restaurazione
Sconfitto Napoleone molti si illusero che mondo
potesse ritornare come prima, governato allo stesso modo. Era
un'illusione.
Sotto Napoleone il mondo era cambiato. Prima della
rivoluzione i nobili controllavano la società; ora, invece, li aveva
sostituiti una nuova classe, più intraprendente ed attiva, la borghesia
che aveva acquistato tanta importanza. Napoleone, infatti, aveva tolto
le innumerevoli dogane, che dividevano territorio da territorio: in tal
modo aveva favorito i commerci stimolati per di più dalla nuova
rete stradale, che egli aveva fatto costruire. Anche gli innumerevoli
beni confiscati alla chiesa erano stati acquisiti a basso prezzo
soprattutto dalla borghesia. Inoltre Napoleone aveva eliminato alcune
leggi e consuetudini di origine feudale, che limitavano la circolazione
dei beni e il diffondersi delle ricchezze. Altre possibilità di sviluppo
erano derivate alla borghesia dal blocco continentale che Napoleone
aveva decretato contro l'Inghilterra: esso, infatti, stimolò le
industrie locali, specie quella cotoniera e le attività minerarie e
metallurgiche, sollecitando in tutta l'Europa un rapido sviluppo delle
industrie, ulteriormente potenziate anche dalle continue guerre, che
arricchirono i produttori di merci utili all'esercito e quindi, in
definitiva, proprio la borghesia.
Non era pertanto pensabile che questa nuova forza
potesse essere ricondotta ad uno stato di soggezione alla nobiltà.
Perfino nelle università austriache e tedesche subito
dopo la sconfitta di Napoleone erano popolate da studenti — quasi tutti
reduci —, i quali esigevano l'eliminazione di ogni privilegio e di
quanto restava del soffocante sistema feudale, richiedendo a gran voce
ordinamenti più liberali.
Era evidente, dunque, che le potenze europee se avevano
sconfitto la Francia e Napoleone sul piano militare, non erano riuscite
a fare altrettanto su quello politico e culturale. Esse tuttavia non
dettero alcuno spazio alle nuove idee, ai nuovi principi di libertà e di
democrazia, che consideravano responsabili di tutto lo sconvolgimento
accaduto dal 1789 al 1814. Ecco perche, quando si riunirono a Vienna per
decidere le sorti dell'Europa, finirono per attuare ordinamenti del
tutto reazionari.
D'altra parte l'esperienza napoleonica aveva insegnato
qualcosa anche ai governanti: le potenze vincitrici avevano ben presto
compreso quanto vantaggiose per il rafforzamento dell'autorità fossero
le iniziative di Napoleone per rendere lo Stato veramente sovrano e
rigidamente centralizzato: l'impiego di un numeroso e ben preparato
corpo di polizia, l'attiva presenza nelle singole province di
prefetti di nomina governativa, una vasta e potente burocrazia.
Dalla Rivoluzione francese sembrò scaturire uno Stato
moderno, ma reazionario. La reazione era facilitata da un profondo
desiderio di pace dopo gli sconvolgimenti del periodo napoleonico,
nonché dall'aspirazione dei nobili, del clero e della classe possidente
a riconquistare i privilegi e i beni perduti.
I contadini sembravano non accorgersi di quanto stava
accadendo per lo stato di ignoranza in cui vivevano: d'altra parte per
loro il dominio francese aveva significato tasse e servizio militare
obbligatorio. Anche del proletariato si può dire la stessa cosa.
Il Congresso di Vienna
Subito dopo Lipsia le potenze europee, che avevano
sopportato il peso maggiore della lotta antinapoleonica, accolsero
volentieri l'invito del principe Klemens di Metternich, a riunirsi a
Vienna. Più di 400 furono i partecipanti al Congresso, che, apertosi il
4 ottobre 1814 tra balli e concerti, banchetti e spettacoli, si
protrasse fino al 9 giugno 1815, nove giorni prima di Waterloo.
Le decisioni importanti venivano prese solo dalle grandi Potenze (Austria, Inghilterra, Russia,
Prussia). I due personaggi di spicco erano il principe di Metternich,
che aveva la presidenza del
Congresso, e lo zar di Russia Alessandro I, che tanta parte aveva avuto
nelle ultime coalizioni antinapoleoniche.
In una posizione assai delicata si trovava
invece il francese principe Charles Maurice di Talleyrand: la Francia
era la grande accusata per avere sconvolto l'Europa con
la rivoluzione e poi con le guerre napoleoniche. Il Talleyrand riusci a
rovesciare la situazione, sostenendo che egli partecipava al Congresso
come rappresentante del re Luigi XVIII di Borbone, vittima
dell'imperialismo di Napoleone e fratello di Luigi XVI, che la
rivoluzione aveva ghigliottinato: come tale egli chiedeva giustizia per
il suo sovrano, al quale andava restituito il legittimo trono
appartenuto ai suoi avi.
Il ragionamento del Talleyrand fini per trovare grande
consenso. Infatti restituire la Francia a Luigi XVIII di Borbone per un
diritto legittimo voleva anche dire che la legge su cui si fondava
tale diritto era ancora quella antichissima, feudale, abolita dalla
rivoluzione francese: la legge, cioè, secondo la quale i re sono padroni
dei popoli per diritto divino e pertanto la volontà dei popoli non conta
nulla. Ora era proprio tale legge, che andava riesumata visto presso molte popolazioni europee
era nata l'aspirazione
all'indipendenza dallo straniero e in altre il desiderio di partecipare
al governo dei propri paesi: aspirazioni e desideri assolutamente contrari alla
legge del diritto divino dei re.
Sulla base del ragionamento di Metternnich, Alessandro I
di Russia e i principi presenti a Vienna riconobbero come
vantaggioso per la loro politica accogliere il principio di legittimità,
in virtù del quale si poteva tornare a dividere l'Europa presso a poco
com'era divisa prima di Napoleone, mantenendo sui troni i vecchi sovrani.
Santa Alleanza
Ecco perche tale principio finì per essere
pienamente applicato e per determinare una totale restaurazione delle
condizioni politiche e territoriali esistenti prima della Rivoluzione. E, affinché tutto
ciò potesse meglio attuarsi, su proposta
dello zar Austria, Russia e Prussia si unirono in una coalizione militare
allo scopo di reprimere
ogni movimento rivoluzionario, mirante a soppiantare i "sacri principi" dell'ordine e della
legittimità. Tale coalizione, detta Santa Alleanza, avrebbe
dovuto inaugurare una nuova era di pace.
Non tutti gli Stati aderirono: in primo luogo l'Inghilterra.
La Santa Alleanza tuttavia venne sottoscritta e per molti anni ebbe un
enorme peso
nella storia europea della prima metà dell'Ottocento.
Stati Cuscinetto
Il principio di legittimità non fu sempre seguito, specie se urtava con gli interessi delle grandi
potenze: per esempio, nel concedere all'Austria mano libera in Italia,
non le venne imposto di
restaurare la repubblica di Venezia. D'altra parte, in
contrasto con il principio di legittimità si invocò anche il
criterio della sicurezza generale: in base ad esso si ritenne necessario
rafforzare territorialmente gli Stati confinanti con la
Francia con il ruolo di stati cuscinetto e di guardia armata della
restaurazione. Ecco perché il Regno di Sardegna venne
ingrandito con l'annessione della Liguria; il Belgio venne a sua volta
unito all'Olanda per dar vita al nuovo Regno dei Paesi Bassi; la
Germania invece fu
trasformata in una confederazione sotto la presidenza
dell'imperatore d'Austria, al quale venne assegnato anche il territorio
dell'antica Repubblica veneta.
Mortificazione della Borghesia
Il Congresso di Vienna aveva riportato al potere la
vecchia classe dirigente e valorizzato una economia di tipo
agricolo, favorevole all'aristocrazia e contraria alla borghesia
imprenditoriale e commerciale. L'antico assetto territoriale aveva
inoltre fatto risorgere innumerevoli dogane, determinando un
rallentamento dei traffici e dei commerci; nello stesso tempo la
cessazione della guerra aveva contribuito a porre in crisi lo
sviluppo dell'industria: la borghesia, comunque, restava la vera nuova forza
del tempo anche sul piano culturale, portando avanti l'eredità
dell'Illuminismo. Questa nuova tensione alla libertà di espressione e di
commercio prendeva il nome di Liberismo.
Liberali erano soprattutto gli studenti, i
giornalisti, i letterati, i professionisti e in genere coloro che
avevano combattuto nelle legioni napoleoniche. Furono costoro a non rassegnarsi
alla Restaurazione.
Dopo il 1815 agli intellettuali e ai borghesi seguaci delle
nuove idee non restava che la cospirazione nell'ambito delle società segrete. Molte di
esse esistevano già prima del 1815, ma solo in seguito
ebbero una grande diffusione.
Le società segrete, che ebbero maggiore fortuna, furono la
Massoneria e la Carboneria.
L'origine della prima si perde nella leggenda e
nel mito. Il nome, che deriva dal francese mason (muratore),
potrebbe far pensare che in un primo momento essa fosse una specie di corporazione di mestiere, qualche cosa come un sindacato, sorto per tramandare segretamente le norme
tecniche della professione; molto probabilmente, invece, il nome trae origine
dal proposito di costruire una nuova struttura politica, sociale, culturale,
che animava tutti gli aderenti, i quali si chiamavano fra loro fratelli
e si impegnavano con un giuramento ad aiutarsi nella lotta contro
l'assolutismo e la tirannide.
Questo ideale di fratellanza e di libertà coincideva,
dunque, con quello degli illuministi, che stavano creando l'ambiente
culturale favorevole alla rivoluzione: ecco perché la Massoneria si diffuse
rapidamente in Francia e di qui anche in Italia. Col passare degli anni però
essa aderì alla politica di Napoleone e finì per diventare uno strumento
del dispotismo napoleonico: per questo motivo non ebbe più fortuna e
dovette cedere il passo ad altre associazioni, che meglio rappresentavano le
aspirazioni dei patrioti decisamente avversi ad ogni forma
di assolutismo.
La più famosa fu certamente la Carboneria. Gli aderenti chiamavano vendite o baracche le loro associazioni, carbone le armi, lupi i tiranni, foresta
l'Italia: scacciare i lupi dalla foresta significava quindi liberare la penisola dalla tirannide.
La Carboneria ebbe
grande diffusione anzitutto nell'Italia meridionale all'epoca di Gioacchino Murat e quindi in tutta la penisola, ove trovò numerosissimi aderenti.
Il programma dell'associazione non era né unico ne
chiaro: i carbonari lombardi e veneti aspiravano a formare un regno
dell'Italia settentrionale con l'aiuto del Piemonte; quelli dello Stato
Pontificio chiedevano un governo laico; i carbonari della Sicilia esigevano che
l'isola diventasse uno Stato separato da quello di Napoli. Tutto ciò era dovuto
alla mancanza di un'organizzazione capace di collegare fra loro le
diverse iniziative regionali secondo criteri unitari ed organici.
Un altro difetto stava nel carattere misterioso
dell'associazione, i cui membri ignoravano talora persino i programmi e
l'identità dei loro capi e dovevano spesso sottoporsi a riti strani ed
incomprensibili. Inoltre l'origine degli associati, quasi tutti
intellettuali, professionisti o ex ufficiali napoleonici, faceva della
Carboneria un'associazione troppo chiusa e ristretta per poter formulare
vasti programmi a carattere nazionale. L'assenza delle classi popolari fu
infatti una delle principali cause degli insuccessi, ai quali fra il 1821 e
il 1831 andarono incontro i moti carbonari in Italia.
I moti di Spagna
Durante l'occupazione napoleonica il popolo spagnolo si era
battuto in difesa della propria libertà e indipendenza e, unico fra tutti i
popoli europei, era riuscito con la guerriglia a sconfiggere l'esercito
invasore e ad imporsi al rispetto e all'ammirazione del mondo.
Nel 1812, proprio mentre la lotta era più intensa, i
patrioti si erano dati una Costituzione sul tipo di quella francese del 1791
e il re Ferdinando VII, ancora prigioniero di Napoleone, aveva segretamente
promesso di mantenerla. Egli rinunciava cosi al potere legislativo,
affidandolo ad un Parlamento o Cortes, eletto dal popolo (sistema
unicamerale). Quando però nel dicembre del 1813 Ferdinando ritornò sul
trono, si rifiutò di mantenere fede alla parola data e governò da sovrano
assoluto, abolendo la Costituzione e perseguitando i patrioti che avevano
partecipato alla lotta di liberazione.
Tale comportamento provocò indignazione in tutto il popolo spagnolo e specialmente
nell'esercito in mezzo al quale si era particolarmente diffusa la
Carboneria.
Il 1° gennaio 1820 alcuni
battaglioni, a Càdice, si ribellarono e, sotto la guida dei loro ufficiali,
proclamarono di nuovo la Costituzione del 1812. Da quel momento
l'insurrezione dilagò in molte altre province al punto da indurre il re,
quasi prigioniero a fissare la data per le elezioni del
Parlamento (Cortes).
I moti di Napoli
Esattamente sei mesi dopo, il 1° luglio 1820, giorno di san
Teobaldo protettore dei carbonai, la rivolta scoppiò anche nel Regno delle
Due Sicilie. Qui era molto diffuso il malcontento presso l'esercito a causa
delle condizioni d'inferiorità in cui erano tenuti gli ufficiali che avevano
militato sotto il Murat: essi perciò avevano finito per aderire quasi in
blocco alla Carboneria. Il segnale venne dato a Nola da uno squadrone di
cavalleria, che, al comando dei sottotenenti Morelli e Salvati, insorse al
grido di Viva il Re, viva la Costituzione.
Da Nola i ribelli si diressero su Avellino, donde con
l'appoggio di nuovi reparti mossero verso Napoli. Anche le truppe della capitale, agli ordini del generale murattiano
Guglielmo Pepe, uno dei difensori della Repubblica partenopea del 1799,
fecero causa comune con gli insorti. II re Ferdinando I fu costretto a concedere una Costituzione simile a quella di Spagna
e a giurare sul Vangelo di mantenerla.
Nel frattempo anche la Sicilia insorgeva, cacciava le truppe borboniche e proclamava I'indipendenza dell'isola.
Contro i separatisti siciliani i
costituzionali napoletani inviarono un esercito al comando del generale Florestano Pepe, fratello di
Guglielmo. Questi si dimostrò troppo accomodante verso i
ribelli e fu sostituito dal generale Pietro Colletta, il quale riuscì a sottomettere e a pacificare l'isola
(settembre 1820).
Quasi contemporaneamente le potenze della Santa Alleanza decidevano segretamente di ristabilire
l'assolutismo a Napoli e in Spagna. Invitavano il re
di Napoli ad un convegno a Lubiana. Re Ferdinando, ottenuta
l'autorizzazione del Parlamento, partì promettendo che
avrebbe difes la Costituzione e
il nuovo governo. A Lubiana egli si presentò invece come vittima della
rivoluzione e chiese aiuti militari contro
gli insorti. Un esercito austriaco di centomila uomini, scese verso Napoli.
Il Parlamento napoletano affidò al generale Guglielmo Pepe il comando dei reparti schierati in
Abruzzo nei pressi del passo di Antrodoco e al generale Michele Carascosa il
comando delle truppe schierate sul fiume Garigliano. Al primo attacco le truppe del Pepe del Carascosa
furono sconfitte e disperse. Il 23 marzo 1821 Ferdinando I rientrava a Napoli.
Abolì la Costituzione e iniziò una feroce persecuzione
contro i costituzionali, mandò a morte Morelli e Silvati, moltissimi ne
imprigionò o costrinse all'esilio.
Contemporaneamente gli Austriaci occupavano la Suculua tra
l'indifferenza della popolazione.
I moti piemontesi
Mentre la rivoluzione napoletana finiva nella sconfitta
un'altra insurrezione scoppiava in Piemonte.
Vittorio Emanuele I, rientrando nel 1815 dalla Sardegna a Torino, aveva
dichiarato di voler fingere di aver dormito per quindici anni e
aveva ridistribuito le cariche di corte e di governo ai nobili che le
occupavano nel 1792. Dall'esercito furono allontanati gli ufficiali che avevano collaborato con i Francesi
e sostituiti con altri assolutamente inadatti per età o per inesperienza.
Perciò anche in Piemonte la Carboneria aveva numerosi aderenti, alcuni dei quali miravano a creare una
federazione fra gli Stati dell'Italia settentrionale ed
erano perciò detti Federati. Costoro avevano
l'aspirazione a trasformare lo Stato in senso costituzionale, ma richiedendo
una una Costituzione più aristocratica di quella di
Spagna, perché prevedeva una Camera dei deputati eletta dal popolo e un
Senato scelto direttamente dal re.
Un'organizzazione segreta di ispirazione carbonara si era
andata formando nel frattempo anche nel Lombardo-Veneto; essa faceva capo al
conte Federico Confalonieri, con il quale il conte Santorre di Santarosa,
capo dei Federati piemontesi, aveva avuto contatti per un'azione comune. I loro progetti
erano noti al principe di Savoia-Carignano, Carlo Alberto (1798-1849), erede
al trono di Sardegna, il quale
non aveva mai approvato la politica conservatrice del re e in varie
occasioni aveva espresso chiaramente la propria opinione in proposito.
Inizia la sommossa
La sera dell'11 gennaio 1821 quattro giovani universitari,
che avevano mostrato troppo apertamente la loro simpatia per il moto
napoletano, erano stati imprigionati. L'indomani i loro compagni si erano
riuniti nei locali dell'Università per ottenere il rilascio degli arrestati.
L'assembramento era stato disperso dalla polizia con tale
violenza da provocare il risentimento generale e la richiesta di immediate
riforme, che il governo si rifiutò di concedere.
I Federati piemontesi allora si convinsero che c'era poco da sperare dal vecchio sovrano e dalla
nobiltà: essi quindi abbracciarono il programma dei carbonari e accolsero il
principio della rivoluzione armata e della dichiarazione di guerra
all'Austria, stabilendo accordi con i Federati e i carbonari
lombardi.
Di questa iniziativa venne informato lo stesso Carlo
Alberto, che sembra promettesse di farsi autorevole mediatore fra il re e i
congiurati. Ma, quando tutto era già pronto e il momento sembrava
favorevole, dato che l'esercito austriaco era impegnato nella repressione
del moto napoletano, il giovane principe, forse impaurito, ritirò la parola data senza riuscire ad
impedire lo scoppio della sommossa. Il 10 marzo 1821 le guarnigioni di Alessandria,
Vercelli e Pinerolo insorgevano. Il 12 marzo anche i reparti
del presidio di Torino ne seguivano l'esempio.
L'abdicazione di Vittorio Emanuele I
Il vecchio re, non volendo spargere sangue, ma
neppure piegarsi alla violenza della piazza, abdicò
in favore del fratello Carlo Felice, che si trovava a Modena ospite del duca
Francesco IV, suo genero: in sua assenza lo avrebbe sostituito come il nipote Carlo Alberto. Questi si venne a trovare in una posizione difficilissima,
ma alla fine
però si decise a concedere la
Costituzione di Spagna, dichiarando che essa sarebbe entrata in vigore
solo dopo l'approvazione regia.
Carlo Felice
reagì con prontezza, lanciando da Modena un proclama col quale si
rifiutava di riconoscere le concessioni fatte a sua insaputa e ordinava a
Carlo Alberto di abbandonare Torino e di recarsi a Novara, la cui
guarnigione era rimasta fedele. Carlo Alberto, temendo di essere privato
dei diritti alla successione, obbedì. Nel frattempo Carlo Felice invocava
l'aiuto dell'Austria. Ai primi d'aprile,
infatti, truppe austriache passavano il Ticino e disperdevano a Novara
l'esercito degli insorti, forte appena di quattromila uomini (8 aprile
1821).
Così anche in Piemonte la rivoluzione costituzionale finiva
con il ritorno sul trono di un sovrano reazionario e con una
lunga serie di processi e di condanne contro congiurati o sospetti.
Reazioni violente degli stati
Dopo il fallimento dei tentativi rivoluzionari di Napoli e
del Piemonte, tutti i sovrani, sia quelli rientrati in
possesso del trono sia quelli che avevano tremato per la paura di perderlo,
si fecero quanto mai vigilanti, incarcerando e mandando a morte quanti
erano sospetti di aderire alle idee liberali.
Particolarmente spietata fu la reazione del
duca di Modena, Francesco IV, il quale, legato alla politica
dell'Austria, operò agli inizi del 1822 numerosi arresti e istituì nel
castello di Rubiera, presso Modena, un tribunale speciale che pronunziò nove
condanne a morte, tutte poi commutate in carcere perpetuo, tranne quella che
colpì il giovane sacerdote Don Giuseppe Andreoli, giustiziato il 17 ottobre
1822.
Molto dura fu anche l'azione repressiva di Ferdinando I dopo
il suo ritorno sul trono di Napoli e quella del pontefice Leone XII,
succeduto nel 1822 a Pio VII: l'odio verso i liberali e i carbonari
avvelenava ormai da tempo la vita politica dei due Stati, i cui sistemi di
governo erano ritenuti corrotti e arretrati dallo stesso Metternich, che
pure era lo statista reazionario per eccellenza e l'incontrastato arbitro
della Santa Alleanza.
In Toscana, invece, il granduca Ferdinando III continuava a
dar prova di una certa tolleranza, offrendo generosa ospitalità agli esuli.
Le reazioni austriache nel Lombardo Veneto
In quanto a repressioni l'Austria non fu certamente da meno. Per la verità, durante gli anni 1820-21, nessun moto
rivoluzionario si era verificato nel Lombardo-Veneto. Il governo
austriaco sapeva però benissimo che la propaganda carbonara si andava
diffondendo e preparava nuove lotte anche con l'aiuto di una vasta
produzione di opere letterarie e scientifiche, che facevano di Milano un
attivo centro di idee e di iniziative. Ecco perché aveva istituito una rigida censura, che toglieva dalla circolazione
qualsiasi pubblicazione in contrasto con la politica dominante, ma che non
poteva tuttavia impedire che si continuasse a scrivere e a discutere di problemi strettamente letterari, economici, scolastici,
sanitari, nel trattare i quali si finiva sempre per incitare gli
Italiani — sia pure in forma velata — a conquistare la libertà e
I'indipendenza.
L'influenza del Romanticismo. Il Conciliatore.
Ad accentuare e a rafforzare tale sistema contribuì
certamente il Romanticismo, una nuova corrente di pensiero, che si basava
sulla piena libertà dell'ispirazione e della creazione artistica e rifiutava
ogni imitazione dei modelli del passato. Di qui tutto un fiorire di
discussioni fra i seguaci del Classicismo allora di moda, e
i romantici, espressione dei tempi nuovi: i classici, che sostenevano la
necessità di rifarsi alla perfezione delle opere antiche e quindi a precise regole tratte da esse; i romantici, che si
mostravano invece decisi sostenitori di un totale rinnovamento della
letteratura e dell'arte in nome della libertà di pensiero e di espressione.
Il dibattito si trasformò ben presto da
letterario in politico. La libertà di creazione artistica, sostenuta dai
romantici, richiamava alla mente la libertà dall'oppressione: liberarsi dal peso delle regole era un po' come
liberarsi dal dominio straniero.
Ecco perché il Romanticismo, che tra il 1818 e il 1819 ebbe
nel giornale "Il Conciliatore" di Milano il suo battagliero organo di
stampa, fu abbracciato con entusiasmo da tutta una generazione di patrioti
da Silvio Pellico a Giovanni Berchet, da Federico Confalonieri al giurista
Gian Domenico Romagnosi, i quali, pur trattando nei loro scritti di
questioni letterarie e giuridiche, lasciarono trasparire l'amore per la libertà e l'indipendenza. I1 termine
romantico assunse così ben presto lo stesso significato di liberale
e di patriota e perciò "Il Conciliatore" dopo un solo anno di
vita venne soppresso.
Nel 1820 infatti, ancor prima che scoppiassero i moti
piemontesi, la polizia aveva scoperto a Milano una vendita carbonara e
aveva arrestato fra gli altri Silvio Pellico, l'ex redattore capo del "Conciliatore", e il musicista romagnolo Pietro Maroncelli.
Ebbe luogo un lungo processo, che si concluse nel 1822
con varie condanne a morte, commutate poi in carcere duro da scontare nella
fortezza dello Spielberg, presso Brun (oggi Brno) in Moravia. Il
Pellico vi rimase 10 anni e, quando ne uscì, era un uomo fisicamente
distrutto: il che non gli impedì di scrivere un libro di memorie intitolato
Le Mie Prigioni, con il quale conquistò una grande popolarità.
Dopo il fallimento dei moti piemontesi la polizia, il 13
dicembre 1821, arrestò anche il Confalonieri e i suoi amici, dando inizio
ad un nuovo processo, che terminò alla fine del 1823 con sedici condanne a
morte, commutate pure questa volta nel carcere duro da scontarsi allo
Spielberg: il Confalonieri ne uscì dopo 13 anni, indebolito di spirito e di
corpo e con l'assoluta proibizione di rientrare in Italia.
La Santa Alleanza in Spagna
Nel frattempo il moto costituzionale veniva soffocato anche
in Spagna. La Santa Alleanza infatti, dopo aver represso l'insurrezione
napoletana e dato man forte a Carlo Felice per domare la ribellione in
Piemonte, aveva convocato nell'ottobre 1822 un congresso a Verona, nel corso
del quale aveva presa la decisione di restaurare l'assolutismo nella
penisola iberica.
L'incarico questa volta venne affidato alla Francia
reazionaria di Luigi XVIII, che era entrata a far parte della Santa Alleanza
e sembrava desiderosa di poter espiare le sue antiche colpe rivoluzionarie.
Un esercito francese passava infatti i Pirenei e nell'aprile del 1822, nel
giro di pochi giorni costringeva le Cortes a lasciare la capitale e a
riparare a Cadice. Qui venne tentata l’estrema resistenza, ma nell’agosto
del 1823 anche la fortezza del Trocadero , ultimo baluardo dei
costituzionali, era costretta a capitolare. Il re sciolse le Cortes e dette
inizio ad una brutale repressione.
Tre anni di lotte finite in niente.