Nuove scoperte e invenzioni nel 1800
La rivoluzione industriale inglese della seconda metà
del 700 si diffuse rapidamente in Europa, soprattutto in Francia. Anche
nell'800 ci furono scoperte e invenzioni che favorirono uno sviluppo
prorompente della produzione industriale.
I progressi non riguardano più prevalentemente la
tecnologia, ma la scienza. Notevoli sono i progressi nella chimica,
nella fisica, nella biologia e nella medicina. Alcuni esempi. Nel 1824
fu creata la calce idraulica,
che fa presa rapidamente anche
sott'acqua; nel 1827 fu sperimentato un nuovo procedimento per
l'estrazione dello zucchero dalla barbabietola; furono sperimentati i
primi fertilizzanti chimici per aumentare la produzione agricola.
Fu perfezionata la produzione industriale di sapone e candele steariche,
iniziò l'epoca delle fotografie, furono inventate la macchina da
scrivere e la macchina per cucire, fu usato il gas per illuminare le
città. Quasi tutto il lavoro artigianale nelle officine meccaniche e
nelle falegnamerie fu meccanizzato.
Diventa sempre più intensa la meccanizzazione
dell'industria, che dà come conseguenza un grande aumento di
produzione e un contemporaneo abbassamento dei prezzi, rendendo
accessibili a molti oggetti che prima potevano permettersi in pochi.
Non basta produrre, bisogna vendere, ecco dunque la
necessità di nuovi mercati per vendere i prodotti finiti e acquistare
materie prime a basso prezzo.
I prodotti finiti e le materie prime devono essere
trasportati rapidamente e a grandi distanze, ma le condizioni delle
strade e dei mezzi di trasporto erano assolutamente inadeguati. Due
grandi invenzioni danno una brusca accelerata all'evoluzione dei
trasporti: la macchina a vapore applicata alle navi dallo statunitense
Robert Fulton nel 1803 e la locomotiva a vapore inventata da George
Stephenson nel 1814. Contemporaneamente i grandi stati iniziano la
costruzione di una rete stradale efficiente e praticabile in ogni
stagione dell'anno.
Commerci e
scambi si intensificano, l'industria siderurgica, metallurgica e
meccanica assume proporzioni gigantesche, impegnando migliaia di operai. Questi costituiscono, il proletariato, la classe di coloro che
dispongono solo di braccia per lavorare e di una prole da sfamare.
La loro controparte sono i proprietari delle grandi fabbriche, i ricchi
mercanti o i potenti banchieri, che finanziano fabbriche, imprese
commerciali, linee di navigazione o qualunque altra iniziativa, capace
di procurare forti guadagni: costoro, a loro volta, costituiscono la
ricca borghesia.
Lo sviluppo sempre più rapido dell'industria in
Inghilterra, Francia e Germania
specialmente dopo il 1830, accelera lo sviluppo del proletariato e
determina la scomparsa delle botteghe artigiane.
Grandi fabbriche furono costruite alle periferie
delle città o nei luoghi di produzione di ferro e carbone.
Imponenti masse di lavoratori si spostarono dalle
campagne nelle città adattandosi a situazioni di estremo disagio e dando
luogo al fenomeno dell'urbanesimo e alla nascita di quartieri miseri,
sporchi, malfamati e privi di servizi.
I capitali, ossia i soldi e le proprietà, si concentrarono nelle mani
di pochi imprenditori, favoriti dal perfezionamento dei mezzi di
produzione e dallo sviluppo delle comunicazioni marittime e terrestri
che permettevano relazioni commerciali da una parte all'altra del mondo.
La questione sociale
Sorge prepotente la questione sociale, ossia la questione dei
rapporti tra proletariato e capitalisti, le due nuove classi attorno a
cui ruota la storia contemporanea. La borghesia capitalita esercitava un predominio
anche politico, che le permetteva di far emanare leggi per
rafforzare
le posizioni raggiunte e difendere i propri interessi a danno
della classe operaia, costretta a orari massacranti e
a bassissimi salari.
Spesso gli
imprenditori davano lavoro soprattutto a donne e fanciulli, ai quali
pagavano salari ancora più bassi, causando la
disoccupazione degli uomini.
I liberali al potere in Francia e in Inghilterra non
migliorarono le condizioni degli operai. In questi regimi liberali il
diritto di voto era riservato a pochi in quanto la legge stabiliva che
non si poteva partecipare alle elezioni, se non si possedeva un certo
grado di istruzione e se non si pagava almeno un minimo di tasse: quindi una larghissima parte di cittadini
era priva di ogni diritto politico.
La grande maggioranza degli operai, esclusa dai diritti
politici, spinta dal bisogno e dal penoso tenore di
vita, cominciò a organizzarsi per
migliorare la propria situazione economica e sociale e per conquistare i
diritti politici.
Essi chiedevano
una legislazione destinata a regolare gli orari e i salari, a stabilire
norme riguardanti le pensioni e a fissare il diritto all'assistenza
sanitaria e al rispetto di particolari regole igieniche nelle fabbriche.
Liberismo e protezionismo
Alla base dello sviluppo industriale e commerciale
stanno le idee del liberismo: niente barriere doganali, nessun
intervento statale in economia. Esse sono in
aperto con l'economia tipo agricolo
patrocinata dalla nobiltà, che sfruttava i terreni e richiedeva alte dogane (economia protezionistica). In tal modo la nobiltà, libera
da ogni timore di concorrenza, poteva dominare incontrastata il mercato
ed imporre prezzi elevati. Il contrasto tra nobiltà e borghesia, quindi,
si giocava soprattutto sul piano della sopravvivenza economica.
La borghesia, dedita soprattutto alle
attività industriali e commerciali, aveva compreso che le sue
possibilità di arricchirsi erano legate alla possibilità di commerciare
liberamente senza pagare eccessive dogane. I mercati aperti avrebbero permesso ai singoli prodotti di
passare da piazze poco favorevoli ad altre più redditizie. I liberali, dunque, chiedevano
l'abolizione
dell'economia protezionistica a favore della
libera concorrenza e dell'assenza di leggi statali limitative
dell'iniziativa privata.
Libera iniziativa e individualismo
Gli anni 1820-1850 vedono pertanto un grande successo
della borghesia: essa infatti stimolò come non mai la produzione e fece
circolare ingenti somme di denaro: il
guadagno divenne lo scopo ultimo e più vero di ogni attività,
rendendo lecito l'uso di qualunque mezzo, purché capace di procurare
ricchezza. Ecco perché l'individualismo finì per essere valorizzato
al massimo e venne combattuto non solamente l'intervento moderatore
dello Stato, ma soprattutto ogni organizzazione operaia, considerata dai
liberali come dannosa al sistema dei liberi rapporti economici.
Di qui anche l'origine di contratti fra datori di
lavoro e lavoratori, regolati da salari di fame e orari pesanti e spesso
prolungati nel tempo al di là dei limiti dell'umana resistenza: il che
permise ai capitalisti borghesi di procurarsi rilevanti ricchezze,
mentre gli operai si vedevano costretti a vivere in modo penoso e
mortificante. L'economia liberale suscitò grandi contrasti, che, di
fatto, finirono per prendere un preciso indirizzo: quello di un'aperta
lotta ai bassi salari e di una ferma opposizione allo
sfruttamento dei lavoratori.
La questione sociale
Ebbe origine cosi la questione
sociale, che finì per interessare gli stessi governi
liberali. Le prime due leggi in tal senso furono infatti votate in
Inghilterra: quella del 1822, che vietava il lavoro nelle fabbriche ai
ragazzi al di sotto dei nove anni, e quella del 1834, che concedeva
particolari sussidi ai lavoratori con salari molto bassi. Tuttavia la
politica riformatrice dei liberali era ancora troppo lenta e limitata
per soddisfare le esigenze delle classi operaie: esse pertanto andavano
organizzandosi per conto proprio in un movimento di solidarietà e di
protesta che prese il nome di Socialismo.
Socialismo
I socialisti la pensavano in maniera del tutto
opposta rispetto ai liberali. Essi sostenevano che lo Stato doveva avere
il diritto di controllare i mezzi di produzione per assicurare
uguaglianza economica a tutti e per risolvere i problemi sociali ed
umani dei lavoratori, costantemente esposti allo sfruttamento e alla
miseria. Alcune correnti arrivavano ad affermare la necessità
dell'abolizione della proprietà privata: per
costoro unico proprietario doveva rimanere lo Stato e i
cittadini dovevano essere tutti uguali di fronte al dovere di
lavorare e al diritto di ottenere un giusto compenso per il loro lavoro.
Marx e il manifesto
Tali teorie trovarono la loro migliore espressione
nel febbraio 1848, quando venne pubblicato il Manifesto del partito
comunista di Karl Marx (1818-1883) e di Friedrich Engels
(1820-1895).
Questi due studiosi tedeschi (si deve a Marx un'opera
fondamentale sulla economia capitalistica intitolata Il
Capitale), dopo un attento esame dello sviluppo storico dell'umanità
e delle forze economiche e sociali che operano nel mondo, riconoscono il
positivo contributo offerto dalla borghesia per il superamento del
vecchio sistema feudale, ma predicono anche la sua fine: infatti,
mediante l'impiego del capitale privato, la borghesia ha dato vita ad un
sistema di produzione nel quale il proletariato, che offre il suo
lavoro, si vede spogliato dei frutti di esso, prende coscienza di sè
medesimo e si organizza come classe.
Di qui l'inevitabile
conflitto fra capitalisti e operai (lotta di classe), che,
secondo Marx, è
destinato a sboccare in una sicura decadenza e crisi del sistema in
vigore e quindi anche dello Stato, che lo sostiene. Di qui anche l'assoluta necessità per i proletari di assumere
la guida di una rivoluzione più decisa e radicale di quelle fino ad
allora attuate e mirante alla conquista del potere politico per la
costruzione di una convivenza basata soltanto sulle esigenze proletarie
(dittatura del proletariato).
Solo attraverso questo tipo di
rivoluzione, secondo Marx, il proletariato potrà sostituire la borghesia nella
direzione economica e politica dell'umanià e dare vita ad una
società senza classi, nella quale la proprietà privata e ogni forma
di sfruttamento dell'uomo sull'uomo verranno radicalmente soppressi.
Il
Manifesto chiama pertanto a raccolta i proletari di tutto il
mondo, perché si uniscano nella lotta comune contro la borghesia
capitalistica e contribuiscano ad erigere la futura società nella quale
il libero sviluppo di ciascuno sarà condizione del libero sviluppo di
tutti.
La posizione della Chiesa
Le discussioni intorno alla possibile soluzione da dare alla
questione sociale interessarono naturalmente anche la Chiesa e il mondo
cattolico, che però — a differenza del Socialismo marxista — intesero
risolvere il problema richiamando l'attenzione sulla responsabilità
morale di ciascuno più che sulla lotta politica. Essi
riconobbero sia il principio evangelico che l'operaio ha diritto al
proprio salario, sia la legittimità anzi la necessità
della
proprietà privata: ecco perché il Socialismo fu ritenuto incompatibile
col Cristianesimo, tanto più che esso si fondava in genere su una
visione atea della vita.
Il salario veniva considerato giusto,
quando fosse stato almeno sufficiente per mantenere in vita tutta la
famiglia: un concetto, questo, piuttosto avanzato per quel tempo. Il
riconoscimento della proprietà privata, inoltre, doveva conciliarsi con
l'uso sociale delle ricchezze: pertanto un uso
troppo individualistico dei beni era apertamente condannato nella ferma
convinzione che la ricchezza doveva servire allo sviluppo e al progresso
di tutta la società.
L'affermazione di questi due principi — salario
giusto e uso sociale delle ricchezze — poneva la Chiesa in contrasto
anche col liberalismo, che veniva accusato di individualismo egoistico.
La consapevolezza, però, che la povertà solo in tempi molto lunghi
avrebbe potuto essere superata, spingeva a sviluppare anche un'economia
detta caritativa e volta a creare tutte quelle strutture sociali, quali
scuole, ospedali, ospizi per vecchi, asili, che lo Stato non era in
grado di approntare.
Accanto a tale soluzione ufficiale non mancarono però
studiosi cattolici, che, ritenendola insufficiente, ne elaborarono altre
più complesse, stimolando cosi una riflessione più matura e come tale
destinata a dare i suoi frutti soprattutto nella seconda meta del secolo
XIX.