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  Borghesia e industria

24-09-09

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Nuove scoperte e invenzioni nel 1800

La rivoluzione industriale inglese della seconda metà del 700 si diffuse rapidamente in Europa, soprattutto in Francia. Anche nell'800 ci furono scoperte e invenzioni che favorirono uno sviluppo prorompente della produzione industriale.

I progressi non riguardano più prevalentemente la tecnologia, ma la scienza. Notevoli sono i progressi nella chimica, nella fisica, nella biologia e nella medicina. Alcuni esempi. Nel 1824 fu creata la calce idraulica, che fa presa rapidamente anche sott'acqua; nel 1827 fu sperimentato un nuovo procedimento per l'estrazione dello zucchero dalla barbabietola; furono sperimentati i primi fertilizzanti chimici per aumentare la produzione agricola. Fu perfezionata la produzione industriale di sapone e candele steariche, iniziò l'epoca delle fotografie, furono inventate la macchina da scrivere e la macchina per cucire, fu usato il gas per illuminare le città. Quasi tutto il lavoro artigianale nelle officine meccaniche e nelle falegnamerie fu meccanizzato.

Diventa sempre più intensa la meccanizzazione dell'industria, che dà come conseguenza un grande aumento di produzione e un contemporaneo abbassamento dei prezzi, rendendo accessibili a molti oggetti che prima potevano permettersi in pochi.

Non basta produrre, bisogna vendere, ecco dunque la necessità di nuovi mercati per vendere i prodotti finiti e acquistare materie prime a basso prezzo.

I prodotti finiti e le materie prime devono essere trasportati rapidamente e a grandi distanze, ma le condizioni delle strade e dei mezzi di trasporto erano assolutamente inadeguati. Due grandi invenzioni danno una brusca accelerata all'evoluzione dei trasporti: la macchina a vapore applicata alle navi dallo statunitense Robert Fulton nel 1803 e la locomotiva a vapore inventata da George Stephenson nel 1814. Contemporaneamente i grandi stati iniziano la costruzione di una rete stradale efficiente e praticabile in ogni stagione dell'anno.

Commerci e scambi si intensificano, l'industria siderurgica, metallurgica e meccanica assume proporzioni gigantesche, impegnando migliaia di operai. Questi costituiscono, il proletariato, la classe di coloro che dispongono solo di braccia per lavorare e di una prole da sfamare. La loro controparte sono i proprietari delle grandi fabbriche, i ricchi mercanti o i potenti banchieri, che finanziano fabbriche, imprese commerciali, linee di navigazione o qualunque altra iniziativa, capace di procurare forti guadagni: costoro, a loro volta, costituiscono la ricca borghesia.

Lo sviluppo sempre più rapido dell'industria in Inghilterra, Francia e Germania  specialmente dopo il 1830, accelera lo sviluppo del proletariato e determina la scomparsa delle botteghe artigiane.

Grandi fabbriche furono costruite alle periferie delle città o nei luoghi di produzione di ferro e carbone.

Imponenti masse di lavoratori si spostarono dalle campagne nelle città adattandosi a situazioni di estremo disagio e dando luogo al fenomeno dell'urbanesimo e alla nascita di quartieri miseri, sporchi, malfamati e privi di servizi.

I capitali, ossia i soldi e le proprietà, si concentrarono nelle mani di pochi imprenditori, favoriti dal perfezionamento dei mezzi di produzione e dallo sviluppo delle comunicazioni marittime e terrestri che permettevano relazioni commerciali da una parte all'altra del mondo.

La questione sociale

Sorge prepotente la questione sociale, ossia la questione dei rapporti tra proletariato e capitalisti, le due nuove classi attorno a cui ruota la storia contemporanea. La borghesia capitalita esercitava un predominio anche politico, che le permetteva di far emanare leggi per rafforzare le posizioni raggiunte e difendere i propri interessi a danno della classe operaia, costretta a orari massacranti e a bassissimi salari.

Spesso gli imprenditori davano lavoro soprattutto a donne e fanciulli, ai quali pagavano salari ancora più bassi, causando la disoccupazione degli uomini.

I liberali al potere in Francia e in Inghilterra non migliorarono le condizioni degli operai. In questi regimi liberali il diritto di voto era riservato a pochi in quanto la legge stabiliva che non si poteva partecipare alle elezioni, se non si possedeva un certo grado di istruzione e se non si pagava almeno un minimo di tasse: quindi una larghissima parte di cittadini era priva di ogni diritto politico.

La grande maggioranza degli operai, esclusa dai diritti politici, spinta dal bisogno e dal penoso tenore di vita, cominciò a organizzarsi per migliorare la propria situazione economica e sociale e per conquistare i diritti politici.

Essi chiedevano una legislazione destinata a regolare gli orari e i salari, a stabilire norme riguardanti le pensioni e a fissare il diritto all'assistenza sanitaria e al rispetto di particolari regole igieniche nelle fabbriche.

Liberismo e protezionismo

Alla base dello sviluppo industriale e commerciale stanno le idee del liberismo: niente barriere doganali, nessun intervento statale in economia. Esse sono in aperto con l'economia tipo agricolo patrocinata dalla nobiltà, che sfruttava i terreni e richiedeva alte dogane (economia protezionistica). In tal modo la nobiltà, libera da ogni timore di concorrenza, poteva dominare incontrastata il mercato ed imporre prezzi elevati. Il contrasto tra nobiltà e borghesia, quindi, si giocava soprattutto sul piano della sopravvivenza economica.

La borghesia, dedita soprattutto alle attività industriali e commerciali, aveva compreso che le sue possibilità di arricchirsi erano legate alla possibilità di commerciare liberamente senza pagare eccessive dogane. I mercati aperti avrebbero permesso ai singoli prodotti di passare da piazze poco favorevoli ad altre più redditizie. I liberali, dunque, chiedevano  l'abolizione dell'economia protezionistica a favore della libera concorrenza e dell'assenza di leggi statali limitative dell'iniziativa privata.

Libera iniziativa e individualismo

Gli anni 1820-1850 vedono pertanto un grande successo della borghesia: essa infatti stimolò come non mai la produzione e fece circolare ingenti somme di denaro: il guadagno divenne lo scopo ultimo e più vero di ogni attività, rendendo lecito l'uso di qualunque mezzo, purché capace di procurare ricchezza. Ecco perché l'individualismo finì per essere valorizzato al massimo e venne combattuto non solamente l'intervento moderatore dello Stato, ma soprattutto ogni organizzazione operaia, considerata dai liberali come dannosa al sistema dei liberi rapporti economici.

Di qui anche l'origine di contratti fra datori di lavoro e lavoratori, regolati da salari di fame e orari pesanti e spesso prolungati nel tempo al di là dei limiti dell'umana resistenza: il che permise ai capitalisti borghesi di procurarsi rilevanti ricchezze, mentre gli operai si vedevano costretti a vivere in modo penoso e mortificante. L'economia liberale suscitò grandi contrasti, che, di fatto, finirono per prendere un preciso indirizzo: quello di un'aperta lotta ai bassi salari e di una ferma opposizione allo sfruttamento dei lavoratori.

La questione sociale

Ebbe origine cosi la questione sociale, che finì per interessare gli stessi governi liberali. Le prime due leggi in tal senso furono infatti votate in Inghilterra: quella del 1822, che vietava il lavoro nelle fabbriche ai ragazzi al di sotto dei nove anni, e quella del 1834, che concedeva particolari sussidi ai lavoratori con salari molto bassi. Tuttavia la politica riformatrice dei liberali era ancora troppo lenta e limitata per soddisfare le esigenze delle classi operaie: esse pertanto andavano organizzandosi per conto proprio in un movimento di solidarietà e di protesta che prese il nome di Socialismo.

 

Socialismo

I socialisti la pensavano in maniera del tutto opposta rispetto ai liberali. Essi sostenevano che lo Stato doveva avere il diritto di controllare i mezzi di produzione per assicurare uguaglianza economica a tutti e per risolvere i problemi sociali ed umani dei lavoratori, costantemente esposti allo sfruttamento e alla miseria. Alcune correnti arrivavano ad affermare la necessità dell'abolizione della proprietà privata: per costoro unico proprietario doveva rimanere lo Stato e i cittadini dovevano essere tutti uguali di fronte al dovere di lavorare e al diritto di ottenere un giusto compenso per il loro lavoro.

Marx e il manifesto

Tali teorie trovarono la loro migliore espressione nel febbraio 1848, quando venne pubblicato il Manifesto del partito comunista di Karl Marx (1818-1883) e di Friedrich Engels (1820-1895).

Questi due studiosi tedeschi (si deve a Marx un'opera fondamentale sulla economia capitalistica intitolata Il Capitale), dopo un attento esame dello sviluppo storico dell'umanità e delle forze economiche e sociali che operano nel mondo, riconoscono il positivo contributo offerto dalla borghesia per il superamento del vecchio sistema feudale, ma predicono anche la sua fine: infatti, mediante l'impiego del capitale privato, la borghesia ha dato vita ad un sistema di produzione nel quale il proletariato, che offre il suo lavoro, si vede spogliato dei frutti di esso, prende coscienza di sè medesimo e si organizza come classe.

Di qui l'inevitabile conflitto fra capitalisti e operai (lotta di classe), che, secondo Marx,  è destinato a sboccare in una sicura decadenza e crisi del sistema in vigore e quindi anche dello Stato, che lo sostiene. Di qui anche l'assoluta necessità per i proletari di assumere la guida di una rivoluzione più decisa e radicale di quelle fino ad allora attuate e mirante alla conquista del potere politico per la costruzione di una convivenza basata soltanto sulle esigenze proletarie (dittatura del proletariato).

Solo attraverso questo tipo di rivoluzione, secondo Marx,  il proletariato potrà sostituire la borghesia nella direzione economica e politica dell'umanià e dare vita ad una società senza classi, nella quale la proprietà privata e ogni forma di sfruttamento dell'uomo sull'uomo verranno radicalmente soppressi.

Il Manifesto chiama pertanto a raccolta i proletari di tutto il mondo, perché si uniscano nella lotta comune contro la borghesia capitalistica e contribuiscano ad erigere la futura società nella quale il libero sviluppo di ciascuno sarà condizione del libero sviluppo di tutti.

La posizione della Chiesa

Le discussioni intorno alla possibile soluzione da dare alla questione sociale interessarono naturalmente anche la Chiesa e il mondo cattolico, che però — a differenza del Socialismo marxista — intesero risolvere il problema richiamando l'attenzione sulla responsabilità morale di ciascuno più che sulla lotta politica. Essi riconobbero sia il principio evangelico che l'operaio ha diritto al proprio salario, sia la legittimità anzi la necessità della proprietà privata: ecco perché il Socialismo fu ritenuto incompatibile col Cristianesimo, tanto più che esso si fondava in genere su una visione atea della vita.

Il salario veniva considerato giusto, quando fosse stato almeno sufficiente per mantenere in vita tutta la famiglia: un concetto, questo, piuttosto avanzato per quel tempo. Il riconoscimento della proprietà privata, inoltre, doveva conciliarsi con l'uso sociale delle ricchezze: pertanto un uso troppo individualistico dei beni era apertamente condannato nella ferma convinzione che la ricchezza doveva servire allo sviluppo e al progresso di tutta la società.

L'affermazione di questi due principi — salario giusto e uso sociale delle ricchezze — poneva la Chiesa in contrasto anche col liberalismo, che veniva accusato di individualismo egoistico. La consapevolezza, però, che la povertà solo in tempi molto lunghi avrebbe potuto essere superata, spingeva a sviluppare anche un'economia detta caritativa e volta a creare tutte quelle strutture sociali, quali scuole, ospedali, ospizi per vecchi, asili, che lo Stato non era in grado di approntare.

Accanto a tale soluzione ufficiale non mancarono però studiosi cattolici, che, ritenendola insufficiente, ne elaborarono altre più complesse, stimolando cosi una riflessione più matura e come tale destinata a dare i suoi frutti soprattutto nella seconda meta del secolo XIX.

 

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Ultimo aggiornamento:  06-11-08

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