Il concetto di popolo e di nazione
La politica della Santa Alleanza, volta a stabilire una
unità fra popoli diversi legati tra loro solo dalla comune sottomissione
ad un sovrano, fu messa in crisi e quindi sconfitta da un nuovo
movimento, dapprima incerto ma poi sempre più consapevole dei propri
scopi, detto comunemente Risorgimento.
Crebbe un diffuso movimento di pensiero, che portò
all'affermazione del principio di nazionalità e al riconoscimento del
diritto dei popoli all’autodeterminazione.
Tale movimento prima ancora di essere un fatto politico,
costituì un fenomeno morale, che sconfinò spesso addirittura nel
religioso. Per molti patrioti una superiore giustizia domina il mondo e
alla fine essa trionfa e ristabilisce 1'equilibrio rotto dalla violenza
I concetti diffusi nel Risorgimento traevano origine in
gran parte dalla cultura diffusa dalla Rivoluzione Francese secondo cui
un popolo non nasce dal caso o dalla volontà di un sovrano. Secondo la
nuova cultura un popolo è formato dall’identità dei costumi, della
cultura, della lingua, della storia e di tutti quegli elementi
caratterizzanti un gruppo etnico i cui componenti si sentono un popolo
diverso da ogni altro. Da questa convinzione nasceva anche l’esigenza di
esprimere l’arte e il pensiero in forme autonome nazionali.
La questione dei Balcani
Quasi tutti i popoli della Penisola balcanica facevano
parte dell’impero turco fin dal 1400.
L'impero turco dava segni di, decadenza e Austria e
Russia si preoccupavano di trarre profitto di tale debolezza senza tener
conto che le popolazioni sottomesse avevano già dato dimostrazione di
volere l'indipendenza. L famosa questione d'oriente è data appunto
dall'intreccio tra aspirazioni nazionaliste dei popoli e ambizioni
imperialiste di Austria e Russia.
La Russia, dal crollo dell'impero turco, sperava di
ottenere uno sbocco sul Mediterraneo, aspirazione questa da sempre
contrastata da Inghilterra e Francia per i loro grandi interessi nel
Mediterraneo Orientale, e dall'Austria per le sue mire espansionistiche
sui Balcani.
I moti indipendentisti in Grecia
Fra i ceti culturalmente più elevati della popolazione
greca si erano formate delle società segrete, dette Eterie, espressione
di un profondo desiderio di rinnovamento e di indipendenza.
Le Eterie nel 1821 dettero inizio alla riscossa nazionale con
l'appoggio di tutto il popolo. I rivoltosi nel gennaio del 1822 proclamarono
la formazione di un governo provvisorio, libero e
indipendente. In aiuto dei Greci accorsero numerosi patrioti stranieri, tra i quali il
nostro Santorre di Santarosa e il poeta inglese George Byron.
La lotta si protrasse per lunghi anni con alterne
vicende. Alla fine
la disperata e tenace resistenza del popolo greco prevalse: il
Congresso di Londra del 1830 riconosceva infatti l'indipendenza della
Grecia. L'indipendenza Greca creava un mutamento rispetto alla
sistemazione geopolitica operata dal Congresso di Vienna e un buon
precedente per le speranze di indipendenza degli altri popoli
sottomessi. Resta da dire che l'indebolimento dell'impero turco non
dispiaceva poi tanto alle potenze europee, anche perché la Grecia fu
costituita in regno assegnato alla dinastia dei Wittelsbach , già
regnanti in Baviera.
Comunque il 1830segna una data importantissima
nella storia del liberalismo europeo.
I moti di Parigi
A
Parigi nel 1830 scoppiarono dei moti i quali ebbero come
conseguenza una novità per quei tempi sconvolgente: la nomina di un
sovrano scelto dal popolo, non più re per diritto divino.
Nel 1824, era salito al trono di Francia Carlo X. Costui
tentò di abolire la Costituzione, di ripristinare l'assolutismo, di
rimettere in vigore antiche e dimenticate consuetudini medievali. Per
fare ciò si appoggiò alla nobiltà più retriva e al clero più
conservatore.
Questo comportamento fu un duro colpo per le aspirazioni
della borghesia che sperava di aumentare il proprio potere politico
attraverso la partecipazione al governo. Carlo X invece il 26 luglio 1830
sciolse il Parlamento, soppresse la libertà di stampa e
cambiò la legge elettorale in base alla quale da allora in poi avrebbero potuto
essere eletti solamente i nobili proprietari di terre.
Studenti, operai e borghesi scatenarono
una rivoluzione, che si concluse dopo tre giorni con la cacciata della monarchia borbonica e
l'elezione di un
nuovo re, Luigi Filippo di Orleans, di idee liberali.
Il nuovo re
prese i nome di Filippo I (invece di Filippo IV), per sottolineare di
essere re dei Francesi per volontà della Nazione, adottò il tricolore del
1789 in luogo della vecchia bandiera bianca con i gigli d'oro e approvò
una Costituzione d'ispirazione liberale.
Si trattava del trionfo dell'alta Borghesia e della
sconfitta della nobiltà. Luigi Filippo infatti, più che di
tutto il popolo, era il rappresentante degli affaristi e dei grandi
capitalisti, che ebbero il loro più qualificato rappresentante nel
banchiere Jacques Lafitte, chiamato a ricoprire la
carica di presidente del Consiglio. Per questo Luigi Filippo fu detto il
re borghese.
La prima svolta fu in politica estera: staccò la Francia dalla Santa Alleanza e
l'avvicinò Così l'Europa si distinse in due gruppi di grandi nazioni: da una parte
Inghilterra e Francia, con regimi monarchico-costituzionali e liberali, dall'altra Austria, Prussia, Russia e regioni
satelliti, dominate da monarchie assolute e reazionarie.
Il principio del non intervento
Luigi Filippo promulgò il principio del non intervento, il contrario del principio dell'intervento proclamato a
Vienna quindici anni prima, rompendo con la politica europea degli
ultimi anni. Tale dichiarazione riconosceva ad ogni popolo il
diritto di organizzare il proprio governo come meglio voleva e
d'insorgere contro il sovrano che tentasse di
opporsi; inoltre infondeva grandi speranze nei liberali di tutta Europa.
Le dichiarazioni di Luigi Filippo infondevano speranze
nei liberali, ma anche preoccupazioni nei governi austriaco e russo.
Metternich fece sapere al
re che l'Austria gli avrebbe creato molte difficoltà
appoggiando le rivendicazioni e le pretese dei movimenti filoborbonici e
bonapartisti.
Allora Luigi Filippo, preoccupato di consolidare la
dinastia e di ottenere il riconoscimento di tutte le potenze straniere,
nel marzo 1831 affermò per bocca di un suo
ministro che non avrebbe inviato truppe francesi fuori del territorio
nazionale a sostegno di eventuali moti rivoluzionari. In tal modo la
monarchia di luglio si faceva interprete della ricca borghesia, che non aspirava a pericolose
avventure militari, ma soltanto a conservare il potere ormai raggiunto.
I moti di Modena del 1831
La Rivoluzione francese del 1830 aveva riacceso fra
i patrioti italiani la speranza e un
nuovo desiderio di lotta.
Ciro Menotti, giovane commerciante di Carpi, era uno dei
capi della Carboneria nel ducato di Modena. Entrò in contatto
con il duca Francesco IV e gli fece intravvedere la possibilità di
dar vita ad un forte Stato nell'Italia centro-settentrionale.
Il duca era un conservatore, ma era anche molto
ambizioso, quindi aderì ai suggerimenti del Menotti, il quale sperava
anche nell'intervento da parte di profughi italiani in Francia e di
numerosi liberali d'oltralpe.
Francesco IV dapprima lasciò fare perché sentiva di non
rischiare niente: senza compromettersi,
poiché riteneva che, comunque fossero andate le cose, avrebbe potuto
facilmente trarsi d'impaccio: se la rivoluzione avesse
trionfato, egli avrebbe potuto allargare il suo Stato; in caso di
fallimento avrebbe chiesto l'intervento austriaco.
Il moto doveva scoppiare il 5 febbraio 1831. All'ultimo
momento però Ciro Menotti decise di agire senza l'aiuto di Francesco IV e di anticipare
l'insurrezione. Il duca, convinto che Luigi Filippo non
sarebbe intervenuto e che it Metternich continuava ad essere it vero
arbitro della situazione, nella notte fra il 3 e il 4 fece circondare la
casa del Menotti, dove i carbonari erano riuniti per gli ultimi accordi,
e li costrinse alla resa.
Il giorno dopo la rivoluzione scoppiò ugualmente a
Bologna, a Parma e in altre città dell'Emilia, della Romagna e delle
Marche, e assunse proporzioni tali da permettere la creazione in Bologna
di un Governo Provvisorio delle Province Unite, la cui difesa venne
affidata a truppe volontarie comandate dal generale Carlo Zucchi. Il 6 febbraio anche Modena insorse, cosicché
il duca, nel timore di restare bloccato in mezzo ad un paese in
rivolta, preferì fuggire verso Mantova, portando con sé Ciro Menotti in
catene.
Come il duca aveva previsto, la Francia non si mosse,
lasciando cosi ancora una volta l'iniziativa al Metternich, che si
affrettò ad inviare truppe per ristabilire l'ordine. Le scarse forze degli insorti
indietreggiarono sino a Rimini, ove
vennero disperse.
In meno di venti giorni il territorio in cui
era scoppiata l'insurrezione fu restituito ai rispettivi
sovrani, che si abbandonarono ad una violenta repressione. Francesco IV
condannò alla forca
Ciro Menotti, testimone del suo tradimento (26 maggio
1831).
I moti di Modena segnarono un progresso rispetto ai moti
del 20 e 21: infatti, se ai moti del 1820-21 avevano preso parte
soprattutto intellettuali ed ex ufficiali napoleonici, a quelli del 1831
erano intervenuti anche alcuni giovani della borghesia. I fatti del 31 inoltre stavano a dimostrare che era
un grave errore continuare a confidare nell'aiuto straniero.
Belgio, Polonia e Centro Europa
Il regno dei Pesi Bassi era stato voluto dal Congresso di Vienna come stato cuscinetto
a controllo della Francia. Olandesi e Belgi, che formavano il regno,
erano diversi per lingua, storia e cultura: gli Olandesi erano in
prevalenza calvinisti e dediti ai commerci, i Belgi cattolici e
impegnati in iniziative industriali. I Belgi si sentivano sottoposti agli interessi
politici ed economici degli Olandesi, che ricoprivano le cariche
maggiori. Una lunga
serie di rivolte si concluse il 4 ottobre 1830 nella
proclamazione dell'indipendenza del Belgio. L'lnghilterra e la
Francia riconobbero la nuova situazione impedendo alla Santa Alleanza di
intervenire.
Alla notizia dei vittoriosi moti di Parigi e del Belgio, molti Polacchi
erano insorti contro la dominazione Russa. Ben presto furono costretti
ad arrendersi e ad accettare di rimanere una provincia dell'impero
zarista. Numerosi intellettuali polacchi presero la via dell'esilio.
All'interno dell'impero Austriaco si trovavano quattro nazionalità:
l'ungherese, la slava, la tedesca e l'italiana. Le popolazioni ungheresi tendevano da tempo a
reggersi in Stato nazionale unitario. Diversa la situazione degli Slavi,
i quali miravano all'indipendenza, ma non si sentivano uniti tra loro.
Anche le popolazioni Confederazione
Germanica cercavano l'unità
politica: alcune però miravano a una "grande Germania", che
comprendesse tutti i Tedeschi, altre invece a una
"piccola Germania" con a capo la Prussia, senza l'Austria.