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  1. Karl_Barth
  2. Edith_Stein
  3. Henri_de_Lubac
  4. Hans_Urs_von_Balthasar
  5. Giuseppe_Colombo

 

Karl Barth

KARL BARTH

Vita. Nacque a Basilea il 10 Maggio 1886. Studiò a Berna e nel 1909 divenne Pastore in una parrocchia Riformata di Ginevra. Dal 1911 al 1921 passò a Safenwil, un piccolo paese operaio. Successivamente fu chiamato alla facoltà luterana di Gottinga, in Germania, dove insegnò fino al 1935, quando venne espulso perché aveva partecipato alla "Chiesa confessante", che si opponeva a Hitler. Continuò, però. A insegnare a Basilea. La prima opera che lo rese noto fu un commento alla Lettera ai Romani (1919, rielaborato nel 1922). Tra il 1932 e il 1957 pubblicò un'opera colossale in molti volumi, intitolata "Dogmatica ecclesiale",

Il pensiero. Dalla prefazione all'epistola ai Romani (seconda edizione)

... Ho questo pregiudizio. Che la Bibbia è un buon libro e che vale la pena che se ne prendano i pensieri almeno con la stessa gravità con la quale si prendono i propri.

          Dall'Epistola ai Romani

"Paolo, schiavo di Cristo Gesù, chiamato a essere apostolo ": non è la realtà di una persona geniale, piena di entusiasmo per la sua propria attività, ma un messaggero... Non è un padrone, ma uno schiavo del suo re.

 

 

Preghiera (Basilea 7 Ottobre 1956)

Signore, nostro Dio! Tu sai chi siamo noi: uomini con buona e con cattiva coscienza, gente contenta e scontenta, sicura e insicura, cristiani per convinzione e cristiani per abitudine, credenti e semi-credenti e non credenti.

E Tu sai da dove veniamo: dalla cerchia di parenti, conoscenti e amici o da una grande solitudine, dal quieto benessere o da ogni sorta di difficoltà e di ristrettezze, da situazioni familiari normali o tese o addirittura distrutte, dalla cerchia più ristretta della comunità cristiana o dal suo margine. Nondimeno stiamo tutti davanti a Te; in ogni disuguaglianza uguali in questo: che siamo tutti nel torto dinanzi a Te e anche tra di noi; che tutti dobbiamo morire; che tutti saremmo perduti senza la tua grazia; ma anche in questo: che la tua grazia è promessa e rivolta a tutti noi nel tuo amato Figlio, nostro Signore Gesù Cristo.

Noi ci troviamo qui insieme per lodarti facendo sì che la tua parola venga a noi. Affinché ciò accada in quest'ora, nella quale abbiamo la domenica alle nostre spalle e il lavoro della settimana davanti a noi, per questo ti preghiamo invocandoti nel nome e con le parole del tuo Figlio, nostro Signore. Padre nostro...

KARL BARTH — L'UMANITA' DI DIO
(Gazzada 23.10.2005)

    Proviamo, senza pensarci troppo, a raffigurarci Dio — e l'Eterno Padre — con un'immagine. E' probabile che ci venga in mente un vecchio con la barba, che dall'alto guarda alle vicende umane con la benevolenza, ma anche con il distacco che l'età dona ai saggi.. Dopo un po', forse, la stessa immagine potrebbe assumere il volto di un giudice, rigoroso e giusto, tale da incutere un salutare timore ai malvagi.

    K.Barth, invece, per essere aiutato a riflettere sul rapporto Dio-uomo, si affidava a una crocifissione del pittore tedesco Matthias Grunewald, di cui teneva una riproduzione nel proprio studio. In contrasto con i fatti storici, in essa è inserita anche la figura di Giovanni Battista, che indica con gesto accentuato Gesù crocifisso, rappresentato nel drammatico abbandono della morte.

Nel gesto di Giovanni Barth vedeva l'unico atteggiamento possibile per il teologo e quindi per il cristiano,

    Il cristiano, infatti, non può rinunciare a parlare di Dio. Contemporaneamente però deve confessare che, se si attiene semplicemente alle proprie qualità, non sa bene che cosa voglia dire questa parola "Dio" e non sa trovare nulla nelle esperienze umane che corrisponda alla realtà divina. Questa tesi mette in discussione l'immagine iniziale dell'anziano che sta in alto. In essa, infatti, sembra riflettersi proprio l'esperienza tutta umana del buon papà, magari divenuto nonno, che sa ciò che è bene per i propri figli e quindi si prende cura del loro benessere presente e futuro, mostrando, se necessario, anche la faccia scura. Abbiamo qui una figura un po' idealizzata di persona rispettabile e anche pia, perché si completa nel partecipare con la famiglia alle funzioni religiose, dove, si capisce, lascia anche qualche buona offerta...

Secondo Barth questo modo di procedere, per molti versi accattivante, non rende ragione del Cristianesimo, che si fonda sulla fede in Cristo e in Cristo crocifisso e perciò non può essere appiattito sulla quiete che fa trovare tutto al proprio posto. Barth, piuttosto, prende in considerazione l'atteggiamento di Giobbe, che non capisce il caos in cui è buttata la sua vita e tuttavia continua ad amare Dio e insieme a venerarne la tremenda grandezza, portatrice di ragioni "totalmente altre" rispetto ai progetti dell'uomo.

Il gesto di Giovanni dice insomma che dobbiamo guardare a un "altro"; ma dice anche che questo altro non rimane chiuso in se stesso. Dio, infatti, si rivela nella vita, nella morte e nella risurrezione di Gesù Cristo. In Gesù avviene uno scambio di posizioni (i Padri della chiesa parlavano di "commercio" ammirabile): Dio si abbassa e si fa carico del male dell'uomo fino alla morte; la realtà umana si alza e diventa degna di essere assunta dal Figlio di Dio. Di conseguenza agli occhi di Dio ogni uomo è, insieme, peccatore, ma anche portatore di una fraternità con Cristo, l'unico totalmente giusto.

E tutto questo avviene non per un qualche diritto dell'uomo, ma per una libera e gratuita iniziativa di Dio, che prende su di sé, nella persona del Figlio, addirittura la morte — e quale morte — cioè la conseguenza drammatica del peccato.

A questo modo Barth da un lato riconduce la ricerca di Dio sotto la rivelazione di Gesù Cristo (se vogliamo sapere qualcosa a proposito di Dio, dobbiamo lasciare la parola a Dio stesso). Dall'altro si sente meglio aiutato a comprendere la sua stessa esperienza di parroco e di predicatore.

Si veda, ad esempio, la preghiera che Barth fa precedere a un suo sermone sul Levitico. In essa tutta la comunità si pone davanti a Dio: credenti, abitudinari, non credenti; persone che hanno amici e parenti e persone sole; che stanno bene a denaro e salute o che sono piene di guai, famiglie "a posto" o famiglie con tensioni o addirittura distrutte.

Non è il benessere da solo che può sostenere l'uomo, né la malattia o il fallimento lo devono gettare nello sconforto assoluto, perché non è mai abbandonato a se stesso....

4) Al termine di una conferenza del 1956 sull'umanità di Dio, Barth ricava dalla fede in questa stretta relazione tra Dio e uomo che ci è rivelata in Gesù Cristo, cinque conseguenze per la cultura in generale e più specificamente per il modo in cui la cultura cristiana deve parlare di Dio e dell'uomo.

a) Noi dobbiamo considerare e trattare ciascun essere umano, anche il più diverso da noi, il più abietto o il più misero sulla base del presupposto che Gesù Cristo è il fratello anche di lui, Dio stesso è padre anche suo.

b-c) Questo non comporta un ottimismo ingenuo: la cultura sa che la storia è piena di vere mostruosità; ma sa anche che è piena di tentativi di valorizzare i doni che l'uomo ha ricevuto. Anche a questo essa si può riferire per far ritrovare la sua umanità a ogni uomo, perché nessuno sia utilizzato o si percepisca come puro strumento o addirittura come spazzatura da buttare...

    Gesù Cristo ha preso la morte su di sé perché l'ultima parola possa essere la vita. Il messaggio cristiano è perciò essenzialmente positivo (gioia per i poveri, liberazione, vista per i ciechi, servizio per i peccatori...); e certo a nessuno è dato di considerare degli uomini già perduti, ponendo un limite alla grazia divina....

    Dobbiamo prendere sul serio la Chiesa e riconoscerci grati a essa, perché nella Chiesa si confessa l'umanità di Dio, si gioisce di essa, la si celebra e le si da' testimonianza.

Edith Stein

Edith Stein nel 1931,

due anni prima di entrare al Carmelo di Colonia

Edith Stein (1891-1942)

Nata nel 1891 a Breslavia (ora chiamata Wroclaw, passata alla Polonia) da una famiglia ebrea, a 15 anni si considerava atea. Ultima di 11 fratelli (il padre morì quando aveva un anno), studiò filosofia e divenne assistente di Husserl. Si fece anche sostenitrice dei diritti delle donne.

La ricerca intellettuale e le esperienze di vita la avvicinarono al Cristianesimo: ricevette il battesimo il l ° gennaio del 1922.

Nel 1933 le leggi naziste sulla cosiddetta razza ariana le tolsero la possibilità di continuare

l'insegnamento, ma Edith aveva già maturato la decisione di farsi suora carmelitana. Entrò nel Carmelo di Colonia e vi rimase fino al 1939, quando fu trasferita a Echi in Olanda, perché si pensava che si trattasse di un luogo più sicuro.

Invece la Gestapo la arrestò il 2 agosto 1942, dopo che i vescovi olandesi avevano pubblicato una lettera contro le persecuzioni antiebraiche. Fu quasi subito deportata ad Auschwitz, dove venne uccisa nella camera a gas, con la sorella Rosa, probabilmente il 9 agosto, il giorno stesso dell'arrivo.

Nel 1998 è stata proclamata santa.

Opere principali: L'empatia (1917); Essere finito ed essere eterno (1936); La scienza della croce (1941-42). Vanno ricordati anche gli scritti sulla donna e sulle proprie esperienze personali.

Da "II mistero del Natale" (1931)

L'amore naturale si dirige verso questo o verso quello, verso chi è a noi legato da vincoli di sangue, da affinità di carattere o da interessi comuni. Gli altri sono "estranei"... anzi possiamo addirittura provare avversione nei loro riguardi... Per il cristiano non esiste nessun "estraneo". Nostro "prossimo" è chi sta via via davanti a noi.

 

Dalle lettere

A una suora (04.10.1936)

Mia madre è rimasta fino all'ultimo fedele alla sua fede... Sono convinto che abbia trovato un giudice molto generoso e che ora aiuterà anche me ad arrivare alla meta.

A una giovane suora (23.03.1938)

Non mi è mai piaciuto pensare che la misericordia di Dio si fermi ai confini della chiesa visibile.

Dio è la verità. Chi cerca la verità cerca Dio, che lo sappia o no. (Si riferisce a Husserl).

 

1) La riflessione di Edith Stein si lega strettamente alla sua vita. Nella prima parte essa sembra tendere verso l'alto. Sia pur con qualche fatica - era pur sempre una donna - fa una discreta. Carriera ed entra in un cerchio di amicizie promettenti (con un collega arriverà a un quasi fidanzamento).

Nel corso della guerra ha un periodo di volontariato come infermiera e inizia poi una ricerca intellettuale e personale che la porterà ad approfondire alcuni rapporti, ma anche a contrasti e incomprensioni. Anzitutto con la famiglia e in particolare con la madre: come può Edith abbandonare la propria famiglia ebrea, proprio quando tante minacce gravano su di essa? Ma anche con l'ambiente universitario, che resta in buona parte sconcertato da decisioni così strane per persone di scienza e cultura, quali quelle di farsi cattolica e di farsi monaca. Infine c'è il precipitare nell'orrore, per i nazisti lei è soltanto una dei tanti ebrei da umiliare ed eliminare.

L'empatia (immedesimazione)

In senso stretto Edith Stein non è una teologa e anzi il suo pensiero iniziale si sviluppa a prescindere dalla religione. Ella cerca piuttosto, secondo lo spirito della
fenomenologia di Husser, di riflettere senza pregiudizi sull'esperienza umana.

In proposito un dato da rilevare è il carattere sorprendente del corpo: rispetto ad ogni altra cosa concreta posso avvicinarmi ed allontanarmi; il corpo invece è "sempre qui". Può essere osservato, toccato; ma è insieme esso stesso che osserva e sente. Dunque non soltanto si può dire che io ho un corpo, ma anche che io sono un essere corporeo... L'empatia (ma una carmelitana italiana traduce con il più chiaro "immedesimazione"), nel far capire questo, permette insieme di comprendere che altri corpi sono simili al mio e che quindi anche in loro si dà questa ambivalenza: sono oggetto dello sguardo, del tatto, ecc... e insieme soggetto che guarda e tocca.

E' a partire da questo "sentire da dentro" che l'uomo non si limita a mettere in fila i fatti, ma cerca delle connessioni di senso.

Ne sorgono due ordini di conseguenze.

- Il mio modo di percepire il mondo non è esclusivo, ma si intreccia con altri. Così, ad esempio, il contenuto del dolore (ma anche della gioia, dell'affetto, della malinconia...) di un altro non è qualcosa di immediatamente immaginario anche per me. Il riconoscimento però di questo vissuto altrui lo fa diventare anche mio, genera un incontro e una condivisione.

Tutto questo, per di più, porta allo sviluppo di ciò che in noi è assopito, porta a distinguere ciò che è reale da ciò che è illusorio, permettendo così una migliore conoscenza e valutazione di sé.

Essere finito ed essere eterno.

La lucidità di questa apertura all'altro costituisce lo sfondo sul quale Edith Stein scopre il cattolicesimo e il pensiero di Tommaso d'Aquino.

L'io, infatti, sperimenta in sé la minaccia del venir meno e contemporaneamente il tendere

verso la pienezza. Nell'io appare l'orrore per il nulla a cui sembra inevitabilmente destinato, ma anche un fondamento per una disponibilità capace di sottrarlo all'annullamento.

Da un lato, infatti, l'essere umano percepisce l'impossibilità di essere padroni di sé. Dall'altro Dio gli appare non tanto come un'idea, quanto come l'Essere, in cui la capacità di donare si colloca al di là di ogni limite. Dunque totalmente altro rispetto all'essere umano, ma non estraneo a lui. Per l'uomo, infatti, accogliere Dio significa aprirsi liberamente, fino ad abbandonarsi; perciò "non si può affermare che Dio entra in un luogo dove egli prima non era".

4) La scienza delle Croce.

A Edith Stein, diventata nel Carmelo suor Teresa Benedetta nella Croce, era stato chiesto di scrivere un'opera su s. Giovanni della Croce, il padre della riforma carmelitana. Seguendone gli scritti, ella ne descrive l'esperienza come un cammino verso le nozze mistiche con Dio (seguendo anche il percorso delle dimore di cui parla s. Teresa). La morte del santo viene presentata, alla luce del crocifisso, come la realizzazione di tali nozze. Sono pagine incompiute: era giunto il momento dell'arresto, cui seguiranno la camera a gas e il forno crematorio: quella "soluzione finale" che pretendeva che gli ebrei fossero destinati a un annientamento totale.

In questo suo scritto e più ancora nella sua vita, tuttavia, suor Teresa Benedetta dà testimonianza di come l'essere umano, lungi dal poter essere inghiottito dal nulla, viene invece attratto nell'abbraccio di un Dio che ama. E' questa la scienza che viene dalla croce...

Suor Teresa Benedetta è stata guidata a questa testimonianza con forme anche eccezionali. Nella sua esperienza possiamo ritrovare un segno della partecipazione di Dio - del Dio crocifisso - al dolore di ogni uomo, a cominciare dal dolore dei tanti uccisi e umiliati e, in particolare, delle vittime inghiottite dalla Shoà.

 

 

Henri de Lubac (1896-1891)


Nato a Cambrai nella Francia settentrionale, entrò tra i Gesuiti nel 1913. In guerra fu per due volte ferito. Ordinato sacerdote nel 1927, fu impegnato nella ricerca e nell'insegnamento teologico. In questo compito conobbe diversi teologi europei e con alcuni di loro strinse un rapporto di amicizia. Tra il 1942 e il 1944 fu arrestato più volte dai tedeschi. Dal 1950 al 1958 il superiore dei Gesuiti lo invitò a sospendere l'insegnamento per un eccesso di preoccupazione per alcune sue tesi. In realtà Pio XII gli farà scrivere per incoraggiarlo a continuare nelle sue pubblicazioni. Fu poi uno degli esperti del Concilio Vaticano II e uno dei teologi più noti e amati degli anni successivi.

 

Opere principali

Il cattolicesimo (1938); Corpus Mysticum (1944); Il dramma dell'umanesimo ateo (1944); L'esegesi medievale (1959-1964); Il mistero del soprannaturale (1965: approfondimento di un tema già trattato in un'opera del 1946).

Dedicò inoltre grande cura all'opera di Teilhard de Chardin, un gesuita che aveva proposto un'interessante lettura dell'idea di evoluzione. Fu anche l'iniziatore, insieme con Jean Danièlou della collana "Sorgenti cristiane", nella quale vennero pubblicate molte opere degli antichi Padri della Chiesa.

 

Alcune sue frasi

Dedica di un suo libro sulla conoscenza di Dio: "Ai miei amici che credono e a tutti quelli che credono di non credere".

Dal "Mistero del Soprannaturale ": (L'essere umano) "è nello stesso tempo più grande e più piccolo di se stesso. Da questo deriva questa specie di procedere sbilenco, questo misterioso zoppicare...proprio di una creatura fatta di nulla, che, stranamente, confina con Dio".

 

Il contesto

La teologia cattolica della prima metà del Novecento era per certi aspetti impegnata a cercare delle prove che potessero dimostrare con l'aiuto della sola ragione alcune verità, prima fra tutte l'esistenza di Dio, sulle quali poi fondare gli sviluppi della rivelazione cristiana.

Questo modo di fare teologia, con tutto il rigore logico delle sue formule, si prestava però al rischio di presentare la fede in termini prevalentemente intellettuali.

Negli stessi anni erano sorti dei movimenti tendenti a rendere più esplicito il rapporto della fede cristiana con la rivelazione biblica e con la vita della Chiesa.

Si tratta del movimento liturgico, inteso a riportare la messa al centro della pietà cristiana e a far ritrovare la dimensione ecclesiale di tutti i sacramenti. Si ricordi, ad esempio, come la stessa comunione dei fedeli fosse per lo più al di fuori della messa, al più subito prima o dopo; o come il battesimo fosse un fatto pressoché solo familiare.

Insieme si andava espandendo il movimento biblico, che voleva riportare alla conoscenza di tutti i cristiani il testo della Bibbia, nella sua completezza, magari un po' complessa, ma in ogni caso rivelatrice anche sorprendente e sconvolgente dell'essere e dell'agire di Dio e per conseguenza del senso della stessa vita dell'uomo.

Con passi più esitanti appariva poi anche il movimento ecumenico: protestanti, anglicani, ortodossi, cattolici...perché pur con la condivisione della fede in Cristo le confessioni cristiane restavano separate? Come rendere più ardente la preghiera, più approfondita la conoscenza, più aperta la carità, fino a poter ripetere col cuore l'invocazione di Cristo: "Che siano una cosa sola?" Su questi inizi si innestavano interrogativi sempre più ampi. Che dire elle persone, magari profondamente religiose, ma che non si riconoscono nel Cristianesimo? E dei tanti che dalla religione si sentono solo sfiorati o che la percepiscono come realtà estranea o addirittura nemica rispetto alle loro esperienze di vita?

La teologia nuova

Per la teologia l'aggettivo "nuovo" può destare qualche sospetto. Come si può parlare di novità, quando tipico della Chiesa è la fedeltà a ciò che Gesù ha insegnato?

Eppure teologia nuova fu chiamata l'opera di alcuni autori francesi, quali Congar, De Lubac, Daniélou, Chenu, che, in modi diversi, intendevano da un lato ricuperare la freschezza e la ricchezza delle fonti, dall'altro accettare un confronto aperto e spregiudicato con i problemi posti dal mondo contemporaneo.

Il mistero del soprannaturale

Nel filone della teologia nuova De Lubac si impegna a fondo nella riflessione su questo termine, pur così familiare anche al cristiano comune. La sua ricerca fu accompagnata e seguita da quella di altri teologi, tra i quali va ricordato almeno il gesuita Karl Rahner.

Una visione superficiale del soprannaturale poteva infatti far pensare che si trattasse di una specie di aggiunta, messa "sopra" a un essere umano per sé già completo. Con un'idea del genere quale posto avrebbero potuto mantenere i gesti della vita quotidiana, quali il lavorare, il divertirsi, il prendersi cura dei bambini o dei malati? Dovevano considerarsi affidati alle sole capacità umane "naturali"? Sembrava di avvertire qualcosa di stridente in conseguenze simili, rispetto alla visione cristiana che parla di Dio come di un vivente che partecipa con dedizione appassionata alle vicende umane. A Dio la Bibbia attribuisce la commozione profonda di un padre, di una madre, di un innamorato: la sua cura per dei figli a cui ha voluto donare la sua stessa vita non conosce momenti di distacco o di allentamento.

De Lubac apre in proposito un duplice confronto. Intanto con la grande idea di Dio costruita dal pensiero greco, al quale Dio appariva come un essere eterno e perfetto: ma questo vivente eterno e perfetto solo nella rivelazione cristiana si abbassa fino a diventare uomo e a morire sulla croce. Di qui il mistero che anche l'uomo costituisce per se stesso: come è possibile che ciascun uomo sia degno che Dio gli parli e che l'agire di ciascun uomo non sia un vagare fino all'esito inesorabile della morte, ma abbia in sé la speranza della "partecipazione alla vista che il Figlio ha del Padre in seno alla Trinità?"

La forza della testimonianza cristiana sta nel rispondere a questa domanda con la fede in Gesù Cristo, presentato non solo come colui che ci rivela Dio, ma anche come il rivelatore del progetto di Dio di volere l'uomo come suo proprio familiare.

La Sacra Scrittura e la vita spirituale

Diversi studiosi avevano sviluppato (e continuano a sviluppare) un lavoro di grande merito rispetto alla Scrittura. Si trattava e si tratta di precisarne il testo e di collocarlo nella storia, studiandone le relazioni con l'ambiente dell'antico Israele, delle origini cristiane, delle interpretazioni successive.

Non certo in contrasto, ma a ulteriore arricchimento di queste ricerche, De Lubac sottolinea piuttosto come la Bibbia ci parli della dedizione amorosa con la quale Dio vuol dar forma alla vita dell'uomo. La Sacra Scrittura, sulla scia della lettura che ne venia fatta dai Padri antichi e medievali, quindi non solo va studiata, ma soprattutto va accolta, meditata e pregata come Parola che nella Chiesa diventa Grazia che trasforma la vita.

La Chiesa

Non va nascosto che alcuni ambienti ecclesiastici guardarono con diffidenza alla Teologia Nuova. Certe espressioni dell'Enciclica di Pio XII "Humani generis" (1950), che mettevano in guardia dagli abusi di una lettura spirituale della Sacra Scrittura e ribadivano la gratuità del dono del Soprannaturale, furono interpretate come un freno alla stessa opera di De Lubac. In realtà la serietà dei suoi studi si accompagnava con un profondo amore per la Chiesa, che si è espresso, fra l'altro, nella "Meditazione sulla Chiesa", pubblicata nel 1953. In essa appare la partecipazione appassionata e riverente per la fede che la Chiesa ha ricevuto e di cui è chiamata a essere testimone nella storia dell'umanità. Certo la storia di questa testimonianza ha presentato e presenta andamenti tortuosi e deviazioni. De Lubac insiste però, piuttosto sul fatto che essa vive del Corpo di Cristo, che le è offerto nella Parola di Dio e nel Sacramento.

E chi non è cristiano?

De Lubac, nella sua vita come nei suoi studi, si confrontò anche con fedi diverse da quella cristiana. Durante la guerra, nel momento quindi più grave addirittura per la sopravvivenza fisica dell'ebraismo europeo, dedicò un' opera agli stretti rapporti della Chiesa con Israele.

La resistenza gli consentì di conoscere personalmente dei comunisti e quindi di fare esperienza sia dell'ateismo con il quale soprattutto i loro leaders si opponevano a ogni religione, sia della passione che li animava nella ricerca di condizioni più degne per gli esseri umani.

Anche il profondo interesse che mostrò per il buddismo non fu solo di tipo culturale, ma si intrecciò con l'amicizia per persone e sacerdoti che erano andati a vivere in India o in Cina e vi avevano riconosciuto da un lato la profondità della compassione che il buddismo intende far sorgere per tutti gli esseri viventi, dall'altro la dimensione meditativa che affascinava chi era sconcertato dal turbinio dello stile di vita occidentale.

Il dialogo, dunque, come qualità specifica del cristianesimo moderno?

De Lubac non partecipò dell'entusiasmo forse troppo affrettato di alcuni teologi, al quale corrispose in altri — specie dopo il Concilio — un atteggiamento forse troppo impaurito che rischiava di diventare chiusura un po' risentita.

Eppure la Chiesa non può rinunciare a parlare con gli uomini e ad ascoltarne la voce. Da un lato per testimoniare con coraggio la propria fede in Cristo. Dall'altro per mostrarne con altrettanto coraggio l'apertura al riconoscimento di come le parole e i gesti, le sofferenze e le gioie di ogni essere umano di buon volere rechino in sé, sia pure misteriosamente, il segno dell'eterno, della dedizione con la quale Dio ama tutti, per l'amore con cui ama il suo stesso Figlio.

Hans Urs von Balthasar (1905-1988)

Nato a Lucerna in Svizzera, dopo la laurea entrò tra i Gesuiti e fu ordinato sacerdote nel 1936. Dal 1940 fu cappellano all'università di Basilea e nel 1948 preferì lasciare l'ordine dei Gesuiti, a cui tuttavia rimase sempre affezionato, per restare un semplice sacerdote diocesano. In una vita dedicata allo studio, fu particolarmente significativa l'amicizia con Adrienne von Speyr, una mistica con la quale fondò un istituto secolare.

Opere principali

Molte opere di Balthasar sono degli studi su autori antichi e moderni, su dei santi o addirittura su dei letterati. Sentì profondamente come maestro Henri de Lubac ed entrò in dialogo con il teologo protestante Karl Barth e con il gesuita Karl Rahner, con cui ebbe anche qualche polemica, che però non intaccò la reciproca stima ed amicizia.

Tra i libri tradotti in italiano vi è la serie imponente dei volumi di Gloria. Un 'estetica teologica, in tedesco pubblicati tra il 1961 e il 1975. Tra i saggi teologici ricordiamo Verbum caro; Sponsa Verbi; e Spiritus creator (editi in tedesco tra il 1960 e il 1967) e dei libri che egli considerava sotto l'aspetto di una Teodrammatica (dal 1973 in avanti). A questi si aggiungono testi a carattere più meditativo/spirituale e anche interventi sulle questioni di attualità più dibattute.

Alcune sue frasi

Da Chi è il cristiano? (1965)

La Chiesa, si dice, per apparire degna di fede deve anche essere all'altezza dei tempi. Seriamente inteso, ciò significherebbe che Cristo, quando compì la sua missione, che era uno scandalo e una stoltezza per i giudei e i pagani, e morì sulla croce, fu all'altezza dei tempi.

Per il cristiano è eresia ritenere che il Figlio di Dio non sia morto per tutti i peccatori. Non c'è uno che sulla croce gli sia stato più lontano dell'altro; ognuno gli era vicinissimo, fino allo scambio, fino all'identità; ognuno era il suo prossimo.

 

Da Cordula. Il caso serio (1966)

Moriamo soli. Mentre la vita, fin dal seno materno, è sempre comunione, tanto che un io umano isolato non può né nascere, né sussistere...la morte sospende per un momento senza tempo proprio la legge della comunione. Gli uomini possono accompagnare fino all'estrema soglia il

morente, che può anche sentirsi accompagnato, soprattutto se è la comunità dei santi ad accompagnarlo nella fede in Cristo; tuttavia valicherà la porta stretta solo ed isolato.

Il paradosso cristiano

Si rileggano gli ultimi due passi riportati. Nel primo si parla di un massimo di vicinanza (si usa addirittura il termine "identità"!). L'altro termina con i due aggettivi "solo e isolato".

Decisamente Balthasar non sembra un autore che cerca le vie di mezzo. D'altra parte non sta parlando di questo o quell'argomento secondario, ma proprio del "caso serio", per il quale il cristiano fonda la sua fede sulla croce. Cordula è, nella leggenda delle undicimila vergini che andavano incontro al martirio, colei che ha paura e perciò si nasconde. (Somiglia alla figura di Bianca, nei Dialoghi delle Carmelitane di Bernanos). La sua paura, tuttavia, dura soltanto una notte. Di fronte alle armi dei soldati ella non è semplicemente sola e indifesa. Dopo la vicenda del buon ladrone ella sa che le è anche offerta, nella morte di Cristo, l'inaudita possibilità di affermare la vita. Nell'uscire inerme dal nascondiglio per accettare il martirio, non consegna la sua vita al fallimento, ma piuttosto ne rivela la profondità e il significato.

Chi è il cristiano?

La vicenda leggendaria di Cordula è ricordata da Balthasar non senza l'intento di provocare una riflessione seria sul nocciolo duro dell'essere cristiano.

E' possibile infatti una descrizione di tipo statistico-sociologico, magari per cerchi che man mano si restringono: chi è battezzato; chi frequenta la chiesa qualche volta nella vita, o qualche volta all'anno, o tutte le settimane; chi vive più direttamente come laico, religioso o sacerdote la vita di comunità ecclesiali.

Ma bastano queste indicazioni? Il cristiano non deve piuttosto distinguersi per il suo impegno nella famiglia, nel lavoro, nella città? Non è così, per di più, che il cristiano riscoprirà il dialogo e la collaborazione con gli altri uomini? D'altra parte, con questa rincorsa a essere più moderni, non si rischia di lasciar sbiadire proprio l'appartenenza alla Chiesa, il valore dei Sacramenti, insomma la preghiera e la contemplazione?

Per tentare una risposta non superficiale a questi interrogativi Balthasar parla di un tenersi "Dio dietro le spalle", per chi pensa che in fondo tutto sia nelle mani dell'uomo. Con l'espressione "Dio davanti a noi" ci richiama, invece, la vicenda di Cristo. Cristo è Dio, e perciò ha potuto amarci in modo gratuito e con dedizione sconfinata; ma nel suo diventare uomo ha potuto essere "ubbidiente", cioè dire di sì non alla sua volontà, ma alla volontà esigente del Padre. La creatura non sa già in anticipo (con Dio dietro le spalle) in che cosa consiste l'amore e come si fa a trasformarlo in realtà pratica. E questo è un messaggio lieto anche per i tantissimi dei quali nel mondo non si tiene conto, perché su di loro non c'è nulla da raccontare di straordinario. Nel Battesimo ciascuno è chiamato per nome, nell'Eucaristia ci tocchiamo l'un l'altro come membri di un solo corpo e se non ci fosse la Confessione (uno dei Sacramenti meno in voga secondo il Cristianesimo delle statistiche) resteremmo come murati in noi stessi e non potremmo diventare da figli-fratelli perduti figli ritrovati. L'impegno radicale del cristiano, allora, non è primariamente l'agire, quanto il contemplare per ritrovare lo sguardo di un Dio che solo conosce ciascuno, ritiene ciascuno degno che gli si parli e che gli si riconosca la possibilità di dare nella sua vita il meglio di sé.

La contemplazione ci porta a riconoscere quanto il nostro sguardo possa essere superficiale, quanto sia grande il bisogno di affidarsi a Dio proprio per non lasciarsi travolgere dalla corrente del pregiudizio e ritrovare lo stupore per ciò che altrimenti passerebbe inosservato o addirittura verrebbe trascurato e disprezzato.

Si pensi, tra i tanti, a un episodio del vangelo che rovescia i criteri di giudizio: l'offerta più importante per il tempio è quella della vedova che dà due spiccioli (Mc. 12,41 ss.). Accettando di seguire Cristo, la Chiesa e quindi il cristiano (nessun laico oggi dovrebbe iniziare una critica con "La Chiesa dovrebbe..." senza coinvolgere anche se stesso!) si offrono inermi, ma insieme appassionati a testimoniare la speranza che nessuna esistenza sia inutile e senza cedere all'illusione che qualcosa conti solo quando il successo può essere registrato in cifre.

Il diario di Monika

La teologia di Balthasar trova una grande fonte di ispirazione nella vita concreta di persone che hanno effettivamente cercato in Dio il senso della loro esistenza: Teresa di Lisieux, Charles de Foucauld, Elisabetta della Trinità.

Ha cercato anche personaggi meno noti, quasi a tentare di mostrare come la contemplazione e la santità di vita siano precisamente la vocazione a cui Cristo chiama ogni essere umano.

 

Particolarmente originale è l'esperienza di Monika, una giovane ungherese, che ha cercato di vivere da benedettina con alcune compagne, dopo la repressione comunista del 1956. Le comunità monastiche erano illegali ed era stata trovata la soluzione di abbinare il normale lavoro con la preghiera e la vita in comune nello stesso appartamento. Si sommavano perciò in questa esperienza i problemi tipici della conduzione di una casa, il denaro, gli acquisti, le malattie, con l'attenzione ai ritmi delle feste liturgiche, della recita delle lodi divine, della meditazione e del silenzio.

A 23 anni, dopo l'arresto della sua superiora e del padre spirituale, Monika dovette dirigere la piccola comunità. Negli ultimi mesi del 1962 fu ricoverata in ospedale per una malattia che la porterà in breve alla morte.

Il suo diario fu pubblicato nel 1982 per l'interessamento di Balthasar.

Riportiamo qui una parte della sua ultima lettera.

"Se fantasticando infantilmente credessimo di percorrere una via crucis, o, peggio se cercassimo da soli di crearci questa via crucis, ci faremmo beffe della sofferenza non tanto del Signore Gesù, ma di chi soffre veramente... Vi ho già detto che durezza non significa non coprirsi d'inverno per poi tossire tutto l'anno, causando in tal modo dieci volte tante preoccupazioni. Ci vuole molta più durezza per esistere...Naturalmente questo significa anche che, se si è ammalati, si deve avere l'audacia di essere ammalati e saper accettare i servizi. Con gratitudine, ma bisogna saperli accettare".

(Nella stessa lettera parla di "una piccola cinciallegra dolcissima", che "mi fa ridere, è talmente carina").

Termina abbracciando tutte le compagne con grande affetto "Gesù bambino ed io". (Aveva con sé le ostie consacrate per la comunione quotidiana).

Si può, a questo punto, far proprio in modo più profondo il "Moriamo soli" con cui si è iniziato? Anche quando il declinare è meno rapido di quello di Monika e vede un disfacimento del corpo e della mente così incomprensibile perfino alla più disponibile delle solidarietà umane?

Gloria (l'esempio dello studio su Dante)

Balthasar è stato l'autore di un tentativo imponente di riproporre una riflessione su Dio, che ne sottolineasse come il suo mistero si rivela insieme come verità, come bontà e come bellezza.

Proprio quest'ultimo aspetto ha colpito i suoi lettori: addirittura Balthasar presentava la bellezza al primo posto, affermando che occorre partire dalla bellezza di Dio per soffermarsi sulla sua azione d'amore nei nostri confronti e pervenire a interrogativi e riflessioni logiche sulle modalità di questa azione.

Si tratta, naturalmente, della bellezza di cui ci parla la Rivelazione: della Gloria che si manifesta nell'estremo svuotamento del farsi uomo, che culmina con la crocifissione, per risplendere della luce della Pasqua. Una luce, nella nostra situazione, mai disgiunta dalla croce e dalla solitudine del sabato santo; ma una luce che ci attira verso l'alto nella vita stessa della Trinità e ci colloca verso il basso in una relazione con gli altri mai compiuta, individuale ma sempre ecclesiale, tesa ad attendere con tutta l'umanità il ritorno del Signore.

E' per questo che Balthasar si interessa ai mistici, ma anche ad alcuni grandi artisti, considerati capaci di aiutarci a sostare e ad avvertire così qualche riflesso dello splendore della bellezza di Dio.

Dante è uno di questi artisti.

Balthasar rileva come il suo viaggio verso Dio non è rinnegamento dell'esperienza, ma un portarla sempre oltre, fino a toccare ciò che Dio stesso afferma e ama. In questo cammino esistono la riflessione e l'impegno morale, ma anche il sorriso che attira e seduce.

Il viaggio della Commedia è perciò, insieme, salvezza dalla selva oscura della perdizione ed esperienza della condizione di cui il cristiano è testimone di fronte a ogni essere umano e cioè del fatto che l'amore che ciascuno prova per persone con un volto e un nome esaurisce la sua aspirazione solo nel lasciarsi attrarre e penetrare dalla luce abbagliante della Trinità divina (mentre diventa, all'opposto, condanna alla cecità e all'impotenza quando a questa luce si chiude).

Dal Paradiso, canto XIV leggiamo un passo che aiuta a capire la fede cristiana nella resurrezione della carne, come un dare bellezza e pienezza agli affetti che ciascuno già prova in questa vita.

"Come la carne gloriosa e santa

sia rivestita, la nostra persona

più grata sia per essere tutta quanta; (... )
né potrà tanta luce affaticarne:
ché li organi del corpo saran forti
a tutto ciò che potrà dilettarne."
Tanto mi parver subiti e accorti
E l'uno e l'altro coro a dicer "Amme!",
che ben mostrar disio di corpi morti:
forse non pur per lor, ma per le mamme,
per li padri e per li altri che fuor cari
anzi che fosser sempiterne fiamme."

Giuseppe Colombo

 

GIUSEPPE COLOMBO (1923-2005)

I suoi studi e il suo insegnamento sono avvenuti nei seminari milanesi. La ricerca teologica di don Pino si è così accompagnata strettamente all'attività di professore nella facoltà di Vengono. Un' esperienza fondamentale fu l'organizzazione, come collaboratore del preside mons. Carlo Colombo, della facoltà teologica dell'Italia settentrionale con sede nei chiostri di s. Simpliciano in piazza Paolo VI a Milano. In questa facoltà tenne a lungo la docenza di metodologia teologica. Dal 1985 al 1993 ne fu il preside.

Opere principali: La ragione teologica (1995);

La teologia italiana. Materiali e prospettive 1950-1993 (1995);

Del Soprannaturale (1996);

Teologia sacramentaria (1997).

Con altri autori: L'evidenza e la fede (1988).

Si tratta in gran parte della sistemazione in volume ed eventualmente del completamento

di una lunga serie di studi pubblicati nel corso dell'attività di insegnante e studioso.

Diverse sue opere sono scritte in collaborazione: questa scelta ne sottolinea il continuo dialogo anche critico con altri teologi, soprattutto milanesi. Ebbe, in particolare, una grande amicizia con Luigi Serenthà e Giovanni Moioli, due colleghi che la morte si prese mentre erano ancora nel pieno dell'attività.

Don Pino fu per Milano una figura eccezionale di maestro. Negli ultimi anni di vita scrisse anche dei piccoli libri di riflessione e di meditazione, aperti a un pubblico più vasto.

Alcune sue frasi

Da L'ordine cristiano (1993)

La creazione in Cristo di ogni uomo non è da intendere come una spinta che butta l'uomo nel vuoto senza rete, ma come un gesto amoroso — l'immagine, se non apparisse un po' sentimentale, è quella dell'abbraccio — di Gesù che crea l'uomo attirandolo a sé per ispirargli, la sua vita.

Fare la volontà del Padre implicava da un lato l'affidamento completo a Lui, come se la propria vita Gesù non la tenesse nella proprie mani, ma l'attendesse, istante per istante da Dio/il Padre e, dall'altro, l'apertura al prossimo, nel senso di non vivere per sé, ma per gli altri.

L'eucaristia è l'invito alla comunione di vita con Gesù Cristo...significa condividere la medesima sorte.

E' da ammirare la fede e il coraggio dei genitori che presentano al battesimo il loro bambino: lo candidano al "destino" di Gesù Cristo.

Gesù Cristo che prega non intende cambiare la volontà del Padre, ma farla propria.

Da Verso il tramonto (2004)

La fede può crescere e diventare sempre più posseduta. E lo diventa in dipendenza dalla relazione della persona che crede con Gesù Cristo...costituita dall'unione, donazione di Gesù Cristo, che è sempre data, e quindi è sempre totale e definitiva; e dalla risposta di chi crede, che non è mai totale e definitiva....

La fede si confonde e scorre silenziosamente con la vita vissuta (...) In conclusione, il principio della differenza tra i privilegiati e i normali è la fede.

 

L'intelligenza della fede

"Se non apparisse un po' sentimentale": vi è in questo inciso tutto il pudore e il rigore di don Pino.

Guardava con un certo fastidio alla sensazione, così diffusa nella mentalità comune, che la fede sia una sorta di sentimento misterioso, che apparterrebbe esclusivamente all'intimità personale e per il quale quindi non si sarebbe in grado di esibire delle ragioni secondo i criteri della comunicazione scientifica.

Di qui la riflessione sulle ragione teologica intesa a superare e cancellare la frattura introdotta all'origine dell'età moderna tra fede e conoscenza critica.

Il teologo è per lui anzitutto un credente, la cui specificità è però la dedizione professionale alla ricerca condotta con metodo scientifico.

In questo quadro la teologia intende porre la questione della verità messa frettolosamente tra parentesi da molta cultura contemporanea. Don Pino usa l'espressione "evidenza simbolica" per dire che la verità non va considerata solo nel suo aspetto di affermazione teorica, ma riconsegnata al confronto con la totalità dell'esperienza umana, senza consentire alla stessa esperienza né di sottrarsi al giudizio critico (come si fa quando si ritiene che il sentire e l'agire siano il frutto insindacabile della personalità e della libertà di ciascuno o il risultato inevitabile delle circostanze), né di smarrirsi nella pratica di singoli gesti, per i quali gli esseri umani non saprebbero scorgere un senso complessivo.

Gesù Cristo

La fede esprime allora l'umano non nella forma di qualcosa di diverso-alternativo in contrapposizione con la ragione, ma precisamente in quanto aperto alla rivelazione di Dio.

Il cristianesimo riconosce il centro della rivelazione nella figura storica di Gesù Cristo. Ne consegue che il sapere cristiano intorno a Dio trova il suo fondamento in Gesù Cristo. Si pensi a ciò che questo comporta a proposito dell'assoluta perfezione di Dio. L'essere perfettissimo in Gesù Cristo si apre alla relazione intensa con gli amici (i discepoli, la famiglia di Lazzaro a Betania, il gesto finale della lavanda dei piedi...); alla dedizione verso chi ha bisogno (i miracoli, la parabola del samaritano...); alla capacità di stupirsi di fronte agli umili (i bambini, l'obolo della vedova..); alla ricerca paziente dei peccatori (la parabola dei due figli, l' "oggi sarai con me in Paradiso" rivolto al buon ladrone); al perdono per i nemici.

Ma anche la realtà dell'uomo ci è rivelata da Gesù Cristo. "Vivere come Gesù" non è solo, né anzitutto un impegno morale. Quanto piuttosto la rivelazione della Grazia, cioè del dono fatto all'uomo della vocazione a vivere della vita di Dio. Proprio la vita di Grazia è dunque ciò che Dio ha voluto per l'uomo storico, che certo può percepire il senso di questa realtà solo nella forma di un'anticipazione, la cui ricchezza viene continuamente ravvivata dal dono del Sacramento, mentre è inevitabilmente esposta all'incertezza della risposta umana.

Don Pino a lungo ha alternato nel suo insegnamento il corso sulla Grazia e il corso sull'Eucaristia e il Battesimo. Ne vedeva la profonda pertinenza con la riflessione sulla realtà dell'essere uomini e donne, che vivono la loro esperienza nell'apertura a qualcosa di grande, capace di dare un valore assoluto alla pena e alla gioia, alla fatica e agli affetti che accompagnano la vita di ognuno.

 

La Chiesa

La centralità dell'Eucaristia già in sé rimanda alla Chiesa.

Qui si intende sottolineare come don Pino vedesse il compito del teologo come un ministero e quindi un servizio per la Chiesa tutta. Da un lato egli è stato intransigente nell'affidarsi a proposito degli studi teologici al criterio fondamentale della serietà scientifica. Dall'altro ha prospettato, pur nel riconoscimento delle difficoltà oggettive, un'apertura reciproca tra la teologia e la vita della chiesa o addirittura della società.

In questo senso va vista la volontà di riportare a Milano la sede principale della facoltà teologica, aprendone i corsi alle donne e ai laici. Tuttavia don Pino ha guardato con sospetto alla figura del teologo frequentatore troppo assiduo dei luoghi in cui si crede di poter formare l'opinione pubblica. La teologia richiedeva, nel suo modo di vedere, un impegno totale, che solo poteva garantire la qualità del servizio alla Chiesa e del confronto culturale.

Verso il tramonto

L'ultima, piccola opera di don Pino è dedicata agli ultrasessantenni, che non possono più illudersi a proposito di una vita tutta davanti: per forza di cose si guardano indietro o, meglio ancora, si guardano dentro.

In questo libretto sembra che anche il linguaggio così sorvegliato e rigoroso del "professore" si apra a una meditazione, che lascia trasparire le attese più profonde e più intime.

Vi si descrivono due generi di persone, i privilegiati e i normali, avvertendo però che si tratta di una distinzione legittima, perché il comportamento di chi crede è effettivamente diverso; ma solo presuntiva, perché non siamo noi i giudici della fede, ma solo Lui, Gesù Cristo.

La fede infatti "è una tale prossimità-intimità con Gesù Cristo, e quindi con Dio, che nessun uomo può pretendere, ma che a tutti è donata e solo dall'uomo può essere accresciuta, quando non è rifiutata".

Don Angelini, discepolo e amico di don Pino, nonché suo successore come preside della facoltà teologica, rileva che di questo si tratta: "Agli occhi dei privilegiati la morte, non rimossa, assume l'aspetto della luce sperata; della luce s'intende della resurrezione. Soltanto questa luce ha il potere di riscuotere dal torpore della normalità, che espone inevitabilmente la vita alla paura di perderla in ogni momento".

La fede cristiana – ma si ricordi che nessun uomo può avere la pretesa di possedere il giudizio sulla fede – si fa così testimonianza e mano tesa affinché non sia la paura, ma la speranza a costituire il nocciolo dell'esistenza umana, fino al suo tramonto.