STORIE FAMILIARI NELLA BIBBIA
Lettura popolare della Bibbia
Storie Familiari
Il cielo di Isacco tra benedizioni e angosce, affetti e astuzia
Un figlio atteso a lungo
La storia di Abramo è narrata sul filo di una tensione spasmodica. Da un lato, infatti, è ripetuta, con una scansione di cui si avverte tutta l’insistenza, la promessa di una discendenza numerosa "come la polvere della terra" (Gen 13,16). Dall’altro la realtà non offre nessuna riconferma alla promessa, al punto che Abramo appare indirizzato verso l’esaurirsi del suo casato e verso l’affidare quanto ha realizzato al servitore che fa da sovrintendente ai suoi beni.
Proprio allora la promessa viene invece confermata nella forma solenne del patto, con il segno degli animali divisi in mezzo ai quali passano il fumo e una fiaccola ardente (cfr. cap. 15). E tuttavia Sarai ancora non dà figli ad Abramo.
La tensione sembra avere un primo apparente scioglimento per iniziativa di Sara che, agendo secondo il diritto orientale, dà in moglie ad Abramo la sua schiava egiziana Agar.
In realtà le cose si complicano.
La padrona ha l’impressione di non contare più nulla di fronte alla serva che rimane incinta e pretende che Abramo scacci Agar. L’intervento del messaggero del Signore la fa però ritornare e la benedizione si estende a Ismaele, il figlio che nasce da lei.
Eppure la promessa non è realizzata in questa dimensione.
Il patto viene confermato nel segno della circoncisione, che coinvolge anche Ismaele, ormai tredicenne; ma la promessa viene ripetuta e accompagnata dal cambiamento dei nomi. Il figlio verrà al di là di ogni previsione umana. Quando tre esseri misteriosi in visita ad Abramo rinnovano la promessa, Sara (è il nome nuovo), che ha ascoltato di nascosto "rise dentro di sé e disse: Avvizzita come sono dovrei provare il piacere, mentre il mio signore è vecchio!" . La risposta ribadisce il carattere di dono del figlio, con una frase che sarà ripresa nel racconto evangelico dell’Annunciazione: "Perché Sara ha riso…? C’è forse qualche cosa di impossibile per il Signore?" (cfr. 18,12-14).
Ancora incomprensioni, preoccupazioni, interventi dall’alto
La nascita di Isacco porta nella famiglia una gioia intensa, ma breve. Quando Sara vede che il figlio dell’egiziana scherza con Isacco, pretende che Agar e Ismaele siano allontanati, questa volta definitivamente (Dio li proteggerà nel deserto e Ismaele avrà una moglie egiziana).
Ma anche per Isacco giunge una giornata di tensione drammatica: sembra che Dio intende riprendersi il suo dono, chiedendo ad Abramo il sacrificio del figlio. Non a caso questo capitolo (Gen 22) è uno di quelli che più hanno colpito i lettori della Bibbia, che vi hanno scorto la richiesta di un abbandono totale, di un affidarsi assoluto al Signore, in una fede che viene privata di qualsiasi sostegno.
La breve narrazione alterna scambi essenziali di poche parole ad azioni che si svolgono in un silenzio angoscioso. Nella prova, Dio chiama Abramo per nome e la risposta è quella tipica: "Eccomi". Nulla viene invece risposto alla richiesta, così tradotta nell’edizione CEI: "prendi tuo figlio, il tuo unico figlio che ami, Isacco… offrilo (più letteralmente: fallo salire) in olocausto su di un monte". Di fronte a una richiesta tanto sconvolgente rimangono solo i gesti: preparare l’asino e la legna, mettersi in viaggio con i servi e il figlio. Il terzo giorno, in vista del monte, anche i servi vengono fatti fermare e padre e figlio proseguono insieme. Sarà il ragazzo a rompere il silenzio della salita per la domanda più ovvia: c’è il fuoco, c’è la legna; ma dov’è l’agnello per l’olocausto? Nulla ci viene detto su ciò che Abramo avrà provato rispondendo: "Dio stesso provvederà". La conclusione è nota: Isacco viene legato sulla legna dell’altare, ma quando Abramo stende la mano con il coltello, l’angelo del Signore lo ferma e gli mostra un ariete impigliato in un cespuglio.
Il racconto è in realtà ricco di allusioni e riferimenti. Storicamente contiene un rifiuto deciso e totale dei sacrifici umani, per lo più di bambini, che si praticavano nei culti cananei e da cui eran tentati anche gli ebrei.
Da un punto di vista religioso viene sottolineato il carattere assoluto della fede, che appare staccata da garanzie palpabili: la bontà infinita di Dio viene confermata insieme con il suo essere altro rispetto alla pianificazione umana, che vorrebbe seguire quasi gradino per gradino l’attuarsi della promessa.
L’agire di Dio rimane, invece, un agire sovranamente libero e pur tuttavia vicino al bisogno profondo degli esseri umani e al loro desiderio di vita.
I primi cristiani hanno visto in Isacco e nell’obbedienza di Abramo una figura dell’obbedienza di fede con cui Gesù ha accolto la propria morte.
Il Nuovo testamento ha usato per Gesù lo stesso termine che la traduzione greca detta la LXX ha usato per Isacco:
Agaphts. Il termine è ripreso anche in Mt 12,18, che riferisce a Gesù il canto del servo di Isaia).Una sposa per Isacco
Nei racconti dei Patriarchi Isacco è decisamente meno attivo rispetto al padre Abramo e al figlio Giacobbe. Difficilmente regge la fila degli avvenimenti e sembra piuttosto adattarsi a vicende dove altri sono stati protagonisti.
E’ ormai adulto e si tratta del suo matrimonio, ma Abramo si affida al servo che sovrintendeva alla sua casa. Dalla Palestina lo invia in Mesopotamia alla ricerca di una moglie adatta, presa dal paese da cui lui stesso proveniva. Lo lega a sé con un giuramento sacro: il servo mette la mano sotto la coscia di Abramo, dove è la radice della vita, attestando così una fedeltà infrangibile verso le indicazioni ricevute.
Il nuovo racconto presenta un impasto tra motivi tipici e tradizionali, iniziative di singoli personaggi, dimensione religiosa. Il servo, partito con ben dieci cammelli, un numero che esalta l’aspetto di benessere della benedizione divina su Abramo, all’arrivo si ferma fuori città.
Attende di sera che le ragazze vengano al pozzo ad attingere, si affda al Signore con la preghiera, ma pensa anche di scegliere la ragazza che non solo accetterà di dargli da bere ma che anche si offrirà per il compito faticoso di abbeverare i cammelli.
E’ Rebecca che farà tutto questo. Il testo dice che si tratta di una ragazza giovane, bella, vergine. Il servo la osserva in silenzio mentre ella agisce e le pone poi un grosso anello d’oro al naso e due pesanti braccialetti sulle braccia.
Il dialogo assume il carattere tipico delle conversazioni tra un adulto rimasto lontano e una persona giovane del luogo. "Di chi sei figlia?... C’è posto per noi in casa di tuo padre?" sono le domande che subito istituiscono un collegamento con la famiglia di Rebecca. Si viene così a sapere che uno dei fratelli di Abramo, Nacor era suo nonno. Ne nasce la preghiera di ringraziamento che il servo fa al Signore, per la benevolenza che appare in queste notizie.
Di qui inizia una certa agitazione.
Rebecca corre a casa a raccontare tutto non al padre, ma al fratello Labano.
Questi, che ha ascoltato Rebecca, ha sentito dei molti cammelli e ha visto i gioielli preziosi, corre a sua volta, prevedendo l’ottima occasione, per invitare a casa l’uomo venuto da lontano. Fervono i preparativi: il foraggio per i cammelli, l’acqua per lavarsi per gli uomini, la cena. Ma il servo di Abramo non vuole mangiare prima di esporre la sua proposta, che presenta sotto una luce religiosa: il Dio del mio padrone Abramo mi ha guidato per la via giusta a prendere per suo figlio la figlia (in realtà nipote) del fratello. La risposta dei maschi della famiglia è apparentemente rassegnata: "Se la cosa viene dal Signore, noi non possiamo dire niente. Ecco Rebecca: prendila". In realtà la ricchezza dei doni, offerti anche per la madre, mostra che i familiari di Rebecca sono ben contenti della sistemazione trovata: si tratta ormai solo di decidere il quando.
Il fratello e la madre vorrebbero ancora trattenere Rebecca per una decina di giorni, ma il mattino successivo domandano a lei se vuol già subito partire. E lei risponde con una parola, una parola sola: "Andrò", che mostra tutta la trepidazione e il desiderio della giovane donna per una nuova famiglia.
Al ritorno i viaggiatori scorgono di lontano un uomo che passeggia in campagna sul far della sera. E’ Isacco che a sua volta scrutava l’orizzonte in attesa. Rebecca si copre col velo e dopo aver ascoltato il racconto del servo "Isacco introdusse Rebecca nella tenda che era stata di sua madre Sara; si prese in moglie Rebecca e l’amò. Isacco trovò conforto (ma si potrebbe anche tradurre: si consolò) dopo la morte della madre" La conclusione potrebbe sembrare un po’ aspra, ma sta ad indicare il prolungarsi della vita nei figli, che devono seguire, oggi si direbbe, il loro destino; o piuttosto, con linguaggio più biblico, la via che il Signore ha disegnato per loro.
Marito e moglie e una coppia di gemelli
La vita continua, ma ripresenta a volte gli stessi problemi. Si teme che anche Rebecca sia sterile e Isacco supplica il Signore per sua moglie. Ella rimane incinta e sente che i figli si urtano nel suo seno: sono due gemelli.
L’urtarsi, che anticipa la tensione che ci sarà tra i due fratelli, è completato dalla marcata diversità tra i due: il primo, Esaù, è massiccio e peloso; il secondo, Giacobbe, esce tenendo in mano il calcagno di Esaù. La nascita dei figli mette in evidenza anche una diversità tra genitori, perché Isacco preferisce Esaù che, abile nella caccia, gli porta prede gustose; mentre Rebecca predilige il più tranquillo Giacobbe.
E’ noto l’episodio in cui Esaù, giunto a casa stanco e affamato dopo una battuta di caccia, vende all’astuto Giacobbe la primogenitura per un piatto di minestra rossa di lenticchie (il colore allude a Edom: gli Idumei sono considerati dalla Bibbia discendenti di Esaù).
A questo punto, però, l’attenzione ritorna sui genitori in un episodio che riprende due racconti simili del ciclo di Abramo.
La carestia spinge Isacco ad andare con sua moglie presso il re filisteo Abimelech, ma dice che si tratta di sua sorella, perché temeva che qualcuno potesse ucciderlo per prendergli la moglie che era molto bella. E’ Abimelech che, dalla finestra, vede Isacco "scherzare" con la donna. Il verbo, che contiene anche un riferimento al nome Isacco, allude anche al gioco amoroso, così che Abimelech capisce che si tratta di marito e moglie e ordina che nessuno faccia loro del male.
Astuzia verso il vecchio Isacco
La vita di Isacco si svolge in un sereno benessere, salvo le abituali contese tra i pastori per i pozzi e l’amarezza procuratagli da Esaù che prende per mogli delle donne Ittite.
L’avanzare della vecchiaia lo rende però più fragile. Non ci vede quasi più ed è così attaccato ai piatti gustosi preparati con la cacciagione, che chiede a Esaù proprio di andare a caccia e di preparargli un buon piatto con la preda, per dargli poi la benedizione che l’avrebbe consacrato come erede della promessa.
Queste fragilità lo espongono all’intrigo astuto di Rebecca che ascolta e rapidamente prepara il prediletto Giacobbe, perché, si sostituisca al fratello e lo preceda "rubando" così con l’inganno la benedizione al padre.
Basterà preparare un capretto (per far meglio e più presto ci penserà la madre), far indossare a Giacobbe gli abiti di Esaù e, soprattutto, ricoprire con le pelli le braccia e la parte liscia del collo, così da farlo sentire peloso all’eventuale contatto con il padre.
Nel dialogo con il padre Giacobbe sfodera tutte le armi del figlio devoto: Padre mio… sono Esaù, il tuo primogenito… Ho fatto presto perché il Signore mi ha fatto capitare davanti la selvaggina. Isacco sembra perplesso: gli pare che la voce sia quella di Giacobbe (sarà stato anche un po’ sordo?), ma al tatto crede di riconoscere le braccia di Esaù. Dopo aver mangiato il capretto-selvaggina e bevuto il vino portato da Giacobbe, suo padre Isacco gli disse: "Avvicinati e baciami, figlio mio!" Gli si avvicinò e lo baciò. Isacco aspirò l’odore degli abiti di lui e lo benedisse (27,26-27)
Sono i particolari a rendere il testo gustoso e impressionante insieme: Giacobbe ha il coraggio (la faccia tosta? Tanto il padre non vede…) di mettere in mezzo il Signore; il vecchio Isacco si spinge a baciare il figlio e ad aspirarne l’odore!
Il rovesciamento di prospettiva all’arrivo del vero Esaù è così radicale: quando si rendono conto di ciò che è successo "Isacco fu colto da un tremito fortissimo" ed Esaù "scoppiò in alte amarissime grida". Tant’è: Isacco non ha più la benedizione del primogenito per Esaù e gli dice che servirà il fratello, ma che poi ne scuoterà il giogo dal collo.
E’ facile prevedere il sorgere di un odio profondo, al punto che Esaù progetta di uccidere il fratello. E’ ancora Rebecca che lo viene a sapere, a togliere Giacobbe dai guai: lo manda al paese da cui era venuta, da Labano, in attesa che le acque siano un po’ meno agitate.
Dalla famiglia di Isacco alla nostra famiglia
Nel leggere le storie dei patriarchi si resta subito colpiti dalla figura di Abramo. In lui si manifestano profondamente il dialogo e anche la tensione tra il dono di grazia della promessa divina e la risposta di fede del partner umano.
La lettura dei testi incentrata su Isacco aiuta a mettere in luce più chiara anche un altro aspetto. Il rapporto tra Dio e l’uomo accade nella vicenda propria della vita e non in un altrove vago e lontano.
Nella nostra lettura abbiamo cercato di assumere la prospettiva di Isacco. La Bibbia non ci dice quanti anni aveva, ma la domanda che rivolge al padre lascia l’impressione che si tratti di un ragazzetto attento e fiducioso. Ha osservato i preparativi e ha notato l’assenza della vittima; perciò ne chiede al papà, con la tranquilla certezza di chi sa che il proprio papà non potrà che far bene ogni cosa.
Per questo riprende l’andare insieme. Isacco sembra così sicuro: sarà perché no sa ciò che è stato chiesto a suo papà? E fin quando potrà durare questa sua fiducia inconsapevole?
Caravaggio ha dipinto due quadri con questo episodio. Nella versione conservata agli Uffizi Isacco ha la bocca aperta in un grido di terrore. In una versione precedente finita a Princeton (USA) il ragazzo è invece ancora sereno, pur di fronte al coltello del padre. Chissà: forse il racconto ci vuol anche dire che Dio è proprio un papà, che vuole solo il bene e che non dobbiamo aver paura di lasciarci prendere per mano… o forse ci vuol anche dire che questo papà prende talvolta fino alla gola. Fino a farci gridare?
I momenti forti della vita (le "prove") possono lasciare confusi, né le parole bastano, allora. Che Dio è un papà, così buono e forte da volere e potere per ciascuno una gioia addirittura infinita, può tuttavia trasparire sia pure in modo provvisorio e velato in tanti momenti della vita, in cui l’affetto, la fiducia, la condivisione possono essere alla portata anche di noi, persone "normali".
Lettura popolare della Bibbia
Storie Familiari
Suocera e nuora nel Libro di Rut
Cap. I
I dieci anni di permanenza in terra straniera sono caratterizzati da eventi lieti come il matrimonio dei due figli con due donne di Moab (Orpa e Rut), ma anche da gravissimi lutti: tutti gli uomini della famiglia muoiono, il marito prima che i figli si sposassero. Di conseguenza le tre donne restano sole, senza che le giovani nuore abbiano avuto bambini.
Cap. II
Cap. III
Cap. IV
Sansone: un matrimonio sfortunato, un’amante traditrice
I Filistei
La narrazione è imperniata sulla relazione e lo scontro di gruppi di Israeliti con i Filistei. Costoro facevano parte dei "Popoli del mare" ed erano giunti sulla costa orientale del Mediterraneo provenendo da ovest, nel periodo del crollo delle rocche micenee in Grecia. L’archeologia ci dice che conoscevano tecniche di lavorazione del ferro e che erano organizzati in città; erano perciò nella regione una popolazione avanzata, che mescolava aspetti della civiltà micenea, egizia e locale. Non a caso il territorio prese proprio da loro il nome di Palestina.
A poco a poco le loro caratteristiche si assimilarono a quelle di Fenici ed Ebrei e qualche secolo dopo il Mille la civiltà filistea non avrà più una propria specificità.
Nel racconto viene più volte richiamato un dominio filisteo su Israele; Sansone vi appare come l’eroe nel quale si identifica l’immaginario popolare di un ribaltamento della situazione.
L’annuncio della nascita di Sansone
Già la nascita di Sansone è presentata come evento straordinario. Viene annunciata a una donna, fino ad allora sterile, da un messaggero divino, che indica nel bambino che verrà alla luce colui che "comincerà a salvare Israele dall’oppressione dei Filistei". Si tratta dunque di un salvatore che Dio dona al suo popolo.
L’annuncio è però accompagnato dalla richiesta di un doppio impegno. La donna dovrà astenersi dal bere vino e bevande inebrianti e dal mangiare cibi impuri. Il bambino sarà "nazireo" per tutta la vita: egli dovrà cioè assoggettarsi alla stessa astinenza e non dovrà tagliarsi i capelli, in quanto consacrato al Signore secondo il voto descritto nel cap. 6 dei Numeri.
Tutto ciò è reso esplicito in una seconda annunciazione nella quale è coinvolto anche il padre, che cercherà di sapere qualcosa di più a proposito del messaggero; ma questi "si staccò dal suolo ascendendo". Si ha qui l’esempio di un contatto con il divino, che mantiene un aspetto misterioso che suscita timore. In proposito, tuttavia, la futura madre invita piuttosto alla fiducia: "Se il Signore ci avesse voluto far morire… non ci avrebbe fatto vedere quello che abbiamo visto e non ci avrebbe fatto udire quello che abbiamo udito".
La moglie straniera
Il cap. 14 ci mostra un Sansone già adulto e decisamente baldanzoso anche nei confronti dei genitori. Gli piace una donna filistea e la vuole sposare. Alla perplessità dei genitori risponde senza esitare: "E’ lei che mi piace". Si tratterebbe dunque di un matrimonio nel quale prevale la volontà del futuro sposo, che si sbarazza delle obiezioni dei genitori, legati a tradizioni e convenienze che sconsigliano l’unione con una straniera (Lettura: 14,1-3).
Per incontrare la fidanzata Sansone dovrà effettuare viaggi francamente avventurosi. La prima volta incontra un leone e lo squarta a mani nude, senza poi dir nulla a nessuno. La seconda volta ritrova la carcassa del leone con del miele: ne mangia e ne offre ai genitori, tacendo sulla sua provenienza.
Giunge il momento del banchetto nuziale e in esso Sansone propone un indovinello basato sul forte (il leone) e sul dolce (il miele), legandone la soluzione alla scommessa notevole di trenta tuniche e trenta bei vestiti: se entro sette giorni l’indovinello non sarà risolto dovranno pagare i Filistei, in caso contrario pagherà Sansone.
Appare allora la capacità di seduzione della moglie straniera: se non mi dici la soluzione è perché non mi ami abbastanza. Pianti e insistenza fanno cedere Sansone e la moglie corre subito a rivelare tutto alla sua gente.
Sansone diventa una furia: uccide trenta uomini e paga con i loro vestiti. Poi torna da suo padre, lasciando di botto la moglie che viene data in sposa "al compagno che gli aveva fatto da amico di nozze".
Dalila
La forza e la violenza di Sansone esplodono ancora. Rivorrebbe la moglie abbandonata e all’impossibilità di riaverla (il padre di questa suggerisce che la sorella minore è ancora più bella, ma Sansone non sente ragioni) lega trecento torce alla coda di altrettante volpi, per incendiare i campi dei Filistei (15,1-5).
Segue una catena di vendette: Filistei bruciano la donna e suo padre, Sansone fa nuove stragi e sono allora altri Ebrei, quelli di Giuda, a consegnare Sansone ai nemici, nella speranza che tutto si calmi. Questi lascia fare, perché poi spezza le corde che lo legano e massacra i Filistei con una mascella di asino. Anche quando sembra chiuso nella città di Gaza – vi si era recato per una prostituta – Sansone si libera scardinandone le porte.
Riesce a placarlo solo il nuovo amore per una donna: Dalila (16,4).
Ancora una volta, però, appare l’ambiguità della passione amorosa: Dalila vuol conoscere il segreto della forza immensa del suo amante, per rivelarlo ai Filistei. Non sono le sette corde di nervo a poterlo legare, né funi nuove, né le sette trecce della sua testa fissate come trama all’ordito di un telaio. Dalila, ingannata per tre volte, non si dà per vinta: "Come puoi dirmi: Ti amo…?" . E Sansone rivela il legame tra forza e capelli.(16,15-21).
La saga precipita verso la conclusione. Reso impotente, Sansone viene ridotto a buffone per il divertimento del popolo filisteo. Ma nella sua debolezza si affida a Dio che gli ridona la forza, grazie alla quale scuote le colonne del palazzo in cui si trovava e le fa crollare, morendo insieme con tutti coloro che vi si erano radunati.
Ci si può chiedere: che ci fa nella Bibbia una storia come quella di Sansone? E in che cosa è diversa, ad esempio da miti come quello di Ercole?
Le mogli di un re
La storia extra-biblica non ci dice molto di Davide, uno dei capi locali che intorno al Mille a.C. si erano inseriti nello spazio reso disponibile nell’area siro palestinese dall’allentamento della pressione degli imperi maggiori.
La tradizione biblica tuttavia, ne ha fatto il fondamento di una regalità ancorata alla dimensione religiosa. La stessa tradizione guarda con sospetto agli inizi della monarchia: perché mai Israele dovrebbe volere un re, quando il suo unico re è il Signore? Anche i re successivi verranno giudicati severamente con poche eccezioni, perché non si vedrà in loro quella fedeltà alla regalità assoluta di Dio, che la storiografia biblica ritiene essenziale per un regno che si inserisca effettivamente nel quadro di fondo del patto tra Dio e il suo popolo.
Davide sarà invece presentato come un re che in qualche modo prefigura i tempi ideali e che perciò può alimentare la speranza che essi si avvicinino. Questo non significa che Davide sia un re e un uomo perfetto. I suoi limiti e i suoi gravi peccati sono presentati apertamente. In lui, tuttavia, il narratore scorge un’apertura appassionata al rapporto con il Signore. La stabilità della casa di Davide, al di là delle debolezze e dei tradimenti suoi e dei suoi discendenti, sarà in effetti assicurata proprio dal Signore.
Mikal
Gli inizi di Davide si inseriscono nella critica sempre più aperta che il I Libro di Samuele sviluppa verso Saul. Davide appare come il giovane di umili origini che Samuele unge come re, anticipando così la caduta di Saul. Insieme egli è il ragazzo-campione che, solo, sa accettare e vincere la sfida del gigante nemico Golia. E’, infine, il musicista e cantore chiamato a rassicurare la vita del re.
La presenza di Davide a corte è accompagnata dall’amicizia con Gionata, il figlio di Saul, ma anche dall’ambiguità del re, che alterna incarichi prestigiosi e promesse a esplosioni irose di gelosia. In questo contesto Davide potrà sposare Mikal, la figlia minore del re. In realtà gli era stata promessa la figlia maggiore, ma Saul non era re che si sentiva impegnato per la parola data. E anche quanto a Mikal, visceralmente innamorata dell’eroe bello e coraggioso, sarà chiesta a Davide una tale dote: dovrà dimostrare di aver ucciso cento filistei -, che solo un giovane veramente ambizioso (e a sua volta innamorato?) poteva impegnarsi in un’impresa tanto rischiosa.
Di filistei Davide ne uccise duecento; ma l’essere diventato genero del re non lo metteva al sicuro.
Saul cercò addirittura di catturarlo nella casa di sua figlia per poi ucciderlo, ma fu Mikal a salvare il marito, al quale evidentemente si sentiva profondamente unita.
1 Sam 19,11-17 (lettura: il trucco dei terafim).
Accortezza e astuzia caratterizzano il comportamento di Mikal. Si tratta di sottrarre il marito a un re e padre ormai schiavo dell’ira e dell’invidia. Il suo potere tuttavia è ancora troppo grande e non va perciò affrontato direttamente. Ne va piuttosto svuotata la forza mandandone a vuoto i colpi.
Abigail
Nonostante l’amicizia con Gionata, Davide è costretto a darsi alla vita errante in zone montuose e poco abitate, furiosamente inseguito da Saul che, in realtà, proprio per la sua collera circa finisce per cadere più volte nelle trappole tese da Davide che, tuttavia, gli lascia sempre la vita.
In queste scorribande Davide ha bisogno di viveri per sé e per i compagni e manda perciò dei messi al ricco Nabal, che possedeva un gregge numeroso, a chiedere cibo a suo nome. "Chi è Davide e chi è il figlio di Jesse? Oggi sono troppi i servi che scappano dai loro padroni" è la risposta sprezzante di Nabal, il cui nome significa "infame", vuoto di saggio giudizio. Sarà Abigail, la moglie bella e intelligente di Nabal a inviare una gran quantità di viveri a Davide e a farsi anzi incontro a lui, per scongiurare la presumibile rappresaglia alla quale infatti Davide già si stava preparando.
Alla supplica di Abigail, che gli chiede di non far caso a quell’uomo che è Nabal, stolto come dice il suo nome, Davide risponde: "Ho ascoltato la tua voce e ho rasserenato il tuo volto".
Nabal aveva mangiato e bevuto quella sera, per la festa che si svolgeva in occasione della tosatura del gregge. Ma quando, il mattino dopo, Abigail gli racconta l’accaduto, alla lettera, lo prende un colpo: "Il cuore gli si tramortì nel petto ed egli rimase come pietra. Dieci giorni dopo il Signore colpì Nabal ed gli morì". E la vedova? Stando al racconto la sua precedente saggezza porta buoni frutti.
1 Sam 25,39-42
Mikal
Essere figlia di re comporta spesso l’essere assoggettata a ordini ineludibili. Saul aveva dato Mikal a un certo Palti, sciogliendo di fatto il suo legame con Davide. Questa situazione, che vede la donna trattata come se non avesse una propria volontà, si definirà nell’ambito degli scontri che avvengono dopo la morte in battaglia di Saul e di Gionata.
Uno dei segni del prevalere di Davide è infatti la richiesta impegnativa che egli fa a Is Baal, un figlio di Saul, perché Mikal gli sia restituita. Il secondo marito le voleva bene e la seguì "camminando e piangendo" (2 Sam 3,10), ma di fronte al potere non potè che lasciarla e tornarsene indietro.
La consacrazione ufficiale di Davide come nuovo re è solo questione di tempo e si accompagna all’eliminazione più o meno esplicitamente voluta dei possibili avversari.
Ritroviamo Mikal in occasione di un grande successo di Davide. Egli ha sconfitto i filistei e fa trasportare l’arca del Signore prima nella casa di Obed-Edom, poi a Gerusalemme, da poco conquistata.
L’ingresso nella cittadella si svolge tra canti e danze, a cui partecipa direttamente anche il re, mescolandosi alla festa di tutta la gente. Mikal non ritrova più l’affetto che l’aveva legata a Davide e lo disprezza: tra i due l’incomprensione è diventata ormai profonda.
2 Sam 6,16-23
L’ultima frase suona come una condanna: Mikal viene respinta come figlia di Saul e viene esclusa dalla discendenza di Davide, proprio da quella discendenza che, nel capitolo successivo, la profezia di Natan presenterà come "casa" costruita dal Signore.
Betsabea
Gli inizi di questa casa nascono in un peccato di Davide, che si ingrossa fino a diventare particolarmente odioso.
Durante una guerra Davide vide dalla terrazza una donna molto bella, che faceva il bagno. Era Betsabea e il marito Uria era lontano, soldato nell’esercito del re. Davide mandò a prendere Betsabea e si unì a lei, che poco dopo gli fa sapere: "Sono incinta". E’ qui che il comportamento di Davide rotola sempre più verso il basso. Dapprima fa tornare Uria in licenza, nella speranza che egli dorma con sua moglie, così che il figlio che nascerà possa essere attribuito a lui senza scandalo per il re.
Uria però è troppo compreso della sua posizione di combattente: come potrebbe dormire con la moglie, quando l’arca, Israele e Giuda abitano sotto le tende? Neppure facendolo banchettare fino a ubriacarlo Davide ottiene il suo scopo.
Ossessionato da ciò che vede come una minaccia, Davide progetta allora l’uccisione di Uria. Tutto dovrà avvenire senza lasciar tracce: a Uria si dovrà ordinare di andare all’attacco in prima fila sotto le mura di una città assediata, per poi far ritirare i suoi compagni, così che egli resti e muoia. Muoiono in tanti naturalmente, in un’azione così rischiosa, ma quando sa che tra i morti c’è Uria, Davide manda a dire al suo generale Ioab: "Non ti affligga questa cosa, perché la spada divora ora qua ora là" (2 Sam 11,25).
Insomma poco contano i morti, se il re può evitare una brutta figura!
Dopo i giorni del lutto Betsabea diventa moglie di Davide e partorisce, ma il peccato si manifesta in tutta la sua gravità nelle parole che il profeta Natan rivolge coraggiosamente al re. Allora Davide riconoscerà il male compiuto, ma il pentimento dovrà attraversare l’amarezza profonda della perdita del piccolo bambino.
2 Sam 12,1-7a (la parabola di Natan)
2 Sam 12,15-25 (la morte del bambino)
Salomone, il secondo figlio che Davide avrà da Betsabea, otterrà il regno. Si può ricordare che la genealogia di Gesù con cui inizia il vangelo di Matteo cita per nome Uria, indicando la madre di Salomone non con il suo nome proprio, ma come "quella che era stata la moglie di Uria" (Mt 1,6). Anche Gesù, quindi, viene inserito in una storia segnata dal peccato e dalla violenza.
Neppure Betsabea avrà una vita facile. La vecchiaia e la successione di Davide saranno segnate da vendette e ribellioni tra i suoi figli. Amnon, figlio di Davide, viene fatto assassinare da un altro figlio, Assalonne, perché ne aveva violentato la sorella. Assalonne tenta poi una rivolta generale, che sembra aver successo, ma i suoi seguaci vengono sconfitti da chi era rimasto fedele a Davide e Assalonne stesso viene ucciso nella fuga, nonostante il re avesse ordinato di risparmiarlo. Dopo altre violenze, la peste, presentata come punizione per il censimento ordinato da Davide, colpisce il popolo.
Betsabea riemerge dall’ombra quando Davide si sta ormai avvicinando alla fine. Adonia, fratello di Assalonne anche per parte di madre, si è proclamato re, che ne sarà dunque di Salomone? Non aveva Davide giurato che proprio a lui sarebbe toccato il trono? Di questo giuramento in realtà non c’è traccia nella storia precedente, ma Betsabea e Natan sanno tramare e procurarsi alleati, così che Davide ordini che si svolgano i riti dell’investitura regale di Salomone.
Ora è Adonia ad aver paura e alla morte di Davide supplica Betsabea perché Salomone gli consenta di avere in moglie la Sunammita, la giovane donna che aveva riscaldato, curato e servito il vecchio Davide.
Ma Salomone non può accordare questo alla madre, che pur aveva posto su un trono accanto al suo: sarebbe come riconoscere ad Adonia il diritto alla successione. Anche il regno di Salomone incomincia così nel sangue, perché egli si ritiene costretto a far uccidere il fratellastro.
Tre mogli diverse (o anche quattro): per quale famiglia?
Innamorata di Davide, Mikal si è unita a lui con tutto il lieto entusiasmo della sua giovinezza. Era diventata la moglie dell’eroe più popolare e coraggioso; nella freschezza del suo desiderio non c’era spazio per gli intrighi politici che si intessevano su di lei. Saul, infatti, già pensa di utilizzare la figlia come una trappola, preparandosi a spingere Davide a un eccesso di temerarietà - provare di aver ucciso cento nemici – che nei comporti la morte. Il testo afferma esplicitamente che Mikal amava il suo sposo e se ne ha la riprova quanto, nel momento del pericolo, ella si schiera decisamente a suo favore, per poi destreggiarsi con abilità al fine di evitare lo scontro diretto con il padre-re.
In Davide sembra forse in primo piano l’ambizione: diventare genero del re, di mostrare ancora una volta di essere il campione più valoroso del suo popolo.
Per Mikal usa quasi le stesse parole che già aveva usato per la sorella maggiore di lei: era per lui importante amarla o più che si trattasse di una figlia di re? Riprenderà Mikal al povero Palti, che un generale rimanderà sbrigativamente a casa: la ama o vuol mostrare che adesso è lui il re?
Qualcosa in ogni caso si è incrinato.
Nell’episodio della danza davanti all’arca Mikal userà il linguaggio tagliente di chi ormai vuol approfondire il distacco: "Bell’onore si è fatto oggi il re d’Israele a mostrarsi scoperto agli occhi delle serve dei suoi servi!". La risposta di Davide mostra certo un senso religioso e indica la convinzione che il re sia parte integrante proprio di quel popolo, verso il quale Mikal sembra tanto altezzosa. In essa, però, si sottolinea anche la frattura: "Il Signore ha scelto me invece di tuo padre e di tutta la sua casa". Come se Mikal venisse irrimediabilmente respinta verso quella casa di Saul, che ormai il Signore ha ripudiato.
La chiusura resta terribile e amara: Mikal non ebbe figli fino alla sua morte. Direttamente ci si riferisce qui alla sua sterilità; ma forse si può leggere in queste parole l’abbandono a una solitudine senza più affetti.
Abigail diventa la compagna di Davide in un momento in cui lui si aggira con i suoi seguaci da un luogo all’altro per sfuggire a Saul. Nel suo lungo discorso, reso concreto dalla ricchezza di doni che porta con sé, alterna la supplica (che sembra suggerita dalla paura per la forza di Davide che si può rovesciare anche contro di lei) a una valutazione positiva della battaglia di Davide contro Saul, vista come battaglia del Signore.
Sicuramente non aveva un buon rapporto con quel suo marito da nulla, a proposito del quale addirittura dice a Davide: siano come Nabal (cioè come mio marito!) i tuoi nemici (25,26).
Abigail è certo la donna saggia, che può spiegare che se i messaggeri di Davide avessero parlato con lei invece che con quella testa vuota di Nabal, tutto sarebbe andato per il meglio. Forse è anzitutto questo – avere una compagna affettuosa e un appoggio pratico – anche il bisogno espresso da Davide, che in modo tanto precipitoso la chiede in moglie.
Nella risposta altrettanto immediata ("ecco.. si preparò in fretta") si mostra l’energia di Abigail, chissà, forse perfino un deciso riappropriarsi della propria vita, da parte di una donna che si sentiva prosciugata dall’inadeguatezza del marito precedente.
Alla volontà di lasciarsi alle spalle un’esperienza fallimentare, si accompagna la speranza di poter essere finalmente se stessa, apprezzata dal nuovo uomo, che gode pienamente della sua stima.
Se poi in tutto ciò vi fosse anche una punta di calcolo, verrebbe comunque ampiamente annullata dalla fatica che si intuisce deve aver sopportato e dall’ansia e dalla sofferenza dei suoi ultimi giorni accanto a Nabal. Del resto seguire Davide comportava l’accettare il rischio della vita raminga e della guerriglia: Abigail sarà anche catturata dai nemici e poi liberata sa un colpo di mano di Davide.
Di Betsabea Davide si invaghisce con tutto l’impeto del colpo di fulmine, che travolge l’uomo maturo e di potere, lasciandolo in totale balia della passione.
La virulenza del suo desiderio è tale, che le decisioni si susseguono con rapidità assoluta. La relazione con questa nuova donna, tuttavia, risulta subito determinata dalla presenza del figlio. Dapprima una presenza ancora invisibile, racchiusa com’è nel ventre di Betsabea, e tuttavia già tale che il re non sente remore a uccidere.
Quando poi il bambino nasce, sulla sua malattia e sulla sua morte si sviluppa il pentimento sincero e severo di Davide. Infine vi è il secondo figlio, Salomone, per il quale Betsabea si espone direttamente di fronte al re invecchiato. (Si ricordino in proposito i numeri indicati dalla Bibbia e il loro simbolismo: Davide diviene re a 30 anni e regna per 40 anni, 7 a Hebron e 33 a Gerusalemme).
Il rapporto tra coniugi, nel caso di Betsabea, sembra lasciar rapidamente il posto al rapporto madre-figlio e non a caso ella appare alla fine come la regina-madre, posta sul trono a fianco del figlio Salomone divenuto re, e come tale ormai autonomo nelle sue decisioni anche rispetto alle richieste materne.
Il giovane re deve tanto alla madre, ma ormai sa di suo come governare.
Davide ebbe diverse altre mogli. L’elenco di 1 Cronache 3,1-9 ne nomina sette, con 19 figli e una sola figlia. Elenchi simili si trovano in 1Sam 3,2-5 e 5,13-15. In tutte queste liste vi è poi il riferimento a concubine non nominate.
Negli elenchi non compare mai Mikal, la moglie priva di figli e quindi cancellata dalla memoria.
Infine l’estrema vecchiaia del re riceverà le cure di una giovane delicata e premurosa: Abisag di Sunem, cioè la Sunammita. Una volta che sarà tolto di mezzo Adonia che la pretendeva in moglie, il libro dei Re lascia solo intuire la sua unione con Salomone. Sulammita è però chiamata la donna del Cantico e Salomone è colui che coglie "i frutti della sua vigna".
In loro il poemetto esalta un amore splendido e forte, come può esserlo l’amore con il quale un giovane e una ragazza si cercano e si vogliono così intensamente da vivere l’uno per l’altra.
Letture bibliche intorno alla "fede che fu prima in tua nonna… poi in tua madre… e ora… anche in te" (2Tim 1,5) sul tema della famiglia.