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24-09-09

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A DONNA NELLA LETTERATURA CRISTIANA

          CRISTIANESIMO E FEMMINILITÀ

          ricerca storica di Giancarlo Ballarini

PREFAZIONE

Se si pensa a dei "classici" del cristianesimo, subito ricorrono alla mente i nomi dei grandi maestri del passato: Ambrogio, Agostino, Benedetto tra la fine del mondo antico e il Medio Evo; Francesco d'Assisi o Tommaso d'Aquino tra i grandi protagonisti della civiltà urbana e dell'epoca delle prime università; fino agli energici santi dell'età moderna (Ignazio di Loyola, Vincenzo de' Paoli, ...) e ai Papi e ai teologi dell'ultimo secolo.

Un Cristianesimo al maschile? Nella giornata dedicata alla preghiera per la pace, il primo gennaio, Giovanni Paolo II ha voluto sottolineare proprio quest'anno il ruolo della donna, come creatrice di pace. In effetti, una lettura meno rapida della storia cristiana porta ad osservare quanto l'evolversi della Chiesa debba alle donne.

Ho pensato così di lasciare che sia la voce delle donne, delle grandi donne della storia cristiana, a guidarci ad una riflessione che ci apra a pensieri e azioni di pace. Si tratterà non tanto di parlare di donne, quanto di lasciare che loro stesse ci parlino guidandoci con la loro femminile esperienza di umanità.

Sommario della ricerca

  1. PERPETUA_E_FELICITA
  2. Egeria:_pellegrina_in_Terra_Santa
  3. ROSVITA,_MONACA_E_POETESSA
  4. ILDEGARDA_di_Bingen_(1098-1179)
  5. CATERINA_DA_SIENA_(13474380)
  6. Chiara d'Assisi

 

MAMME E MARTIRI: PERPETUA E FELICITA

santa perpetuaPerpetua era una giovane mamma di circa 22 anni, colta e di buona famiglia. Fu arrestata e imprigionata a Cartagine, molto probabilmente nel 203. Erano con lei alcuni compagni, con i quali si stava preparando al Battesimo: fra essi era la schiava Felicita, incinta di otto mesi.

Un autore anonimo (ma qualche studioso ha pensato al grande scrittore africano Tertulliano) ha lasciato un breve racconto del loro martirio, nel quale ha inserito il testo del diario che Perpetua e il catechista Satiro avevano tenuto nel corso della prigionia.

Nella parte di cui è autrice Perpetua appare evidente una duplice prospettiva.

Il rovesciamento delle età. Una giovane come Perpetua avrebbe dovuto ascoltare l'esperienza del padre, che la esortava ad abbandonare il Cristianesimo: vi erano i due fratelli, la mamma, la zia, il piccolo bambino, soprattutto, che aveva bisogno d'essere allattato. Con dolore Perpetua osserva quanto il vecchio padre sia inesperto di ciò che veramente conta: la libertà di essere e dirsi cristiani, senza la quale la vita non è più vita umana e diventa priva di senso.

La tenerezza. Perpetua non è una fanatica. Ha paura del dolore fisico, del carcere, del buio, del caldo soffocante. Soprattutto è angosciata per il latte da dare al bambino: quando può riavere suo figlio - avevano dato dei soldi alla guardia - di colpo si sente sollevata e il carcere stesso le pare diventato una dimora principesca. La schiava Felicita partorirà precocemente una bambina, mentre il piccolo di Perpetua riuscirà a svezzarsi: le due mamme potranno così affrontare il martirio più serenamente.

Perpetua racconta anche di "sogni-visioni": Dovrà salire una scala lottando contro un serpente, per raggiungere un pastore che in un giardino le offrirà formaggio; vede in sogno il fratello, morto a sette anni per un tumore, che può finalmente accostarsi alla vasca d'acqua per giocare (simbolo della Grazia: è una delle più antiche testimonianze della preghiera per i defunti); vede se stessa nell'arena, diventata atleta maschio e ben allenato, capace di lottare vittoriosamente contro il forte egiziano simbolo del demonio.

Le visioni di Satiro contengono riferimenti all'Eucarestia, alla pace tra fratelli, al riposo e al gioco (gli appaiono degli anziani che incitano i martiri a giocare!) che l'attende, perché il Signore è fedele alle sue promesse.

Il racconto del martirio, completato dal redattore, presenta il giorno della morte come giorno di vittoria, nel quale emerge la forza serena delle giovani donne: Perpetua deve guidare lei stessa l'incerta mano del gladiatore inesperto, che le doveva immergere il pugnale nel collo!

Oggi. Sembra duro per la mentalità comune accettare che il lasciarsi uccidere, specie se con famiglia e in giovane età, possa essere insegnamento di pace. Le testimonianze estreme (si ricordi che "martire" significa "testimone") costituiscono invece un significativo richiamo al senso quotidiano della vita.

Alcuni studiosi hanno accostato al Martirio di Perpetua e dei suoi compagni quello dei giovani tedeschi che si sono opposti al nazismo nel movimento detto della Rosa Bianca: pochissimi e isolati, ma sereni nell'affermare l'inconciliabilità tra il vivere da cristiani e l'ideologia di morte che si doveva loro imporre.

Senza enfasi, ma con disponibilità ad accogliere l'esperienza, d'impatto non facile con la mentalità corrente, si può ripensare a recenti modelli femminili proposti dalla Chiesa: da Maria Goretti, uccisa poco più che bambina in un contesto di violenza sulla donna; a Gianna Beretta Molla, la dottoressa di Magenta morta consapevolmente per dare la vita alla bambina che portava in grembo. Si può anche pensare alle donne più o meno note che hanno agito giorno per giorno fino al sacrificio di sé, per salvare e ridare dignità alla vita. Anche alla luce di questi esempi, si può osservare come Perpetua, che afferma: "Siamo giunti al martirio perché la nostra libertà non venisse incatenata", si presenti in realtà come innamorata della vita. Il suo desiderio di una vita degna è così grande, che la vita fisica da sola non basta a colmarlo, se questa deve essere separata da Cristo, il Martire, dalla cui morte venne la vita per l'umanità.

Egeria: pellegrina in Terra Santa

"Sono piuttosto curiosa", dice Egeria di se stessa. Così questa donna, vissuta probabilmente verso la fine del IV secolo, superò la "fragilità femminile", per affrontare un lungo viaggio dall'estremo Occidente (la Gallia meridionale o il nord della Spagna) alla Terra santa. Lì ella scrisse una sorta di diario da inviare alle "venerabili sorelle" rimaste in patria.

Nella prima parte si hanno i resoconti dei fitti viaggi che Egeria, già arrivata in Oriente, volle fare alla ricerca dei luoghi e degli avvenimenti biblici; nella seconda è contenuta la descrizione della liturgia di Gerusalemme, che appariva di eccezionale splendore alla pellegrina venuta da tanto lontano.

Instancabile camminatrice

I suoi viaggi erano resi possibili, nelle difficili condizioni dell'epoca, dalla rete di strade dell'Impero d'Oriente. Si inserivano nell'antica tradizione giudaica che andava alla ricerca dei luoghi dei grandi personaggi dell'Antico Testamento; in quella dei primi cristiani, che a loro volta amavano ritrovare i luoghi in cui aveva agito Gesù; nel desiderio che si andava creando, a volte non senza qualche abuso, di ritrovare le tombe dei martiri e dei profeti.

Egeria sembra non stancarsi mai: Gerulasemme e la Palestina sono l'area di riferimento, ma da lì ella parte per lunghi giri, che vanno dalla penisola del Sinai al fiume Eufrate e ai luoghi degli antichi patriarchi, o, nel senso opposto, fino a Efeso sulle tracce dell'evangelista Giovanni.

Tutto ciò non sarebbe stato possibile senza il supporto delle numerose comunità di monaci che vivevano in quei luoghi e che pure erano meta di pellegrinaggio. Con la fine dell'epoca delle persecuzioni, infatti, molti cristiani avvertirono il rischio di un troppo facile accomodamento tra il Cristianesimo ormai vittorioso e lo spirito del "mondo". La tradizione dei combattenti per la fede, propria dei martiri, fu allora assunta dai monaci, che, per altro, spesso vedevano tale combattimento come lotta interiore contro le proprie passioni.

Il pellegrinaggio interiore

In questo senso Egeria intende il proprio camminare. Nel Sinai, la cui descrizione occupa una parte notevole del testo rimastoci, ella ripercorre i passi del popolo ebraico che andava dall'Egitto alla Terra promessa.

In ogni luogo di sosta viene letto il testo biblico che parla di ciò che è accaduto (il roveto ardente, il vitello d'oro, la manna...) e alla lettura si fanno seguire la preghiera e la celebrazione dell'Eucaristia.

Si comprende bene, così, il senso del viaggio. La pellegrina ha l'atteggiamento di stupore di chi riscopre le opere mirabili di Dio come qualcosa che dal passato ricade sull'oggi. Non solo il viaggio, ma tutta la vita diventa così figura dell'Esodo: per Egeria, come per ogni cristiano, la vita va compresa come un cammino, che ci porta ad abbandonare le false sicurezze per lasciarci guidare dalla mano potente di Dio verso il luogo che Lui ha preparato.

La liturgia come figura del Paradiso

Gerusalemme appare a Egeria come una prima caparra di queste promesse. Il testo ne descrive la liturgia piena di canti, di luci, di profumi, nelle grandi e preziose basiliche che ora sorgevano sui luoghi stessi del cammino di Gesù. Vengono descritti in particolare gli splendidi riti dell'Epifania, che in Oriente era la festa principale delle celebrazioni per la nascita di Gesù, che si chiudevano con la festa delle luci della Presentazione al Tempio (la nostra "Candelora"). Più simili alla liturgia occidentale erano i riti che dalla Quaresima culminavano nelle celebrazioni per la Pasqua, quando a Gerusalemme si ripercorrevano quasi ora per ora i passi stessi di Gesù, dall'Ultima Cena alla Resurrezione, fino al luogo dell'Ascensione e ai lunghi riti della Pentecoste (anche Egeria dichiara alla fine che ci si stanca moltissimo...).

L'ospitalità

La lunga fatica del camminare porta Egeria a far emergere il profondo senso di ospitalità proprio dei monaci, che offrivano l'alloggio e il cibo, facevano da guida, lasciavano come piccoli ricordi, detti "euologie", dei pani e qualche frutto. Egeria vi riscopre la bontà delle cose semplici: le sorgenti e la loro acqua, spesso definita "buonissima" (!); la freschezza riposante dei fiumi e dei giardini (vi è un richiamo al giardino dell'Eden); gli orti, i vigneti, i campi coltivati, rispetto ai luoghi aridi; il gusto di un frutto che "fa bene"; il buon sapore di certi pesci.

Egeria sottolinea più volte l'affabilità dei monaci, soprattutto di quelli del Sinai, che, anche se anziani, vengono incontro ai pellegrini e li accompagnano, affettuosamente disposti ad alleviare le fatiche dei viaggiatori.

Oggi

Il pellegrino è rimasto a lungo considerato figura di Cristo nell'apprezzamento delle Chiese Orientali (chissà se è ancora così?): chi ama la lettura può ritrovare questo tema nei romanzi dei grandi narratori russi.

Anche in Occidente, se pure ha perso la caratteristica di scoperta fisica dell'ignoto, il viaggio mantiene il suo fascino e si carica spesso di simboli. Altrettanto significativo è il rinnovarsi dei modi dell'ospitalità.

"Lavoratori ospiti", ad esempio, sono chiamati in Germania gli stranieri che vi si stabiliscono; "Ospiti" è il bel nome che alla Sacra Famiglia di Cesano Boscone si dà agli anziani e agli handicappati che vi sono accolti. Nelle forme moderne sembrano risuonare le antiche parole del Vangelo di Matteo, cap. 25: ero straniero, malato, carcerato...

ROSVITA, MONACA E POETESSA

La stabilità, nel senso di ancoraggio anche fisico al monastero, assume grande rilievo simbolico nel monachesimo di ispirazione benedettina.

Il vagare da un luogo all'altro viene visto come segno pericoloso di incertezza, come se al senso positivo del pellegrinaggio alla ricerca dell'incontro con Dio, si fosse sostituito l'errare senza meta da una cosa all'altra, in un movimento cieco che genera solo ansia.

Il monastero stabile e ancor più raccomandato per le donne, nella cultura dell'epoca inevitabilmente considerate più fragili ed esposte ai pericoli o, per altro verso, ritenute fonte di seduzione tentatrice. Tutto ciò ha contribuito a costruire il luogo comune per il quale la monaca è una donna che trascorre la propria esistenza tra le mura, lontana dalla vita "vera", fin quasi a smarrire il senso della propria stessa femminilità.

La realtà di molti monasteri medievali è certamente più articolata. A Gandersheim, ad esempio, una piccola località tedesca non lontana da Magdeburgo, si era costituita nel X secolo una comunità femminile che aveva significativi contatti con la corte imperiale e che sapeva dialogare con arcivescovi e principi e anche consigliarli e correggerli. Rosvita, monaca di questo monastero, era amante della musica e della letteratura e autrice di testi a lode delle vergini cristiane. In essi Rosvita rielabora antichi racconti, spesso del tutto fantasiosi, con lo scopo di suscitare ammirazione per le virtù cristiane delle protagoniste dei suoi drammi.

Caduta e ravvedimento di Maria, nipote dell'eremita Abramo è il lungo titolo di uno di essi. Vi si narra come ad Abramo, dalla lunga esperienza dei suoi anni, sembri facile predisporre un progetto per la vita della piccola nipote. La bambina, "giovane e insicura", va affidata alla saggia protezione degli eremiti: il nome che porta la destina chiaramente pensa Abramo - all'imitazione della Vergine Maria.

La vita, tuttavia, sembra giocare con la presunta saggezza degli uomini. Quando nel testo la scena si sposta di vent'anni, troviamo che Maria è diventata una bella prostituta dai molti amanti. Un falso monaco l'aveva convinta ad amarlo e la giovane, presa dal rimorso, ma sopraffatta dall'angoscia, era fuggita. Il vecchio Abramo si reca, travestito, alla locanda dove ora vive la donna (anche i vecchi vengono da lei, commenta il locandiere). Cenando con lo sconosciuto, Maria sente un profumo che le ricorda la castità perduta e la turba; ma l'oste subito la richiama all'allegria dello stare con l'amante. Soltanto nella camera Abramo si farà riconoscere e inviterà Maria ad abbandonare la paralizzante incapacità ad agire che la trattiene nel male: "l'amaro sapore dei nostri peccati non ha la forza di modificare la dolcezza della benevolenza divina". Nel brillare della stella del mattino, a cavallo perché l'asprezza del cammino non ferisca i suoi piedi delicati, Maria ritorna al servizio di Dio.

Si sentono gli echi della riflessione di Agostino sulla grazia: Dio, misteriosamente, è il vero e appassionato

amante, che non abbandona Maria, neppure quando lei stessa dispera di ritrovarlo.

E’ sorprendente, per altro, la ricchezza degli spunti offerti da questa lettura (ma oggi, a Gandersheim, questi testi vengono rappresentati in forma di teatro).

Il progetto umano, di chi prevede fin nei dettagli la vita futura della fanciulla, fallisce miseramente. Il nome, sottolinea argutamente Rosvita, era sì quello della Madre di Gesù, ma anche quello di grandi peccatrici: solo Dio ne conosce il misterioso significato. Ciò le permette di osservare come non basti la coscienziosa, ma passiva obbedienza. Dio sarà amato nella pienezza della libertà, in una pratica monastica che vedrà Maria protagonista "cosciente" della stessa obbedienza. Più specifica è la riflessione sul male: richiede allegria forzata, impedisce di sostare, imponendo un movimento in-capace di costruire relazioni umane, che per altro non porta in nessun luogo, ma piuttosto spinge a una chiusura che tende a trasformarsi in disperazione. Alla cella eremitica, luogo chiuso, ma liberante, si contrappone

la locanda, vera prigione, che rischia di rendere vano ogni sforzo di uscirne, se non ci si affida alle tracce (il "profumo") che Dio semina attraverso chi ci viene vicino. Molto femminile è l'inizio del cammino di salvezza presentato come un lasciarsi aiutare, circondato da termini che alludono alla te-nerezza affettuosa.

Rosvita non si sottrae al contesto culturale che vede nella donna un essere più fragile; ma questa fragilità viene da lei rovesciata in forza. In un altro testo, il Dulcizio, se ne ha un esempio particolarmente buffo e ironico. Dulcizio, governatore pagano, voleva approfittare delle giovani vergini con-dannate perché cristiane; ma quando di notte tenta di entrare nella loro prigione, posta vicino alle cucine, posseduto com'è dal diavolo, finisce per abbracciare e baciare dolcemente pentole e paioli: nero dentro è giusto che diventi nero anche di fuori! Il maschio prepotente, metafora del demonio, viene ridicolizzato da semplici fanciulle, che sanno di avere Dio al loro fianco.

ILDEGARDA di Bingen (1098-1179)

musica e visioni

ildegarda da bingenTra le opere di Ildegarda vi è un dialogo che lei stessa ha musicato. Vi si presenta lo scontro morale tra le virtù e ì vizi e la melodia segue puntualmente il testo, facendo quasi corrispondere le note alle singole sillabe. Solo nel finale Ildegarda si abbandona a un lungo elisma, con le note che si inseguono sulle vocali del verbo latino "porrigat" (porga, tenda): sull'immagine di Dio, il Padre che tende la mano alla preghiera dell'uomo, il dramma appare pacificato e il canto può sprigionare liberamente la propria gioia.

LA VISIONE DI DIO COME CONOSCENZA DEL SUO AMORE

Ildegarda non elabora un pensiero fondato solo sui ragionamenti. La sua conoscenza si nutre anche di visioni e viene anche narrata con l’aiuto continuo delle immagini. In una di queste visioni l'uomo è collocato al centro della vasta ruota dell'universo; ma quest'ultimo è rappresentato a sua volta come la dilatazione dell'amore che Dio manifesta per le sue creature nel farsi uomo del Figlio.

La carità appare così, anzitutto, come l'amore con cui lo Spirito di Dio avvolge teneramente il mondo, se ne prende cura con assiduità assoluta e insieme con delicatezza.

Alla luce di queste visioni-riflessioni viene rovesciata la comprensione umana della storia: la forza di chi vuole staccarsi da Dio si trasforma in peccato e dunque in forza di distruzione; mentre la debolezza "femminile", con ovvio riferimento alla vergine Maria, diventa lo strumento con il quale Dio porta di nuovo nella vicenda della creazione il trionfo della vita, secondo il suo progetto originario.

Di conseguenza la libertà propria degli esseri umani si realizza pienamente nella partecipazione all'amore divino e un esempio illuminante ne è costituito dal rapporto tra i sessi.

"L'uomo infatti - dice Ildegarda nel Libro delle opere divine è opera compiuta di Dio", ma è anche "operaio" di Dio. In un altro suo libro, Cause e cure, la creazione della donna è vista in un contesto di amore. Adamo, nel sonno, provò un grande amore: Dio creò la donna a immagine di questo amore e quando Adamo guardò Eva fu riempito dalla saggezza!

Non manca una nota attenta alla diversità psicologica: l'amore dell'uomo è ardente come il fuoco dei vulcani, ma può trasformarsi in fuoco di legna che si spegne facilmente; l'amore della donna è dolce come il calore del sole, che porta frutti e per questo nel bambino porta un frutto di dolcezza.

Il peccato ha mutato le caratteristiche di questo amore; ma affidandosi a Dio se ne ricostituisce l'armonia, per la quale l'uomo corre alla donna come verso acque fresche e la donna verso di lui come un'aia riscaldata.

L'ASCOLTO DEGLI ALTRI E IL CHINARSI VERSO DI LORO

Ildegarda era entrata in monastero quando era ancora una bambina, secondo le usanze dell'epoca, lontane dalla nostra mentalità.

Eppure ha saputo rivivere così a fondo lo spirito di ospitalità della tradizione benedettina, che è diventata un punto di riferimento per moltissime persone. Le visioni infatti, commenta il suo antico biografo Gilberto, le erano date "perché la Chiesa potesse leggerle".

Si manifesta così nella sua ricchezza il rapporto tra il misticismo dell'ambiente monastico e la vita concreta. Ildegarda è anzitutto disposta all'ascolto, sia a viva voce, sia nella fitta corrispondenza.

Molte persone si rivolgono a lei come a un medico vero e proprio: aveva in effetti accumulato grande esperienza sentendo tante vicende e conosceva le proprietà delle erbe e dei cibi, ovviamente secondo i metodi di allora. Le donne, in particolare, le chiedevano medicine e preghiere per le malattie, per i problemi della maternità e dell'allattamento, in ordine ai rapporti familiari. Ildegarda tendeva a chinarsi sui dolori per lenirli, ma anche a esortare e consigliare, un po' sulla scia di ciò che i catechismi chiameranno opere di misericordia corporali e spirituali. Anche i grandi, come il papa Eugenio III, l’imperatore Federico Barbarossa, san Bernardo, i prelati e i nobili ne ricercavano il consiglio, al punto che a Ildegarda - caso veramente eccezionale per una donna - venne data la facoltà di predicare. Era riconosciuta in lei la capacità di discernimento ("discretio"), quel dono dello Spirito che permette di riconoscere e ben utilizzare tutte le risorse disponibili e quindi di aver fiducia, perché si evita di disperderle in una instabilità tanto vicina allo scoraggiamento.

LA BELLEZZA

Immagini e colori accompagnano a tal punto le opere di Ildegarda che gli antichi codici che le riportano sono ricchissimi di splendide miniature, spesso di grande utilità per la comprensione dei testi.

Tra i colori Ildegarda esalta la "verdezza", pensata come la forza divina che origina e alimenta la vita nell'universo e nell'uomo.

Non ci sono documenti per confermare, come qualcuno ha ipotizzato, che Ildegarda stessa è stata pittrice di miniature.

Ci è invece giunta la sua produzione musicale. La musica aveva un'importanza veramente grande nella vita del suo convento. Quando, per un contrasto molto vivo con dei prelati della città di Magonza, le monache si scontrarono con l'autorità ecclesiastica (il Cristianesimo medievale rivela spesso delle contrapposizioni, talvolta molto decise, per questioni di piccola o anche di grande importanza), ne ricevettero la proibizione di cantare l'Ufficio divino. Nella sua replica Ildegarda afferma che il canto è "eco dell'armonia celeste" e chi ne disturba la bellezza fa il gioco del diavolo, che introduce la discordia nel cuore dell'uomo, ma anche nel cuore della Chiesa.

Si comprende così come dopo la sua morte, nella leggenda che ne raccoglieva il ricordo, si raccontasse di Ildegarda che tornava a passeggiare nel chiostro, cantando con voce dolcissima i suoi inni, specie l'inno alla Madonna, Madre di Dio e perciò madre di tutti.

QUALCHE CURIOSITÀ

– La musica di Ildegarda ha affascinato dei compositori rock: l'inno citato, che si rivolge a Maria usando le immagini dello scettro e del diadema, del fiore e dell'aurora, è stato inserito in un CD americano, pubblicizzato di recente anche in Italia. Il canto è eseguito da una soprano lirica e da una monaca benedettina: l'accompagnamento, che ne esalta gli echi suggestivi, è moderno e si avvale degli strumenti tipici delle rock-band: chitarre e tastiere elettroniche, fiati, percussioni.

I rimedi per le malattie nei libri di Ildegarda assomigliano a certe cure praticate dai nostri vecchi. Ad esempio, se un bambino nella culla ha irritazione fino a sanguinare, Ildegarda suggerisce di avvolgerlo in foglie fresche e in un panno di lino e di farlo sudare, così starà meglio... Spesso illustra anche le proprietà dei cibi e si fa perfino sorprendente consigliera in tema di sessualità: afferma, in proposito, che il carattere del bambino dipende da quanto amore l'uomo e la donna mettono nel rapporto, ma osserva anche, che il concepimento è favorito dalla luna crescente!.

CATERINA DA SIENA (13474380)

Caterina da Siena"Serva e schiava dei servi di Gesù Cristo": sono le parole con cui di frequente Caterina si presenta nelle sue lettere. Giovanni Getto ha notato la loro quasi identità con il titolo tradizionale che il Papa aggiungeva alla propria firma: servo dei servi di Dio. In questa formula egli vede come un segnale della convinzione profonda di Caterina di dover mettere totalmente a disposizione della Chiesa la sua personale esperienza-conoscenza del Divino, così che la stessa si trasformi in una missione di salvezza analoga a quella di Pietro.

La vicenda di Caterina, in effetti, è immersa nelle vicende della Chiesa. La sua epoca vedeva le gravi difficoltà della Cristianità, con il Papa incerto tra Roma ed Avignone e lo scisma di alcuni cardinali che avevano eletto un secondo Papa. Non parve strano che una giovane donna si rivolgesse a grandi e meno grandi della terra, riproponendo con forza assoluta il senso dell'essere Chiesa e della stessa vita di ogni uomo.

VERA E FALSA RIFORMA DELLA CHIESA

Il riferimento fondamentale è costituito dal "lume" della verità e la verità è che Dio ama l'uomo di amore infinito, così come è dimostrato dal sangue di Cristo.

Le immagini utilizzate sono cariche di dolcezza, quanto impressionanti per la mentalità odierna. Il sangue della Circoncisione viene presentato come l'anello che Cristo dà all'anima. Gesù "parvolo" appare a Caterina con la croce al collo: è la rossa croce del desiderio di manifestare la verità dell'amore di Dio, che sfocia nel versare il sangue.

Questo stesso desiderio deve diventare il desiderio della Chiesa. Di qui la preghiera di Caterina: "O Dio... Io non ho che dare altro se non quello che tu hai dato a me. Tolli (prendi) il cuore dunque e premilo sopra la faccia di questa Sposa". L'immagine ricorda l'episodio narrato da Raimondo da Capua, secondo il quale Cristo appare a Caterina e scambia il suo cuore con quello di lei.

Il sangue in questi testi non è immagine di morte, ma l'immagine della stessa vita divina nella quale ogni anima deve desiderare di annegarsi.

Che nella Chiesa vi siano fiori puzzolenti che devono trasformarsi in fiori profumati è ben chiaro a Caterina. Se, tuttavia, il tesoro della Chiesa è costituito dal sangue di Cristo, la riforma non può che consistere nell'imitazione di Cristo crocifisso.

Solo l'atto con il quale Dio stesso, divenuto uomo, versa il sangue appare condivisione piena, capace di rendere giustizia alla sofferenza.

La Chiesa diventa il giardino dai dolci frutti e in essa si realizza la pace, perché vi è piantato l'albero della Croce, così che i cristiani si mettano nella stessa disposizione del Crocifisso. Se mai Caterina aggiunge l'invito ad affrettarsi, perché il tempo dell'uomo è quanto "una punta d'aco (ago)

DALL'AMORE DI DIO ALL'AMORE DELL'UOMO

L'anima che vede l'amore smisurato di Dio si lascia prendere a sua volta

dal desiderio smisurato di amare. Salendo sulla Croce Cristo ha fatto un "torniello" (un torneo cavalleresco); così l'anima deve raggiungerlo, cominciando dai piedi per arrivare al costato e alla bocca. Sono le immagini ardite con le quali Caterina descrive i gradoni dell'amore.

E notevole osservare come Caterina presenti il salire sulla Croce anche come vera forma dell'amore per se stessi.

In molte lettere, infatti, ella distingue chi ama sé per sé, che è come una donna che partorisce figli morti, da chi ama sé per Dio. Il primo è dominato dalla paura; mentre l'altro non ha pena, perché la sua vita è alimentata da Cristo, come il bambino è nutrito dalla pappa nel latte.

Su questa ragione luminosa si fondano le indicazioni di Caterina a proposito delle virtù. Se guardando a sé l'uomo riconosce la propria finitezza, guardando all'amore di Dio ritrova il desiderio e la possibilità di immergersi nell'infinito.

Di qui una stabilità di fronte a successi e sofferenze, che è condizione del sollecito camminare verso gli altri. Coloro che sanno che solo il peccato è da odiare "sono tanto fermi e stabili... e non rallentano, ma fedelmente servono il prossimo loro".

La pazienza è il termine che meglio definisce il rapporto del cristiano con le vicende della vita: il cristiano che non si esalta per il successo, neppure si abbatte per le sventure, non perché ad esse indifferente, ma perché vive aderendo a Cristo. La pazienza è la virtù che sa attendere il manifestarsi dell'amore, anche quando si tratta di un cammino lento, intralciato da soste e ritorni, perché è certa di poter arrivare a riconoscere nell'altro la dimostrazione dell'amore di Dio!

Tra le indicazioni più specifiche vogliamo ricordare quelle che Caterina dà ai politici. A essi suggerisce un delicato equilibrio di giustizia e misericordia, da mantenersi sia con la gente più umile, sia con i poteri. La misericordia è anche consapevolezza dei limiti (penserà Dio al giudizio definitivo!) e assume carattere di ricerca del bene di tutti e non dell'interesse particolare.

ATTUALITÀ DI CATERINA

Proclamandola patrona d'Italia (Pio XII) e Dottore della Chiesa (Paolo VI) i Papi del Novecento hanno ritenuto di proporre in Caterina un modello particolarmente significativo.

Ci si può chiedere come risuona oggi il linguaggio di questa donna che chiamava "Padre dolcissimo" il Papa, ma anche lo esortava come fosse un figlio.

A uno dei suoi interlocutori, frate Tommaso, giunge a dire: "Con desiderio io desidero di vedervi, ma non senza me, sdraiato in su l'arbore della dolcissima e dilettissima Croce". Lo esorta a bagnarsi e inebriarsi nel sangue di Cristo "acciocché delle spine e triboli traiamo la rosa, pace e quiete".

Una strana volontà di soffrire?

Si può quanto meno riconoscere che certe finalità appaiono presenti (con altro senso?) anche nel linguaggio di oggi. Non è alla sicurezza e alla serenità ("pace e quiete") che mira l'attivismo odierno, perfino nei suoi aspetti più spregiudicati?

Si può se mai aggiungere che Caterina mostra una fiducia straordinaria nella possibilità che la scienza della Croce consenta di superare la paura: e si pensi a quanto la paura - paura del dolore, della sconfitta, paura dell'altro visto come rivale o nemico - continua a far parte anche del nostro linguaggio e a volte della nostra esperienza.

Mia signora: con questo titolo i trovatori medievali si rivolgevano alla donna amata, perché in lei si riflettevano in piena perfezione gli ideali ai quali l'amante intendeva conformare la propria vita. Con analogo linguaggio cavalleresco Francesco d'Assisi chiama mie signore Chiara e le donne che erano andate a vive-re con lei nella comunità di S. Damiano, constatando con gioia, ricorda Chiara stessa nel suo testamento, che "nonostante la debolezza e fragilità del corpo, non avevano indietreggiato davanti a nessuna penuria, povertà, fatica e tribolazione, né ignominia o disprezzo del mondo...".

La povertà, dunque, è la forma di vita che Chiara condivide con Francesco e che assorbe totalmente le loro esistenze.

Pellegrine e forestiere

Chiara considera, a sua volta, se stessa e le altre suore (sorelle) pianticella di Francesco: la sua regola riprende gli aspetti fondamentali della regola dei frati minori e li sviluppa secondo la propria sensibilità femminile.

Che l'uomo debba considerarsi sulla terra "pellegrino e forestiero" è un insegna-mento biblico, ripresentato nella Chiesa da una vasta tradizione. Nella seconda parte del Medio Evo, per altro, si ha uno sviluppo delle città tal-mente vigoroso che Francesco si ritiene spinto a dare una testimonianza più di-retta di questa verità: i suoi frati non si ritireranno in monasteri isolati, ma andranno a camminare effettivamente per le città, mantenendosi tuttavia stranieri al tumulto che rischia di mettere in primo piano i valori economici. Chiara riprende questa esperienza in modo originale. La sua decisione di lasciare la famiglia per costituire una comunità a s. Damiano si accompagna alla rinuncia all'eredità: ella, dunque, non porta nessuna dote al convento e nella sua regole darà una prescrizione analoga per chi vorrà entrare nella comunità. E appena il caso di notare come si trattasse di una scelta scandalosa per l'epoca - così come quella di Francesco -, perché senza la dote la donna perdeva ogni sicurezza, esponendosi veramente come "minore", sottoposta a tutti.

La sequela di Cristo povero e di sua Madre

La scelta della povertà da parte di Francesco e di Chiara risulta incomprensibile, o peggio rischia di essere oggetto di interpretazioni banali e fuorvianti, se non viene collocata nell'ambito della radicalità evangelica.

Modello di povertà è Cristo stesso, nella sua vita umana. Di essa si privilegiano i momenti estremi del Presepio e della Croce. Così, ad esempio, nella quarta lettera ad Agnese di Praga, Chiara invita la sua interlocutrice a guardare ogni giorno lo specchio che è Cristo, che vive nella povertà dal Presepio alla Croce: Agnese dovrà essere vergine povera, per abbracciare Cristo povero.

Il linguaggio di Chiara si fa di una tenerezza struggente: "Trascinami dietro a te... - afferma rivolgendosi a Cristo - finché tu non m'introduca nella cella del vi-no, finché la tua sinistra non sia sotto il mio capo e la tua destra non mi abbracci felicemente, e tu mi baci con il più felice bacio della tua bocca".

I mistici hanno spesso utilizzato il linguaggio del Cantico dei cantící. Chiara vi unisce il riferimento frequente alla Vergine Maria, che diventa modello delle sorelle povere, per il suo essere con il solo Cristo, che ella "ha portato nel grembo di adolescente".

La povertà diventa così assenza di impaccio. Ancora ad Agnese Chiara scrive che un lottatore "non può lottare vestito con uno nudo": la vita appare come lotta che deve poter essere condotta in piena libertà.

La carità come risultato dell'essere povere

È sorprendente la carica liberante che Chiara trova nel non avere nulla. Solo questa assenza di legami rende possibile la piena carità.

Nella regola di Chiara non vi é nessun disprezzo per le cose: esse sono piuttosto ricondotte al loro senso effettivo di essere al servizio di chi ne ha bisogno. Le sorelle non devono vergognarsi di non avere nulla, ma se qualcosa è a loro inviato dai parenti o da altri "l'abbadessa lo faccia dare". Il dono tuttavia non diventerà proprietà della sorella che lo riceve: se ne ha bisogno, ne potrà usare; "altrimenti ne faccia parte caritatevolmente con la sorella che ne ha bisogno".

Ne emerge una comunità la cui forma di vita è caratterizzata da un amore paragonabile solo a quello materno: "se la madre ama e nutre la, figlia carnale, con quanto maggiore amore deve la sorella amare e nutrire la sua sorella spirituale?" La comunità delle sorelle povere può allora farsi specchio per tutti: la vita del mondo intero può ritrovare il proprio senso in questo gruppo di donne, che ha ottenuto di poter vivere secondo il "privilegio "di non avere nessun privilegio, che non ha nessun possesso da difendere gelosamente e per ciò si può aprire a ognuno e a ogni cosa.

Ne è un bell'esempio ciò che la regola dice dell'abbadessa. Il suo compito è quel-lo di prevenire i bisogni, fino a essere l'ultimo rifugio di chi soffre, perché non prevalga mai la disperazione. Il comportamento poi delle sorelle deve essere tale da mutare in dolcezza ciò che per la madre abbadessa potrebbe essere mole-sto e amaro.

Altrettanto significativa è la delicata premura verso le sorelle malate o tribola-te: mentre queste devono serenamente manifestare le loro necessità, starà alle altre provvedervi, sia con le cose (calze di lana, coperte, guanciali o materassi, il cibo...), sia con la possibilità di scambiare "alcune buone parole".

Le clarisse nel mondo

La corrispondenza con Agnese sottolinea la diffusione della forma di vita proposta da Chiara. Agnese era figlia di re. L'arrivo in Boemia dei frati minori francescani la spinse a opere di carità e poi ad abbracciare gli stessi ideali di Chiara. Nel 1950 le undici clarisse della comunità di Boemia furono inviate in campi di lavoro o in fabbrica, per l'incapacità del regime comunista di comprendere il senso della loro vita in convento.

Nel 1989 erano rimaste in cinque: fu in quell'anno che Agnese di Praga fu proclamata santa da Giovanni Paolo II, papa tanto attento all'Europa dell'est. Ora le clarisse boeme sono di nuovo aumentate e hanno ricostituito la comunità. In tutto il mondo vi erano nel 1991 circa 20.000 clarisse, con monasteri in tutti e cinque i continenti. A Milano il loro convento sorge in piazza Piccoli martiri, sul luogo dove nel 1944 morirono 200 bambini di una scuola elementare colpita dalle bombe.

Povertà oggi

Ha senso parlarne, quando tutti cercano - giustamente, sembra - di star meglio? Vita e testi di Chiara come di Francesco propongono con decisione l'amore appassionato per il Cristo povero. Ne emerge il primato di Dio e di conseguenza il primato dell'uomo, specie di chi si trova nel bisogno. Le cose vengono riscoperte come dono e perciò come servizio.

Si ricordi l'elenco del Cantico delle Creature: sia lode al Signore per il sole e il cielo, l'acqua, l'aria, il fuoco, la terra con il cibo; mentre gli uomini vengono chiamati al perdono reciproco e alla pazienza nella tribolazione e la stessa morte diventa "sorella", perché solo il peccato allontana da Dio.

                                  Giancarlo Ballarini

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Ultimo aggiornamento: 24-09-09