cristianesimo femminile 2
|
|||||||||
24-09-09 |
|
|
A DONNA NELLA LETTERATURA CRISTIANA CRISTIANESIMO E FEMMINILITÀ ricerca storica di Giancarlo Ballarini
seconda parte Sommario della ricerca
Un Natale di Teresa di Lisieux L'attenzione su questo episodio è stata richiamata dal Cardinale Martini in uno dei suoi interventi alla "Cattedra dei non credenti". La piccola Teresa tornava dalla messa di mezzanotte. Era piena di gioia: aspettava la "sorpresa" nascosta nelle scarpe che, come tutti gli anni, il papà aveva messo vicino al camino. Si aspettava anche che tutti i familiari fossero contenti della sua stessa gioia. Sentì invece il papà, forse stanco, che diceva: "Per fortuna che è l'ultimo anno...". Salendo le scale per sistemarsi Teresa si sentì gli occhi pieni di lacrime; ma lei dice che Gesù le aveva cambiato il cuore. Così scese, prese le scarpe e ne estrasse con gioia i regali: anche papà rideva! Teresa di Lisieux presenta questo episodio come il momento del passaggio dall'infanzia all'età adulta. Il bambino si affida fiduciosamente; l'adulto si sente chiamato a non essere inerte, a dare senso lui stesso - per quanto sta in lui - alle esperienze dolorose. La "piccola" Teresa ritrova questa responsabilità in un avvenimento della vita quotidiana che si direbbe banale. In realtà sta vivendo in modo intenso la parola del Vangelo: "Se non diventerete come bambini...". L'affidarsi fiducioso dei bambini è da lei riconquistato nella libera decisione di una coscienza che si fa adulta. Il mistero di Natale di Edith Stein Edith Stein era di famiglia ebrea. Dedicatasi alla filosofia divenne l'allieva prediletta di Husserl. Si convertì al Cristianesimo in età adulta e dopo dodici anni di insegnamento entrò nel Carmelo di Colonia. Nel 1942, quando si trovava in un convento olandese dove era stata trasferita nel tentativo di sottrarla alle persecuzioni naziste, fu arrestata come ebrea dalla Gestapo e dopo pochi giorni fu uccisa con il gas ad Auschwitz. "Il mistero di Natale" è il titolo di una conferenza tenuta dalla Stein qualche anno dopo la conversione. Del Natale ella osserva il legame strettissimo con la Croce. Dio che si fa uomo assume su di sé la via della Croce, che passa per la sofferenza del Getsemani e arriva al Calvario. Il testo sottolinea come la Chiesa ricordi, nei giorni immediatamente successivi al Natale, il martirio di Stefano e dei bambini Innocenti (che di lì a poco si sarebbe drammaticamente rinnovato con lo sterminio di tanti ebrei, anche bambini). L'Incarnazione del Figlio di Dio rivela il senso della vita dell'uomo: il dolore e la morte di ogni uomo ne vengono riscattati. Ciò significa che la sofferenza e la morte non sono un "non senso", che si tratta solamente di allontanare il più possibile. Vi si è piuttosto di nuovo chiamati alla decisione di affidare la propria vita a Dio, effettivamente riconosciuto come il padre a cui ci si abbandona con la semplicità del bambino. Edith Stein, che prenderà il nome di Suor Teresa Benedetta della Croce, richiama qui il tema proposto da Teresa di Lisieux: l'infanzia spirituale consiste nel diventare insieme piccoli piccoli e grandissimi, perché in questo affidarsi si è strappati ai limiti personali, che dunque non fanno più paura, per essere innestati nella vita di Cristo. Teresa di Lisieux (1873-1897) è stata proclamata santa da Pio XI nel 1925; Edith Stein (1891-1942) è stata beatificata da Giovanni Paolo II nel 1987. Avila 1515-Alba (Spagna) 1582
In Europa si andava diffondendo la Riforma protestante e la Chiesa cattolica, che nel Concilio di Trento aveva definito le dottrine controverse e si era data un'organizzazione rigorosa, trovava nella Spagna una nazione fedele e soprattutto grandi figure di santi che ne sostenevano l'opera: si pensi, ad esempio, a S. Ignazio e ai suoi Gesuiti. Sarebbe, tuttavia, veramente riduttivo considerare questo periodo solo come il momento dell'opposizione controriformista. I santi, in particolare, continuano a essere i testimoni dell'indissolubilità e della inesauribilità del legame che Dio ha stabilito con l'uomo. L'UMANITÀ DI CRISTO RIVELATRICE DI DIO Teresa, lettrice nell'adolescenza di romanzi dei quali apprezzava il senso cavalleresco dell'onore, orienta rapidamente la propria vita a Dio, facendone una vita di preghiera. Era abituata nel pregare a rappresentarsi immagini della vita di Gesù; ma alcuni libri sembravano suggerire l'idea che questo fosse un modo infantile di accostarsi a Dio, che una mente ben formata avrebbe dovuto raggiungere staccandosi da ogni immagine corporea. Al contrario Teresa comprende che proprio l'umanità di Cristo è il luogo della rivelazione piena di Dio. Con particolare devozione si rivolge a un'immagine dell'Ecce homo (Cristo condannato da Pilato): la vicenda di Cristo rivela quanto Dio non sia un estraneo rispetto alla sofferenza del-l'uomo. In Gesù, anzi, Dio si rivela come un amico, che rovescia la logica delle corti, con l'ostacolo delle loro gerarchie che un poveretto non potrà mai superare. Con Dio si può "parlare liberamente", con una franchezza sconosciuta ai potenti della terra, maestri di dissimulazione. Il centro della mistica di Teresa è dunque - e non poteva essere altrimenti - lo stesso centro del Cristianesimo. Per i cristiani è davvero poco adeguata l'immagine di un Dio che controlla dall'alto: Dio si è unito all'uomo e ne condivide l'esperienza; così che, per converso, il senso delle esperienze umane non può essere compreso se non con riferimento a Dio. LA VOLONTÀ DI DIO È LA LIBERTÀ DELL'UOMO Il superamento dell'interesse per il proprio onore - così importante nella Spagna di allora, ma forse ancora oggi - avviene per Teresa in questa dimensione. L'onore va dato a Dio e l'esempio perfetto ne è la vita di Cristo. Il Cristo de-riso, come il piccolo bambino che nel-la Circoncisione versa le prime gocce di sangue, permette all'uomo di non accasciarsi sotto gli affanni e di non affidarsi alla sola stima che gli altri possono manifestargli. Nel linguaggio mistico di Teresa Dio diventa lo sposo dell'anima e il senso della vita si esplica nell'aderire total- mente alla volontà di questo amante appassionato. Si va ben oltre l'espressione, non rara tra i buoni cristiani, che invita a "rassegnarsi" alla volontà di Dio. Teresa usa l'immagine del bambino che succhia il latte affidandosi al seno della madre: non certo rassegnato, ma sicuro. Tra amore di Dio e amore per l'uomo, allora, non ci può essere contrasto. Amare l'uomo equivale a volere, attivamente, che la vita di ciascuno corri-sponda alla volontà di Dio! A questo proposito, per altro, Teresa suggerisce spesso un comportamento concreto fondato sulla discrezione. Parla di attenzione a chi soffre, ma anche dell'opportunità di evitare il tono lagnoso di chi si vuol far compatire da tutti. Invita a non far troppe smancerie (cose da donne, dice con certo piglio austero) e a farsi carico piuttosto dei lavori che gli altri ritengono fastidiosi; ma vuole anche che nelle feste si possa danzare e suonare il tamburello senza essere accusati di leggerezza (ci son già tanti fastidi nella vita...). Condizione dell'amore diventa la povertà: Teresa richiama esplicitamente S. Chiara d'Assisi, per proporre la fondazione di monasteri che non abbiano rendite, ma vivano di libere offerte. LE VISIONI L'estasi è un argomento di cui si è interessata, non sempre con metodi veramente rigorosi, anche la moderna psicologia. Alcune visioni di Teresa sono di grande dolcezza: Cristo le si depone tra le braccia, le prende le mani per stringerle al cuore, le mette al dito l'anello delle nozze mistiche, così che ella si sente ferita d'amore. Le visioni della Trinità hanno un forte contenuto teologico; mentre altre visioni (l'inferno come luogo di serpi, ad esempio) sono paurose come incubi. Si deve però ricordare che Teresa è sempre molto vigile rispetto alla verità di queste visioni. Le chiama "gioielli", il cui effetto deve manifestarsi nella conversione radicale di chi li riceve, perché questi diventi a sua volta forte occasione di bene per gli altri. Per questo si sottopone ad esame per verificare la piena conformità delle sue visioni all'insegnamento della Chiesa. Un suo biografo, del resto, afferma che queste furono le sue ultime parole prima di morire: "Sono figlia della Chiesa". Così, d'altro lato, per ben spiegare il senso della perfezione cristiana, ella indica le invocazioni del Padre nostro, ponendole al culmine del suo libro "Il cammino di perfezione". VITA DI PREGHIERA E VITA ATTIVA Non so quanta stima si abbia oggi della vita di preghiera e quindi, ad esempio, delle suore di clausura. Nel XVI secolo, al contrario, un padre domenicano vedeva in Teresa una donna troppo attiva nella fondazione di nuove comunità e la invitava piuttosto a restare chiusa nel suo convento "a filare la lana e a pregare"! D'altra parte sembra che nella nostra società così attiva alcuni vadano riscoprendo il senso del raccoglimento e della meditazione, magari sulla scia delle grandi tradizioni orientali. Si è visto come la testimonianza di Teresa si fondi sulla centralità di Cristo. Quanto poi all'agire pratico si può forse adattarvi l'esempio delle api (proposto nell'autobiografia per una situazione un poco diversa), a sottolineare la necessità del raccogliersi senza strepito per riconoscere quanto Dio ci è amico: se un'ape non entrasse mai nell'alveare, ma stesse sempre fuori a caccia, in che modo potrebbe stillare il miele?
LUISA de' MARILLAC (1591-1660)e Le figlie dellacarità
L'abito delle suore di S. Vincenzo de' Paoli è stato ricondotto a forma meno appariscente nel periodo del Concilio; è rimasto però, naturalmente, il nome che ne caratterizza la vocazione: Figlie della Carità. Si noti che il francese "Filles" può anche significare semplicemente "giovani donne": a loro Vincenzo indicava la carità come dimensione totale della vita. Vincenzo de' Paoli e Luisa de' Marillac Vincenzo de' Paoli - il "signor Vincenzo", come si diceva - fu uno dei grandi protagonisti della Francia del Seicento. Ai sacerdoti indicò la missione tra i contadini: le città gli sembravano fin troppo piene di religiosi più o meno impegnati e sistemati, mentre gli abitanti delle campagne vivevano abbandonati nella povertà e nell'ignoranza. Ai suoi missionari, inviati a predicare tra i più poveri di paese in paese e poi anche di città in città, apparvero tali situazioni di povertà, che ci si abituò a chiudere le missioni con la fondazione di una confraternita della carità. In pratica si trattava di riunire alcune Dame che si impegnassero ad aiutare i poveri. Luisa fu la donna a cui Vincenzo si rivolse perché le confraternite si mantenessero fedeli al loro compito. A questo scopo si venne elaborando un progetto più completo. Nel linguaggio di Vincenzo ci si proponeva di creare una associazione di vere serve dei poveri, che vivessero una profonda vocazione, ma senza chiudersi in convento: "avendo per monasteri le case dei malati... per cappelle, le chiese parrocchiali; per chiostri, le strade della città o le corsie d'ospedale...". La scelta era talmente innovativa che faticò a essere approvata dalle autorità. Si trattava di apprezzare nella donna, considerata da un diffuso senso comune essere fragile e incostante, la capacità di testimoniare la carità nelle situazioni più difficili. La carità come l'amore che è proprio di Dio La dimensione religiosa, per altro, non veniva in tal modo trascurata, ma rivissuta intensamente secondo una spiritualità specifica. Preghiera e servizio dei poveri erano, nel linguaggio di Vincenzo, un analogo restare con Dio, perché il povero è l'immagine di Dio. Gli scritti di Luisa inseriscono questa visione in un quadro teologico di grande rigore. Per il cristiano, infatti, il modello di vita è l'agire stesso di Dio e Dio, ricorda Luisa, non è come i principi della terra che si chiudono nei loro palazzi; ma si è abbassato fino ad assumere totalmente la realtà umana e ad avere familiarità con noi, che pure gli siamo tanto infedeli. L'amore di Dio si rivela dunque nel farsi uomo del Figlio e questo grande abbassamento è splendente di gloria. Luisa, fatto eccezionale per l'epoca, era stata autorizzata a leggere la Bibbia per intero: nelle sue parole si ascolta l'eco della lettera ai Filippesi (Gesù Cristo essendo Dio, spogliò se stesso assumendo la condizione di servo...; per questo Dio l'ha esaltato...). Con delicatezza tutta femminile Luisa richiama l'attenzione sulla vita nascosta di Gesù nel grembo di Maria; addirittura sui piccoli movimenti del Bambino ancora non nato, che istituisce con essi un legame particolare con la Madre. Né queste osservazioni si possono ridurre a un eccesso di sentimento: alle sorelle che la invitavano al presepio ricorda che quell'anno il presepio era stato fatto ai piedi del Crocifisso e che questo rappresentava meglio Betlemme di quanto non si fosse fatto negli anni passati: l'esaltazione di Cristo avviene nel cammino della Croce. Luisa aveva un affetto particolare per la Pentecoste: era uscita da un periodo molto difficile in occasione di quella festa. Nella tradizione ebraica, diceva, questa festa rievocava il dono della legge a Mosè sul Sinai; su di essa si innesta la Pentecoste cristiana, che è all'origine della legge dell'amore, che Dio dà all'uomo con la capacità di praticarla. L'abbassarsi di Cristo fino alla Croce si identifica così con la carità. Il divenire serve dei poveri è dunque imitazione di Cristo e, in particolare, del suo suo totale abbandono alla volontà del Padre. Le Figlie della Carità, dice Luisa con linguaggio curioso ed esigente, non hanno stabilito insieme il patto di non trovar mai nulla da ridire sulla volontà di Dio? La carità nell'essere serve dei poveri Molte tra le prime Figlie della Carità venivano dalla campagna e sapevano bene che cosa significava essere "serve". L'imitazione di Cristo le porta semplicemente a rovesciare il servizio, rivolgendolo non più ai ricchi, ma ai poveri. Questi assumono il volto articolato - e troppo spesso dimenticato dai libri di storia - della società dell'epoca. Nelle campagne i poveri vengono assistiti a domicilio, portando nelle loro case la minestra e ì gestì fondamentali dell'assistenza (i poveri sono facilmente un po' più sporchi e un po' più malati...), insieme con l'apertura di una prospettiva di senso per la loro situazione. Si noti che non si tratta di intendere l'assistenza come premessa strumentale al catechismo, ma di fare in modo che lo stesso povero si riconosca nella sua dignità di immagine di Cristo! In ogni caso la sorella non deve essere petulante, ma convertire anzitutto se stessa, riconoscendo che Cristo è venuto a lei povera e peccatrice! L'iniziativa delle Figlie della Carità portò alla diffusione di scuola e catechismo per le bambine fu un esempio straordinario di scuola di massa, fondamentale per l'alfabetizzazione del popolo francese... I galeotti, i feriti nelle guerre, i malati dell'ospedale richiesero grandifatiche. Si può intuire, ad esempio, la difficoltà anche psicologica di certi ambienti, così che si richiedeva alle sorelle non solo una preparazione "professionale" (secondo gli usi di allora, che puntavano molto sui salassi...), ma anche del carattere, che doveva trovare equilibrio tra fermezza e dolcezza. Questo atteggiamento portò anche a significative intuizioni. Quando a Parigi si volle costruire un grande ospedale per assistere i mendicanti, ma forse anche per rinchiuderli, soprattutto Luisa si pose dal punto di vista dei poveri, osservando che le cose andavano fatte "con" loro, nella condivisione e non con la costrizione. I bambini abbandonati costituirono un problema talmente drammatico, che Luisa temette di dover rinunciare. Vi erano le resistenze di un moralismo che li considerava figli del peccato e lasciava che mendicanti aggressivi li storpiassero per mandarli a elemosinare. Vi erano le obiettive difficoltà economiche provocate dalle guerre di metà secolo. Alle dame che dicevano di non poter trovare altri fondi, Vincenzo rispose semplicemente: "Se li abbandonate, moriranno". Il bisogno del bambino costituiva la misura della carità e l'opera poté continuare.Luisa e le Figlie della Carità Santa Luisa fu mamma e nonna. Nata da un nobile e da una madre rimasta sconosciuta, nel 1613 si sposò ed ebbe un figlio. Rimasta vedova nel 1625, si dedicò totalmente ai poveri ,sotto la guida di S. Vincenzo e fu la prima superiora delle Figlie della Carità. Non riuscì a coinvolgere il figlio nei suoi ideali. A lui e alla nuora, che erano venuti a trovarla con la loro bambina, disse prima di morire: "Vivete da buoni cristiani". Gli inizi delle Figlie della Carità sono così raccontati da Luisa: "Alcune buone campagnole vennero a Parigi e qui furono impiegate a portarla minestra ai poveri nelle marmitte e le medicine ai malati... Così si formò la Compagnia, senza cambiar nulla nella vita e neppure negli abiti, della semplicità e della rustichezza della campagna". In queste frasi non si deve leggere né esclusione (alcune erano anche di condizione elevata), né improvvisazione. Luisa sa che c'è bisogno di preparazione e verifica: osserva ad esempio, in modo un po' duro, che qualche ragazza di campagna potrebbe voler entrare nella Compagnia solo per venire a Parigi! In Luisa, come in Vincenzo, si ha piuttosto una riscoperta: l'imitazione di Cristo in dedizione totale non è legata a nessun ceto e le ragazze e le donne del ceto a lungo trascurato dei contadini ne possono dare piena testimonianza. Spigolature La formazione di Luisa deve molto a Francesco di Sales, fondatore delle suore della Visitazione, alle quali anche Vincenzo era molto legato. Nel rinunciare alla clausura Luisa non rinuncia a una tensione interiore che collochi la vita sua e delle Figlie della Carità nell'orizzonte di una presenza di Dio continuamente ricercata. Il brodo dei malati deve essere reso gustoso. Le sorelle hanno una cucina a parte, perché non necessitano di tanti riguardi... Le comunità delle sorelle devono testimoniare la carità anzitutto tra loro. La prontezza nel rimettersi in cammino, in una ricerca attiva dei poveri, senza attaccarsi a nessun luogo, sarà segno dell'affidarsi all'azione dello Spirito, che sola può portarci a superare il carattere altrimenti tutto terrestre del nostro agire. (Lovere, 1807-1833)E LE SUORE DI MARIA BAMBINA
Ne emergono riflessioni di insospettata ricchezza. La Carità, infatti, è anzitutto l'amore di Dio che è il primo "ad abbracciare, baciare, stringere al seno" chi a lui ricorre. Si tratta di una meditazione sulla parabola del Figliol prodigo, nella quale Bartolomea riconosce se stessa come colei che può ritrovare, in una condivisione profonda con tutti gli uomini, il cammino che la riporta verso il Padre. Gesù Cristo amore del Padre La realizzazione perfetta della volontà di amore della Trinità appare nella concretezza della vicenda umana di Cristo. E significativo come Bartolomea sappia contemplare nella stessa meditazione da un lato l'immensità e l'incomprensibilità di Dio, che non può dunque essere costretto dentro i pensieri umani perché "non è nessuna di queste cose"; dall'altro il suo abbassarsi a "conversare con gli uomini", nei quali è veramente "Sposo, Padre e Amico". Il modo di amare che è proprio di Dio non può essere stabilito dai nostri progetti, ma va riconosciuto nella vita di Cristo. " Consummatum est", il "tutto è compiuto" che Cristo pronuncia sulla Croce diventa per Bartolomea il segno che l'amore di Dio si è compiuto e insieme il senso che l'uomo deve ritrovare nella propria vita: Dio, poi, "sa come andrà"...Bartolomea si sofferma sul Natale: "Io sono pungente paglia, ma il bambino vi entrerà come fuoco"; e soprattutto sulla Passione. Si ritrova a meditare sul tedio e la tristezza di Gesù, che tuttavia non fugge, anzi corre incontro ai suoi nemici; è colpita dal silenzio di Gesù nei processi davanti al Sinedrio e a Pilato; dal suo diventare favola e buffone per i soldati ed Erode; dall'essere mostrato al popolo ("Ecce Homo"), senza che uno solo si confessi "del suo partito". Dio conduce Gesù al Calvario come luogo d'amore e quindi di somma carità verso tutti gli uomini: Gesù in croce ci perdona, ci dona a Maria come figli, ponendoci in una fraternità con lui, che fa riscoprire che il senso dell'uomo non è nulla di meno che questa vocazione: "Dio mi farà godere di Lui, trasformandomi in se stesso". Si ritrova il linguaggio ardito dei Padri della Chiesa: Dio si è fatto uomo perché l'uomo potesse diventare Dio!Le meditazioni di Bartolomea, in effetti, si completano con la Risurrezione e il Paradiso. Questo è da lei visto come il luogo della pienezza filiale e fraterna, dove tutte le anime accolgono con il benvenuto. Ella avverte, per altro, quanto questo Paradiso sia sì un oltre, ma anche una realtà che già si può in qualche modo intuire, vivendo da ora l'unione con Gesù e la fraternità con gli altri.Devozioni e mortificazioni Le meditazioni erano legate agli Esercizi spirituali che Bartolomea faceva seguendo il metodo di S. Ignazio. In esse intendeva imparare il Cristianesimo, secondo quella forma di sapienza che diventa proposito pratico. Nello stilare i suoi metodi di vita - siamo nell'Ottocento - Bartolomea unisce devozioni e gesti minuziosi. La devozione al Sacro Cuore, anzitutto: gettarsi tra le braccia di Gesù è riscoprire quanto il suo Cuore è aperto ad accogliere tutte le creature. Ma anche a s. Luigi, così disponibile a lasciarsi condurre dal vessillo di Cristo (Bartolomea parla della scelta tra i due vessilli, di Cristo e di Lucifero...) e perciò capace di dedicarsi agli altri, fino a morire giovanissimo mentre assisteva i malati di peste. La ricerca di mortificazioni suona piuttosto fastidiosa alla mentalità contemporanea, fin troppo attenta al benessere del corpo. Si può per altro riflettere su quanto la dedizione agli altri - questa, almeno a parole, ancor oggi apprezzata - non possa limitarsi a slanci isolati, ma vada pazientemente costruita, per farla diventare un "abito", una virtù, come si diceva nella teologia e nella filosofia classica. Le viscere di carità stanno nell'eleggere Cristo senza irrisolutezze e quindi nella disponibilità totale per gli altri, così da far loro sperimentare in pratica l'essere amati, ma anche da suggerire la possibilità che essi stessi hanno di amare. In questo senso la misericordia inizia dal bisogno immediato del corpo, ma diventa testimonianza dell'andare oltre: ragazze analfabete, poveri, malati...: questa umanità è chiamata a essere divinizzata. Le virtù quotidiane Bartolomea, dopo gli studi nell'educandato delle Clarisse, ha vissuto quasi sempre in famiglia. Le piacevano, dice, i begli oggetti in casa, esser lodata per i libri che aveva (nei giochi, da piccola, amava far la maestra), sentirsi di una famiglia un po' distinta (suo padre era commerciante, anche se passava un po' troppo tempo all'osteria...). Quasi di conseguenza si trova spesso nei suoi propositi l'impegno alla lotta contro l'orgoglio, perché solo nell'umiltà ella riconosce la base per l'edificio delle virtù. La carità la imparerà all'interno della famiglia: fare i mestieri di casa, non rispondere con asprezza alla mamma, che sentiva il carico della fatica quotidiana (aveva avuto otto figli e solo Bartolomea e una sorella diventeranno adulte...). A Lovere, dove era nata, organizzò in collaborazione con i sacerdoti una scuola per le ragazze e il carico di questo impegno finì presto su di lei. Aveva 17 anni e dopo un anno di esperienza scriveva: "La ripugnanza che provo a far scuola non la manifesterò a nessuno". Eppure nella sua vita la scuola ebbe grandissima parte. Nell'imparare e nel capire - ma anche nel giocare, con intuizione originale per allora - le ragazze diventavano donne e cristiane adulte. Venne poi l'ospedale, strutturato con i mezzi della "sciura" Gerosa, la donna di famiglia ricca, che divenne in seguito sua compagna di vita. A chi affidarne l'organizzazione, se non alla maestrina così brava? Non meraviglia che Bartolomea sentisse a volte malinconia: qualcuno si sarà accorto di quanto si chiedeva a una ragazza, certo di grande spiritualità e coraggio, ma pur sempre di vent'anni? La aiutavano la "compagnia" delle amiche e i sacerdoti. Il legame con il confessore don Bosio, in particolare, le permetteva di sentirsi profondamente unita alla Chiesa, in una ubbidienza che non frenava, ma sosteneva il suo slancio. Ciò consentì a Bartolomea di andare oltre: scuola e assistenza ai poveri richiedevano un impegno totale. Pensò così di fondare un nuovo istituto religioso, che vide prender forma, con le regole delle suore di s. Vincenzo, solo nel 1832, pochi mesi prima di morire. S. Vincenza Gerosa e le suore di Maria Bambina Quando Bartolomea morì di tisi, tutto faceva pensare che l'esperienza si sarebbe conclusa: la Gerosa, che l'aveva seguita nel conventino del nuovo istituto, aveva con sé solo un'altra suora. Tuttavia il sostegno di don Bosio la convinse a continuare e le ragazze disposte a impegnarsi totalmente arrivarono a cominciare da qualche amica della "compagnia" della Capitanio. Un momento importante si ebbe quando le suore di Lovere furono chiamate a Milano dal card. Gaysruck, prima al "Ciceri", poi alla "Ca' Granda", fra il 1843 e il 1845. A Cesano arrivarono nel 1894, per la scuola materna e la parrocchia. Mons. Pogliani le volle poi alla S. Famiglia, dove opera dal 1903 una delle loro comunità più significative. Nelle sue costituzioni Bartolomea Capitanio aveva indicato questi compiti: l'educazione delle ragazze, specie di quelle pericolanti; l'assistenza ai poveri, ai malati, ai vecchi; l'aiuto alle parrocchie. L'istituto "tutto fondato sulla carità" avrebbe però mantenuto una forte vita contemplativa: "Figlie del Redentore" era il nome che Bartolomea avrebbe voluto per le sue suore, a indicare che si trattava di prolungare nelle esperienze più difficili della vita quotidiana la redenzione di Cristo. Spigolature Le suore della S. Famiglia impegnate tra i malati più gravi sanno bene che cosa sono le piaghe da decubito. Anche Bartolomea e Vincenza lo sapevano: dopo averle curate tante volte su altri, le provarono sul loro corpo, prima di morire. Il nome con il quale la Chiesa riconobbe l'istituto è quello di Suore di carità. Nell'Ottocento, per altro, si era diffusa la devozione a Maria Bambina e una sua statuetta, nella caratteristica fasciatura di bimba appena nata, fu particolarmente venerata dalle suore che operavano a Milano, anche perché le si attribuirono dei prodigi. Le suore cominciarono così a essere chiamate "di Maria Bambina". Si riscopre in questa vicenda quella disponibilità a farsi piccoli, in adesione profonda al volere di Dio e della Chiesa, che aveva caratterizzato lo spirito delle fondatrici. Oltre che in Italia, l'istituto ha oggi una significativa diffusione in India, in Birmania, in Argentina e nel Brasile; ma alcune comunità operano anche in Africa e in altri paesi. L'attenzione è rivolta alle povertà estreme del terzo mondo e alle nuove povertà dei paesi industrializzati: si pensi, ad esempio, ai malati terminali e a chi vive in situazioni di forte emarginazione. Ancora una volta le suore si trovano di fronte compiti oscuri e impegnativi. Va visto anche in questa luce l'invito del Papa a riconoscere e apprezzare la presenza femminile nella vita della Chiesa e della società intera.
(1859-1917) UNA VITA CON GLI EMIGRATI
Così un giornale locale presentava le suore italiane, da poco giunte a New York: la diversità del colore della pelle (fa un po' impressione l'aggettivo "dark" - scuro - riferito a italiani!), i problemi con la lingua, il coraggio nell'affrontare ambienti impraticabili, la simpatia che sapevano suscitare. La vicenda di Francesca Cabrini ci riporta alla grande emigrazione di un secolo fa verso l'America e può essere di aiuto a capire qualcosa di più della situazione che ora si vive in Italia, di-venuta a sua volta un paese in cui al-tre persone "dalla carnagione scura" cercano una possibilità per una vita più degna. I viaggi Madre Cabrini aveva fondato la comunità delle Missionarie del S. Cuore di Gesù e desiderava ardentemente di andare in missione, magari in Cina o in India, sulle orme di s. Francesco Saverio, il gesuita del XVI secolo di cui aveva preso il nome. Fu il papa stesso, Leone XIII, a dare personalmente a madre Cabrini l'indicazione decisiva: "Non a Oriente, ma verso Occidente...". Dopo il primo viaggio che la portò a New York madre Cabrini prese la nave più volte per attraversare l'Atlantico e altri viaggi fece nelle due Americhe, talvolta avventurosi, come nel caso di una traversata delle Ande. La lunghezza di questi viaggi consentì la stesura di ampie lettere, nelle quali si rivela una personalità vigorosa e delicata insieme. Vi traspare intanto la capacità di meravigliarsi per gli spettacoli della natura. Dopo le tragicomiche vicende del mal di mare può così ammirare "cose bellissime: delfini, uccelli di ogni genere, pesci bianchi... la fosforescenza della sera...". Una natura che presenta anche aspetti assai me-no attraenti, che invitano a muoversi con cautela: la mula che la portava sulle Ande le faceva paura perché si avvicinava troppo ai precipizi (madre Cabrini con sensazioni da don Abbondio? In realtà sa usare una serena autoironia, lei che non aveva mai cavalcato...). Viva e a volte preoccupata è però soprattutto l'attenzione alle persone. Alle suore riferisce l'opinione raccolta nei viaggi: "Dove vanno queste Missionarie a trafficare mentre gli Italiani oggi sono peggiori degli altri, sprezzatori della Religione e senza fede?". Nel Colorado ci sono cave dove "mentre le Compagnie ammassano milioni, la maggior parte dei minatori va lavorando a grande stento". E le suore saranno con loro, "calate nella miniera in un secchio"! Racconta dello sfruttamento dei lavoratori italiani, ai quali "sono riservati i lavori più pesanti". Descrive la vita di alcuni gruppi di Indiani e in particolare le difficoltà delle donne "destina-te a lavorare, mentre l'uomo fuma quietamente l'oppio di cui si inebria" (ma altrove aveva notato l'esclusione degli Indiani dal "progresso"). Incontra i neri, che ritiene desiderosi di avere delle suore anche per loro. Sono le minoranze più deboli della complessa società americana, che per altro madre Cabrini sa affrontare lottando energicamente, anche sul pia-no economico, per acquistare terreni e fondare opere. L'esperienza delle Missionarie del S. Cuore diventa uno stare insieme con gli emigrati, soprattutto italiani, poi anche di altre nazionalità, per ritrova-re con loro condizioni di vita degna. Ciò comporterà per le suore la fondazione di scuole e ospedali, ma anche l'annuncio della fede e l'insegnamento del catechismo, perché degna è la vita non costretta a chiudersi nei limi-ti del solo umano. Il volo Don Giuseppe De Luca, uno dei più attenti studiosi della letteratura religiosa italiana, ha osservato quanto è frequente negli scritti della Cabrini il tema delle ali e del volo. In un mondo tutto preso dalle "velocità meccani-che" ella sente "la velocità di Dio". "Io corro la terra e salpo i mari con la rapidità permessa dalla scienza, che provvede ogni giorno più lesti vapori; ma, credetelo, son voli di corpi pesanti, voli limitati troppo e tarpati rispetto alla rapidità con la quale lavora il Cuore SS. di Gesù". Il rapporto strettissimo che si scorge nella sua vita tra il riflettere e l'attua-re trova qui il suo fondamento: non si tratta dunque di frenesia delle opere, ma del lasciarsi attrarre da Dio "fin dove arriva l'aquila". La metafora assume in questo senso l'ulteriore caratteristica del tendere verso l'alto. Così si è posti al riparo dalle turbolenze e dalle intemperie che coinvolgono solo chi rimane attaccato alla terra, afferma con evidente allusione allo slancio nel balzare oltre i tanti fastidi che inevitabilmente la vita quotidiana procura. A una suora che le chiede il permesso di lamentarsi madre Cabrini risponderà che è meglio apprezzare ciò che meraviglia! Ne emergono riflessioni che chiariscono il rapporto con gli emigrati. "La Religiosa non conosce patria", perché nessun luogo della terra può essere la sua patria; ma proprio per questo può avere un animo grande, nel quale tutto il mondo trova facilmente posto! Come i pesci In effetti solo l'esperienza di un profondo contatto con Dio dà il senso pieno a queste affermazioni. I viaggi per mare suggeriscono la metafora dei pesci. "Questi nostri fratellini ci danno belle lezioni, perché dopo aver lavorato con calore e allegramente... dobbiamo tuffarci in Dio". Il Sacro Cuore di Gesù è presentato da un lato come il rifugio, che consente di non fare nulla con ansia, perché con lui si è come bambini tra le braccia della mamma; dall'altro come la fonte di energia che invita a dilatare all'infinito il proprio impegno. Il linguaggio assume le forme della mistica: l'anima nuota in un oceano di amore e il protagonista diventa Dio, la cui immensa carità ci circonda "come l'acqua del mare che circonda e racchiude un pesce". Anche Francesca Cabrini si esprime con il linguaggio arditissimo dello scambio del cuore, proprio di grandi mistiche (Caterina, Teresa...) e in particolare delle sante che più specifica-mente hanno fatto riferimento al S. Cuore, come s. Geltrude e s. Margherita Alacoque. Il testo è in terza persona: Gesù all'anima "mostrò il suo amatissimo cuore dicendole: Amata mia il tuo cuore è mio; te lo strappo dal petto perché in futuro tu possa agire soltanto con il mio. E così dicendo quell'anima sentì il cuore che le veniva strappato dal petto...". La mistica e la pratica quotidiana E possibile che un linguaggio simile possa suggerire l'impressione di stranezza, se lo si isola dalla storia del linguaggio religioso e dalla vita concreta di madre Cabrini. Quanto mai decisa nell'apprezzare l'ingegno dell'uomo che sa costruire macchine (sembra di risentire l'entusiasmo per la macchina di tanti laici del primo Novecento)nel sollecitare le virtù pratiche, fin da-gli inizi della sua Congregazione suggeriva di non perdersi in cose aeree, ma di stare al concreto. Ella stessa si preoccupava che il cibo fosse gustoso, ricordava continua-mente di imparare l'inglese (in un'epoca in cui moltissimi italiani erano analfabeti), sapeva far pagare l'ospedale a chi poteva, per consenti-re di estendere l'assistenza anche ai poveri. Suggeriva di non perder tempo nelle critiche, ma di praticare virtù maschi-li e sapeva stabilire rapporti chiari anche con i preti - dei maschi! - collaborando senza nessun complesso di inferiorità. Espulsa dal governo del Nicaragua, e nell'occasione le suore furono addirittura aiutate da una colletta fra gli Indios del luogo, tornò in quel paese solo quando ebbe riparazioni e garanzie. Per altro le lettere alle consorelle esprimono anche tenerezza, emozioni profonde (ad es. per la morte di Leone XIII, che ebbe un rapporto di grande affetto con Francesca Cabrini, che ne parla come di un papà). Gli avvenimenti del tempo la vedono attenta. Teme che gli operai siano preda del socialismo e ritiene che certe proteste siano forme deprecabili di violenza; ma è pronta a riconoscere la mise-ria e a intervenire per superarla ogni volta che è possibile. La guerra mondiale sarà ulteriore occasione di impegno e preghiera. Una lettera da Seattle sembra ben esprimere i diversi aspetti della personalità della Cabrini. "Sembra Nervi di Genova... 5.000 italiani ci vengono dietro come pulcini... Qui di imbroglioni ce ne sono tanti... Il Sacro Cuore veglia su di noi e io ho una fiducia tanto grande...". In un'altra lettera giunge l'invito ad "adorare sommessamente la croce... per ottenere la grazia di essere sollevate dall'oppres- sione". Dietro lo splendore delle opere, "sommesso", sta dunque il porsi al seguito di Cristo crocifisso. Ieri e oggi Il mondo sembra perfin troppo piccolo a madre Cabrini. Le sue fondazioni si estesero ai maggiori Stati del-l'Europa occidentale, che diventarono basi missionarie verso gli USA, l'Argentina, il Brasile, l'America centrale. Le suore organizzavano orfanotrofi, scuole e ospedali; ma era normale vederle nei luoghi più difficili, come le carceri di Sing Sing o le zone paludose presso il Mississippi. Attualmente l'istituto è presente anche nello Swaziland (Africa) e ha aperto un ambulatorio in Siberia. Oltre alle religiose ha una presenza significati-va di missionarie laiche. Con le opere sociali le missionarie proponevano con chiarezza la fede cristiana. In proposito vanno ricorda-te vicende illuminanti. Il clero di New York, ad es., non sembra sollecitasse la partecipazione degli immigrati italiani alla vita delle parrocchie (troppo poveri e mal messi? Una religiosità troppo mediterranea?). Del resto gli stessi italiani affermavano che prima bisognava vivere. Ma il Cristianesimo è qualcosa di esterno rispetto al vive-re? E la stessa religiosità popolare ("No, non è da disprezzarsi", dice la Cabrini) non è significativa espressione di vita? In una lettera madre Cabrini dice che a Milano, che è grande, spera di trovare qualche vocazione, possibilmente con "patente", alludendo ai diplomi di maestra e infermiera. A Mila-no oggi le Missionarie del S. Cuore so-no alla clinica Columbus e in parrocchie di periferia. Una loro superiora, tuttavia, dice che da anni non vi sono più vocazioni italiane, mentre si han-no vocazioni in America e nel terzo mondo. – La formazione di Francesca Cabrini si attuò nel contesto di una famiglia e di una parrocchia dell'Ottocento, a S. Angelo Lodigiano e nei dintorni. Diventò maestra dopo aver studiato nel Collegio di Arluno, con le suore chiamate Figlie del Sacro Cuore e cominciò a insegnare e a partecipare intensamente alla vita della sua parrocchia- chia. Divenne suora a sua volta in una comunità locale nella quale visse un periodo difficile, da cui uscì con la decisione, favorita dal vescovo, di fon-dare una nuova comunità di missionarie. Nel 1909 ebbe la cittadinanza americana. Fu la prima americana a essere proclamata santa.Giancarlo Ballarini
|
Ultimo aggiornamento: 24-09-09