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24-09-09

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INVITO ALLA LETTURA DELL'APOCALISSE

GIANCARLO BALLARINI

LAUREATO IN TEOLOGIA
DOCENTE DI LETTERE

 

Invito alla lettura dell'Apocalisse

sommario dell'articolo

  1. L'Apocalisse_a_conclusione_della_Bibbia_cristiana

  2. L'Agnello e i sette sigilli

  3. Il segno nel cielo

  4. La Gerusalemme Celeste


 

Nell'immaginario comune il termine Apocalisse è facilmente associato all'idea di catastrofe. Le conseguenze di uragani, terremoti, guerre, e più ancora della temutissima distruzione nucleare sono spesso descritte come apocalittiche, con allusione a un totale venir meno di tutto ciò che in precedenza aveva caratterizzato la vita e, in particolare, la vita umana.

L'idea di Apocalisse contiene tuttavia insieme anche il riferimento a qualcosa di grandioso: "Al pari della creazione, anche la morte del sistema solare avverrà con maestoso splendore" è la scritta iniziale per il film documentario "Apocalisse nel deserto", che tende a suscitare attenzione stupita e quindi riflessione profonda di fronte al dramma di una guerra (la guerra del Golfo, forse qualsiasi guerra) che lascia sopravvivere solo rumori e bagliori spezzati e le frasi smozzicate di due madri, nel silenzio di una natura che sembra ormai priva di speranza.

In questo senso l'Apocalisse è rivelatrice di qualcosa di nascosto, di paure fondate sui fatti, che fanno pensare alla possibilità che tutto ciò che amiamo, ammiriamo, desideriamo debba avere una fine.

 

L'Apocalisse a conclusione della Bibbia cristiana

Queste sensibilità sembrano trovare un loro riferimento appunto nell'ultimo libro della Bibbia cristiana, noto come Apocalisse, dalla parola che ne costituisce l'inizio.

Si tratta di un libro scritto in greco. L'autore si presenta con il suo nome - Giovanni - e come "fratello e compagno nelle tribolazioni, nel regno e nella costanza di Gesù" (1,9). Egli afferma di essere stato rapito in estasi mentre si trovava a Patmos, un'isoletta a circa 75 chilometri a sud-ovest di Efeso. Intorno vi è un mare limpidissimo, con colori straordinari, che possono aver ispirato le immagini del testo, che parlerà del mare di cristallo, di luce, di un'aquila solitaria. La visione è collocata nel giorno del Signore, cioè di domenica, quando la comunità cristiana si radunava per celebrare l'Eucaristia.

La prima parola del testo, Apocalisse, è per sé semplice trascrizione del termine greco, che significa Rivelazione, portare alla luce ciò che era nascosto. Il testo contiene in effetti immagini grandiose – cavalieri, sigilli, scontri drammatici e visioni di celestiale bellezza – che hanno colpito profondamente i lettori e hanno fatto pensare che l'Apocalisse volesse svelarci qualcosa precisamente intorno alla fine del mondo che conosciamo, una fine che sarebbe accompagnata da avvenimenti impressionanti, governati da una potenza divina, di fronte alla quale l'uomo non può che sentirsi impaurito e annichilito.

Alcuni lettori hanno creduto di trovarvi addirittura indicazioni sui tempi della fine del mondo. Il libro dell'Apocalisse conterrebbe allora avvertimenti che ci devono far temere e tremare per il carattere terribile del giorno finale della storia, presentato come Dies irae, giorno dell'ira.

In realtà basta anche solo un primo confronto con il testo per verificare quanto questa lettura sia superficiale fino a essere fuorviante, al punto che il Magistero della Chiesa è intervenuto nel corso della storia per mettere in guardia di fronte a interpretazioni che risultavano addirittura incompatibili con la fede cristiana.

Già l'inizio, in effetti, presenta una sorprendente somiglianza con le prime parole del vangelo di Marco: "Inizio del vangelo di Gesù Cristo" in Marco, "Rivelazione di Gesù Cristo" nell'Apocalisse. Si tratta allora di leggere anche quest'ultimo libro del Nuovo Testamento non in contrasto, ma alla luce degli altri libri, secondo il grande insegnamento che ci dice di leggere la Bibbia con l'aiuto in primo luogo della Bibbia stessa. L'Apocalisse non può dunque essere a sua volta se non "Buona notizia", secondo il significato letterale del termine Vangelo.

Del resto come potrebbe non trattarsi di "Buona notizia" se la fonte della stessa è Gesù Cristo? E se per di più l'oggetto della stessa è Gesù Cristo, perché "Apocalisse di Gesù Cristo" anche questo significa, cioè che la rivelazione riguarda appunto Gesù Cristo, colui che ci ha mostrato l'implacabile tenacia della dedizione di Dio per l'uomo (così il teologo Pierangelo Sequeri), che giunge fino all'offerta di se stesso come agnello sgozzato sulla Croce.

Si può osservare in proposito come I'Apocalisse illustri il rapporto Dio-uomo con espressioni particolarmente colme di tenerezza. "Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me" (3,20). Coloro che hanno vesti rese bianche dal sangue dell'Agnello "Non avranno più fame, né avranno più sete... perché l'Agnello sarà il loro pastore... E Dio tergerà ogni lacrima dai loro occhi" (7, 16-17, con citazione dal libro di Isaia). "Beati d'ora in poi i morti che muoiono nel Signore. Sì, dice lo Spirito, riposeranno dalle loro fatiche" (14,13). "Ecco la dimora di Dio con gli uomini:... non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno" (21,3-4).

L'Apocalisse e la venuta di Cristo

Proprio in quest'ultimo testo si trova un'eco delle espressioni natalizie, che siamo abituati ad accostare a immagini piene di dolcezza e sentimento. Il dimorare di Dio tra gli uomini evoca infatti la figura delI'Emmanuele, il Dio con noi di cui parla Isaia, che la liturgia della Chiesa propone alla nostra attenzione in occasione del Natale.

"Vieni" è del resto l'invocazione con cui la comunità cristiana ha pregato per tutto I'Avvento ed è la stessa invocazione con cui si conclude l'Apocalisse.

"Lo Spirito e la sposa dicono: Vieni! E chi ascolta ripete: Vieni!...Colui che attesta queste cose dice: "Sì, verrò presto"! Amen. Vieni, Signore Gesù" (22,17.20).

La liturgia del Natale e gli ultimi versetti della Bibbia esprimono la stessa fede in Gesù, che si fonda precisamente sulla sua venuta nella storia. È ciò che Gesù ha fatto, ha detto, ciò che Gesù è stato nel suo venire uomo tra gli uomini che ci rivela la verità di Dio. A Gesù bisogna sempre ritornare perché questa verità possa effettivamente risplendere.

Di qui l'accostamento tra il Natale e l'Apocalisse. L'emozione che fa tanto desiderare il Natale soprattutto ai bambini trova in infatti il suo senso profondo nel legame con la croce, che del resto anche tante immagini dell'arte cristiana suggeriscono nell'accostare qualche simbolo della Passione alle raffigurazioni della Madonna con in braccio il piccolo Bambino: Gesù Bambino viene tra noi per essere ubbidiente fino alla morte e alla morte di Croce e per realizzare in questa dedizione totale la vittoria sulla morte.

Per altro verso, allora, le immagini cariche di forza e di tensione che ci presenta l'Apocalisse vanno lette senza cancellare la dolcezza del Bambino Gesù. La stessa venuta di Cristo Giudice si connota così come rivelazione definitiva dell'umanità di Dio, che riscatta a un valore infinito i piccoli gesti della nostra dedizione agli altri.

Si ricordi su quali basi nel vangelo di Matteo il Giudizio finale, posto a conclusione di un discorso, appunto, apocalittico ("il sole si oscurerà... gli astri cadranno... allora comparirà nel cielo il segno del Figlio dell'uomo": Mt. 24,29-30) operi la separazione tra le genti: tutto dipende dall'aver dato o negato una risposta a uno di questi  piccoli che aveva fame, sete, era forestiero o nudo o in carcere. Un testo che può essere completato con Giovanni 13, dove Gesù, nel momento in cui inizia il percorso della Passione, ci lascia come "mandato", cioè come eredità solenne, semplicemente l'impegno di lavarci i piedi gli uni gli altri, così come ha fatto Lui.

L'AGNELLO E I SETTE SIGILLI

Il lettore dell'Apocalisse si imbatte in una serie di numeri: sette chiese, quattro esseri viventi e quattro cavalieri, sette sigilli, fino ai dodici volte dodicimila di coloro che sono stati segnati... È noto che nella Bibbia i numeri hanno spesso un valore simbolico e non vanno perciò assunti in senso strettamente aritmetico.

Il testo appare infatti diviso in due parti, ciascuna delle quali è imperniata sul sette, il numero che indica la completezza.

Dopo il prologo, la prima parte, più breve, è costituita dalle lettere alle sette chiese dell'Asia minore, cioè ai cristiani che vivevano nell'attuale Turchia occidentale. Dal quarto capitolo inizia una serie di visioni, incentrate su tre settenari: sette sigilli, sette trombe, sette coppe. In ciascuno dei settenari, per di più, l'ultimo elemento anticipa il seguito o ricapitola quanto è stato già detto.

In questo schema va inserita l'affermazione, ripetuta più volte, che le parole di questo libro sono una profezia. Anche questo termine va inteso nel significato che esso ha in tutta la Bibbia e cioè non tanto come previsione del futuro, quanto come rivelazione dell'intervento di Dio nella storia, come un parlare nel quale viene scosso ciò che sembra più naturale e ovvio nella nostra vita, perché il linguaggio apocalittico ci fa vedere che cosa avviene quando si fa avanti l'eterno. Di qui il proclamare "beato" chi ascolta e mette in pratica questa profezia. È la prima di sette beatitudini presenti nell'Apocalisse e istituisce un collegamento tra fede e vita, ripetendo che "il tempo è vicino". Si ricorderà che la stessa espressione caratterizza nei Vangeli sinottici l'inizio della predicazione di Gesù: sta a indicare che l'occasione decisiva è ormai a portata di mano, perché con Gesù la manifestazione di Dio ha raggiunto la sua pienezza.

LA VISIONE DEL FIGLIO DELL'UOMO E LE LETTERE ALLE SETTE CHIESE

Sono introdotte da un breve dialogo che ha un andamento liturgico. Cristo morto e risorto è presentato come "colui che è, che era e che viene". A lui, dunque viene applicata la formula che nella liturgia ebraica si riferiva a Dio, con un significativo cambiamento nel terzo verbo ("viene", invece che "sarà"), a indicarne l'intervento attivo nella storia. La comunità cristiana viene così trasformata in un "regno di sacerdoti", espressione che deriva dall'Esodo e che indica la realizzazione del patto di alleanza tra Dio e gli uomini. Per l'Apocalisse la morte di Cristo è strettamente unita alla sua resurrezione, ne fa il Figlio dell'uomo che viene sulle nubi, (con immagine presente nei Vangeli e che risale al profeta Daniele). La conseguenza è la ricostituzione del. rapporto con Dio, così che la comunità può condividere attivamente la responsabilità di fare della storia il regno di Dio.

Alle chiese viene riproposta la fede nella presenza del Cristo risorto, descritto con il linguaggio immaginoso della visione iniziale: è in mezzo a sette candelabri, con vesti sacerdotali, capelli candidi e occhi fiammeggianti, piedi di bronzo e voce fragorosa; tiene sette stelle nella destra, mentre una spada a doppio taglio gli esce dalla bocca e il suo volto splende come il sole. Gli artisti hanno talvolta cercato di rappresentare visivamente questa figura (così, ad esempio, in una vetrata del Duomo di Milano), che indica, come chiarisce il testo stesso, che Cristo è vivo per sempre e perciò presente nella chiesa.

Le sette lettere si sviluppano secondo uno schema simile: si sottolinea che chi parla è Cristo, che conosce le difficoltà della comunità e ne loda l'impegno, ma esprime anche il rimprovero per le deviazioni dalla fede. Particolarmente grave è il rimprovero alla chiesa di Laodicea per la tiepidezza: "Poiché sei tiepido, sto per vomitarti dalla mia bocca". L'incoerenza di questa comunità si accompagna all'orgogliosa convinzione di non aver bisogno di nulla, ma proprio questo va superato nella disponibilità ad accogliere l'oro, le vesti bianche, il collirio che ridà la vista e, cioè, nel linguaggio simbolico, il riferimento a Cristo e alla sua risurrezione, come unico criterio per comprendere con occhi chiari e per vivere degnamente la propria storia.

COLUI CHE È SEDUTO SUL TRONO E L'AGNELLO

La seconda grande visione è particolarmente ricca. Al centro vi è un personaggio seduto sul trono circondato di gloria. Intorno a lui stanno ventiquattro vegliardi, sette lampade accese, un mare di cristallo, quattro viventi simili ai quattro animali della visione di Ezechiele (il leone, il vitello, l'uomo e l'aquila). Tutto questo canta, in una grandiosa azione liturgica, la santità di Dio.

Colui che è seduto sul trono ha in mano un libro: solo il leone di Giuda sarà in grado di aprirne i sette sigilli. Ciò che appare è però un Agnello, ritto in piedi e come sgozzato. La lode, a questo punto, accomuna Dio e l'Agnello.

I primi lettori dell'Apocalisse riconoscevano i simboli fondamentali. Al centro vi è evidentemente Dio assiso sul trono, con le caratteristiche a lui attribuite dalle scritture antiche, che richiamano la scena di una corte celeste. Tipicamente cristiana è, invece, la presentazione dell'Agnello, come l'unico che possa aprire il libro.

Nella Pasqua ebraica veniva immolato un agnello che ricordava e rendeva attuale e colmo di speranza l'intervento di Dio nella storia a favore del suo popolo. Il sangue dell'agnello, con il quale nell'Esodo erano state segnate le porte degli Ebrei, ne aveva infatti salvato i primogeniti dalla morte, che aveva invece colpito i primogeniti degli Egiziani. Dopo questa decima piaga gli Ebrei furono liberati dalla schiavitù. Le scritture cristiane e in particolare il vangelo di Giovanni mostrano in Cristo l'Agnello, che realizza l'intervento liberatore definitivo di Dio in modo sorprendente, perché va al di là di ogni attesa umana e, insieme, ne rovescia la prospettiva.

La vittoria sulla morte, infatti, non è ottenuta dall'esercizio di una potenza che schiaccia; mentre si attendeva un leone, colui che appare è un agnello sgozzato. Cristo si offre fino a lasciarsi uccidere, ma proprio questo fa sì che egli appaia ritto in piedi, partecipe della gloria stessa di Dio e capace di aprire il libro. L'umanità tormentata e inerme di fronte a una storia che le appare irrimediabilmente chiusa a ogni prospettiva di senso ritrova nell'adorazione del Cristo risorto la possibilità di partecipare alla vita divina.

L'APERTURA DEI SIGILLI

All'apertura dei primi quattro sigilli compaiono quattro cavalieri, con cavalli dai diversi colori. Il cavallo bianco, il primo, non ha un'interpretazione unanime. Alcuni hanno visto in esso la violenza del potere; altri — fondandosi sul colore — l'hanno ritenuto un simbolo cristologico.

Del tutto evidenti sono invece i simbolismi successivi. Il cavallo rosso e il cavaliere con una grande spada portano la guerra; il cavaliere che con una bilancia cavalca sul cavallo nero porta la fame; la morte stessa appare sull'ultimo cavallo, dal colore verdastro.

Il carattere drammatico della storia risulta così presentato nei suoi aspetti più angoscianti. Il testo prosegue, però, con un invito al coraggio che sa pazientare (quinto sigillo), finché l'apertura del sesto sigillo segna la vittoria dell'Agnello sui mostri della storia e l'esaltazione della moltitudine immensa di coloro che hanno reso candide le loro vesti nel sangue dell'Agnello.

Anche qui appare una novità radicale: l'Agnello è il pastore di queste moltitudini, le guiderà alle acque di vita. È il superamento definitivo della solitudine, che fa sentire piccoli e impotenti di fronte allo sviluppo di una storia che sembrerebbe schiacciarci con tutto il suo peso. Cristo ha già preso sulle sue spalle il peso delle guerre, delle carestie, addirittura della morte.

Il linguaggio è ricco di allusioni liturgiche: lavare le vesti nel sangue dell'Agnello fino a renderle candide, stare davanti al trono di Dio, prestare servizio nel suo santuario. La conclusione affida la storia di tutti alla custodia di Dio, che di ciascuno conosce chi è e donde viene. Il carattere doloroso della storia, proprio perché pienamente condiviso da Cristo nella sua morte, viene così superato nel riconoscimento consolante dell'Agnello che sta in mezzo al trono, pastore fedele, che condivide la signoria con quel Dio che asciugherà ogni lacrima dagli occhi di coloro che all'Agnello si sono affidati.

Rimosso l'ultimo sigillo, il silenzio evoca lo stupore di fronte alla rivelazione della salvezza operata da Dio in Gesù Cristo: nuove visioni riprenderanno questo tema secondo ulteriori aspetti.

FARE LE ORECCHIE ALLA SCRITTURA

È un'espressione usata dai rabbini per dire quanto anche il lettore di oggi e di sempre sia coinvolto: una pignatta (questo è il paragone) non può essere maneggiata se qualcuno non le fa le maniglie-orecchie.

Del resto le orecchie sui libri — ce lo rimproveravano le maestre di un tempo — erano un segno, certo di imperfezione, ma anche di assiduità nel loro uso.

Si può così seguire questo consiglio per tornare a una lettura che non può non essere piena di interrogativi.

Vi è molto di terribile nel confronto tra il linguaggio dell'Apocalisse e la vita di ogni giorno, nella quale l'esistenza sembra abbandonata a se stessa: gli uomini possono fare ciò che vogliono e non accade nulla. Dio — come ricorda il teologo Romano Guardini — pare costituire "La nostalgia degli incontentabili, o il conforto di coloro che hanno ricevuto troppo poco, o l'autodifesa dei deboli".

I cavalieri, per esempio, non passano una volta per tutte, ma sempre da capo. Come può essere superato il dramma della guerra, anche nella forma dell'indifferenza di chi crede di non esserne toccato? O come l'attività economica può essere rivelatrice della cura di un Agnello che si fa pastore, di fronte all'enormità delle differenze, al permanere dei bisogni più elementari, all'attenzione troppo modesta prestata alle speranze e alle risorse proprie di ogni essere umano? E quale l'atteggiamento nei confronti dell'ammalarsi e del morire?

Il profilo dell'eterno è infatti strettamente inerente alla vita quotidiana, l'amore cristiano non è qualcosa di sognante; vi è "un nesso essenziale tra amore e forme dell'agire e dunque della civiltà" (G. Angelini).

L'Apocalisse rivela come proprio nell'esistenza si attua un valore eterno che niente può intaccare, raffigurando Dio come Agnello, che ha "il potere di aprire il libro, perché, nella sofferenza, ha sperimentato il mondo" (R. Guardini). E precisamente all'Agnello di Dio la fede della chiesa cristiana, della chiesa delle origini come della chiesa di oggi, è chiamata a offrire la sua adorazione.

IL SEGNO NEL CIELO

Il settenario dei sigilli attesta l'interesse dell'autore dell'Apocalisse per la storia. Anche le immagini successive si presenteranno con significativi riferimenti allo sviluppo del tempo. È quindi comprensibile come gli interpreti abbiano cercato di cogliere sinteticamente la concezione della storia di cui è portatrice l'Apocalisse.

Sono apparse in proposito quattro linee di lettura.

L'Apocalisse prevederebbe la storia successiva della chiesa e del mondo; è perciò in sostanza, un'esposizione, con immagini oscure, di avvenimenti futuri che l'interpretazione può rendere manifesti. Questa ipotesi trascura del tutto il contesto in cui sorge l'Apocalisse: l'autore, i destinatari, l'uso dell'Antico Testamento come scrittura sacra. Si finisce così per avere delle letture talmente soggettive che risultano infondate e cioè prive qualsiasi riferimento sicuro nel testo.

L'Apocalisse parla della fine del mondo. Si sottolinea così il carattere escatologico del testo. Questo metodo va integrato con due osservazioni:

  1. l'Apocalisse non intende descrivere fisicamente avvenimenti legati alla fine del mondo, né dare indicazioni cronologiche: le immagini che sembrano sviluppare questi significati vanno lette alla luce dell'Antico Testamento e della letteratura apocalittica.

  2. La passione e resurrezione di Cristo costituiscono già un avvenimento "ultimo", che pone la storia di fronte alla scelta decisiva. La Parusia, cioè la venuta finale di Cristo, andrà allora pensata alla luce della rivelazione che Gesù già ha apportato in modo definitivo.

L'Apocalisse rispecchia avvenimenti contemporanei all'autore. In effetti il testo rispecchia ciò che accade intorno alla fine del primo secolo e si rivolge alle comunità cristiane per formarne la mentalità. Il ricercarvi però un quadro preciso degli avvenimenti finisce per essere arbitrario e soggettivo.

L'Apocalisse presenta nella storia gli interventi salvifici di Dio, culminanti in Gesù Cristo e nella sua morte e resurrezione. Ci dice cioè che Gesù Cristo è il Signore della storia e quindi che il compimento del-la storia stessa comporterà il riconoscimento definitivo di quella Signoria.

Si tratta dunque di ritornare a Gesù Cristo, che la comunità cristiana del primo secolo, ma anche di oggi, è chiamata a riconoscere come il Signore, di fronte alla tentazione di affidarsi ad altri signori, di lasciarsi affascinare da altri stili di vita. L'Apocalisse mette in luce il carattere decisivo ("catastrofico") di questa scelta, nella quale si legge il crollo delle certezze mondane, ma anche il sostegno appassionato e consolante che Gesù Cristo costituisce per chi si affida a lui.

 

IL SETTENARIO DELLE TROMBE

La nuova visione è introdotta da un'immagine liturgica, che fa riferimento al rito dell'incenso che avveniva nel tempio di Gerusalemme. Al salire dell'incenso e dei profumi corrisponde un movimento di discesa: il fuoco e il terremoto sono espressione dell'intervento sconvolgente, ma anche amoroso di Dio sulla terra. Il settenario delle trombe ricapitola quanto già rivelato nel settenario dei sigilli e contemporaneamente ne manifesta ulteriori aspetti.

La storia è riproposta fin dalle sue origini nella forma di una lotta drammatica, che vede come protagonisti gli stessi angeli: una parte che si ribella a Dio si trasforma per ciò stesso in demoni che rovesciano sul cosmo le conseguenze negative della caduta. La descrizione è presentata con evidente riferimento alle piaghe d'Egitto: grandine, acqua che diventa sangue, le acque amare del deserto, l'oscurità.

Il coinvolgimento dell'uomo è più diretto con la quinta tromba, che si accompagna all'assalto delle cavallette e mostra come l'azione di satana continui dall'abisso. L'azione demoniaca è tuttavia limitata (colpisce un terzo del cosmo, tormenta per un tempo breve una parte degli uomini...), perché sempre è vigile la dedizione amorosa di Dio.

Già l'avevano lasciata intravedere immagini come il fuoco e soprattutto l'aquila, ma ancor più ciò è evidente con le visioni che accompagnano la sesta tromba. Appaiono tre immagini. Un angelo reca un piccolo libro che il veggente dovrà divorare: dolce agli inizi, sarà amaro nelle viscere. La seconda immagine è quella del tempio che dovrà essere misurato. Ad essa segue la visione dei testimoni, a cui la bestia che sale dall'abisso farà guerra nella stessa Gerusalemme, così che la città si trasformerà in Sodoma ed Egitto per l'avvenuta crocifissione del Signore. Solo una concatenazione di un soffio divino e di un ulteriore terremoto riporterà in vita i testimoni, così che la settima tromba potrà accompagnare la venerazione dell'agnello e l'apertura del cielo, con l'apparizione nel santuario dell'arca dell'alleanza.

Per quanto non tutti i particolari siano riconoscibili, sembra ai commentatori moderni che le visioni siano da riferirsi al carattere salvifico e insieme tendente a ulteriore pienezza del progetto divino dell'Antico Testamento. L'alleanza con Israele è segno di predilezione che tuttavia rimanda all'intervento decisivo di Dio che si realizza nel mistero pasquale di Cristo, nel quale avviene il giudizio con la duplice conseguenza dell'eliminazione del potere satanico e del dono dello Spirito. Il finale consolante fa riapparire l'arca dell'alleanza. Inserita nella liturgia cosmica, la comunità inaugurata dal sacrificio di Cristo può rendere grazie: il riconoscimento dell'alleanza rinnovata può effettivamente avere come contesto l'Eucaristia-rendimento di grazie.

IL SEGNO NEL CIELO

Il settenario delle coppe è introdotto dalla visione grandiosa di un doppio segno: una donna incinta e un drago.

La più perfetta delle creature (sette teste, dieci corna, sette diademi) si oppone gelosamente al disegno di Dio. Il riferimento più diretto è alla lotta tra la donna e il serpente di Genesi 3,15 (porrò inimicizia tra te e la donna...), ma anche alle visioni del profeta Daniele.

Nella storia dell'esegesi si sono avute diverse interpretazioni, con diversa ampiezza simbolica.

L'umanità stessa, creata da Dio con lo splendore della luce, coronamento dell'universo, eppure non perfetta in sé, ma protesa verso una pienezza futura (la donna incinta). Si ricordi come nei profeti Isaia e Geremia la nascita di un bambino è segno di un intervento straordinario di Dio nella storia.

Israele come popolo eletto nell'umanità.

La prima fuga nel deserto potrebbe essere allegoria della caduta originale dell'umanità, con la perdita della condizione di amicizia con Dio, ma con la preparazione di un rifugio per un tempo stabilito (metà di sette anni); la seconda potrebbe configurare l'attesa messianica di Israele.

La Chiesa, sposa che continua nel dramma della storia a generare Cristo.

Per quanto meno probabile se ci si attiene specificamente al testo, va ricordata l'interpretazione mariana, che vede nella madre di Gesù la sintesi della Chiesa. Essa può anche suggerire attenzione al carattere "materno" della sofferenza e del dare la vita e alla fragilità della donna che custodisce il bambino.

Il finale mostra l'impossibilità per il drago di ottenere la vittoria: rimane, pronto alla guerra, sulla spiaggia del mare, spesso nella Bibbia simbolo di angoscia, fermo sul segno del suo limite. Assume, invece, valore la dimensione del soccorso: l'aquila sostiene la donna, la terra inghiotte il mare. Lo scopo della scena è riaffermare la fede cristiana e animare i credenti con la speranza: il mostro (Satana, cioè l'accusatore; il diavolo, cioè colui che divide) non può avere l'ultima parola.

 

 

UN RICORDO DI CHARLOT

Molti intellettuali sono rimasti affascinati dal tema della lotta tra la donna e il drago. Ravasi ricorda l'esempio di C. Chaplin (La mia autobiografia). Lo scontro tra il bene e il male viene rappresentato con uno spettacolo che si svolge in un night. I protagonisti sono una donna, un bambino, un ubriaco e degli avventori. Nella distrazione di tutti gli altri che parlano di affari e del menu, l'ubriaco scoppia a piangere: "Guardate! La donna la sbranano, il bambino lo uccidono, quell'uomo lo crocifiggono!" Solo l'ubriaco se ne preoccupa, mentre i "bravi cristiani" vedono, ma se ne stanno tranquilli e pasciuti. Il drago è vinto dalla dedizione amorosa con cui Dio interviene nella storia, ma il male è rimasto nel mondo e il mostro, se pur sconfitto, continua a volersi opporre.

Perché la vittoria appaia nella sua luminosità occorre il coraggio di essere testimoni, di prendersi quella cura che nella fantasia provocatoria di Charlot è spesso incarnata dai clown e dagli emarginati.

LA GERUSALEMME CELESTE

Che il testo dell'Apocalisse abbia carattere simbolico è un'evidenza. Ciò comporta due conseguenze. È improbabile un utilizzo aritmetico dei numeri che vi sono dissemina-ti, per effettuare dei calcoli che tentino di prevedere il momento di avvenimenti futuri. Né, d'altro canto, le immagini e le visioni del testo costituiscono descrizioni analitiche di particolari situazioni della storia o del compimento della stessa nella cosiddetta "fine del mondo".

Al lettore di oggi si può piuttosto chiede-re di entrare in dialogo con la mentalità del-l'autore e dei suoi lettori antichi. Si tenterà così di colmare, per quanto possibile, la di-stanza nel tempo che la Bibbia ha in comune con gli altri libri del lontano passato. Si potrà poi cercare di familiarizzarsi con una caratteristica specifica dei libri biblici: essi, infatti, attestano "l'eccedenza" che ha la Rivelazione della dedizione amorosa di Dio per gli esseri umani rispetto alla prospetti-va ed allo stesso linguaggio che la storia e la cultura umana rendono disponibili. Gli au-tori della Bibbia scrivono racconti, elabora-no argomentazioni ed esortazioni, compongono preghiere per parlarci di Dio; ma in quegli stessi testi ci dicono continuamente che Dio è più grande delle loro parole.

Di qui l'uso frequente di un simbolismo accentuato, specie nei testi che si presentano come profezia. Il simbolismo consente infatti un linguaggio allusivo, che aiuta a comprendere quanto il divino sia sorprendente ed eccedente rispetto al calcolo umano. L'atteggiamento esemplare, in proposito, è quello che il vangelo di Luca ricorda come proprio di Maria, la madre di Gesù: ella custodiva ciò che vedeva e ascoltava, "facendone un simbolo" per il suo cuore, perché se ne dischiudesse il senso.

Accostandosi con questo atteggiamento all'Apocalisse, si vedrà meglio in che modo questo libro si riferisce a ciò che è ultimo e decisivo. Non ci dà indicazioni sul "quando" della fine del mondo e neppure descrive in senso storico-scientifico "come" possa aver termine l'universo conosciuto. Un'analogia si può piuttosto trovare nel racconto con cui la Genesi, all'inizio della Bibbia, narra le origini dell'universo e dell'uomo. AI centro vi è la fede nel fatto che il mondo e la vita hanno la loro radice nella dedizione amorosa di Dio, con la quale il peccato entra radicalmente in conflitto. Si tratta di un altro piano rispetto a quello dell'indagine scientifica, che parla di big bang, di evoluzione e di quant'altro si va man mano scoprendo.

Così l'Apocalisse, alla fine della Bibbia, è incentrata sulla testimonianza che quella stessa dedizione amorosa si rivela pienamente in Gesù Cristo, si fa giudizio su tutti i drammi ed i mostri della storia e ne costituisce il senso (la direzione...) finale. Le immagini con cui l'Apocalisse si esprime non intendono anticiparci ciò che succederà della terra o del sistema solare, ma rivelarci — con tutti gli altri libri della Bibbia — che le vicende umane sono sorprendentemente aperte alla partecipazione appassionata di Dio e che Gesù Cristo è la realtà decisiva e definitiva di questo amore.

I MOSTRI DEL MARE E DELLA TERRA

Il capitolo 12 ci aveva presentato il segno grandioso di una donna vestita di sole, su cui si avventa furiosamente un drago. Nonostante la violenza del fiume di acqua che esce dalla sua bocca, il drago non riesce a travolgere la donna. Si crea così una situazione di attesa, con il drago fermo sulla spiaggia del mare.

Dal mare sale allora una bestia con dieci corna e sette teste: ad essa il drago dà la sua forza, perché combatta contro i santi. Al mostro marino si aggiunge poi una bestia che sale dalla terra, che ha due corna come un agnello, ma parla come un drago.

Il testo sottolinea l'ammirazione che i due mostri suscitano tra gli uomini, colpiti dalla forza prodigiosa che ne promana.

La descrizione del mostro marino presenta tutte le caratteristiche del potere. È possibile e probabile che i primi lettori vi riconoscessero allusioni a poteri politici prevaricatori ben presenti nella memoria o nell'attualità dell'epoca. Si era portati a ricordare il re ellenistico Antioco Epifanio, che aveva profanato il tempio; oppure l'oppressione persecutoria dell'impero romano, che aveva distrutto Gerusalemme pochi decenni prima e appariva come forza minacciosa anche alle comunità cristiane. Più in generale il lettore di oggi può sentirci la violenza del potere dell'uomo sull'uomo, che costituisce l'aspetto malvagio del potere politico, ma può insinuarsi anche nelle relazioni di lavoro e di vicinanza, perfino in quelle che sembrerebbero ad essa meno esposte, quali le relazioni educative, affettive, familiari. E' tremendo il riferimento al gusto attraente che questa violenza può suscitare. L'Apocalisse, tuttavia, afferma che essa non potrà avere la vittoria definitiva sull'Agnello e sulla costanza dei santi, rinnovando così il proprio messaggio di speranza e conforto.

Il mostro terrestre è un alleato straordinario della bestia che sale dal mare. Sorprendentemente, si connota per una veste in qualche modo religiosa ("corna simili a quelle di un agnello"). L'istituzione religiosa non è quindi per se stessa al riparo dal male; può anzi diventare un sostegno formidabile, se "parla come un drago" (13, 11). Si tratta di affermazioni che rendono pensosi: la minaccia della violenza può addirittura trovare alimento in una religiosità così travisata, da diventare una forma pervasiva di adorazione della bestia. La religione si trasforma così nel suo rovescio, fino a diventare la ragione per la quale si uccide.

LA MESSE E LA VENDEMMIA

Le immagini della mietitura con la falce e della vendemmia pigiata nel tino richiamano con forza il carattere decisivo dello scontro. La falce, in particolare, ha colpito la fantasia dei pittori, che ne hanno tratto ispirazione per rappresentare la morte ed il giudizio finale.

Il dramma continua con l'apparizione di "sette angeli", che versano sulla terra le coppe dell'ira di Dio.

Il linguaggio del testo contiene qui frequenti riferimenti alle piaghe d'Egitto e alle teofanie, cioè alle manifestazioni divine, dell'Antico Testamento. Due particolari sono stati ripresi anche ai giorni nostri e alle volte utilizzati assai male. Il numero 666 (13, 18), attribuito alla bestia, può indicare che ad essa manca sistematicamente la pienezza del sette, intende sottolinearne l'incompletezza e quindi il limite, rispetto alla forza, pur così appariscente, che essa può dispiegare. La battaglia finale ha poi come scenario I'Armaghedòn (16, 16), alla lettera il monte di Meghidolo, dal nome del luogo storico di grandi scontri militari dell'antichità.

Meghidolo è però in realtà una pianura. Qualche commentatore ha pensato che la sostituzione della stessa con un monte sia legata alla fede dell'autore, per il quale la decisione definitiva avviene sul Golgota, il monte della Croce. I riferimenti alla Passione di Gesù sembrano del resto disseminati nel finale del capitolo 16, fino ali' "È compiuto" del versetto 16, 17.

AI di là di singoli esempi, il sangue della Croce appare ben presente alla visione che descrive la liturgia celeste, nella quale coloro che hanno visto la bestia cantano il cantico di Mosè e dell'Agnello. È alla luce del sacrificio della Croce che vanno visti i ripetuti riferimenti all'ira di Dio: un'ira che comporta una partecipazione intensa al dramma della storia, fino a innestarvi nella figura dell'Agnello immolato, l'annuncio della beatitudine che vince la morte: "Beati fin d'ora i morti che muoiono nel Signore... riposeranno dalle loro fatiche, perché le loro opere li seguono" (14, 13).

UN NUOVO CIELO E UNA NUOVA TERRA

L'ultima parte dell'Apocalisse è imperniata su due figure che in parte si sovrappongono: la donna e la città.

Ambedue le figure implicano un contesto di relazione. La donna evoca la relazione umana originaria, che istituisce la prossimità. La città evoca la relazione pubblica, con i suoi contatti sociali, i rapporti economici, la politica. Ambedue le figure hanno inoltre un duplice risvolto. La donna amata può infatti assumere il volto della prostituta, un termine da non intendersi tanto nello specifico senso sessuale, quanto nel senso della tresca del male, che istituisce relazioni false, pur di estendere il proprio dominio. Questa forma di prostituzione può arrivare ad impregnare la città, il cui nome diventa così "Babilonia". L'immagine si fa anche più complessa, per l'annuncio di un contrasto violento tra la potenza della bestia e la prostituta. Babilonia: il male stesso distrugge chi se ne è lasciato attrarre.

Le figure dei re, dei mercanti, dei comandanti di navi sono evocatrici delle attività e del fascino che ne emanava. Eppure questa realtà mostra tutta la sua fragilità quando, in breve tempo, viene travolta dalla distruzione (i flagelli verranno su di lei "in un sol giorno": 18, 8).

La visione simbolica è stata variamente legata alle antiche città che si sono opposte a Israele; alla città di Roma; per diversi commentatori alla stessa Gerusalemme — popolo ebraico, che da donna — città amata, nel rifiuto dei profeti e di Cristo, si è fatta prostituta, connivente con il potere della bestia.

Le immagini, comunque, sono più ricche dei possibili corrispettivi storici ed evocano piuttosto il carattere decisivo e finale del combattimento contro il male. Al lamento sul castigo di Babilonia segue infatti uno scoppio di gioia nel cielo, che accompagna la preparazione delle nozze dell'Agnello con la sposa, la cui veste splendente — spiega il testo stesso — è costituita dalle opere giuste dei santi.

La visione è giunta alle ultime scene. Lo stesso Verbo di Dio appare su un cavallo bianco, mantenendo insieme il mantello insanguinato e la pienezza della potenza. Il drago verrà così incatenato per mille anni, finché, dopo una nuova seduzione e un ultimo combattimento apparirà la Gerusalemme nuova, come sposa pronta per lo sposo.

In essa si realizzerà la comunione di Dio con gli uomini. Il testo riprende, con lieve, significativa modifica, la formula posta più volte nella Bibbia a sigillo del patto tra Dio e il suo popolo: "Essi saranno il suo popolo ed egli sarà il Dio — con loro" (21, 3).

La città sposa vedrà allora la novità assoluta del superamento dell'esperienza del male e del limite: non ci saranno più le lacrime, la morte, il lutto, l'affanno; non ci sarà più la notte, né la maledizione. La città nuova sarà invece il luogo della luce, della freschezza gratuita delle acque, della sovrabbondanza del raccolto e dei frutti.

L'EUCARESTIA E LA VITA

I termini utilizzati richiamano con ogni probabilità la processione della festa delle Capanne, che scendeva alla sorgente presso il tempio, tutto illuminato per la circostanza gioiosa.

Nel momento in cui l'autore scrive, però, il tempio è stato distrutto. Come si può pensare che lo splendore della città continui e anzi si estenda e si accresca fino a cancellare ogni traccia di buio?

L'epilogo dell'Apocalisse ha evidenti simmetrie con le prime pagine della Bibbia. La vicenda umana era iniziata con l'amicizia perduta, con i progenitori scacciati dal giardino dell'Eden e così impossibilitati a gustare del frutto dell'albero della vita. Ma ora l'albero della vita è piantato nella piazza della città (22, 2), segno della comunione filiale ridonata e quindi del Paradiso ritrovato.

In questa città nuova non c'è più nessun tempio, perché "il Signore Dio e l'Agnello sono il suo tempio" (21, 22), così come Dio stesso ne sarà la luce (cfr: 22,3-5).

I riferimenti sono certo relativi a una Gerusalemme celeste ed eterna, nella quale sola si potrà godere della visione di Dio faccia a faccia. Il tono liturgico del testo, tuttavia, fa pensare anche alla novità del culto cristiano, che ha il suo centro nella celebrazione eucaristica di Cristo immolato e risorto. Non è un caso che il rapimento di Giovanni nell'estasi, all'inizio dell'Apocalisse, avvenga nel giorno del Signore (1, 10), cioè di domenica, quando i cristiani si radunavano per I'Eucarestia. Nell'Eucarestia la comunità riconosce la propria speranza e insieme anche il proprio volto.

Nell'invocazione "Vieni, Signore Gesù" si hanno così come tre piani: la memoria della persona stessa di Gesù, la fede in una presenza attuale che già ora allontana il male, la speranza certa di un dispiegarsi pieno del trionfo di Cristo nella sua Parusia, cioè nella sua seconda venuta alla fine dei tempi.

L'Eucarestia diventa il sigillo della presenza del Signore, che accompagna la vita dei suoi servi, sottraendola al bisogno e alla solitudine.

L'ultimo libro del nuovo Testamento termina così con un dialogo affettuoso: "Lo Spirito e la sposa dicono: "Vieni!" E chi ascolta ripeta: "Vieni!" Chi ha sete venga; chi vuole attinga gratuitamente l'acqua della vita ... Colui che attesta queste cose dice:"Si verrò presto!" Amen. Vieni Signore Gesù." (22, 17-20).

Giancarlo Ballarini

 

 

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Ultimo aggiornamento: 24-09-09