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ENRICO VII E IL TRAMONTO DELL'IMPERO
IL PENSIERO POLITICO ITALIANO
L'ITALIA FINO ALLA MORTE DI ENRICO VII
sommario del capitolo
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La venuta di Enrico VII in Italia (1310-1313) e il tramonto dell'Impero.
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Il_grande_interregno_(1250-1273)_e_la_Casa_dAbsburgo
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Limperatore_Enrico_VII_di_Lussemburgo_in_Italia_(1310-1313)
- Il pensiero politico italiano.
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Il Comune di Firenze dalle origini al 1313.
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Origini_del_Comune_di_Firenze_
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Guelfi_e_Ghibellini;_scissione_della_nobiltà;_il_Primo_Popolo_(1250)
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Listituzione_del_Priorato_(1282)
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La_vittoria_del_popolo_grasso_e_gli_Ordinamenti_di_giustizia_(1293)
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La_scissione_tra_i_Bianchi_e_i_Neri_(1300) il_priorato_di_Dante_Alighieri
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Linfelice_impresa_di_Enrico_VII_e_il_perenne_esilio_di_Dante_
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La Repubblica di Venezia; lotte con Genova per il predominio nel Levante.
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Il_saldo_governo_di_Venezia
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Il_possesso_dei_mercati_del_Levante;_rivalità_e_lotte_con_Genova
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La Repubblica di Genova: lotte con Pisa e con Venezia.
questo capitolo è da correggere e revisionare
a) Il grande interregno (1250-1273) e la Casa d'Absburgo
Mentre il giovane
Corrado IV di Svevia muore in Italia (1254), la Germania è ancora tutta
sconvolta dalla discordia fra i Guelfi e i Ghibellini, che si contendono il
trono: si può dire che dalla morte di Federico II (1250), per più di venti
anni, la Germania non ha un re universalmente riconosciuto (grande interregno,
1250-1273).
Da queste lotte civili traggono vantaggio specialmente i feudatari tedeschi e
le varie confederazioni di città libere, che si sono venute formando nella
regione del Reno e verso le coste del Baltico e del Mare del Nord: gli uni e
le altre consolidano i loro possessi territoriali, si rendono sempre più
indipendenti, e contribuiscono a mantenere nella Germania quel frazionamento
feudale, che negli altri paesi tende invece a scomparire per dar luogo alle
grandi monarchie unitarie. Più tardi il diritto di eleggere il sovrano verrà
accentrato nelle mani di sette grandi elettori, i quali tenderanno ad avere il controllo della politica
imperiale. Scompaiono così quelle forti figure di imperatori assoluti, che
avevano formato la grandezza della Germania medievale, mentre da ora abbondano
scialbe figure di principi, che si muovono a stento fra le difficoltà create dal
controllo dei feudatari tedeschi.
Fatto importante di questo periodo è l'affermarsi della Casa d'Asburgo nella
persona di Rodolfo I, re di Germania dal 1273 al 1291, il quale, avendo
conquistato l'Austria, la Carinzia e la Stiria, con queste province costruì la
base della grandezza territoriale della sua famiglia, che, lasciato il vecchio
nome di Casa d'Asburgo, prese quello più pomposo di Casa d'Austria. Anche
Alberto I, figlio di Rodolfo, fu eletto re di Germania (1298-1308), ma non
riuscì per allora a rendere ereditaria nella sua famiglia la corona; infatti
alla sua morte fu eletto Enrico VII di Lussemburgo (1308).
b) L'imperatore Enrico VII di Lussemburgo in Italia (1310-1313)
Il nuovo
imperatore, benché di modesta origine feudale, era uomo di idee grandiose,
sinceramente entusiasta della tradizione imperiale, e deciso a farla prevalere
non solo sui principi di Germania, come avevano fatto i suoi predecessori, ma
anche sull'Italia, abbandonata a sé da mezzo secolo. L'impresa non appariva
facile, perché il partito guelfo, per l'appoggio di Roberto d'Angiò, re di
Napoli, succeduto da poco al padre Carlo II (1285-1309), era fortissimo in
Italia, né i Ghibellini potevano offrire aiuti sufficienti al bisogno. Perciò
Enrico VII volle piuttosto presentarsi come principe di pace, desideroso di
ricondurre la calma nelle città sconvolte dai partiti.
Così egli sperava di poter giungere senza gravi ostacoli a Roma, per
ricevervi la corona imperiale con grande solennità: dai tempi di Federico II di
Svevia non c'era più stata in Roma alcuna incoronazione imperiale.
Invocato dai Ghibellini, Enrico VII nell'ottobre del 1310 entrava in Italia
con soli 5000 uomini, pieno di buone intenzioni, ma con scarse probabilità di
successo. Passati i primi entusiasmi, a cui prese parte, insieme con tutti i
fuorusciti di Firenze, guelfi e ghibellini, anche Dante esiliato,
l'imperatore cominciò a capire come fosse ardua la sua azione di pacificatore,
quando, presa la corona d'Italia a Milano nel gennaio del 1311, vide scatenarsi
sotto gli stessi suoi occhi la guerra civile: i Visconti, ghibellini, che egli
aveva fatto rientrare in città per conciliare tra loro i partiti, con un audace
colpo di mano sbalzavano dal potere i guelfi Della Torre e li costringevano
all'esilio. Allora parecchie città della Lombardia, temendo il risveglio del
partito ghibellino, si dichiararono ostili a Enrico VII. Anche Firenze, guelfa e
borghese, si chiuse in una superba diffidenza e promosse una lega di città
toscane contro l'imperatore. E questi, che già aveva nominato vicario imperiale
Matteo Visconti, fu costretto ad affidarsi al partito ghibellino e a combattere
le città guelfe: Brescia fu assediata a lungo, e dopo una fiera resistenza,
presa e saccheggiata.
Intanto a Roma il partito guelfo, ottenuto da Roberto d'Angiò l'invio di un
notevole numero di cavalieri, si preparava ad impedire a Enrico l'ingresso in S.
Pietro. Infatti nel maggio del 1312 l'imperatore, entrando in città, poté
occupare il Laterano, ma per quanto tentasse con la forza di avviarsi verso la
città Leonina, non vi riuscì, avendo i Guelfi munito il ponte e Castel
Sant'Angelo. L'incoronazione avvenne nella chiesa di S. Giovanni in Laterano, e
fu celebrata da un cardinale, mancando il pontefice, il quale già da sette anni
aveva trasferito la sede del Papato in Francia.
Contro l'imperatore avevano cospirato molto i Fiorentini, i quali, vedendo
Pisa favorire l'Impero e i Ghibellini, si erano alleati con re Roberto, offrendo
a lui la signoria della loro città. Per salvare il proprio decoro, l'imperatore
doveva dunque umiliare Firenze. Ma Enrico VII aveva truppe così scarse, che
quando egli si presentò alle mura della città, i Fiorentini chiusero per
disprezzo le sole porte che erano
davanti al campo imperiale, lasciando aperte le altre al traffico e al pacifico
passaggio dei cittadini. E fu necessità levare l'inutile assedio.
Enrico VII si ridusse a svernare a Pisa. per raccogliere armi ed armati,
avendo in animo di assalire il Regno di Napoli e punire re Roberto, capo dei
Guelfi e amico dei Fiorentini: a tal fine si era alleato con Federico, re di
Sicilia, e aveva sollecitato aiuto di navi dalle repubbliche di Genova e di
Pisa. Nell'agosto del 1313, ricevuti rinforzi dalla Germania, si mosse con un
esercito più numeroso verso Roma; ma, giunto a Buonconvento presso Siena, morì di
febbre malarica. I suoi fedeli portarono il cadavere a Pisa, e lo chiusero in un
superbo mausoleo nel duomo: deponendo la salma del loro infelice sovrano, essi
non sapevano di seppellire insieme con quella gli ultimi avanzi della potenza
imperiale in Italia.
L'impresa di Enrico VII di Lussemburgo riaccese le dispute fra Guelfi e
Ghibellini e contribuì ad avviare verso un nuovo orientamento il pensiero
politico italiano.
Dante, che aveva auspicato l'arrivo dell'imperatore come di un Messia,
scrisse, forse in quei giorni, il suo trattato Monarchia affermando
energicamente l'origine divina dell'lmpero, prestabilito da Dio per la pace del
mondo, e rifiutando la teoria guelfa della supremazia politica del Papato. Nel
concetto dantesco l'Italia appare inquadrata nell'organismo dell'Impero; essa è
anzi il "giardin de lo Imperio" e non deve essere lasciata in abbandono da
Cesare, il quale ha diritto di comandare all'Italia, perché egli è per volere
divino "imperatore dei Romani" cioé degli Italiani. Fin qui Dante si muove entro l'àmbito delle idee medievali, come fanno
l'amico Cino da Pistoia e parecchi tra i glossatori bolognesi. Ma un'Italia, concepita come nazione a
sé, etnicamente unita, vivente la stessa civiltà (sia pure attraverso le
diversità regionali) è apparsa chiara nella
mente di Dante. Onde nella coscienza del poeta comincia ad affiorare il dissidio
fra l'universalità dell'Impero e l'autonomia dell'Italia.
Tale dissidio lo risolvono radicalmente i Guelfi, i
quali, difendendo le autonomie comunali contro l'Impero, a poco a poco si
abituano a vedere in Federico Barbarossa, in Federico II, in Enrico VII non
l'imperatore romano, ma il re di Germania. Il giurista Bartolo da Sassoferrato,
quando nel suo bonario latino medioevale dice : — Periculosum est habere regem
alterius nationis —, esprime l'angoscia degl'Italiani che
nell'imperatore vedono solamente lo straniero. Né diversamente pensano i
Fiorentini, quando, chiudendo le porte in faccia ad Enrico VII di Lussemburgo,
imprecano, non contro l'imperatore, ma contro il "rex Alamanniae".
La generazione posteriore a Dante abbandonerà le ideologie medioevali e parlerà più chiaramente dell'Italia, di un'Italia
libera dagli stranieri, arbitra del suo destino. Tale è il pensiero
di Francesco Petrarca nelle due canzoni: "Spirto gentil" e "Italia mia".
Né diversa é l'idea di Cola di Rienzo, il focoso tribuno che
vagheggia insieme la restaurazione dell'antica Roma e la riscossa d'Italia. Ma
il timore ghibellino di vedere l'Impero asservito al Papato in Roma, farà
sorgere un'altra idea: l'imperatore romano sarà eletto dal suo popolo, cioé non
dal papa, ma dal popolo di Roma, perché non la Germania, non il pontefice, ma il
popolo di Roma è depositario della dignità imperiale. Questa teoria della "sovranità popolare romana", adombrata in Marsilio da Padova,
sarà appunto il sogno di Cola di Rienzo: egli proclamerà che i barbari
stranieri non debbono occupare l'Impero di Roma; sotto lo scettro d'un
imperatore italiano "Roma e la sacra Italia sono da ridurre ad unione concorde,
pacifica, indissolubile".
a) Origini del Comune di Firenze
Intorno all'anno 1000 la città di Firenze
era uno dei tanti centri cittadini del vasto Marchesato di Toscana. Essa
cominciò a dare qualche segno di vitalità politica solamente durante la lotta
per le investiture (secolo XI), quando il popolo fiorentino, condotto da
Giovanni Gualberto, fondatore dei Vallombrosani, iniziò una sorda e lunga
battaglia contro il vescovo simoniaco Mezzabarba, emulando nei metodi i focosi
Patarini di Milano.
Morta la contessa Matilde di Canossa (1115) e sfasciatosi il vecchio
Marchesato di Toscana, Firenze rimase, come le altre città circostanti, senza
alcun governo, in mezzo al groviglio delle contese tra Papato e Impero per la
successione ai beni matildini. Cominciò allora a governarsi da sé, reggendosi a
libero Comune e difendendosi contro i feudatari dei dintorni e contro i vicari
imperiali di S. Miniato al Tedesco. Non prese parte alla lotta, che i Comuni
lombardi ingaggiarono contro Federico Barbarossa; però nel 1197, proprio
all'indomani della morte dell'imperatore Enrico VI, si pose alla testa della
Lega di San Genesio, e con Siena, Volterra, Lucca, mantenne viva in Toscana la
lotta contro l'Impero.
Firenze ebbe dapprima i Consoli; più tardi nominò in loro vece un Podestà,
che, apparso la prima volta nel 1193, dopo l'anno 1207 divenne definitivamente
la principale autorità del Comune, e presiedette ai due Consigli, maggiore e
minore, e al Parlamento del popolo. Nei tempi più antichi il
governo del Comune fu tenuto dai nobili, detti grandi o magnati, tutti
feudatari e valvassori, venuti a vivere in città, e uniti nella potente
Consorteria delle Torri; poca efficacia aveva il popolo, cioè la borghesia degli
artigiani e dei mercanti, sebbene già cominciasse a organizzarsi nelle Arti.
b) Guelfi e Ghibellini; scissione della nobiltà; il
"Primo Popolo" (1250).
Avvenne appunto in quei tempi la famosa divisione fra Guelfi e Ghibellini, a
cui i cronisti diedero come spunto iniziale il romanzesco episodio di Buondelmonte de Buondelmonti. Aveva costui promesso di sposare una fanciulla
degli Amidei, ma essendosi, pochi giorni prima delle nozze, invaghito di una
Donati, e avendola sposata, i parenti della tradita giurarono ,di vendicarla, e
il giorno di Pasqua del 1215 uccisero il giovane, che veniva a cavallo nei
pressi di Ponte Vecchio. Da allora tutta Firenze fu scissa in due partiti:
sostennero gli uni gli Amidei e gli Uberti, e furono detti Ghibellini, perché
quelle erano famiglie di antica origine feudale, e amiche dell'Impero;
parteggiarono gli altri per i Donati e i Buondelmonti, e furono detti Guelfi,
inclinando essi verso la Chiesa e il popolo.
Sotto il racconto forse leggendario dei cronisti si nasconde un episodio
grave per la storia del Comune di Firenze, la scissione della nobiltà cittadina:
ne profitterà la borghesia degli artigiani e dei
mercanti, contro la nobiltà indebolita dalla discordia. Tuttavia il
governo rimane ancora in mano ai nobili, e specialmente ai Ghibellini che,
forti dell'appoggio di Federico II, spadroneggiano in Firenze. Ma il governo
ghibellino è duro, prepotente, incapace di secondare il meraviglioso progresso
di Firenze nell'industria e nel commercio. Alla morte dello Svevo (1250),
il popolo delle Arti, che vuole dare al Comune un orientamento politico
decisamente mercantile, compie la sua prima rivoluzione eleggendo il Capitano
del popolo: questi deve circondarsi di armati e provvedere alla difesa del
popolo grasso contro la prepotenza dei nobili.
Per tal modo in Firenze, come in
tante altre città, si hanno allora due governi, armati e organizzati, l'uno a
fianco dell'altro, l'uno geloso e sospettoso dell'altro: da una parte il
Podestà, che col Consiglio generale e speciale costituisce il vecchio Comune
dominato dai nobili, il solo che ufficialmente rappresenti lo Stato;
dall'altra sta il Capitano del popolo, che si circonda dei rappresentanti delle
Arti. Non é questa
la conquista del potere da parte della borghesia, perché dominano ancora i nobili; ma é un primo passo verso la
conquista, tanto più che l'audacia del popolo
cresce ogni giorno. Correttamente quindi gli antichi cronisti fiorentini chiamano
questo ordinamento del 1250 il Primo Popolo, cioé il primo governo popolare in
Firenze.
All'audace riforma non si sottomette di buon animo il partito dei grandi,
onde i più intransigenti fra costoro, i Ghibellini, vengono cacciati dalla città
(1251): da questo momento Firenze è la città guelfa per eccellenza. Alla
conquista di essa mira allora re Manfredi nella sua effimera restaurazione del
partito ghibellino in Italia; perciò manda aiuti di armi e di danaro a Farinata
degli Uberti, capo dei Ghibellini esiliati. E Farinata marcia contro la patria, vince i Guelfi nella battaglia
di Montaperti (1260), entra in città, rovescia il governo popolare e caccia il
partito avversario: Guido Novello, signore di Poppi, domina in Toscana come
vicario di re Manfredi.
Il dispotismo dei nobili fa la sua seconda cattiva
prova in una città, che vive d'industrie e di commerci; morto Manfredi nella
battaglia di Benevento, caduto in tutta Italia il partito degli Svevi, il
popolo, aiutato da Carlo d'Angiò, re di Napoli e capo dei Guelfi, caccia per
sempre i Ghibellini da Firenze, e restaura il governo di parte guelfa (1266).
c) L'istituzione del Priorato (1282)
Ma ormai Guelfi e Ghibellini sono
nomi senza significato. Sotto la contesa politica si nasconde infatti la solita
lotta di classe tra i due maggiori partiti, i magnati cioé i nobili, e il popolo
cioè la borghesia. Questa, che già nel 1250 aveva eletto il Capitano del popolo,
nel 1282 fa un secondo passo più audace, e impone una nuova costituzione, per
cui entrano a far parte stabilmente del governo, accanto al
Podestà, anche i Priori delle Arti maggiori (Giudici e Notari, Mercanti di
Calimala, Cambiatori, Lanaioli, Mercanti della seta o di Por S. Maria, Medici e
Speziali, Pellicciai e Vaiai).
Così con l'istituzione del Priorato sale al
potere il popolo, non quello che noi oggi intendiamo, bensì la parte più ricca della borghesia fiorentina, quella che
fabbrica e smercia i suoi famosi pannilana per tutti i mercati del mondo, che
apre in tutte le maggiori piazze i suoi famosi banchi, e sovvenziona con
prestiti lucrosi la Chiesa romana e le principali corti d'Italia e d'Europa.
La politica di Firenze, guidata da uomini d'affari, assume allora più
decisamente una direttiva affaristica e mercantile. Pisa, al cui porto mirano da
tanto tempo i mercanti fiorentini, desiderosi di uno sbocco al mare, è in guerra
con Genova; Firenze appoggia quest'ultima, e quando Pisa è battuta alla Meloria
dai Genovesi (1284), Si fa cedere terre e castelli dalla vinta città.
Ma anche
Arezzo è nemica di Firenze e cerca di rovinarne il commercio impedendo il
transito dei pannilana fiorentini verso Roma. Scoppia allora la guerra contro
Arezzo: nel 1289 a Campaldino gli Aretini sono vinti; allo scontro prende parte
anche Dante Alighieri, giovane allora di 24 anni. La pace di Fucecchio, conclusa
con Pisa e Arezzo nel 1293, stabilisce l'esenzione dai dazi delle merci
fiorentine che passano attraverso i territori di quei due Stati, e consacra definitivamente il predominio
politico ed economico di Firenze su tutta la Toscana.
d) La vittoria del popolo grasso e gli Ordinamenti di giustizia (1293)
E'
giunta l'ora: il popolo grasso, arricchito dai floridissimi affari, tenta il
colpo di mano definitivo contro i grandi, escludendoli dal governo e riservando
a sè soltanto le cariche pubbliche.
Nel 1293, per opera principalmente di Giano
della Bella, si approvano i famosi Ordinamenti di giustizia, coi quali:
- si ammettono al Priorato solamente coloro che fanno parte delle Arti, cioé
la sola borghesia (esclusi quindi i nobili e la plebe);
- si chiamano al governo anche i medi e minori artigiani (cioé si allarga la
base del governo borghese con l'ammissione al potere della media borghesia);
- si stabiliscono gravissime pene contro i grandi, rei di persecuzioni contro
il popolo (cioé si oppone la forza pubblica alla violenza armata dei nobili).
Si fissano allora nuove norme per la elezione dei Priori, si porta il numero
delle Arti a ventuno: sette maggiori, cinque mediane, nove minori; viene
stabilita una nuova carica, il Gonfaloniere di giustizia, che, eletto ogni due
mesi, siede coi Priori, comanda una forte schiera di armati a difesa dei
cittadini delle Arti, e riceve in consegna il gonfalone del popolo. Così la
borghesia schiaccia senza riguardo la nobiltà, e la rende impotente, togliendole
ogni influenza politica. E sebbene poco dopo Giano della Bella debba uscire
esule da Firenze, gli Ordinamenti di giustizia rimangono sempre in vigore e
costituiscono il palladio intangibile della ricca borghesia fiorentina.
e) La scissione tra i Bianchi e i Neri (1300); il priorato di Dante
Alighieri
I malcontenti non si rassegnano al trionfo del popolo grasso:
nobili, piccoli artigiani e popolino fanno lega tra loro per rovesciare il
governo della ricca borghesia. Serve dl pretesto una nuova discordia fra le
maggiori famiglie fiorentine. Intorno al 1300 due grandi casate guelfe si
contendono tra loro il predominio in città: i Cerchi "uomini di basso stato, ma
buoni mercatanti e gran ricchi" (dice Dino Compagni), dei quali è capo messer
Vieri de' Cerchi, e i Donati "più antichi di sangue ma non sì ricchi",
obbedienti tutti a Corso Donati, uomo che per audacia e superbia è da tutti
ammirato e temuto. Intorno a queste due famiglie si vengono orientando i cittadini;
quelli che stanno per i Cerchi si dicono Bianchi; quelli che sono per i Donati
si chiamano Neri. Questa denominazione di Bianchi e Neri pare sia stata introdotta a imitazione dei due partiti in cui era
divisa la nobile famiglia dei Cancellieri di Pistoia; ad ogni modo essa comincia
a divenire di uso generale in Firenze dopo il 1300, quando nell'occasione delle
feste di calendimaggio di quell'anno, i Cerchi e i Donati arrivano a una serie
di scontri sanguinosi, dividendo la città in due fazioni, che si combattono come
prima hanno fatto Guelfi e i Ghibellini.
Ma anche questa volta sotto una competizione gentilizia si nasconde la lotta
di classe; i Cerchi, mercanti arricchiti, raccolgono intorno a loro le simpatie
del popolo grasso, quello precisamente che dopo gli Ordinamenti di giustizia è
al potere; i Donati, nobili di origine e fieramente avversi al popolo grasso,
che li ha allontanati dal potere, si vantano difensori delle antiche aspirazioni
nobiliari, mai tramontate, e si fanno forti dell'appoggio della parte del popolo
minuto esclusa dal governo. Sono dunque bianchi i borghesi delle
Arti maggiori; sono invece neri i nobili, i piccoli artigiani e i proletari.
Ed ecco in mezzo a tante discordie levarsi minacciosa la figura di papa
Bonifacio VIII, il quale vuol far valere la supremazia politica del Papato anche
sui Fiorentini, tanto più che la Toscana è un vecchio feudo della contessa
Matilde, su cui il Papato vanta qualche diritto: egli si accorda segretamente
con Corso Donati e coi Neri per scalzare la Signoria, che è bianca e custodisce
gelosamente la libertà comunale. Col pretesto di pacificare Firenze viene
mandato il Cardinale d'Acquasparta, il quale non riesce che ad acuire gli odi
fra le due fazioni, tanto che la Signoria, di cui fa allora parte anche Dante come
Priore, è costretta a bandire dalla città i maggiorenti dei due partiti (1300). Ma
poco dopo i Bianchi rientrano col tacito consenso della Signoria, che è loro
favorevole, mentre i Neri di fuori si raccomandano al papa, il quale invia come
«paciaro» Carlo di Valois, fratello del re di Francia. La Signoria non s'illude
sulla missione di lui; sa bene che egli viene per "abbattere il popolo e parte
bianca"; perciò si raduna nervosamente per difendere gli Ordinamenti di giustizia, si abbandona a
rappresaglie contro gli amici dei Neri e invia a Bonifacio VIII alcuni
ambasciatori, fra cui anche l'Alighieri.
Intanto Carlo di Valois entra in
Firenze e dà man forte a Corso Donati, che in mezzo ai suoi varca la porta, da
cui è partito esule, e traversa altezzosamente la città, tra la plebe che lo
applaude al grido di "viva il barone!".
E incominciano le vendette: i Neri
s'impadroniscono della Signoria e mandano in esilio, uno dopo l'altro, seicento
ricchi e cospicui cittadini di parte bianca, tra i quali Dante Alighieri
(1302). Ma l'intollerabile superbia di Corso Donati e l'insolenza della plebe risvegliano il popolo grasso, il quale, dopo qualche anno di lotta,
riesce a riconquistare il potere e ad uccidere Corso Donati (1308).
La borghesia trionfa, ma agli esuli del 1302 nega il permesso di rientrare in
Firenze. Costoro, guelfi, hanno fatto lega coi fuorusciti ghibellini, e insieme
ad essi hanno tramato contro il Comune. Restino dunque fuori, a scrutare se da
lontano giunga in loro aiuto il tanto sospirato imperatore. E anche Dante non
può tornare.
f) L'infelice impresa di Enrico VII e il perenne esilio di Dante
Dopo la
morte di Corso Donati, ecco (1310) apparire all'orizzonte politico d'Italia
l'imperatore Enrico VII di Lussemburgo: su lui si appuntano le speranze dei
Ghibellini di tutta Italia; a lui si dirigono le suppliche degli esuli di
Firenze, con Dante alla testa, che saluta nell'imperatore che il principe
di pace. Il fallimento dell'impresa di Enrico VII e la rapida fine di lui
(1313) lasciano inalterate le condizioni d'Italia e di Firenze. I fuorusciti,
ghibellini e bianchi, perdono ogni speranza di ritorno; Dante trascina ancora,
lungi dal suo "bel san Giovanni", gli ultimi anni della sua triste vita di
esule.
a) Il saldo governo di Venezia
In mezzo al turbine delle guerre e delle
discordie, che agitano l'Italia nei secoli XIII e XIV, Venezia appare come
un'oasi di tranquillità e di benessere.
Senza dubbio Venezia non avrebbe potuto prosperare così, se non avesse avuto
quel suo famoso governo oligarchico che, unico in Italia e forse nel mondo, diede per tanti secoli lo spettacolo della più
illuminata energia. La repubblica non ebbe mai una vera nobiltà feudale, poiché
nelle sue isole non vennero ad abitare né feudatari vinti, né vassalli del
contado, come nei Comuni di terraferma; a Venezia chi prese in mano il governo
della cosa pubblica fu un piccolo gruppo di cittadini, scelti fra quelle
famiglie, che coi traffici si erano maggiormente arricchite. Così verso il
secolo XII cominciò ad adunarsi il Maggior Consiglio, composto di 480
consiglieri, che avocò a sé gran parte delle prerogative dell'assemblea
popolare.
Più tardi si venne formando il Minor Consiglio o Senato composto dei Pregadi, i quali avevano l'ufficio di assistere nelle sue deliberazioni il Doge.
Questi era eletto a vita; perciò la sua scelta veniva fatta con cura e
attraverso minuziosi controlli; la sua autorità era poi limitata dalla
assistenza dei sei Consiglieri, che gli sedevano sempre a fianco; e insieme con
lui e coi tre Capi della Corte d'Appello costituivano la Serenissima Signoria.
L'oligarchia veneziana, non contenta di avere il controllo del governo, volle
con un colpo di Stato assicurarsi il perpetuo dominio della repubblica; infatti
nel 1297 essa riuscì a imporre la famosa Serrata del Maggior Consiglio, con la
quale limitava il diritto di entrare in quel consesso solamente a coloro che vi
avessero seduto negli ultimi quattro anni, o i cui antenati vi avessero
precedentemente appartenuto. Così una minoranza si impadronì per sempre del
potere, trasformò la repubblica in un'oligarchia chiusa, ed escluse tutti gli
altri cittadini da ogni partecipazione al governo. Fu compilato l'elenco delle
famiglie privilegiate con la nota dei matrimoni e delle nascite, elenco che poi
fu detto il Libro d'oro.
La famosa nobiltà veneziana ha una tale origine.
Naturalmente ciò non poté avvenire senza provocare una reazione da parte degli
esclusi, alla testa dei quali si pose nel 1310 Baiamonte Tiepolo. La ribellione
fu soffocata nel sangue, e da allora la gelosa nobiltà istituì quel Consiglio
dei Dieci, coi relativi tre Inquisitori, che é certamente il più formidabile
tribunale politico del medio evo.
b) Il possesso dei mercati del Levante; rivalità e lotte con Genova.
La
tranquillità interna permise alla repubblica di curare in modo specialissimo
tutto il mondo coloniale e i vecchi e nuovi mercati. La quarta Crociata
(1202-1204) e il successivo acquisto di gran parte delle isole e dei porti dell'Egeo e dello Ionio, avevano dato a
Venezia il primato nei mari del Levante e il quasi assoluto monopolio dei
prodotti orientali. Tutti gli anni, all'aprirsi della primavera, una grossa
flotta mercantile partiva per i mari del Levante, toccava i porti più attivi e
tornava in settembre, carica di spezie, sete, tappeti, broccati e damaschi
levantini; un'altra partiva in agosto, svernava fuori e ricompariva verso
maggio; il loro arrivo era il momento del massimo risveglio commerciale della
città, alla quale affluivano i mercanti di ogni paese per gli acquisti
immediati. Il predominio nel Levante costituiva la fonte maggiore della
ricchezza veneziana, onde è naturale che i Genovesi tentassero tutti i mezzi per
strappare ai rivali questo prezioso primato, cercando di colpire specialmente
là, dove più vitali erano gli interessi veneziani, cioè a Costantinopoli.
L'Impero Latino d'Oriente, fondato dai Veneziani nel 1204, era sempre rimasto
un povero Stato feudale, combattuto a nord dai Bulgari, e a sud dall'lmpero di
Nicea, piccolo Stato greco, formatosi nell'Asia Minore. Tuttavia i Veneziani
erano riusciti a conservare intatti i loro privilegi, sì che essi, annientata la
concorrenza dei Genovesi e dei Pisani, avevano il monopolio del commercio nel
porto di Costantinopoli, controllando tutti i traffici dell'Egeo e del Mar Nero.
I Genovesi, colpiti così nei loro interessi, vollero ad ogni costo
soppiantare i Veneziani; non c'era che una via: favorire le aspirazioni di
Michele Paleologo, imperatore di Nicea, aiutarlo nella conquista di
Costantinopoli, abbattere l'Impero Latino, ricostruire il vecchio Impero
Bizantino, e da questo ottenere privilegi e concessioni identiche a quelle che
godevano i Veneziani. Ciò fecero i Genovesi firmando con Michele Paleologo nel
1261 il Trattato di Ninfeo (Asia Minore), e offrendogli la loro flotta per
compiere l'impresa vagheggiata. Infatti nello stesso anno Costantinopoli era
presa; l'Impero Bizantino risorgeva con Michele VIII Paleologo; questi fondeva
le nuove conquiste col suo Stato di Nicea, costituendo un Impero di notevoli
dimensioni, senza riuscire però a riprendere le isole dell'Egeo, difese
strenuamente dai Veneziani. Ma intanto Genova cacciava i Veneziani dal loro
quartiere di Costantinopoli, demoliva le loro fortificazioni e occupava il
sobborgo di Galata, che divenne il cuore del commercio genovese nell'Egeo e nel
Mar Nero.
Naturalmente la lotta fra le due repubbliche rivali si acuì al punto, da
presentare spesso l'aspetto più di una impresa da corsari che di una guerra tra popoli civili. Innumerevoli furono le battaglie navali, nelle
quali purtroppo si venne logorando la potenza italiana sul mare; di queste
battaglie la più memorabile è quella di Curzola (a sud-est di Lissa) del 1298,
in cui l'ammiraglio genovese Lamba Doria riuscì a distruggere l'armata
veneziana, facendo un gran numero di prigionieri, tra i quali fu anche il famoso
viaggiatore Marco Polo. Ma la potenza di Venezia aveva troppo salde radici
perché una battaglia perduta potesse umiliarla: infatti quando, auspice Matteo
Visconti, nel 1299 si firmava la pace a Milano, i vantaggi ottenuti dai Genovesi
apparvero ben scarsi in confronto dei loro successi militari.
La storia di Genova è strettamente legata a quella delle sue classiche
rivali, Pisa nel Tirreno e Venezia nei mari del Levante.
Con Pisa i rapporti erano stati buoni nei primi tempi, quando le due
repubbliche si erano unite più volte per lottare contro i Saraceni; ma più
tardi, a causa del possesso delle isole maggiori del Tirreno, le rivalità si
accesero e degenerarono in guerre disastrose. Così mentre Pisa si accostava al
partito ghibellino, favoriva il Barbarossa e più tardi, alleata di Federico II,
batteva i Genovesi nello scontro navale dell'isola del Giglio (1241), Genova
appoggiava la parte guelfa, aiutava i Comuni e papa Alessandro III, e più tardi
riusciva a trasportare Innocenzo IV e i suoi prelati in Francia a quel Concilio
di Lione, che fu la disfatta di Federico II e della parte ghibellina in Italia.
Ma l'occasione per vendicare la sconfitta del Giglio si presentò presto ai
Genovesi. Nel 1282 la Corsica, soggetta a Genova, si agitava contro la madre
patria, aiutata sottomano dai Pisani, i quali, possedendo già la Sardegna,
volentieri avrebbero occupato anche l'altra isola. Ne nacque una guerra
tremenda, che culminò nella famosa battaglia navale alla Meloria (1284), nella
quale i Pisani furono disfatti, abbandonando ben 10.000 prigionieri, molti dei
quali delle migliori famiglie pisane, onde venne il motto: "chi vuoi veder
Pisa vada a Genova". Allora i Guelfi di Toscana, alleati dei Genovesi,
minacciarono la marcia su Pisa; Ugolino della Gherardesca, eletto capitano del popolo, salvò la repubblica cedendo terre e castelli a Lucca e a Firenze,
che si erano levate in armi, e cacciando i Ghibellini: ne ebbe più tardi in
compenso la taccia di traditore e la morte per fame nella torre (cfr. Inferno,
XXXIII). Ma dopo la Meloria, Pisa non si rialzò più, e Genova ottenne parte
della Sardegna e il dominio assoluto sul Tirreno.
Meno felice fu la lotta con la più formidabile nemica
dell'Adriatico, Venezia. Rimase tuttavia a Genova un bel campo di attività
mercantile nel Mar Nero, dove essa ebbe il primato indiscusso fino alla presa di
Costantinopoli, fatta dai Turchi nel 1453. Il traffico genovese proseguì a
mantenersi vivacissimo per qualche secolo ancora per tutto il Mediterraneo
occidentale, e altissima si conservò la fama dei Liguri come costruttori di
navi, esperti piloti, audaci navigatori. Né minore fu la celebrità di Genova nel
mondo finanziario, in mezzo al quale il famoso Banco di San Giorgio seguitò ad
essere uno dei più forti istituti di credito fino a tutto il secolo XVI.
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