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SIGNORIE E PRINCIPATI.
GLI STATI ITALIANI FINO ALLA META' DEL SECOLO XV
ORIGINE E SVOLGIMENTO DELLA CASA DI SAVOIA
sommario del capitolo
- Dal Comune alla Signoria; dalla Signoria al Principato
-
La_crisi_del_governo_comunale_e_il_sorgere_delle_Signorie
-
Il_trapasso_dal_Comune_alla_Signoria
-
Il_trapasso_dalla_Signoria_al_Principato
-
La
trasformazione dell'ordinamento militare: dall'esercito comunale alle "Compagnie
di ventura"
-
Il_dissolvimento_dellesercito_comunale
-
Le_Compagnie_di_ventura_e_i_più_famosi_Condottieri
-
Gli Stati italiani fino alla metà del secolo XV: la politica
di espansione territoriale
- La Signoria degli Scaligeri a Verona
-
Il
Ducato di Milano: sua contrastata espansione territoriale
- La_Signoria_viscontea
-
Gian_Galeazzo_Visconti_(1378-1402),_primo_duca_di_Milano
-
Filippo_Maria_Visconti_(1412-1447)_e_la_fine_della_Signoria_viscontea
-
Francesco_Sforza,_duca_di_Milano_(1450-1466)
-
Il Dogato di
Venezia e la sua politica di espansione nell'Italia settentrionale
- La_politica_continentale_
-
Il_doge_imperialista:_Francesco_Foscari_(1423-1457)
-
La_guerra_con_Ferrara_e_la_pace_di_Bagnolo_(1484)
-
Il
Dogato di Genova; debolezza di governo; ultime guerre navali con Venezia
- Vita_politica_interna
-
Lattività_marinara_e_le_ultime_lotte_con_Venezia:_la_guerra_di_Chioggia(1376-1381)
-
Origine e svolgimento della Casa di Savoia fino alla morte di Amedeo VIII
-
Vicende di Firenze: dal Comune alla Signoria dei Medici
-
Primi_tentativi_di_Signoria_a_Firenze
-
Firenze_diviene_un_Comune_democratico_sotto_il_controllo_del_popolo_grasso
-
Lo Stato
Pontificio: i papi del secolo XV
-
Tristi_condizioni_dello_Stato_Pontificio
- I_papi_del_secolo_XV
- Vicende del Regno di Napoli.
- Gli_Angioini_
-
Gli_Angioini-Durazzeschi
-
La_dinastia_aragonese_di_Napoli
1. Dal Comune alla Signoria ; dalla Signoria al Principato
Fino alla metà del
secolo XIII l'Italia settentrionale e centrale può dirsi ancora "il paese dei liberi Comuni": anche attraverso i
progressivi cambiamenti della loro costituzione, i Comuni sono rimasti, nella
loro struttura repubblicana, sostanzialmente intatti. Ma dopo il 1250 si
manifesta una generale tendenza verso forme, più o meno larvate, di governo
personale e assolutistico, tendenza che si protrae per i due secoli XIV e XV e
trasforma a poco a poco l'Italia settentrionale e centrale, in un paese dapprima
di grandi e piccole Signorie, e più tardi di vasti e potenti Principati.
a) La crisi del governo comunale e il sorgere delle Signorie
La maggiore debolezza della vita comunale nel medio evo è la mancanza di tranquillità interna,
conseguenza inevitabile delle competizioni tra le parti sociali per la conquista del
potere. Nel secolo XIII vediamo infatti i maggiori Comuni italiani, benché
fiorenti di attività e di ricchezze, travagliati da continue discordie tra
nobili e borghesi, tra famiglia e famiglia, tra popolo grasso e plebe, tanto che la
normale vita cittadina è continuamente turbata da sconvolgimenti. Ad ogni
vago allarme suonano a stormo le campane; da ogni parte arriva gente, si viene
alle armi per le strade e le piazze, si corre alle case dei nemici, si assalta,
si devasta, s'incendia. Tutti sentono la mancanza di un governo forte, che al di sopra delle competizioni di classe,
sappia dare alla città una pace duratura col rispetto delle leggi e con la forza
delle armi.
Così la democrazia comunale, che è già arrivata allo sfacelo,
lascia libero il campo al dominio di uno solo; al Comune si sostituisce a poco a
poco la Signoria.
b) Il trapasso dal Comune alla Signoria
Siccome nella vita comunale molte
e varie sono le occasioni che possono offrire l'occasione ad un uomo energico di
afferrare il potere, così il trapasso dal Comune alla Signoria avviene in modi
diversi. Si tratta talvolta di un Podestà, di un Capitano del popolo, stimato
per la sua saggezza o temuto per la sua forza, che dagli stessi cittadini si
vede annualmente rinnovare i poteri.
Altre volte è il capo di un partito, il quale nel giorno della
vittoria della sua parte caccia gli avversari dalla città e ne diventa il
padrone. A volte il potere è preso mediante colpo di stato, altre volte mediante
la paziente opera di un ricco mercante, che, conquistandosi le clientele, raggiunge
senza clamori il potere supremo.
Nel periodo iniziale la Signoria lascia intatte le forme dell'ordinamento
comunale, perché essa vuole apparire come rappresentante legittima dell'intera
cittadinanza. Ma col passare del tempo il signore tende ad accentrare nelle sue
mani i maggiori affari dello Stato e riduce le cariche tradizionali del Comune
a semplici mansioni decorative, che distribuisce agli amici, legandoli alla sua
fortuna. Quasi sempre poi si adopera abilmente per preparare ai propri figliuoli
la successione nella Signoria, creando in tal modo una stabile dinastia con
diritti ereditari.
Tra il XIII e il XIV secolo sorgono così nei principali Comuni d'Italia le
Signorie, parecchie delle quali daranno alle città uno splendore nuovo.
Ricorderemo i Della Torre e i Visconti a Milano, i Della Scala a Verona, i Da
Carrara a Padova, i Da Camino a Treviso, gli Estensi a Ferrara, i Da Polenta a
Ravenna, i Bonacolsi e i Gonzaga a Mantova, gli Scotti a Piacenza, i Da
Correggio a Parma, i Pepoli a Bologna, i Manfredi a Faenza, gli Ordelaffi a
Forlì, i Malatesta a Rimini, i Da Varano a Camerino.
c) Il trapasso dalla Signoria al Principato
Caduto il regime
comunale, il signore si sente più libero e comincia ad agire senza preoccuparsi
del volere della cittadinanza, della quale si considerava dapprima il
rappresentante. Il
signore cerca una base legale al proprio potere e ricorre perciò a colui che, in
teoria, é la fonte unica dell'autorità, cioé l'imperatore. Da esso ottiene con
omaggi e con doni il riconoscimento ufficiale della propria Signoria e il titolo
di conte o di duca, titolo che è la prova tangibile di una investitura
imperiale. La Signoria non ha allora più nulla che la leghi al vecchio Comune, e
diviene un Principato, con diritto ereditario.
Così sorgono in Italia i Ducati di Milano, di Ferrara, di Mantova e, più
tardi, di Firenze: essi sono veri Stati secondo il significato moderno della
parola; come Stati hanno un completo ordinamento amministrativo e finanziario,
una loro politica di espansione, un loro armamento.
2. La trasformazione dell'ordinamento militare: dall'esercito
comunale alle "Compagnie di ventura,,
a) Il dissolvimento dell'esercito comunale
Come il feudalesimo aveva
creato un suo speciale ordinamento militare, di cui la cavalleria feudale
rappresentava il fulcro, così il Comune aveva istituito un proprio esercito, del
quale la parte più numerosa era composta dagli stessi cittadini,
tumultuariamente armati e ordinati. L'esercito comunale aveva avuto il suo
periodo aureo nel secolo XII: la vittoria di Legnano (1176) poteva dirsi il più
glorioso dei suoi fasti. Ma già sessanta anni dopo, nella sconfitta di Cortenuova
(1237), esso rivelava i sintomi di una decadenza, le cui origini sono da
ricercarsi nelle vicende stesse della vita comunale. È noto infatti che nei
maggiori Comuni la lunga lotta tra la nobiltà e la borghesia si concluse, al
declinare del secolo XIII, con la sconfitta o con l'espulsione o con il disarmo
della nobiltà. Questo fatto ebbe sull'efficienza dell'esercito comunale una
ripercussione immediata. I nobili erano i soli che nel Comune avessero pratica
d'armi e di guerra; essi nell'esercito comunale erano gli ufficiali,
addestravano e dirigevano la il
popolo in armi. Scomparsi o esautorati i nobili, l'esercito cittadino fu una
folla senza capi autorevoli ed esperti, un'armata senza efficienza militare.
Della sua debolezza profittò allora la Signoria per imporsi con pochi armati a
tutta la cittadinanza. Quando poi la Signoria si fu trasformata in una
istituzione dispotica, a carattere ereditario, l'esercito comunale perdette lo scopo della sua esistenza. Sorto
per la difesa della libertà cittadina non poté
adattarsi a servire gli interessi di un solo: non era questo il suo compito.
Una forza militare era necessaria: il signore
cominciò ad assoldare mercenari, retribuiti coi denari del Comune,
ma che comandava personalmente, legandoli a sé con donativi o col miraggio di
laute razzie in territorio nemico. Più la Signoria accentuava il suo carattere
dispotico e dinastico, e più l'esercito mercenario s'ingrandiva e si distaccava
dalla cittadinanza. E allora il signore poteva servirsi di questa milizia anche
contro i vecchi istituti cittadini che si opponevano al suo potere personale. Così dalla fine del secolo XIII si venne formando la milizia mercenaria, la
quale concepì l'esercito come mestiere, tanto più appetibile,
quanto meglio compensato.
b) Le Compagnie di ventura e i più famosi Condottieri
Divenuto
lucroso il mestiere di soldato, sorsero presto capitani, i quali, raccogliendo
gente atta alle armi, con essa costituirono piccoli eserciti, che si dissero
Compagnie di ventura, perché combattevano dovunque se ne offrisse l'occasione.
Di questi capitani di ventura (detti anche "Condottieri" perché andavano a in
condotta, cioé erano assoldati) non pochi furono valorosi, risoluti nell'azione,
ottimi conoscitoridell'animo del soldato, geniali tattici e strateghi.
Le prime Compagnie di ventura furono composte di stranieri (svizzeri e
tedeschi in maggioranza), i quali diffusero intorno il terrore con l'aspetto
feroce, la violenza dei modi, il disprezzo della pietà. Famosa fu la Gran
Compagnia, composta quasi tutta di Tedeschi, e condotta dal duca Guarnieri di
Urslingen: costui si faceva chiamare "nemico di Dio, di pietà, di misericordia".
Di Bretoni era composta la Compagnia, che fu messa agli ordini del cardinale
Roberto di Ginevra (il futuro antipapa Clemente VII) e commise le stragi e il
saccheggio di Cesena (1377).
Inglese era Giovanni Hawkwood, che con la sua
Compagnia servì a lungo i Fiorentini, i quali gli aggiustarono il nome
in Giovanni Acuto, gli diedero onori e ricchezze e, morto (1394), lo
ricordarono con un dipinto in Santa Maria del Fiore.
Ben presto anche gl'Italiani impararono l'arte dagli stranieri e formarono
Compagnie di ventura, composte di gente nostrana, forte e coraggiosa. I capi
furono piccoli feudatari, signorotti di contado, e qualche volta anche popolani
o contadini, saliti in fama per bravura militare. Il primo fra i "Condottieri" nostri fu Alberico da Barbiano,
signore di alcune terre di Romagna, che fondò la Compagnia di San Giorgio e con
essa prestò man forte a papa Urbano VI, quando si trattò di cacciare dall'Italia
i Bretoni, che il cardinale Roberto di Ginevra, divenuto antipapa, aveva
richiamato perché lo aiutassero ad entrare in Roma e a cacciarne il papa
legittimo. Sconfitti a Marino (1379), i Bretoni si portarono il loro antipapa ad
Avignone.
Alberico da Barbiano fu un caposcuola: discende da lui la schiera dei più
famosi Condottieri italiani del secolo XV, tutti suoi scolari o discendenti di
scolari. Ricorderemo Braccio da Montone (detto Fortebraccio) e il suo rivale
Muzio Attendolo (detto lo Sforza), il quale fu padre di Francesco Sforza,
divenuto poi duca di Milano, esso pure famosissimo condottiero. E furono
illustri e valorosi Jacopo Dal Verme, di nobile famiglia lombarda, Nicolò Piccinino di Perugia, Facino Cane, e quel Francesco Bussone (detto il
Carmagnola), che da contadino divenne generale della repubblica veneta e finì
sul patibolo per sospetto di tradimento; fortunato fu invece il condottiero
bergamasco Bartolomeo Colleoni, la cui fedeltà a Venezia fu premiata con grandi
ricchezze e con una statua equestre bellissima.
Questi condottieri italiani non furono né brutali saccheggiatori né
spadaccini volgari: essi si dimostrarono uomini di straordinario valore, perché
come politici seppero spesso formarsi e conservarsi uno Stato, e come uomini
d'armi riuscirono a creare una vera scuola di guerra, schiettamente italiana.
3. Gli Stati italiani fino alla metà del secolo XV: la politica di
espansione territoriale.
Con l'inizio del secolo XIV si apre in Italia un lungo periodo di guerre, che
si protrae fino al 1454, anno della pace di Lodi. Questo periodo é detto
comunemente della espansione territoriale, perché le Signorie, i Principati, le
Repubbliche tendono ad ampliare il proprio territorio a danno dei più deboli
vicini, per divenire vasti e potenti Stati unitari, senza peraltro riuscirvi
mai. Nell'Italia settentrionale sembrano prevalere dapprima i Della Scala di
Verona, padroni di molte città del Veneto; presto però tramontano, per cedere il
posto ai Visconti di Milano, i quali nei loro momenti più felici signoreggiano nella
Lombardia, su parte del Veneto e dell'Emilia, raggiungono Genova, che diviene
loro possesso, e da Bologna, che è loro, puntano sulle città della Toscana,
della Romagna, dell'Umbria.
Un fatto nuovo arresta l'espansione viscontea: la politica continentale di
Venezia. La fiorente repubblica sulla fine del secolo XIV ha già abbattuto le
Signorie dei Carraresi di Padova, degli Scaligeri di Verona, e tende a penetrare
nella Lombardia per raggiungere Milano e conquistare tutta l'Italia
settentrionale; essa trova spesso un'alleata in Firenze, la quale si vede
minacciata dalla potenza viscontea. Attorno ai due maggiori contendenti, Venezia
e Milano, si dispongono gli altri Stati d'Italia, regolando la loro politica
secondo le esigenze proprie. Alla contesa centrale vengono poi ad
affiancarsi tutte le controversie particolari di Napoli, di Roma, di Genova, di
Ferrara: la storia politica d'Italia é in quei giorni un caos
di alleanze e di tradimenti, di paci e di guerre, di improvvisi trionfi e di
crolli precipitosi.
Forse fu una sventura per l'Italia che nessuno dei suoi stati fosse
abbastanza forte da sottomettere gli altri: gli stranieri non avrebbero
trovato un'Italia debole, facile
preda delle grandi monarchie di Francia e di Spagna.
Invece, dopo tante guerre, alla metà del secolo XV le forze di Milano e
Venezia si bilanciano, e insieme con esse si equilibrano i pesi delle rispettive alleanze: é giunto il momento della pace di Lodi
(1454), a cui aderiscono i maggiori Stati dell'Italia. Questa pace inizia il
periodo di equilibrio, che assicura un quarantennio (1454-1494) di
tranquillità alla penisola.
4. La Signoria degli
Scaligeri a Verona
Verona, un tempo libero Comune guelfo, aveva subìto per più di trent'anni
(1227-1259) la dura oppressione di Ezzelino da Romano, fortissimo signore
ghibellino, grande amico di Federico II e degli Svevi. Caduto il tiranno nella
battaglia di Cassano d'Adda (1259), Verona restaurò l'antico governo comunale,
ma non riuscì a conservarlo a lungo, perché nel 1277 Alberto della Scala, eletto
capitano del popolo a vita, cominciò a governare da padrone la città, iniziando
la Signoria degli Scaligeri. Di questi il più famoso fu Can Grande della Scala
(1308-1329), che, insieme con Matteo Visconti di Milano, esercitò un vero
predominio sui Ghibellini d'Italia e prese parte a quasi tutte le guerre del
tempo in appoggio a Enrico VII e Lodovico il Bavaro. Signore di
Verona e della media valle dell'Adige, egli
allargò i suoi possessi nel Veneto, contro i Carraresi di Padova e
i Da Camino di Treviso: la
Signoria scaligera, oltre che su Verona, si distese su Padova, Vicenza, Feltre,
Belluno, Treviso, dominando le valli dell'Adige, del Brenta, del Piave. Nessun
signore in Italia, neppure Matteo Visconti, era allora così potente.
Can Grande scomparve a soli 38 anni, nel 1329, quando la sua
potenza era giunta all'apogeo.
Dante, dopo aver trovato
presso gli Scaligeri il suo primo rifugio, a Can Grande
dedicò più tardi il Paradiso.
I successori di Can Grande, Alberto II e Mastino II, estesero ancor più i
loro possessi, conquistarono Brescia minacciando di là la potenza viscontea di Milano, assoggettarono Parma e Lucca puntando verso Firenze; si
rafforzarono sulla linea del Po premendo sui Gonzaga di Mantova, sugli Estensi
di Ferrara, e incalzando i Veneziani. Scoppio allora una guerra generale: gli
Scaligeri, accerchiati da ogni parte dai nemici (Lega anti-scaligera, 1336),
dovettero abbandonare terre e città, riducendosi al possesso di Verona e di
Vicenza, mentre i Visconti occupavano Brescia, i Veneziani si stabilivano a
Treviso e a Bassano, i Carraresi rientravano in Padova.
Da quei giorni Verona perdette gran parte della sua forza e fu perennemente
insidiata da Milano e da Venezia, due Stati ai quali premeva assai il possesso
delle vie verso il Brennero. Invano gli ultimi Scaligeri lottarono valorosamente:
Verona nel 1387 fu presa da Gian Galeazzo Visconti; morto il duca di Milano
(1402), la città cadde sotto Francesco Novello da Carrara, signore di Padova
(1404), per finire poi nelle mani dei Veneziani (1405).
5. Il Ducato di Milano: sua contrastata espansione territoriale
a) La Signoria viscontea
Nei giorni in cui l'imperatore Enrico VII di
Lussemburgo era in Italia per pacificare i partiti e restaurare la dignità
imperiale, Matteo Visconti, da lui richiamato in Milano, invece di secondare la
politica di pace del sovrano, sollevò (come già vedemmo) il popolo contro i Torriani, li cacciò dalla città, e iniziò così la Signoria viscontea in Milano.
Egli ebbe dall'imperatore il titolo di vicario imperiale e fu tra i maggiori
capi del partito ghibellino in Italia, emulando in valore e in audacia lo
scaligero Can Grande; dominò (1311-1322) sopra undici città, da Bergamo a
Novara, e mirò alla conquista di Genova, la quale fu salvata per l'intervento di
re Roberto di Napoli, che papa Giovanni XXII in Avignone aveva nominato "vicario d'Italia" e capo del partito guelfo. Le conquiste di Matteo nelle valli
della Scrivia, della Trebbia e della Magra rinnovarono la minaccia su Genova,
onde il papa, che già aveva scomunicato il Visconti perché imponeva tasse ai
preti e si mostrava poco devoto alla Chiesa, si adoperò per promuovere una lega
di tutti i Guelfi, inviò (come vedemmo) il proprio legato Bertrando del Poggetto, e bandì la Crociata contro Matteo, accusato di eresia e nuovamente
scomunicato.
Nel bel mezzo della guerra, Matteo Visconti moriva (1322), lasciando in
difficili condizioni il suo successore Galeazzo I (1322-1327). Questi continuò
la guerra per qualche tempo e nel 1324 sconfisse i Guelfi al ponte di Vaprio
sull'Adda, riconquistando la città di Monza, nel cui castello il crudele
principe fece costruire le famose prigioni, dette i forni. Rappacificatosi col
pontefice, non seppe resistere al desiderio di riprendere il suo posto nel
partito ghibellino, quando scoppiò più viva la lotta tra papa Giovanni XXII e
Lodovico il Bavaro. Galeazzo Visconti accolse infatti splendidamente
l'imperatore in Milano; ma poi, caduto in disgrazia, fu arrestato e buttato a
languire nei forni di Monza, di cui, egli, che li aveva costruiti, fece per
primo l'esperienza (1327). In questo fatto ebbero mano certamente altri due
Visconti, Marco e Lodrisio, sospettosi di Galeazzo I per la sua grande crudeltà.
Azzone Visconti, figlio di Galeazzo I, poté, tre anni dopo, assumere lo
Stato (1329-1339) : giovane d'ingegno, un po bizzarro, ma abile ed astuto,
rinsaldò la sua Signoria con aumenti territoriali e con saggi ordinamenti. Combatté contro gli Scaligeri di Verona, e in tale
occasione si vide venire contro la Compagnia di San Giorgio, istituita da Lodrisio Visconti con mercenari tedeschi; ma lo zio Luchino, signore di Pavia,
la sconfisse a Parabiago sull'Olona (1339). Azzone morì pochi mesi dopo, a 37
anni appena: era stato un vero principe, amante delle arti e dello sfarzo;
lasciava a Milano un bel palazzo, con torri e mura merlate, e magnifici
giardini.
Dopo Azzone, governarono insieme Luchino, signore di Pavia (1339-1349), e
Giovanni, signore di Novara e arcivescovo di Milano. Luchino, che ebbe la
direzione effettiva del governo, conquistò molte città del Piemonte (Tortona,
Alessandria, Asti, Cuneo), una parte della Lunigiana e la città di Parma. Quando
morì (1349), prese le redini dello Stato l'arcivescovo Giovanni Visconti
(1349-1354), il quale accrebbe enormemente l'importanza della sua Casa con la
conquista di Genova e di Bologna, e fu "quasi regolus super Lombardis", come
dice di lui un cronista. Tanta prosperità svegliò le invidie degli Stati vicini,
che, morto l'arcivescovo, attaccarono il dominio visconteo, indebolito già dal
frazionamento dei tre successori di Giovanni, Matteo Galeazzo II e Bernabò,
violenti e crudeli più che abili: essi perdettero Genova e Bologna; salvarono
però la compagine del dominio, che trovò presto un valido restauratore in Gian
Galeazzo Visconti, figlio di Galeazzo II ed erede anche dello zio Matteo II.
b) Gian Galeazzo Visconti (1378-1402), primo duca di Milano
Giovane,
ambizioso, audacissimo, Gian Galeazzo Visconti (detto anche Conte di Virtù dalla
contea di Vertus, portatagli in dote dalla moglie francese) s'impadronì di tutto
il territorio visconteo, facendo arrestare a tradimento lo zio Bernabò, e
mandandolo a morire prigioniero nel cupo castello di Trezzo d'Adda (1385); poi
riprese con entusiasmo la politica di espansione e sconvolse quasi tutta
l'Italia con le sue guerre. Alleato coi Carraresi di Padova, piombò sugli
Scaligeri e s'impadronì di Verona e Vicenza; più tardi, unitosi ai Veneziani,
batté i Carraresi e ad essi sottrasse per qualche anno Padova; allargò i suoi
possessi nell'Emilia, ed ebbe Bologna; di qui entrò in Toscana, prese per sé
Pisa, consegnò Lucca a Paolo Guinigi, suo alleato, e si fece proclamare signore
di Siena; poi procedette in Umbria, dove Perugia e Assisi lo accettarono come
signore: Firenze, accerchiata ormai da ogni parte, temé più volte in quei
giorni per la sua libertà.
Gian Galeazzo fu certo il più grande dei Visconti per l'ingegno e il valore
personale, per la ricchezza e l'ampiezza dei suoi domini; egli trasformò la sua
Signoria in un vero principato, ottenendo, nel 1395 da Venceslao dì Lussemburgo,
re di Germania e dei Romani, l'ambitissimo titolo di duca di Milano e il
riconoscimento ufficiale del suo dominio con diritto ereditario. Né fece mistero
mai di aspirare a ben più grandi successi, mirando forse a divenire signore di
tutta Italia e alleandosi da pari a pari col re dì Francia, Carlo VI, al cui
fratello Luigi d'Orléans diede in moglie la propria figliuola Valentina, con la
signoria di Asti per dote: matrimonio questo che, aprendo un varco ai Francesi
in Italia, fu più tardi causa di gravi sciagure al nostro paese. Gian Galeazzo
fu munifico mecenate delle arti e delle lettere: della sua
generosità rimangono oggi due monumenti solenni, la Certosa di Pavia, iniziata
da lui con grandiosità principesca, e il Duomo di Milano, alla cui costruzione
egli contribuì con sovrana larghezza.
c) Filippo Maria Visconti (1412-1447) e la fine della Signoria viscontea
Il primo duca di Milano, benché fosse ancora abbastanza giovane, morì nel 1402
lasciando un figliuolo quattordicenne, Giovanni Maria, erede del titolo ducale,
ma non delle sue virtù. In dieci anni (1402-1412) la maggior parte delle
conquiste, fatte da Gian Galeazzo, andò perduta, cosicché quando nel 1412 il
giovane duca morì assassinato, era grandissimo il disordine nelle terre del
ducato, a causa dell'arroganza di parecchi condottieri di ventura e dello
spirito di rivolta diffuso in molte città.
Ma il fratello del duca morto, Filippo Maria Visconti, fu pronto ad afferrare
le redini del potere, sposò la vedova di Farina Cane, famoso condottiero, che si
era fatto quasi uno Stato in Lombardia, e divenuto padrone della Compagnia di Facino, affermò energicamente il proprio potere, rivelando qualità di uomo
politico non inferiori a quelle del padre Gian Galeazzo. Durante il suo lungo
governo (1412-1447) Filippo Maria riconquistò i possessi del Piemonte e
dell'Emilia, riebbe Genova, occupò la Romagna puntando da una parte verso la
Toscana, dall'altra verso l'Adriatico. Si levarono allora contro di lui Firenze
e Venezia, ambedue timorose della rinnovata minaccia viscontea, e iniziarono una
lunga guerra, trascinando seco gli Estensi e i Gonzaga.
Il duca aveva al suo servizio un brillante capitano di ventura, Francesco Bussone, detto il Carmagnola dal suo paese natale: questi
passò improvvisamente con la sua Compagnia al soldo di Venezia, e nel 1427 sconfisse
a Maclodio, nel Bresciano, le milizie viscontee, costringendo il duca a fare la
pace e a cedere Bergamo e Brescia alla Serenissima. Erano allora i giorni
splendidi del dogato di Francesco Foscari (1423-1457), il più fiero nemico dei
Visconti e il più tenace assertore della espansione territoriale di Venezia.
Un'altra guerra si era accesa intanto nel Regno di Napoli, dove si
contendevano il trono Renato d'Angiò e Alfonso d'Aragona. Il duca Filippo Maria,
fedele alla tradizione viscontea di amicizia verso gli Angioini, inviò
abbondanti aiuti a Renato e riuscì a far prigioniero Alfonso. Ma poi,
preoccupato che la vittoria del partito angioino a Napoli rafforzasse troppo
l'influenza francese, già così minacciosa per il Ducato di Milano a causa della
vicinanza del feudo francese di Asti, improvvisamente cambiò politica, lasciò
libero l'Aragonese e fece lega con lui. Ora, mentre la lotta proseguiva nel
Napoletano, di nuovo Firenze e Venezia prendevano le armi contro il duca di
Milano, assoldando le compagnie di Francesco Sforza e di Erasmo Gattamelata, ambedue
valorosi capitani di ventura, mentre da parte viscontea prevaleva un altro forte
condottiero, Nicolò Piccinino.
Ma ormai anziché una lotta tra vari Stati, questa
guerra si rivelava ogni giorno più una contesa fra i principali
condottieri, tutti desiderosi di formarsi una propria Signoria: lo Sforza si era
impadronito di parte delle Marche, sottraendole al dominio del papa; il Piccinino avanzava pretese esorbitanti presso il duca di Milano. Questi allora
preferì accordarsi con Francesco Sforza, il quale fece da intermediario e riuscì
a concludere fra i belligeranti la pace di Cremona (1441).
d) Francesco Sforza, duca di Milano (1450-1466)
Chi più aveva guadagnato
in questi affari era stato Francesco Sforza, il quale aveva ottenuto la mano di
Bianca Maria, figliuola illegittima del duca, e il possesso di Cremona e Pontremoli per dote. Figlio del famoso capitano di ventura Muzio Attendolo,
detto lo Sforza, Francesco aveva ereditato dal padre, insieme con la Compagnia,
il coraggio, l'ambizione, l'ingegno; divenuto di colpo così potente, egli non
faceva mistero della sua forza e delle sue mire sul ducato, del quale si
considerava naturale erede. Allora il duca Filippo Maria, timoroso di essere da
lui spodestato, gli si voltò contro, iniziando una nuova guerra, in cui lo Sforza trovò naturalmente alleati i Veneziani e i Fiorentini, sempre
fermi al tradizionale loro programma di abbassare la potenza del ducato
milanese.
Riarse dunque accanita la guerra con gran fortuna dei Veneziani, che
penetrarono ben addentro nel ducato e minacciarono di farlo crollare
definitivamente. Ed ecco all'improvviso nel 1447 morire lo stesso duca Filippo
Maria Visconti, senza lasciare alcun erede legittimo. Fu da ogni parte un
levarsi di pretendenti, essendo molte le famiglie principesche imparentate coi
Visconti e interessate alla successione: accampavano seri diritti Francesco
Sforza per il suo matrimonio con Bianca Maria, figlia illegittima, ma unica, del
morto duca; gli Orléans per la loro discendenza da Valentina Visconti; il duca
Lodovico di Savoia, cognato di Filippo Maria Visconti. In mezzo a tale caos, i
Milanesi si affrettarono a proclamare la Repubblica Ambrosiana (1447),
illudendosi di ristabilire, in tempi così diversi, le ormai sorpassate forme
dell'antico Comune; non trovarono però appoggio nelle altre città, che
rifiutarono di riconoscere il governo di Milano e provocarono il disgregamento
del ducato.
Le disperate, condizioni in cui si venne a trovare la Repubblica Ambrosiana
indussero i Milanesi a chiedere aiuto a Francesco Sforza. Questi accondiscese e
con grande energia e fortuna riprese la guerra contro i Veneziani. Salvata così
Milano, il prode condottiero manifestò apertamente le proprie ambizioni sul
ducato; ma essendoglisi opposta la Repubblica Ambrosiana, egli marciò su Milano,
la prese, e dal popolo si fece nominare duca di Milano (1450). Gli altri
aspiranti al ducato si unirono a Venezia nel combattere il nuovo duca,
il quale si difese strenuamente, togliendo ai nemici ogni speranza di vittoria.
Intanto giungeva in Italia una grave notizia: i Turchi avevano conquistato
Costantinopoli (1453), abbattuto l'Impero d'Oriente e costituito un forte Stato, minaccioso per tutta la cristianità, e specialmente per Venezia e i
suoi possessi coloniali nel Levante. La stanchezza dei belligeranti e la paura
dei Turchi indussero gli Italiani alla pace di Lodi (1454), che è la più
importante di tutto il secolo XV. Per essa non soltanto veniva garantito allo
Sforza il possesso del ducato milanese, ma si formava in Italia quell'equilibrio tra i maggiori Stati, che assicurò la tranquillità per quaranta
anni in quasi tutta la penisola.
6.Il Dogato di Venezia e la sua politica di espansione nell'ltalia
settentrionale.
Il Dogato di Venezia ha sugli Stati italiani di questi tempi una
indiscutibile superiorità: esso solo possiede un governo forte e duraturo.
Avvenuta fino dal 1297 la famosa Serrata del Maggior Consiglio, stabilitasi
saldamente la nuova casta aristocratica, e consolidatosi il dominio oligarchico
dopo la ribellione di Baiamonte Tiepolo (1310) con l'istituzione del Consiglio
dei Dieci, Venezia mantiene salda la sua compagine, ignora le lotte tra Guelfi e
Ghibellini e soffoca senza pietà ogni tentativo di sovvertimento costituzionale:
così nel 1355 il doge Marino Falier, accusato di volersi far signore della
repubblica, è fulmineamente deposto, processato e giustiziato come traditore
della patria.
a) La politica continentale
Ma se all'interno la vita politica di Venezia
è generalmente tranquilla, singolarmente nervosa appare invece la sua politica
estera e coloniale.
Fin dall'inizio del secolo XIV Venezia non ritrova più i facili successi di
un tempo nel Levante, dove i Turchi sono divenuti tanto potenti per terra e per
mare, da rendere ormai precaria la sua situazione coloniale. D'altra parte le
Signorie dell'Italia settentrionale, sempre più vaste e potenti, mirano a
chiudere al commercio veneto le vie alpine, specialmente quella dell'Adige, e
incombono con le loro forze militari sulla città, priva di territorio e forte
solo sul mare. Ecco dunque imporsi la necessità di una politica continentale.
Così Venezia, dal secolo XIV in poi, abbandonata la politica di isolamento,
seguita fino ad allora, esce dalla cerchia ristretta della sua laguna, pone il
piede energicamente sulla terraferma e inizia la sua avanzata verso occidente,
partecipando a tutte le più gravi competizioni territoriali d'Italia. Il primo
urto avviene contro la Signoria degli Scaligeri di Verona: battuto Mastino II
della Scala dalla lega anti-scaligera del 1336, Venezia, che vi ha preso parte,
ottiene Treviso e Bassano, che sono i primi possessi veneziani di terraferma
(1339). La via é ormai aperta per la rapida formazione di uno Stato
continentale; onde, finita la guerra di Chioggia (1376-1381) contro Genova (che
vedremo), ecco Venezia riprendere l'offensiva continentale, abbattere i Da Carrara, che le hanno carpito Treviso e si sono impadroniti dello
Stato scaligero, e incorporare al territorio della Serenissima Padova, Vicenza,
Verona (1405), portando i confini occidentali della repubblica fino al fiume
Adige, al di là del quale si erge la Signoria viscontea.
b) Il doge imperialista: Francesco Foscari (1423-1457)
Il confine è sicuro,
e Venezia potrebbe anche fermarsi, per attendere con più calma alla difesa del
suo impero coloniale, martellato continuamente dai Turchi. Intorno al 1423 il
vecchio doge Tommaso Mocenigo, in un discorso fatto poco prima di morire, esorta
i suoi concittadini a ritornare alla vecchia politica mercantile, che ha dato
alla repubblica la ricchezza e il dominio dei mari.
Il suo consiglio non è
ascoltato; appena morto il Mocenigo, viene eletto doge Francesco Foscari
(1423-1457), capo del partito imperialista, e per oltre trenta anni Venezia non
ha più un giorno di quiete. Ormai é chiaro: la repubblica aspira alla conquista
del ducato milanese e delle maggiori Signorie, mirando al possesso di quasi
tutta l'Italia settentrionale. Perciò ha bisogno di un esercito forte e fedele;
se lo procura con enorme dispendio, assoldando i più valenti capitani di
ventura, come Francesco Carmagnola, Erasmo Gattamelata, Bartolomeo Colleoni; ma,
gelosa della loro potenza, li sorveglia perché non tentino, come altrove, di
formarsi forti Signorie a danno della repubblica, e al loro fianco mette due
senatori incaricati della gestione amministrativa dell'esercito.
Terribile e
inesorabile sarà poi nel punirli, se in essi scorgerà ombra di tradimento. E'
nota la fine del Carmagnola: passato al servizio di Venezia dopo aver
abbandonato il duca di Milano, egli aveva condotto vittoriosamente le truppe
della repubblica, vincendo a Maclodio e conquistando Bergamo e Brescia
(1426-1427); ma poi cominciò a tergiversare, dando sospetto di voler mettersi di
nuovo al servizio di Filippo Maria Visconti e si lasciò battere a Cremona.
Allora la Signoria lo chiamò a Venezia sotto pretesto di concertare il nuovo
piano di guerra; quando l'ebbe tratto a palazzo, lo fece arrestare e, dopo un
sommario processo, decapitare fra le due colonne della Piazzetta (1432). La
lezione fu ammonitrice per gli altri condottieri, i quali servirono poi la
repubblica con fedeltà.
Gli eserciti veneziani, sebbene comandati da esperti capi, non riuscirono
però ad attuare il sogno imperialista del doge Francesco Foscari. Abbiamo già
visto come, giunti con le loro conquiste all'Adige, i
Veneziani trovassero un ostacolo alla loro avanzata nel Ducato di Milano; essi
riuscirono sconfiggere il duca Filippo Maria Visconti, gli
sottrassero Brescia e Bergamo, ma non poterono occupare il ducato. La morte
improvvisa del duca (1477) e le contese per la successione parvero rianimare
nella repubblica la speranza della conquista; ma l'abilità di Francesco Sforza
salvò il ducato (1450). Venezia non si rassegnò a riconoscere il nuovo duca e
riaccese la guerra, finché la notizia della presa di Costantinopoli fatta dai
Turchi (1453) non scosse la posizione politica del doge imperialista. Il vecchio
partito mercantile, esasperato per i disastri finanziari prodotti dal crollo
bizantino e ossessionato dal pericolo, a cui vedeva esposte le isole veneziane
dell'Egeo, impose ad ogni costo la pace di Lodi (1454), con la quale Venezia
vide confermati i suoi possessi lombardi fino all'Adda con Brescia,
Bergamo e Crema, ma rinunciò di fatto al grande sogno di conquista dell'Italia
settentrionale. Il cambiamento
avvenuto nella politica veneziana in quegli anni fu confermato dalla caduta di
Francesco Foscari, il quale, attaccato dai suoi nemici, dovette dimettersi dal
dogato, per morire pochi giorni dopo di crepacuore (1457).
c) La guerra con Ferrara e la pace di Bagnolo (1484)
Nella sua espansione
la Repubblica di Venezia aveva urtato contro il Ducato di Ferrara, minacciandone
l'assorbimento. Questa città, che dominava il corso inferiore del Po e
dell'Adige, aveva una grande importanza come incrocio delle vie del traffico
fluviale tra il Veneto, l'Emilia e la Lombardia. Ferrara era salita ad una
notevole prosperità fino dal secolo XIII, quando con Azzo VI la nobile Casa
d'Este ne aveva ottenuto dal popolo la Signoria. Gli Estensi allargarono il loro
dominio su tutto il Polesine, e verso occidente penetrarono fino nei territori
di Modena e di Reggio. Al tempo di Azzo VIII (1293-1308) la Signoria estense era
certo tra le più promettenti dell'Italia settentrionale. Morto quel principe,
Venezia e la Santa Sede si erano per parecchi anni contese il possesso di
Ferrara, finché nel 1317 Rinaldo d'Este aveva ristabilito la Signoria della sua
Casa. Nicolò III d'Este (1393-1441), divenuto marchese di Modena, Reggio,
Rovigo, Parma e della Garfagnana, aveva trasmesso questi titoli a Borso d'Este
(1450-1471), il quale poté aggiungere quello più ambìto di duca di Ferrara.
E in quei giorni la ricca città vide tutta una fioritura d'arte e di poesia,
che preludeva ai tempi dell'Ariosto e del Tasso.
Il Ducato di Ferrara attirava le cupidigie di Venezia, soprattutto per il
Polesine, possesso ferrarese, a cavallo tra il Po e l'Adige. Il conflitto
scoppiò tra il 1482 e il 1484; presero parte alla guerriglia quasi tutti gli
Stati italiani, e anche il pontefice Sisto IV, desideroso di creare uno Stato
per i suoi nipoti Riario con l'aiuto di Venezia. Si combattè nel Ferrarese e
nello Stato romano, ma con esito indeciso per la consueta tendenza delle forze
opposte a equilibrarsi. La pace fu firmata à Bagnolo (1484), presso Brescia. Il
Ducato di Ferrara rimase libero; ma il Polesine passò a Venezia. Nulla ebbero
gli altri belligeranti. Così Venezia divenne arbitra assoluta del commercio
fluviale nelle regioni del Po e dell'Adige.
7. Il Dogato di Genova ; debolezza di governo;
ultime guerre navali con Venezia
a) Vita politica interna
Genova non ebbe nei secoli XIV e XV un'importanza
politica degna del suo grande passato. Ciò che maggiormente danneggiò la
repubblica fu la mancanza di un governo forte e duraturo. Essa fu continuamente travagliata dalle lotte civili fra le maggiori
famiglie di antica nobiltà feudale, come i Fieschi, i Grimaldi, i Doria, gli
Spinola. Né il popolo poté creare uno stabile governo, capace di resistere alle
turbolenze dei grandi. Il più noto tentativo, fatto dal popolo per assicurarsi
il potere, fu la istituzione del dogato (1339) con l'elezione di Simone Boccanegra, proclamato doge a vita. Ciò peraltro non portò la pace né stroncò la
forza dei nobili, i quali anzi ridussero in pochi anni a così mal partito il
nuovo governo, che nel 1344 Simone Boccanegra fu costretto a rinunziare al
potere. Egli riebbe il dogato più tardi e lo tenne fino alla sua morte
(1356-1363), ma non riuscì ad assicurare al popolo il predominio. Infatti il
dogato, pur rimanendo la fondamentale istituzione repubblicana, da allora fu
sempre tenuto dalle maggiori famiglie degli Adorno, dei Fregoso, dei Montaldo,
dei Giustiniani.
Minacciata e spesso conquistata dai Visconti, Genova cominciò nel secolo XIV
a perdere la piena indipendenza.
Sprovvista di buoni eserciti, essa fu costretta a bilanciarsi tra le più
forti potenze territoriali, che le stavano intorno, oscillò tra Francesi e
Lombardi, offerse signoria ora ai principi angioini, ora ai marchesi del
Monferrato, e finì per divenire uno Stato di scarsa importanza nel gioco della
complicata politica italiana.
b) L'attività marinara e le ultime lotte con Venezia: la guerra di Chioggia
(1376-1381)
Saldissime rimasero però la potenza marinara e l'attività
mercantile di Genova, specialmente nel Levante, dove, dopo la risurrezione
dell'Impero dei Paleologhi (1261), i Genovesi avevano in Costantinopoli e nel
Mar Nero un primato commerciale, che mantennero fino alla conquista turca
(1453).
La tradizionale rivalità con Venezia ebbe il suo ultimo episodio nella famosa
guerra di Chioggia (1376-1381), la quale scoppiò a causa dell'isola di Tenedo,
contesa tra le due rivali per la sua posizione strategica rispetto ai
Dardanelli. I Genovesi parvero dapprima avere il sopravvento, battendo i
Veneziani a Pota, prendendo Chioggia e minacciando la stessa città di Venezia;
ma la repubblica assediata non si perdette d'animo, e con uno di quei colpi
d'energia, che sono così frequenti nella sua storia, sotto la guida di Vettor
Pisani riconquistò Chioggia, riducendo a così mal partito i Genovesi, da indurli
ad accettare la mediazione del conte Amedeo VI di Savoia (il Conte Verde). Nel
1381 fu firmata la pace di Torino, per la quale i Veneziani sgombravano l'isola
di Tenedo, ma salvavano la loro piena libertà di commercio nell'Egeo.
8. Origine e vicende della Casa di Savoia fino alla morte di Amedeo VIII
Per tutto il medioevo la Casa di Savoia stette quasi appartata dalla vita
italiana, intervenendo solo occasionalmente nelle lotte tra i singoli Stati.
Posta coi suoi domini a cavallo fra l'Italia e la Francia, fu per molto tempo
oscillante fra le due nazioni, finché il trionfale affermarsi della monarchia
francese non l'indusse ad orientarsi verso l'Italia, dove era possibile un aumento di territorio.
Le origini della Casa di Savoia sono oscure; esse forse risalgono ai primi decenni del secolo XI, quando Umberto Biancamano (di antica e
nobile famiglia borgognona), signore della valle d'Aosta, ottenne da Corrado II
il Salico la Contea di Moriana nelle valli dell'Arc e dell'Isére, in compenso
dell'aiuto prestato a quell'imperatore nella conquista della Borgogna. In tale
occasione (1033), a fianco di Corrado II e di Umberto Biancamano, combatterono
Ariberto, il famoso arcivescovo di Milano, che come vicario imperiale aveva
portato al suo signore l'aiuto delle milizie lombarde, e Bonifacio, marchese di
Canossa, capo delle milizie toscane.
Il figlio di Umberto Biancamano, Oddone (1056-1061) sposò Adelaide,
discendente da Arduino d'Ivrea, la quale portò in dote al marito le contee di
Torino e di Susa, estendendo così verso l'Italia i possessi sabaudi. Adelaide fu
la prima delle grandi donne di Casa Savoia: rimasta vedova assai presto, tenne
la reggenza per i figli e anche per un nipote: diede in sposa la propria
figliuola Berta all'imperatore Enrico IV, e quando costui andò a Canossa,
l'accompagnò intercedendo per lui presso la contessa Matilde di Toscana e il
pontefice Gregorio VII.
Alla morte di Adelaide (1091), la Casa di Savoia traversò un periodo
difficile per la potenza di alcuni Comuni piemontesi, tra i quali
soprattutto Asti, il più vivace centro comunale e mercantile del
Piemonte. Inoltre all'estendersi della signoria sabauda in Italia facevano
ostacolo, da una parte i marchesi di Saluzzo; fiorenti già nei primi anni del
secolo XII, e i nobilissimi marchesi del Monferrato, detti anche Aleramici, da
un oscuro capostipite Aleramo (967-991), che avrebbe ottenuto quel feudo
dall'imperatore Ottone I di Sassonia.
Verso la fine del secolo XIII la Casa di Savoia ritornò fiorente, divisa però
in due rami, quello dei Conti di Savoia, che possedeva i territori francesi e le
valli d'Aosta e di Susa, e quello dei Principi di Acaia, che occupava Torino e
le altre terre del Piemonte: egli portava quel nome, perché il suo capostipite
aveva sposato una principessa francese, erede nominale dell'antico Principato di Acaia in Grecia, ottenuto in feudo perpetuo dalla famiglia di lei al tempo della
quarta Crociata (1202-1204).
Solo intorno alla metà del secolo XIV la Casa di Savoia cominciò a premere
verso la Lombardia; ma qui si trovò di fronte la potenza dei Visconti, con i quali fu più volte in guerra. Così questa dinastia, che fino
ad allora si era chiusa nei suoi feudi e si era preoccupata solamente di combattere i
vicini signori feudali, prese parte più attiva alla politica italiana ed ebbe
allora i suoi migliori sovrani. Amedeo VI, detto il Conte Verde dal colore di
una veste da lui indossata in un torneo, durante il lungo suo governo
(1343-1383) diede grande lustro alla Casa sabauda con le sue imprese: ampliò
infatti i domini, rese vassalli i marchesi di Saluzzo, del Monferrato e i
principi di Acaia, combatté con fortuna contro i Visconti, ebbe fama di audace
guerriero, specialmente per un'avventurosa impresa contro i Turchi a Gallipoli,
e liberò dai Bulgari l'imperatore d'Oriente, Giovanni V Paleologo. Il valoroso
conte salì a tanta reputazione anche come uomo politico, che Venezia e Genova lo
scelsero loro arbitro nella guerra di Chioggia, inducendosi a firmare la pace di
Torino (1381), da lui dettata. Egli fondò il cavalleresco Ordine del Collare,
che più tardi si chiamò della Santissima Annunziata. Il Conte Verde mori in
Puglia (1383), dove aveva accompagnato Luigi I d'Angiò, fratello del re di
Francia, Carlo V di Valois.
Amedeo VII, detto il Conte Rosso (1383-1391), conquistò la Contea di Nizza,
importantissimo sbocco dello Stato sabaudo verso il mare, e riprese la politica
forte del padre; mori però giovane nel 1391, lasciando lo Stato sotto una debole
reggenza. Suo figlio Amedeo VIII (1391-1434), divenuto maggiorenne nel 1398,
prese nelle sue forti mani le redini del governo e portò a grande potenza la sua
Casa, unificando i possessi sabaudi, divisi fra i vari rami della famiglia,
annettendo una parte del territorio di Ginevra, conquistando la città di
Vercelli, dando al suo popolo una completa legislazione, e finalmente ottenendo
nel 1416 dall'imperatore Sigismondo il titolo di duca di Savoia, per cui egli
sali a un grado di nobiltà pari a quello dei Visconti di Milano.
Stanco delle
cure dello Stato, nel 1434 si ritirò in solitudine a Ripaglia, fondando
con alcuni cavalieri l'Ordine di S. Maurizio. Abbiamo già veduto come
nell'ultimo periodo della sua vita egli aderì allo scisma del
Concilio di Basilea, accettando la nomina ad antipapa (Felice V - 1439-1449), e
come poi rinunciasse a questo titolo, riconciliandosi col papa. Due anni
appresso (1451) l'irrequieto duca moriva.
9.
Vicende di Firenze: dal Comune alla Signoria dei Medici
a) Primi tentativi di Signoria a Firenze
La morte dell'imperatore Enrico
VII di Lussemburgo (1313) era stata salutata con gioia dai ricchi mercanti che
governavano Firenze. Ma il tripudio pubblico cessò quando
giunse in città la notizia che Uguccione della Faggiola, già vicario di Enrico
VII a Genova, era divenuto signore di Pisa e Lucca, e, aiutato da Matteo
Visconti e da Can Grande della Scala, si dava da fare per rialzare il prestigio del
partito ghibellino in Toscana, mirando a Firenze, cuore del guelfismo italiano.
I Fiorentini, che già avevano proclamato loro signore Roberto, re di Napoli e
capo del partito guelfo, ottennero da lui un aiuto di ottocento cavalieri, e con
quelli e col loro esercito comunale uscirono contro Uguccione. La battaglia
avvenne a Montecatini (1315) e fu un disastro: i Fiorentini sconfitti si
racchiusero tra le mura della città, attendendo l'arrivo del vincitore.
Giunse invece dopo qualche tempo la notizia che Pisa si era ribellata ad
Uguccione, e che in Lucca Castruccio Castracani degli lnterminelli, il quale fino
allora aveva servito Uguccione e ne era stato mal ricompensato, aveva indotto il
popolo a proclamarlo signore della città. Il coraggioso, ma poco abile Uguccione
andò a finire i suoi giorni a Verona. Ben presto però Castruccio, ghibellino
anch'egli e non meno avido di dominio, divenne una nuova minaccia per Firenze, e
avendo preso Pistoia, si accinse, come già Uguccione, alla conquista di tutta la
Toscana e alla lotta col partito guelfo. Rinacque allora la guerra, e i
Fiorentini, sebbene aiutati dai Guelfi di Bologna, di Romagna e di Perugia,
subirono un'altra pesante sconfitta ad Altopascio, fra Lucca e Pistoia (1325).
Preoccupata di tanti disastri, Firenze, che nel frattempo aveva lasciato
scadere la signoria di re Roberto (1313-1322), pensò di dare il potere a un principe che garantisse la sicurezza esterna e la pace interna.
Fu scelto Carlo, duca di Calabria, figlio di re Roberto di Napoli, il quale
divenne signore di Firenze (1325-1327), ricevendo un largo
stipendio per sé e per i suoi, godendo di moltissimi diritti e privilegi, salvo
però sempre il rispetto agli Ordinamenti di giustizia del popolo di Firenze. La
presenza di un grosso numero di cavalieri, condotti dallo stesso duca, indusse Castruccio ad
allontanarsi da Firenze e a rinunciare alla conquista.
Così anche il classico Comune fiorentino riconosceva la decadenza delle
antiche istituzioni repubblicane e si piegava alla necessità della
Signoria, unico rimedio per uno Stato, che, in preda alle
contese di parte, sentiva il bisogno di pace e stabilità.
Questo primo esperimento di una
vera e stabile Signoria costò troppo caro a Firenze: il duca di Calabria non fece grandi
cose né per la pacificazione interna né per la guerra; s'interessò tuttavia, e
in modo veramente angioino, di far danari, tanto che quando il 28 agosto 1327 egli
usciva di Firenze per rientrare nel Regno di Napoli, minacciato dall'imperatore
Lodovico il Bavaro, i Fiorentini si trovarono ad aver sperperato per lui la
bellezza di 900.000 fiorini in poco più di un anno. Perciò non piansero troppo
quando il loro signore morì prematuramente nel 1328.
Di Signoria e di principi non si parlò più per allora. Si volle invece un
ritorno al governo comunale: la borghesia riprese in pugno le redini dello
Stato e continuò la sua tradizionale politica mercantile. Infatti, morto
all'improvviso Castruccio (1328), i Fiorentini si gettarono sulle terre di lui,
riconquistarono Pistoia, e per 250.000 fiorini comprarono Lucca, che si era data
a Mastino della Scala; la perdettero però assai presto in seguito a una guerra
disgraziata con Pisa. L'umiliazione subita indusse allora il governo a
vagheggiare nuovamente una Signoria di tipo militare: un avventuriero francese,
Gualtiero di Brienne, detto Duca d'Atene, uomo d'armi, cupido e astuto, già al
seguito di Carlo di Calabria, fu nominato conservatore della repubblica e
capitano generale (1342). Egli accettò, ma, alleatosi coi nobili, sbalzò dal
potere il popolo grasso, e si fece proclamare signore a vita; poi per farsi una
base politica più larga, lasciò da parte i nobili e si diede a proteggere le
Arti minori, i piccoli mercanti, i beccai, i vinai, i tintori, tutta gente che
egli soleva chiamare il buon popolo. Allora le maggiori famiglie del popolo
grasso, paurose della crescente baldanza della plebe, fecero lega coi nobili,
irritati per il tradimento del Duca d'Atene, scesero in piazza, assaltarono il
palazzo e costrinsero il duca ad uscire dalla città (agosto 1343). La nuova
Signoria era fallita.
b) Firenze diviene un Comune democratico sotto il controllo del popolo
grasso
Cacciato il Duca d'Atene, il popolo grasso ritornò al potere; dovette
però ripagare a caro prezzo l'aiuto dei nobili, revocando gli Ordinamenti di
giustizia e riammettendo i magnati alle cariche del Comune. Si tornava dunque
indietro di mezzo secolo. Ma la tradizionale alterigia dei nobili rinacque
minacciosa: "Noi vedremo" — dicevano — "chi ci torrà la parte nostra
della Signoria e chi ci vorrà cacciare di Firenze, che la campammo dalle armi
del duca". Il popolo grasso delle Arti maggiori ebbe di nuovo paura dei grandi,
e per scalzarli si strinse questa volta più strettamente ai modesti artigiani
delle Arti mediane e minori; con l'aiuto di essi poté ristabilire gli
Ordinamenti di giustizia e cacciare i nobili dalla Signoria; dovette però
rassegnarsi ad accettare una nuova costituzione, per cui tutte le ventuno Arti,
e non solamente le maggiori, avevano parte nel governo. Così il Comune
fiorentino prese un aspetto insolitamente democratico, essendo il popolo minuto,
per il numero e per l'audacia dei suoi rappresentanti, quasi sempre in posizione
dominante.
L'accordo fra le ventuno Arti durò per 39 anni (1343-1382), ma fu
continuamente minacciato dalle diffidenze reciproche fra le Arti maggiori e le
minori. Dispiaceva infatti agli antichi popolani grassi questo progredire di
artefici minori «venuti di contado e forestieri », che non potevano né amare
né aver senno da governare la repubblica », « arroganti e senza discrezione, che
erano negli uffici e parea loro essere ciascuno un re »; onde i contrasti
rinascevano continuamente, rinfocolati da vecchi rancori di famiglie rivali,
come gli Albizzi e i Ricci. Il popolo grasso ricorse ad ogni mezzo più sleale
per paralizzare le Arti minori. C'era a Firenze un Consiglio incaricato di
provvedere agli interessi di parte guelfa, istituito già fino dai tempi delle
lotte coi Ghibellini; esso aveva
l'incarico di amministrare i beni sequestrati ai fuorusciti, e vigilava sui
cittadini che fossero in fama di parteggiare per i Ghibellini. Di questa
magistratura era padrone il popolo grasso, il quale ottenne che al Magistrato di
parte guelfa fosse dato il diritto di ammonire i cittadini sospetti a non
accettare uffici pubblici (1358). Questa ammonizione si risolveva di fatto in
una condanna all'esilio; per tal modo il popolo grasso poteva escludere dal
governo chi volesse, e infieriva naturalmente sugli uomini più in vista delle
Arti minori.
c)
Fermento nella plebe; la guerra degli Otto Santi (1375-1378)
Ecco dunque un nuovo motivo di malcontento: ad accrescerlo si aggiunge presto
il fermento della grande massa dei salariati. Costoro si affollano nelle
botteghe degli artigiani: sono cardatori di lana, tintori, garzoni di beccai,
facchini, piccoli tessitori, vinai, braccianti, gente venuta dal contado per
cercar lavoro, migliaia di diseredati, a cui i padroni fissano per legge
salari di fame e vietano il lavoro privato.
Su di loro finiscono sempre per cadere le conseguenze dei disastri cittadini:
se viene la peste, si chiudono le botteghe e manca ad essi il lavoro; se i Bardi
o i Peruzzi falliscono, le industrie ne sentono il contraccolpo e si contraggono
a scapito dei salariati; se imperversa la carestia o il caroviveri, essi si
trovano impotenti ad affrontarli nella miseria delle loro paghe. A tanti mali ci
sarebbe un rimedio: l'organizzazione di classe; ma i popolani delle Arti
maggiori hanno sempre soffocato ogni tentativo di associazione tra i salariati,
togliendo ad essi ogni possibilità di andare al potere. Incominciano veri moti
rivoluzionari.
Poche settimane dopo la cacciata del Duca d'Atene, quattromila operai
percorrono le vie gridando morte al popolo grasso, che vende caro il grano;
vanno alle case dei ricchi, ne tentano il saccheggio, e solo quando giunge il
Podestà con gli uomini armati, si ritirano, lasciando qua e là per le contrade
morti e feriti. Subito dopo uno scardassiere, Ciuto Brandini, raduna per le
piazze gli operai della lana, li esorta ad unirsi in leghe, a combattere i
padroni. La Signoria lo acciuffa e lo impicca come sovvertitore della pubblica
pace (1345); ma la sua parola si fa strada fra gli operai, specialmente fra i
dipendenti dall'Arte della lana. Nel 1368 scoppia lo sciopero dei tintori, i
quali si astengono dal lavoro per costringere i padroni ad alzare i salari,
mentre questi in risposta proclamano la serrata.
In mezzo a tali disordini sorge quel conflitto tra Firenze e il Papato, che
si suole chiamare la guerra degli Otto Santi (1375-1378). Il pontefice Gregorio
XI, desideroso di ritornare da Avignone a Roma, aveva inviato diversi legati e
truppe di ventura per riconquistare alla Chiesa le terre perdute e ristabilire
così il potere temporale. Un'incursione delle milizie mercenarie del pontefice
entro i confini del territorio comunale di Firenze fece sorgere nei cittadini il
sospetto che il papa volesse annettere tutta la Toscana allo stato pontificio.
I Fiorentini insorsero in difesa della loro libertà, si posero alla testa
delle città toscane, crearono una magistratura speciale, gli Otto della guerra,
assoldarono la compagnia di ventura di Giovanni Acuto, dopo aver corrotto col
denaro le milizie mercenarie del papa.
Gregorio XI lanciò l'interdetto contro la città, accordò a tutti i fedeli il
diritto d'impadronirsi dei beni e delle persone dei fiorentini, ed egli stesso
ne fece cacciare da Avignone circa 600 tra mercanti e banchieri (1376). Ma gli
Otto risposero con energia alle violenze papali ed ebbero larghe approvazioni
dal popolo, il quale li chiamò gli Otto Santi. La lotta non si arrestò col
ritorno di Gregorio XI a Roma (1377), quantunque si fosse interposta nella
contesa santa Caterina da Siena. Ma nel 1378, essendo divenuto papa Urbano VI
tornò la pace tra Firenze e la Santa Sede.
d) Il tumulto dei Ciompi (1378)
Le vicende della guerra avevano arrecato molte sofferenze alla popolazione
fiorentina, specialmente ai più poveri, che già da tempo erano irrequieti. I
tumulti scoppiarono all'indomani dell'elezione a confaloniere di Salvestro dei
Medici il quale riscuoteva il gradimento del popolo minuto, ma l0avversione del
magistrato di parte guelfa.
I primi a rivoltarsi furono i piccoli artigiani, che si accomunarono ai
salariati contro il popolo grasso. Prevalsero i Ciompi, gli operai di grado più
basso dell'arte della lana, i quali cominciarono ad assalire ed incendiare case
e palazzi chiedendo aumenti salariali e riforme del lavoro; poi attaccarono la
Signoria costringendola a concedere una nuova costituzione (1378) nella quale si
stabiliva che alle ventuno arti antiche sarebbero state aggiunte altre tre arti:
quella dei tintori, quella dei farsettai e quella dei ciompi.
Queste tre "Arti Del Popolo di Dio" avrebbero avuto rappresentanti nel
governo come le altre. Michele di Lando, un operaio della lana, fu eletto
gonfaloniere di giustizia.
Ma l'arroganza della plebe non si arrestò a questo primo successo: i Ciompi, che avevano sperato
tanto da quel loro capo
salito al potere, ed ora si vedevano più miseri di prima perché tutte le
botteghe stavano serrate e la fame era acuta, elessero gli Otto Santi della balia del popolo di Dio,
cioè otto popolani che
dovevano controllare l'opera della Signoria e del gonfaloniere; poi tumultuando
si recarono a palazzo per insediarvi i loro eletti e porre Firenze nelle mani
del popolo di Dio. Michele di Lando vide subito il pericolo di una nuova e più
grave rivoluzione; si armò, affrontò apertamente i suoi antichi compagni e con
la violenza li respinse, ferendone parecchi (31 agosto 1378). Allora l'Arte dei Ciompi fu radiata dal governo, e i salariati, dopo un
effimero trionfo, si videro ricacciati nel nulla di prima. Rimasero però al
potere, insieme con le altre, le due nuove Arti dei Tintori e dei Farsettai,
cosicché il tumulto dei Ciompi portò qualche momentaneo vantaggio solo ad alcune
categorie di artigiani minuti, i quali poterono così elevarsi dall'umiltà di
prima. Per tre anni ancora la direzione degli affari politici fu dominata dalle
Arti minori; ma nel 1382 un nuovo colpo di stato portava in alto il popolo
grasso delle Arti maggiori: le due Arti più recenti furono abolite; della
rivoluzione proletaria del 1378 non rimase che il vago ricordo.
e) Restaurazione del governo oligarchico (1382)
Il colpo di Stato del 1382,
più che ricostituire il Comune del popolo grasso, trasformò Firenze in una vera
e propria oligarchia, in cui sotto l'esterna apparenza delle magistrature
tradizionali e dietro il fragile schermo delle Arti, decidevano tutto le maggiori e
più ricche famiglie, le quali si contendevano il primato. Gli Albizzi, gli Alberti, i Medici, gli Strozzi, i Davanzati, i
Pitti, i Salviati e molte altre famiglie si alternavano nelle cariche pubbliche,
asservendo al proprio interesse la vita dello Stato, mercanteggiando fra loro
privilegi e malversazioni, governando la repubblica "fuori del Palagio", cioé dai loro fondachi e dai loro banchi. Eppure tra costoro emersero belle e
forti figure di uomini di Stato, come Maso degli Albizzi (+ 1417), Gino Capponi
(+ 1420), Giovanni de Medici (+ 1429), Nicolò da Uzzano (+ 1432) : essi diedero
al morente Comune gli ultimi lampi di vitalità e di energia.
In quel periodo Firenze prese parte più o meno felicemente a quasi tutte le
guerre d'Italia, e, alleata spesso con Venezia, lottò a lungo contro Gian Galeazzo Visconti (1388-1402) e più tardi contro Filippo
Maria (1422-1428) per salvare la propria indipendenza di fronte alla
preoccupante avanzata del dominio visconteo verso il Tirreno e l'Italia
centrale.
L'egemonia fiorentina sulla Toscana si riaffermò con la conquista di
Pistoia, Prato, Arezzo e finalmente con quella di Pisa (1406), che coronò una
serie interminabile di guerre, diede a Firenze, che era la città più industriale
d'Italia, un porto prezioso per i suoi commerci, e accrebbe il territorio della
repubblica. Ma la guerra contro Lucca (1429-1433), dove languiva la signoria del
vecchio Paolo Guinigi, andò male, onde i soliti malcontenti incominciarono a
tramare contro la Signoria e il partito oligarchico, accusati di incapacità
nella guerra.
f) Cosimo de' Medici (1434-1464)
Da mezzo secolo emergeva fra le famiglie
fiorentine quella dei Medici, la quale politicamente aveva sempre parteggiato
per il popolo minuto e per la plebe. Benché di modesta origine campagnola, i
Medici si erano molto arricchiti col traffico del danaro, prestando forti somme
a papi e a principi, intervenendo in tutti i più grossi affari commerciali di
Firenze e dando vita al famoso Banco de Medici, che con le sue succursali nei
maggiori centri d'Italia e dell'estero era divenuto il più forte organismo
finanziario che mai famiglia privata avesse posseduto. Così alla morte di
Giovanni (1429), il figlio Cosimo de Medici, sebbene continuamente osteggiato
da Rinaldo degli Albizzi, divenne per ricchezze e per clientele il primo
cittadino di Firenze.
Furbo, generoso nel donare, abile nel
guadagnarsi sempre nuovi seguaci, amante delle arti e della bella vita, era caro
al popolo per la bonarietà dei suoi modi e per la munificenza. Ambizioso
e avido di potere, simulava nei pubblici affari una noncuranza un po' sorniona,
ritirandosi spesso nella quiete campestre del Mugello, come per sfuggire le noie
della città. Ma tale era l'influenza sua in Firenze, che gli Albizzi, gelosi di
lui, profittando di un momento in cui la Signoria era loro alleata, fecero
arrestare Cosimo e dopo ventidue giorni di carcere lo condannarono all'esilio
per dieci anni (1433). Egli allora abbandonò in silenzio la patria e si ritirò a
Venezia, dove visse da gran signore alcuni mesi attendendo l'inevitabile
richiamo. Infatti nel settembre 1434 era eletta a Firenze una Signoria
favorevole ai Medici; la reazione scoppiava; Rinaldo degli Albizzi era bandito
dalla città, e Cosimo, richiamato dall'esilio, rientrava in patria, accolto dal popolo acclamante. Incominciava
così la Signoria dei Medici.
Scrive il Guicciardini: "Cosimo fece lo Stato, e da poi che l'ebbe fatto, se
lo godé trent'anni (1434-1464) sicuramente, si può dire, e senza contraddizione". Ma a tanto potere egli arrivò, non distruggendo gl'istituti comunali,
ma
servendosi di essi per farne la base del proprio dominio; onde tutto l'esterno
ordinamento repubblicano restò in piedi, dando ai cittadini l'illusione che
nulla fosse mutato: naturalmente egli vigilò sempre perché tra coloro che
salivano agli uffici pubblici, mai uno s'introducesse, contrario alla sua
famiglia.
Per mezzo della Signoria, a lui fedele, fece bandire i capi della
oligarchia che gli era ostile; poi, ben sapendo come poco potesse fidarsi delle
ricche famiglie rimaste, si tenne stretto al popolo minuto, e su questo
specialmente fondò la sua Signoria. Ma non prese atteggiamenti principeschi;
governò Firenze dal suo banco, come privato cittadino, pur senza perdere mai
d'occhio gli avvenimenti dell'interno e del di fuori, in quegli anni turbinosi
in cui Firenze dovette intervenire nelle guerre contro Filippo Maria Visconti e
più tardi in favore di Francesco Sforza. Alla sospirata pace di Lodi (1454) Si
giunse anche per l'energico intervento di Cosimo. Il nome di lui è legato
anche al più splendido fiorire delle arti e delle lettere in Firenze, poiché
nel suo magnifico palazzo di Via Larga egli raccolse artisti, poeti, filosofi e
dotti, amando circondarsi di belle cose e di sapienti persone; e alla sua città
lasciò monumenti fastosi, come la chiesa di S. Lorenzo e il convento di S.
Marco, opere fiorite di tutte le eleganze del più primaverile Rinascimento. Non
a torto la Signoria, a lui, munifico signore, diede il pomposo titolo di padre
della patria.
10. Lo Stato Pontificio: i papi del secolo XV.
a) Tristi condizioni dello Stato Pontificio
Durante la cattività avignonese (1305-1377), lo Stato Pontificio si era diviso in tante piccole
Signorie, le quali conservavano verso il papa una sudditanza puramente nominale.
Questa mancanza di coesione fra le singole parti dello Stato, fu la
caratteristica anche del secolo XV, cosicché mentre a Roma si reggevano, tra
grandi difficoltà, i pontefici, fuori per la Romagna, per le Marche, per
l'Umbria prosperavano i signorotti, come i Bentivoglio a Bologna, i Riario a
Imola, i Manfredi a Faenza, gli Ordelaffi a Forlì, i Malatesta a Rimini, i Montefeltro a Urbino, i Varano a Camerino, i Baglioni a Perugia, per non citare che i
principali.
I papi cercarono di rafforzare il
proprio dominio: non potendo appoggiarsi su partiti dinastici, che per il
carattere elettivo del Papato non esistevano, richiamarono a sé i loro parenti,
offrendo loro ricchezze e potenza. Questo
nepotismo diede vita ad una nuova aristocrazia, che non fece un gran bene alla Chiesa,
ma che fu indiscutibilmente una forza, che
contribuì al formarsi dell'assolutismo politico dei papi. A Roma non mancò la
consueta congiura, quella di Stefano Porcari contro Nicolò V, finita con l'arresto e
l'impiccagione di lui e dei suoi complici (1453).
Del resto i papi di quel tempo, mondani quasi tutti e più principi che ecclesiastici, non ebbero certo gli entusiasmi religiosi di Gregorio VII o
d'Innocenzo III, e poco si curarono del prestigio della Chiesa nel mondo. Nella politica si
limitarono a questioni italiane, ma con successo assai scarso,
mancando di una stabile potenza militare: dovettero perciò lasciare in altre
meni la direzione dei maggiori avvenimenti. Né miglior fortuna ebbero nella loro
continua opera per rinnovare le Crociate contro i Turchi; poiché i tempi erano ben lontani da Pietro l'Eremita.
L'importanza del Papato nel secolo XV fu grande solamente per lo splendido
mecenatismo, nelle arti e nelle lettere, sì che la reggia
del Vaticano brillò come un faro di civiltà nuova.
b) I papi del secolo XV
Papa Martino V (Ottone Colonna, romano -
1417-1431), eletto all'indomani dello Scisma d'Occidente, ebbe un governo
travagliato dalle molte cure per il ristabilimento dell'autorità pontificia
sulle pretese di supremazia del Concilio. Il suo successore Eugenio IV (Gabriele
Condulmer, veneziano 1431-1447) ebbe un pontificato non meno burrascoso per la
lotta coi prelati ribelli del Concilio di Basilea; egli poté concludere l'unione
con la Chiesa greca, che riuscì però del tutto inefficace.
Con l'avvento di Nicolò V (Tommaso Parentucelli di Sarzana - 1447-1455) il
Papato dichiarò più apertamente il proprio favore per il movimento artistico e
letterario del Rinascimento. Il pontefice, che era un dotto, raccolse intorno a
sé le migliori intelligenze del suo tempo, e con la sua grande passione per i
libri, pose le basi della futura Biblioteca vaticana. Durante il suo pontificato
avvennero fatti importanti: l'ultima incoronazione imperiale in Roma
(Federico III d'Austria, coronato nel 1452); la congiura di Stefano Porcari
(1453), la caduta di Costantinopoli (1453) e la pace di Lodi (1454).
L'elezione di papa Callisto III (Alfonso Borgia di Valenza nella Spagna
(1455-1458) iniziò il periodo del grande nepotismo. Egli trasse in Roma la sua
famiglia, tutta gente bella, intelligente, ma scostumatissima, e l'arricchì di
benefici ecclesiastici. Fu suo nipote il cardinale Rodrigo Borgia poi papa col
nome di Alessandro VI.
Pio II (Enea Silvio Piccolomini di Siena - 1458-1464) era stato in gioventù
un elegante umanista, molto mondano, e un discreto diplomatico. Divenuto papa,
già vecchio, si propose di promuovere contro i Turchi una grande Crociata, ma
non avendo trovato alcuna rispondenza tra i principi cristiani, ne morì di
amarezza.
Paolo II (Pietro Barbo, veneziano - 1464-1471) fu uomo rude e poco tenero per
i letterati, che cacciò dal Vaticano. Battagliò coi Turchi e coi signorotti del
Lazio e tenne lontano (esempio raro) i suoi parenti. Era un appassionato
raccoglitore di gemme e di monete antiche, che teneva nel superbo palazzo, da
lui costruito quando era ancora cardinale. Il palazzo divenne poi la sede degli
ambasciatori della Serenissima e porta ancora oggi il nome di Palazzo Venezia.
Sisto IV (Francesco Della Rovere di Savona - 1471-1484) attese soprattutto ad
arricchire i suoi parenti: fece cardinali i nipoti Pietro Riario e Giuliano
Della Rovere (il futuro Giulio II); procurò ai discendenti del nipote Giovanni
Della Rovere il Ducato d'Urbino, e all'altro nipote, Girolamo Riario, diede la
signoria d'Imola e di Forlì, facendogli sposare Caterina Sforza, figlia naturale
del duca di Milano Galeazzo Maria. Brigò anche contro i Medici, e nella congiura
dei Pazzi ebbe forse una parte.
Innocenzo VIII (Giambattista Cybo, genovese - 1484-1492) fu anch'egli un
grande nepotista, parteggiò per i Medici, coi quali volle che la sua famiglia
s'imparentasse. Ebbe fiacco governo e lasciò un Collegio di cardinali così poco
esemplare, che alla sua morte si mercanteggiò la successione. E la vittoria
toccò a Rodrigo Borgia (Alessandro VI), il più indegno di tutti i papi del
Rinascimento.
Non per nulla s'invocava nella Chiesa una radicale riforma.
a) Gli Angioini
Carlo I, il fondatore della dinastia angioina di Napoli,
era morto nel 1285, proprio mentre in tutta la sua violenza imperversava la
guerra del Vespro. Suo figlio Carlo II lo Zoppo, già prigioniero di Ruggero di
Lauria, poté succedere al padre (1285-1309), e firmò nel 1302 quella pace di
Caltabellotta, che riaffermava il diritto angioino sulla Sicilia, tenuta allora
da Federico di Aragona col titolo di "re di Trinacria".
Larga rinomanza ebbe il suo successore Roberto il Saggio (1309-1343), amante
delle lettere, più adatto forse allo studio che al governo (re da sermone lo disse
Dante), amico del Petrarca: a lui anzi l'aulico poeta si rivolse, come a sovrano
dottissimo, per essere esaminato in tutti i rami del sapere, prima di ricevere
il lauro poetico in Campidoglio. Ma trovatosi a lottare contro i baroni
potentissimi, scarso di armi e di danaro; Roberto fu costretto ad amministrare
il regno duramente, gravando i sudditi di tasse e di multe, per cui ebbe fama di
avarizia. Capo riconosciuto dei Guelfi in Italia, protetto dai papi, amico dei
Comuni, alleato e signore di Firenze, fu spinto ad opporsi all'imperatore Enrico
VII di Lussemburgo (1308-1313) quando questi discese in Italia, ma non ottenne
mai grandi e decisivi successi.
Roberto aveva avuto un solo figlio, Carlo, che gli era premorto. Mancando
altri eredi maschi, alla morte di re Roberto salì al trono la giovane figliuola
di Carlo, Giovanna I (1343-1382), alla quale l'avo per calmare le pretese del
ramo angioino di Ungheria, aveva fatto sposare il cugino Andrea, figlio
secondogenito del re d'Ungheria. Il matrimonio fu infelicissimo: lei colta, viziosa, amante del lusso e della gaia vita di Napoli;
lui rozzo, ignorante, brutale; ambedue ambiziosi, cupidi di assicurarsi,
ciascuno per sé, il supremo dominio, tenuto allora, per la minore età dei due
principi, da un Consiglio di reggenza. E venne la tragedia. La notte del 18
settembre 1345, mentre la coppia regale si era recata con la corte nei pressi di
Aversa, il re, tratto in un tranello, fu strozzato e buttato dalle finestre
dell'appartamento nuziale. La voce pubblica accusò la regina del delitto e
insieme con lei il cugino Luigi di Taranto, suo favorito.
Lo scandalo fu enorme;
si aperse un processo, furono giustiziati parecchi presunti complici, mentre
Giovanna, sposato l'amante, fuggiva in Provenza davanti alle truppe di Luigi il
Grande, re d'Ungheria, fratello del morto, giunto in Italia nel 1347 per fame
vendetta. La terribile peste del 1348 costrinse il re ungherese ad abbandonare a
metà la conquista, onde Giovanna, venduta al pontefice per 80.000 fiorini la
città di Avignone, e tratti danari da ogni parte, raccolse truppe mercenarie e con
esse riconquistò il regno; non riuscì però a ridare la pace e la prosperità ai
suoi Stati, continuamente sconvolti dalle ruberie dei soldati di ventura, dalle
rivolte dei baroni, dai viziosi capricci della stessa regina. Né molto poté fare
in tali circostanze il grande siniscalco Nicola Acciaiuoli, un intelligente
banchiere fiorentino che era divenuto ministro, rivelando rare qualità di uomo
di Stato.
b) Gli Angioini-Durazzeschi
L'ambiziosa Giovanna I doveva finire
tragicamente. Sebbene avesse avuto successivamente ben quattro mariti, la regina
era senza un erede; perciò Carlo di Durazzo, che apparteneva a un ramo laterale
degli Angioini di Napoli, essendo il più prossimo parente, aspirava al trono.
Egli invece dispiacque a Giovanna, la quale per odio contro di lui elesse a
successore Luigi, duca d'Angiò, fratello del re di Francia. Ma tardando il nuovo
eletto a giungere a Napoli, Carlo di Durazzo catturò la regina e la fece
uccidere (1382). Poco dopo arrivava Luigi d'Angiò, accompagnato da molti
cavalieri, tra cui Amedeo VI di Savoia (il Conte Verde, e riaccendeva la guerra
civile, sedata poi improvvisamente dalla morte di Luigi, avvenuta a Bari nel
1384. Anche il Conte Verde morì in Puglia: Così Carlo di Durazzo rimase solo sovrano di Napoli col nome d1 Carlo III,
inaugurando la dinastia degli Angioini-Durazzeschi. Di questa nuova Casa il
campione fu Ladislao (1386-1414), il quale, essendo ancora fanciullo, poté
assumere lo scettro solamente nel 1400. Giovane ambiziosissimo e senza scrupoli,
egli trattò aspramente i baroni, combatté i rivali della Casa Angioina di
Francia, profittando dei disordini provocati dallo Scisma d'Occidente occupò
gran parte dello Stato Pontificio e tenne per dieci anni la stessa città di
Roma, per assicurarsi l'appoggio del papa contro l'antipapa di Avignone, che favoriva gli
Angiò di Francia.
Fece guerra ai Fiorentini, dei quali devastò le campagne, ond'ebbe da essi il nome di re guastagrani. Il suo sogno di conquista e di
grandezza fu troncato di colpo dalla morte, che lo raggiunse nel 1414, a soli 36
anni di età.
In quegli anni turbinosi, il Regno di Napoli aveva perduto definitivamente la
Sicilia: la regina Giovanna I, dopo un'inutile e sanguinosa guerra, era stata
costretta a rinunciare ai diritti degli Angioini sull'isola, diritti invano
affermati dal trattato di Caltabellotta (1302). La Sicilia non ebbe però né
prosperità né pace, perché continuamente straziata dalle sanguinose discordie
dei due opposti partiti, dei quali l'uno era favorevole all'indipendenza
dell'isola, l'altro voleva la soggezione al Regno d'Aragona.
Nel 1390 l'ultima
discendente di Federico re di Trinacria, la principessa Maria, costretta a
fuggire in Aragona, sposava il principe Martino, della Casa d'Aragona;
portandogli in dote i suoi diritti sulla Sicilia. I due sposi riuscirono a
rientrare nell'isola dopo una lotta accanita col partito avversario e salirono
sul trono; ma essendo essi morti dopo qualche anno senza lasciare eredi, la
Sicilia passò direttamente sotto la Casa di Aragona (1409), la quale fino dal
1326 possedeva anche la Sardegna, sottratta ai Pisani.
Intanto alla morte di Ladislao (1414) saliva al trono di Napoli la sorella di
lui Giovanna II (1414-1435), matura di anni, ma volubile e dissoluta come
Giovanna I. Presso la regina aveva grande influenza il famoso capitano Attendolo
Sforza, il quale con le sue truppe combatté il rivale Braccio da Montone, altro
grande condottiero, che, profittando dei disordini dello Stato Pontificio,
mirava a farsi colà uno Stato per sé. Lo Sforza lo sconfisse e occupò Roma,
offrendola poi a papa Martino V, quando questi, sedato lo Scisma d'Occidente,
rientrò nello Stato Pontificio e riconobbe Giovanna come regina di Napoli
(1419). Ma più tardi, essendo salito ad alti onori presso la regina il ministro
Gianni Caracciolo, lo Sforza si voltò contro Giovanna e appoggiò con le sue armi
le pretese di Luigi III d'Angiò del ramo francese degli Angioini. Perciò la
regina, che non aveva figli, temendo di perdere il trono, adottò come erede e
successore Alfonso, allora re di Aragona, di Sicilia e di Sardegna (1420), il
quale venne e iniziò la guerra contro Luigi III e lo Sforza, servendosi delle
bande di Braccio da Montone.
Ed ecco improvvisamente Giovanna cambiare politica: insospettita della potenza e dell'ambizione del suo figliuolo d'adozione, disdisse quanto aveva fatto, nominò suo erede Luigi III d'Angiò (1423), e con
doni e lusinghe trasse a sé lo Sforza. La lotta continuò fra i due condottieri
rivali, ma ancora per poco: lo Sforza peri nell'attraversare a guado il Pescara,
e Braccio, ferito in uno scontro, morì qualche tempo dopo.
La guerra cessò così
improvvisamente, tanto più che Alfonso d'Aragona, richiamato nella Spagna da una
guerra, dovette ritirarsi, lasciando libero il campo a Luigi III, che visse poi
tranquillamente in Calabria fino al 1434. Giovanna II seguitò a regnare, senza
però riuscire mai a far risorgere l'autorità regia, umiliata continuamente dai
superbi baroni. Da costoro infatti fu assassinato il suo ministro Caracciolo; da
costoro fu impedita quella riforma dei tribunali e dell'amministrazione che la
regina voleva promuovere, ma che. urtò contro le opposizioni invincibili della
nobiltà feudale.
c) La dinastia aragonese di Napoli
Nel 1435, un anno dopo Luigi III,
moriva Giovanna II, donna viziosa, incostante o, come dice uno storico di quel
tempo, "stabile solo nella sua instabilità"; con lei il regno aveva vissuto
giorni assai tristi di disordine e di decadenza. Alla sua morte, fu il caos,
poiché d'ogni parte sorsero i pretendenti: Renato d'Angiò, fratello del morto
Luigi III, Alfonso d'Aragona, e da ultimo il papa, il quale avrebbe voluto
essere arbitro della contesa. Primo a giungere fu Alfonso, il quale sbarcato, in
Italia, pose l'assedio a Gaeta, che si era data a Renato. Il duca di Milano,
Filippo Maria Visconti, allora signore di Genova, parteggiando per l'Angioino,
mandò una flotta genovese nelle acque napoletane; Alfonso l'attaccò presso
l'isola di Ponza, ma fu sconfitto, catturato e condotto prigioniero a Milano
(1435). La causa pareva vinta per Renato. Quand'ecco giungere un'improvvisa
notizia: il duca di Milano, sedotto dall'ingegno di Alfonso e timoroso
dell'influenza francese in Italia, aveva cambiato politica, e, rilasciato libero
l'Aragonese, si alleava con lui, aiutandolo a conquistare il regno. Arse allora
per tutta l'Italia la guerra, che altro non era se non un episodio della lunga
contesa fra il Ducato di Milano e la Serenissima: alla guerra presero parte
(come vedemmo) i Veneziani, i Fiorentini e il papa. Finalmente nel 1442
Alfonso prendeva Napoli, costringeva Renato alla fuga, e qualche mese dopo,
rinnovando le usanze degli antichi imperatori romani, faceva il suo solenne
ingresso nella capitale, su di un carro dorato, seguito dai grandi, dal clero e
dall'esercito, tra le vie pavesate e gremite di popolo.
Rimane tuttora di quelle feste sfarzose un ricordo nel superbo arco di
trionfo, che egli fece poi erigere all'entrata di Castel Nuovo in Napoli.
Alfonso il Magnanimo (1442-1458), come lo chiamarono gli umanisti, di cui amò
spesso circondarsi, fu sovrano ricco di non comuni doti d'ingegno, ma rimase
celebre specialmente per il fasto del suo regno e per l'amore alle arti e alle lettere. Le spese eccessive, da
lui fatte, gravarono però troppo su quelle povere popolazioni, già tanto
immiserite dalle guerre civili e dallo sfruttamento baronale. Tuttavia egli si
mantenne saldo sul trono, contro gli Angioini, che mai abbandonarono l'idea
della riconquista, e contro i baroni, che lo temettero per la sua potenza.
Padrone dell'Aragona, della Sardegna, della Sicilia e di Napoli, Alfonso era
certamente il sovrano più potente d'Italia. Egli avrebbe potuto anche risolvere
in modo definitivo il problema della unità del regno meridionale; invece non lo
volle, e mantenne tra l'isola e il continente la separazione amministrativa di
prima. Anzi, morendo nel 1458, lasciò il Regno di Napoli al figlio naturale
Ferdinando, mentre affidò la Sicilia con l'Aragona e la Sardegna al fratello
Giovanni: l'isola, così cara a Federico II di Svevia, perdette allora perfino il
titolo regio e divenne un modesto vicereame aragonese.
Il re Ferdinando I (1458-1494) non poté subito entrare in possesso del Regno
di Napoli, perché l'opposizione di non pochi baroni gli suscitò contro come
rivale Giovanni d'Angiò, figlio di Renato, il quale, sceso in Italia e assoldato
il capitano di ventura Iacopo Piccinino, ridusse a mal partito l'Aragonese. Ma
nel 1462, ricevuti rinforzi dal duca di Milano Francesco Sforza, Ferdinando
sconfisse l'Angioino a Troia, lo costrinse a fuggire in Provenza, e, tratto in
un tranello il Piccinino, lo fece uccidere. Non riuscì però a pacificare il
regno, perché volendo rinforzare l'autorità regia e trattando duramente i
baroni, se li rivoltò tutti contro. La famosa congiura dei baroni, scoppiata nel
1485, si risolse in una guerra civile, alla quale diede il suo appoggio anche
il papa Innocenzo VIII, desideroso di affermare i diritti della Santa Sede sul
Regno di Napoli.
Interpostosi Lorenzo il Magnifico, la guerra cessò. Ma re
Ferdinando gravò terribilmente la sua mano sui baroni ribelli, sfogando contro
di essi il suo spirito di vendetta. Le uccisioni, le confische di beni, le
espulsioni acuirono gli odi del baronaggio contro la monarchia, la quale ne
rimase ancor più indebolita.
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