Sacro Romano Impero Germanico
 

storia antica medioevo storia moderna storia contemporanea novecento biografie monografie scacchi e scuola

           medioevo russo
 

 

Home
Gli Unni
regni romano barbarici
da Ezio a Odoacre
gli Ostrogoti
Impero Bizantino
Longobardi e Bizantini
Islam
Monachesimo
Rinascita Carolingia
Feudalesimo
Monarchie feudali
Sacro Romano Impero Germanico
ripresa anno 1000
Italia XI XII
Le Crociate
I Comuni
I Movimenti religiosi
Comuni e Impero
vita religiosa XII XIII
Svevi e Angioini
tramonto dell' impero
decadenza del papato
signorie e principati
politica di equilibrio

sommario del capitolo

  1. L'impero germanico
  2. Trasformazione del feudalesimo
  3. La cavalleria

 

Formazione e caratteri dell'impero germanico.

Ottone poté dunque condurre un'azione efficace per la difesa e l'espansione del regno. Domata una rivolta in Lorena con l'aiuto del fratello Brunone, arcivescovo di Colonia, che svolse opera di pacificazione, il sovrano riuscì ad imporre la sua supremazia sul ducato slavo di Boemia (950), che fu successivamente incorporato nel regno germanico. Qualche anno dopo, Ottone riportò una notevole vittoria sugli Ungari a Lechfeld (955), ponendo così termine alle periodiche incursioni in Germania e in Italia. Da quel momento gli Ungari diedero inizio alla edificazione di un nuovo regno e cominciarono a convertirsi al cristianesimo, per opera di evangelizzatori tedeschi e, soprattutto, slavi. Contro eventuali ritorni aggressivi di quelle popolazioni fu ricostituita la marca di Austria, già creata da Carlo Magno. Più difficile fu la penetrazione nel territorio tra la Germania e la Polonia, occupato da numerose tribù slave (Oloriti, Liutizi, Sorbi), che impegnarono i re germanici in lunghe campagne militari, con risultati parziali e spesso non definitivi. Progressi di un certo rilievo furono realizzati con la costruzione di una serie di fortezze e, nel 962, con l'impianto di una vasta organizzazione religiosa, che faceva capo all'arcivescovado di Magdeburgo. La popolazione tedesca non era, tuttavia, così numerosa da rendere possibile una vasta e duratura opera di colonizzazione; e nel 983 una grande rivolta ai confini orientali mise in forse le conquiste realizzate.

I successori di Ottone I dovettero riprendere e proseguire per lungo tempo la lotta per sottomettere le tribù slave e incorporarne stabilmente i territori nell'impero.

Impegnato in Oriente e in Occidente (dove intervenne anche nelle contese dinastiche francesi), in stretta collaborazione con la Chiesa tedesca (che, pur essendo subordinata allo Stato, non cessava di essere parte della Chiesa universale con il suo centro a Roma) Ottone aveva delineato ed attuato un disegno politico in cui concretamente si riaffermavano le tradizioni imperiali. Una componente importante di questo disegno era l'interesse per l'Italia e per il papato, poiché alla corona d'Italia ed alla consacrazione del papa era legata non solo formalmente, ma anche per la sua natura cristiana ed universalistica, l'autorità imperiale.

Ottone aiutò dapprima Berengario II a conquistare, contro Ugo di Provenza e suo figlio Lotario, la corona d'Italia (950).

La protezione durò poco tempo, poiché l'anno successivo un tipico dramma medievale creato dalle preoccupazioni e dalle ambizioni di Berengario provocò un diretto intervento di Ottone. Berengario cercò di imporre alla vedova di Lotario, Adelaide, un matrimonio vantaggioso per il figlio Adalberto che aveva associato al trono. Egli intendeva così allontanare la minaccia di rivendicazioni da parte della famiglia di Lotario e rafforzare la sua posizione politica.

Adelaide, che reclamava il trono del marito col sostegno di un forte gruppo di nobili, si rivolse allora ad Ottone. Questi accolse l'appello e, venuto in Italia, entrò a Pavia, dove fu proclamato re d'Italia, ma non poté portare a compimento l'impresa perché la situazione interna della

Germania lo costrinse a tornare in patria lasciando ancora a Berengario l'esercizio del potere regio. Tornò in Italia dieci anni dopo, chiamato dal papa Giovanni XII: in questa occasione ricevette la corona imperiale (2 febbraio 92) e, dopo avere sconfitto e fatto prigioniero Berengario, aggregò il regno d'Italia alla Germania. Come già si è detto, egli stabilì allora, per l'elezione del pontefice, delle norme (giuramento di fedeltà da parte del papa, conferma da parte dell'imperatore) che praticamente mettevano il papato sotto la diretta e rigorosa tutela imperiale. Di questi poteri Ottone si servì subito per deporre lo stesso Giovanni XII e fare eleggere Leone VIII.

Una nuova iniziativa di Ottone in Italia fu determinata, nel 966, da contrasti tra la nobiltà e il pontefice. In questa occasione egli tentò anche di estendere il proprio dominio sull'Italia meridionale, con una spedizione militare che giunse fino in Puglia ed in Calabria. Frutto di questa spedizione fu il riconoscimento della sua autorità sui duchi di Benevento e di Capua, che dovettero dichiararsi suoi vassalli.

Questo successo suscitò, d'altra parte, l'ostilità dei Bizantini, restii a riconoscere significato all'impero del « barbaro » Ottone e, soprattutto, preoccupati per i possessi dell'Italia meridionale. Ottone superò questa ostilità con trattative, che gli valsero il riconoscimento del titolo imperiale da parte dell'imperatore d'Oriente (972) ed il consenso alle nozze tra suo figlio e la principessa bizantina Teofane (973).

L'impero creato da Ottone, seppure idealmente universale per il suo carattere cristiano e per il richiamo alla tradizione romana, aveva le sue basi reali in una entità nazionale ed era, in pratica, un impero germanico. La politica del primo imperatore sassone fu, in effetti, solidamente ancorata a questa realtà, quasi che il titolo imperiale, più che alimentare propositi universalistici, servisse a rafforzare la struttura della compagine politica germanica.

Diverso fu l'atteggiamento dei suoi successori.

Ottone Il fu impegnato soprattutto a superare la crisi aperta dalla morte del padre, avvenuta nel 973, ed a rivendicare le terre che erano state promesse in dote a Teofane. Si spinse, in questo tentativo, fino in Calabria, dove ricevette una grave sconfitta, a Stilo, per opera dei musulmani. Ottone III aveva tre anni alla morte del padre. Nutrito di ideali universalistici dalla madre e dal maestro Gerberto d'Aurillac, egli giunse all'esercizio effettivo del potere a diciannove anni, nel 996, con un orientamento politico-ideale che lo allontanava dalla linea nazionale germanica dei suoi avi e lo spingeva verso prospettive assai meno sicure e concrete. Il suo programma di restaurazione dell'antico impero universale di Roma (renovatio imperii) si accompagnava a idee mistiche e ascetiche, assimilate attraverso i contatti con san Romualdo e san Nilo, per la suggestione dei quali egli assegnava obiettivi religiosi alla sua missione imperiale. Si trasferì quindi a Roma, dove elesse al pontificato dapprima un suo cugino, col nome di Gregorio V (996-999) e poi il suo ex precettore Gerberto d'Aurillac (Silvestro Il, 999-1003). In questo modo, però, perdette i legami con la sua terra, suscitando forti risentimenti nazionali per il fatto che la Germania perdeva così la sua egemonia nell'ambito dell'impero; mentre, d'altra parte, non trovò a Roma un ambiente favorevole ai suoi progetti. Questa situazione di debolezza politica fu propizia al riaccendersi di turbolenze aristocratiche che esplosero a Roma ripetutamente finché, nel 1001, Ottone III dovette abbandonare la città insieme a Silvestro II. Morì poco dopo, nel 1002, per malattia, all'età di ventidue anni.

Evoluzione del sistema feudale.

I fatti più importanti per l'impero germanico durante il regno di Enrico II (1002-1024) e di Corrado II il Salico, della dinastia di Franconia (1024-1039), furono: la ripresa offensiva della grande feudalità laica italiana, con la rivolta di Arduino d'Ivrea, il rafforzamento degli Stati ad est della Germania (regno di Ungheria, sotto Stefano il Santo, e Polonia, sotto Boleslao il Valente), l'annessione della Borgogna e l'esplosione, all'interno della classe feudale, di contrasti che non consistevano più nelle rivalità tra singoli signori ma nella contrapposizione tra interi settori della feudalità.

Il movimento di trasformazione interna del sistema feudale, pur interessando tutto l'Occidente europeo, ebbe come epicentro l'Italia settentrionale, dove i valvassori (vassalli dei baroni) cominciarono a reclamare lo stesso diritto all'ereditarietà dei loro feudi che i grandi feudatari avevano conquistato già nel IX secolo. Il contrasto diventò guerra aperta quando i valvassori di Milano si unirono con giuramento e sconfissero l'esercito dei grandi signori (capitanei) a Campomalo. Per l'occasione la grande aristocrazia laica e quella ecclesiastica, rappresentata dall'arcivescovo di Milano, Ariberto d'Intimiano, avevano superato i motivi di dissidio e si erano unite contro i valvassori. L'imperatore Corrado II, richiamato in Italia da queste agitazioni, si schierò a favore dei piccoli feudatari, emanando una legge (Constitutio de feudis, 1037) con la quale le loro richieste furono pienamente accolte.

La decisione di Corrado corrispondeva all'interesse della monarchia di abbassare la potenza della grande feudalità e di fare partecipare pienamente al potere politico forze nuove che si erano sviluppate all'interno del sistema.

In un certo senso, questa era una naturale evoluzione della politica favorevole alla feudalità ecclesiastica, dal momento che anche questa non manteneva più l'iniziale subordinazione nei confronti del sovrano. Già prima di fissare con una legge questo atteggiamento, Corrado aveva favorito di fatto in Germania la trasformazione dei piccoli feudi in patrimoni familiari. D'altra parte, indipendentemente dalle iniziative e dai programmi politici, in tutto l'ambito della società feudale vi era una chiara tendenza in questa direzione: in Francia, dove mancava un forte potere centrale, e in Germania, dove la situazione era relativamente diversa, la piccola feudalità aveva conseguito concreti vantaggi all'interno delle grandi signorie, già prima che la Constitutio ne accogliesse ufficialmente le aspirazioni.

Col mutamento dei rapporti tra i valvassori e i feudatari maggiori il sistema feudale acquistava maggiore dinamismo interno, diventava più articolato, anche se, una volta ottenuto il riconoscimento delle proprie rivendicazioni, l'aristocrazia minore tendeva a far causa comune con i grandi baroni ed a cooperare per il contenimento della pressione imperiale. Un nuovo fattore di mutamento della struttura politica emergeva intanto ai margini di questi contrasti: a Milano, infatti, cominciava allora ad apparire, come forza organizzata, il popolo della città che, sotto la guida di Lanzone della Corte, prese parte alla lotta, dapprima a sostegno dell'arcivescovo Ariberto contro Corrado e, successivamente, ribellandosi contro Ariberto e cacciandolo dalla città. Il successore di Corrado, Enrico III, intervenne anche questa volta. La questione fu risolta dai contendenti con un accordo che prevedeva la partecipazione dei popolani, insieme ai nobili, al governo della città. La presenza politica di un ceto di cives e l'affermarsi di una autonoma organizzazione popolare preludevano già al sorgere di una nuova ed importante realtà politica, il Comune.

La cavalleria.

Verso la fine di questo periodo (XI secolo) mentre un movimento di risveglio percorre, come vedremo, la società occidentale, prende consistenza ed acquista caratteri nuovi un istituto che ha grande importanza nella vita pratica e nella mentalità degli uomini

del Medioevo: la cavalleria. È difficile indicare la sua origine. Si è ritenuto, in genere, che a formarla siano stati i cadetti (figli non primogeniti) esclusi dalla successione feudale e quindi spinti a pro-cacciarsi al di fuori del feudo familiare gloria e denaro. Qualunque sia l'origine, la cavalleria ci appare come una sorta di corporazione di guerrieri professionali; una corporazione i cui membri avevano la facoltà di creare altri cavalieri, che avessero i requisiti della nobiltà e della destrezza nelle armi. I cavalieri avevano un rapporto di subordinazione più o meno vaga alle autorità supreme: teoricamente, avrebbero dovuto operare in nome del re o dell'imperatore. Le « chansons de gestes » e i « romanzi » medievali hanno molto idealizzato, insistendo soprattutto sul concetto della fedeltà al sovrano, la figura del cavaliere e la sua personale inclinazione al bene operare. Forse l'idealizzazione del cavaliere fedele nasceva proprio dalla necessità di presentare un modello di correttezza, di obbedienza al sovrano ecc., ad un mondo feudale che tendeva invece ad allentare certi legami, disgregarsi in una serie innumerevoli di « piccoli regni ». Più vicina alla realtà è l'immagine di un guerriero inserito nel sistema feudale e nella società di quel periodo proprio ed esclusivamente per le sue capacità di combattente, fedele e leale quanto le condizioni generali lo consentivano, e pronto a sfruttare le occasioni che le liti e le guerre offrivano in abbondanza nel X e XI secolo.

A questo dilagare della violenza — che è anche, oltre la guerra, violenza privata, fonte di continua tensione, di pericoli e di disordine che investono la vita quotidiana e rendono incerta la fatica del contadino, insicura la strada del mercante, difficile la vita ai deboli ed agli indifesi — la Chiesa reagisce, facendosi interprete della generale aspirazione alla pace ed alla sicurezza. La minaccia del castigo divino, l'appello alla fraternità degli uomini sono le armi di cui l'organismo ecclesiastico si serve per arginare la furia distruttiva che pervade la società feudale: in parte vi riesce, ponendo sotto salvaguardia determinati beni e comunità, facendo accettare, in certi periodi, la « tregua di Dio », creando delle associazioni di pace e infine trasformando la massa dei cavalieri, molti dei quali sono diventati dei veri e propri briganti, in una organizzazione regolata da un insieme di norme, ispirate in parte alla religiosità cristiana. Responsabilità e doveri nuovi appartengono ora a colui che, con una solenne cerimonia, diventa cavaliere: la forza si sposa alla gentilezza, allo spirito umanitario, alla difesa dei deboli, ad una fede religiosa che non esclude lo spirito di avventura, ma lo inserisce nel gran moto di riscossa cristiana che nella seconda metà dell'XI secolo pervade la società occidentale, proiettandola verso l'esterno, verso il mondo degli infedeli. E' impossibile, infatti, estirpare dal mondo feudale la mentalità guerresca che ad esso è connaturata. La Chiesa la orienta verso valori religiosi e morali: si elabora così il concetto della « guerra santa », che diventerà ad un certo momento la suprema aspirazione e la principale attività della cavalleria.

 

Inviare a francesco un messaggio di posta elettronica contenente domande o commenti su questo sito Web.
Ultimo aggiornamento: 03-11-08