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.LA POLITICA D'EQUILIBRIO
.LA CRISI DELLA LIBERTÀ ITALIANA
.FRANCESI E SPAGNOLI IN ITALIA
sommario del capitolo
- La politica d'equilibrio fra gli Stati italiani (1454-1494).
- La politica d'equilibrio
- Lorenzo_il_Magnifico
- L'inizio
della crisi della libertà italiana; la debolezza militare dell'Italia di fronte
allo straniero.
- Lodovico_il_Moro
-
La_debolezza_militare_italiana
- La calata di Carlo VIII in Italia (1494).
-
L'effimera_conquista_francese
- La_riscossa_italiana
- Fra Gerolamo
Savonarola a Firenze.
- Discesa di Luigi XII in Italia (1499); i Francesi a
Milano, gli Spagnoli a Napoli.
-
La_conquista_francese_del_Ducato_di_Milano
-
La_conquista_spagnola_del_Regno_di_Napoli
-
Effimera_fortuna_del_duca_Valentino
- La politica di papa Giulio II (1503-1513): « Fuori i barbari! »
-
La_Lega_di_Cambrai_contro_Venezia
-
La_Lega_santa_contro_la_Francia
- Papa Leone
X (1513-1521). Francesco I, re di Francia, conquista il Ducato di Milano (1515).
-
La_politica_nepotista_di_Leone_X
- Francesco_l_re_di_Francia
a) La politica d'equilibrio.
Nelle lunghe guerre del periodo
dell'espansione (1313-1454) i maggiori Stati italiani, dopo avere assorbito gli
Stati più piccoli, avevano tentato di sopraffarsi l'un l'altro, ma non erano
riusciti che a logorare le loro forze in guerre inconcludenti. Convinti ormai di
aver raggiunto la massima estensione territoriale, si erano rassegnati a
concludere la pace di Lodi (1454), e avevano iniziata una nuova politica,
fondata su un sapiente gioco di alleanze e di influenze, che, controbilanciando
le forze rivali, portasse ad uno stabile equilibrio. Questo gioco riuscì bene,
tanto che, per quarant'anni, dalla pace di Lodi (1454) alla
calata di Carlo VIII, re di Francia, l'Italia godette di una pace quasi continua.
Perno di tale equilibrio furono Cosimo dei Medici prima e Lorenzo il Magnifico
poi, che furono i moderatori supremi della pace.
b) Lorenzo il Magnifico, signore di Firenze (1469-1492).
Il vecchio Cosimo dei Medici, il « padre della patria » morendo nel 1464, lasciava erede del suo
nome e delle sue enormi ricchezze il figlio Piero, debole e cagionevole,
che dopo cinque anni di signoria morì (1469), cedendo il posto ai suoi figli
Lorenzo, appena ventenne, e Giuliano, di sedici anni. Lorenzo, per ingegno e per
capacità di governo, stava molto al di sopra dei suoi scarsi anni. Cresciuto ai
tempi di Cosimo, amante come lui del fasto e delle arti, coltissimo e
geniale, astuto negli affari, pronto nella politica, dissimulatore e audace
nella diplomazia, egli è il vero principe del Rinascimento, il naturale
dominatore della ricca e raffinata Firenze. Riallacciandosi alla
tradizione di Cosimo, Lorenzo il Magnifico (come lo definirono i Fiorentini), si
rese ancor più fermamente padrone della Signoria, modificando parecchie volte le
istituzioni repubblicane in modo da precludere ad ogni suo
avversario la via del potere; né esitò di fronte a repressioni energiche, che rinnovarono i bandi del tempo di Cosimo. Non é quindi da stupire se
gli oppositori misero in campo la congiura detta "dei Pazzi" (1478).
I Pazzi erano tra le famiglie più ostili alla Casa dei Medici; accordatisi
coi Riario, nipoti di papa Sisto IV, con Francesco Salviati, arcivescovo di
Pisa, e con altri nemici di Lorenzo, il giorno 26 aprile 1478 nel duomo di
Firenze assalirono Giuliano e Lorenzo, che assistevano al rito religioso, e tra
un tumulto indescrivibile uccisero Giuliano, mentre Lorenzo, leggermente ferito,
si ritirava, sempre difendendosi con la spada, nella sagrestia, di cui il
Poliziano sbarrava le porte. Ma i congiurati, che subito avevano cercato di
sollevare il popolo, trovarono nella città accoglienze così ostili, che
pensarono di salvarsi con la fuga. I congiurati, raggiunti, furono giustiziati sommariamente a
furor di popolo. L'arcivescovo Salviati fu impiccato a una delle finestre del
palazzo della Signoria. Per un mese si continuò con vendette e uccisioni. Papa
Sisto IV, che aveva dato il suo assenso ai nipoti Riario « perchè si mutasse lo stato in Fiorenza », visto l'esito infelice della
congiura e saputa la miseranda fine dell'arcivescovo di Pisa, lanciò
l'interdetto contro Firenze e le mosse guerra alleandosi col re di Napoli.
Lorenzo, fiducioso nella sua abilità diplomatica, andò a porsi nelle mani dello
stesso re di Napoli, Ferdinando I, riuscì a distaccarlo dalla lega del papa, e
indusse questo a far pace con Firenze (1480).
La congiura dei Pazzi e l'esito brillante della controversia con Roma
accrebbero in Firenze e per tutti gli Stati italiani la stima nei confronti di Lorenzo,
così che costui, servendosi della propria potenza politica e finanziaria, poté
dedicarsi alla pacificazione dell'Italia, riaffermando la politica d'equilibrio fra
i vari Stati, e divenendo come giustamente fu detto, « l'ago della bilancia tra
i principi d'Italia ». Grande fu anche l'entusiasmo con cui il Magnifico protesse
le arti e le lettere, circondandosi, come già aveva fatto Cosimo, di artisti, di poeti, di dotti, abbellendo Firenze di tesori
d'arte, poetando, divertendo il popolo con allegre mascherate e
portando la vita del Rinascimento al più alto splendore. La sua morte, avvenuta
nel 1492, segnò una perdita per la cultura e per la pace in Italia.
a) Lodovico il Moro e l'inizio della crisi.
Il Ducato di Milano era certamente, fra gli Stati italiani, uno dei più
potenti e più ricchi. Dal superbo Castello Sforzesco i duchi reggevano il ducato con
energia di guerrieri e con signorilità di mecenati: le città si abbellivano e s'ingrandivano, le industrie fiorivano, i traffici si moltiplicavano per le
grandi vie lombarde e per i magnifici canali, che legavano Milano al Ticino, al
Po, all'Adda, ai grandi laghi alpini. Purtroppo però gli Sforza parvero avere
ereditato dai Visconti anche la durezza d'animo e la violenza.
Francesco Sforza, fondatore della dinastia, mori nel 1466. A lui succedette
il crudele figlio Galeazzo Maria (1466-1476), assassinato dieci anni dopo nella
chiesa di Santo Stefano da un Olgiati, da un Visconti e da un Lampugnani. Rimase la vedova, Bona di Savoia, tutrice del piccolo Gian Galeazzo, assistita dal consigliere Cicco Simonetta.
Ma Lodovico
Sforza, detto il Moro, fratello del morto duca, con astuzia ottenne dalla
reggente la condanna del consigliere, poi allontanò anche lei dal palazzo (1480)
e relegò il giovane Gian Galeazzo con la giovanissima sua moglie Isabella
d'Aragona nel castello di Pavia, usurpando il trono al nipote.
Uomo grandissimo per ingegno e per mecenatismo, ma crudele e
ambiziosissimo, Lodovico il Moro fu, secondo molti storici, la rovina della sua famiglia, del
ducato, dell'Italia intera. Poiché, temendo per la sua sorte, non esitò a
rompere l'equilibrio politico italiano facendo guerra al re di Napoli: sicuro
di non poterlo vincere con le proprie armi, chiamò in aiuto le armi straniere.
b) La debolezza militare italiana di fronte allo straniero.
L'Italia stava
per subire l'urto militare di Francia e Spagna, due nazioni che, avendo
conseguita l'unità politica, si presentavano come le
due più vaste e potenti monarchie d'Europa. L'Italia,
divisa in tanti piccoli Stati, apparve subito assai debole. E tale debolezza era
tanto più grave, quanto più critico era il momento: infatti in quei giorni i
grandi Stati europei iniziavano una graduale trasformazione di tutto il loro
ordinamento militare.
In Francia il re Carlo VII con l'istituzione dei franchi-arcieri aveva dato
l'idea di un reclutamento fra i cittadini, idea che, svolta poi nei secoli XVI e
XVII, portò alla formazione dell'esercito nazionale, gloria della monarchia
francese. Eserciti reclutati in tal modo dovevano naturalmente essere tanto
più numerosi quanto più abbondante era la popolazione dello Stato: l'ampiezza
territoriale e la ricchezza demografica divennero così coefficienti di potenza
militare. Tuttavia nei secoli XV e XVI il grosso degli eserciti fu ancora
composto con soldati mercenari, seriamente istruiti nel mestiere delle armi e
ordinati in grosse Compagnie: la fanteria svizzera, con le sue formazioni
serrate, con la tenace disciplina, con l'abile maneggio delle lunghe lance, fu
per parecchi decenni la milizia più progredita e più ricercata d'Europa. Essa
però si offriva a chi meglio la pagava, onde i re di Francia e di Spagna, che
disponevano di grandi ricchezze, poterono assoldare le migliori truppe e
talvolta anche Corrompere, con la promessa di più laute paghe, le milizie del nemico:
mai come allora il
danaro fu il nerbo della guerra.
E ciò divenne ancor più evidente quando, appunto tra il XV e il XVI secolo,
si incominciarono a introdurre negli eserciti le costose armi da fuoco. Le prime applicazioni
pratiche della polvere da sparo avvennero sul declinare del secolo XIV, quando si costruirono bombarde
e mortai per il lancio di grosse palle di granito contro le mura delle fortezze
assediate.
Nel secolo XV s'inventarono i cannoni, generalmente di grosso
calibro, vera artiglieria da fortezza e quindi poco maneggevole : il Machiavelli, che pure era esperto di cose militari, giudicava quei grossi pezzi
come un vero ingombro. Ma a poco a poco si fecero calibri più piccoli e si
studiò un più agile montaggio, cosicché l'artiglieria campale potè dirsi creata.
Intanto s'inventava l'archibugio: esso era dapprima così pesante, che al suo
maneggio erano necessari almeno tre soldati; più tardi però si venne facendo
sempre più leggero, finché un solo soldato poté adoperarlo. Allora l'uso delle
armi da fuoco si diffuse in tutti gli eserciti.
Anche per tutto il nuovo e costoso armamento di cannoni e di archibugi
occorreva una larghezza di mezzi, che solamente i grandi Stati avevano. Né era
possibile sottrarsi a queste nuove esigenze militari, poiché l'introduzione
delle armi da fuoco trasformò a poco a poco tutta l'arte della guerra, rese
inutili le corazze medioevali, inefficace l'uso della cavalleria, poco
apprezzata la bravura personale nel maneggio della spada. Divennero invece
sempre più necessarie le fanterie bene armate; inoltre, data la forte mortalità
prodotta in battaglia dalle armi da fuoco, si resero indispensabili eserciti
molto numerosi e riserve abbondanti. Allora si dovette ricorrere alle leve e al
servizio militare obbligatorio, istituzioni che cominciano ad apparire nel
secolo XVI, si sviluppano nel secolo seguente, finché divengono comuni a tutti i
maggiori Stati europei nel Settecento. Il vero esercito nazionale appare così
costituito. Per la formazione di esso le monarchie occidentali avevano del resto
i quadri già pronti nell'antica nobiltà feudale, per tradizione dedita alle
armi. Infatti negli eserciti nazionali per parecchi secoli l'ufficialità fu
composta esclusivamente di nobili.
Di fronte alla potenza militare della Francia e della Spagna, l'Italia non
poteva presentare un solido ordinamento militare. Di milizie nazionali aveva
parlato angosciosamente il Machiavelli, il quale aveva tentato anche di istituirne (le famose « ordinanze »), ma nessuno si era
curato di imitarlo: la terra classica dei « Condottieri » seppe produrre grandi
capi, valorosi combattenti e strategia nuova, ma non poté creare ciò che
costituisce la vera forza dello Stato, l'esercito. Mancando fra noi lo Stato
unitario, non si può naturalmente pensare a un esercito nazionale, come per la
Francia; ma nemmeno si può parlare di eserciti veneziani, milanesi o fiorentini,
poiché né Venezia, né Milano, né Firenze pensarono mai a creare un esercito
statale, con leve obbligatorie come in Francia: dopo il tramonto delle vecchie
milizie comunali, i maggiori Stati italiani non ebbero che milizie di ventura.
Nei
secoli XV e XVI nessun paese era più civile e più bello del nostro:
durante il miracoloso Rinascimento, natura ed arte parevano aver trasformato la
penisola in un paradiso di delizia, d'intelligenza, di finezza. I ricchi
commerci di Genova e di Venezia, le industrie di Firenze e di Milano avevano poi
fatto affluire in Italia enormi ricchezze, che, mal difese dalla nostra inerzia
militare, eccitavano la cupidigia dei popoli oltramontani, meno civili, ma più
forti. L'Italia era dunque per gli stranieri « la bella preda ».
Lo stato che per primo approfittò della debolezza italiana fu la Francia; ma la responsabilità di averle aperto le
porte d'Italia spetta a Lodovico il Moro. Questi, dopo aver usurpato il Ducato di Milano al nipote Gian Galeazzo, temendo la vendetta del re di Napoli, Ferdinando
di Aragona, avo di Isabella, moglie del principe spodestato, convinse Carlo VIII
re di Francia a far valere i suoi diritti, come successore degli Angioini, sul
Regno di Napoli. Lodovico pensava in tal modo di liberarsi della minaccia
aragonese.
a) La effimera conquista francese del Regno di Napoli (1494)
Carlo VIII,
figlio di Luigi XI, sebbene deforme, aveva grande ambizione e accolse con entusiasmo l'invito di Lodovico il
Moro, rifiutando il parere contrario del proprio Consiglio e pensando, nella sua giovanile inesperienza,
di potersi poi lanciare da Napoli in una romanzesca Crociata contro
i Turchi.
Nel settembre del 1494 Carlo VIII, presi con sé 40.000 uomini e molta
artiglieria, attraversò il Monginevro, discese nel Piemonte ed entrò in
Lombardia. Fu accolto onorevolmente da Lodovico il Moro; tuttavia volle visitare
nel castello pavese Gian Galeazzo, ascoltandone le lamentele contro lo zio. Poco
dopo il giovane principe moriva; allora Lodovico il Moro prese apertamente
il titolo di Duca di Milano, ottenendone la conferma dall'imperatore
Massimiliano I.
Il re di Francia, varcato l'Appennino, avanzava nel territorio
della Repubblica fiorentina. Ma Piero dei Medici, ben lontano dall'abilità
diplomatica di suo padre Lorenzo, non seppe fare altro che correre
incontro al re per offrirgli alcune fortezze, le città di Pisa e Livorno in
pegno e un omaggio di 200.000 fiorini. Con tale condotta
irritò molto i Fiorentini, i quali cacciarono i Medici
ripristinando il regime di libertà. Il re, entrato spavaldamente in città,
richiese le somme pattuite con Piero, minacciando di ricorrere alla violenza. Ma
Pier Capponi gli lanciò arditamente la frase famosa: « Voi sonate le vostre
trombe e noi soneremo. le nostre campane! »; onde Carlo VIII scese a più miti
consigli, e, ridotto il tributo, partì da Firenze.
Papa Alessandro VI, amico degli Aragonesi di Napoli, vedendo con quale
rapidità il re attraversava l'Italia senza resistenza alcuna, scese a patti,
umiliandosi fino a consegnare al re in ostaggio il proprio figlio Cesare Borgia.
La via era dunque libera verso Napoli, dove intanto al vecchio Ferdinando I,
morto alcuni mesi prima, era succeduto Alfonso II, odiatissimo dai baroni. Non
sentendosi sicuro, egli abdicò in favore del figlio Ferdinando II (detto
Ferrandino), il quale tentò la resistenza, finché, abbandonato dai suoi, dovette
fuggire ad Ischia. Così senza colpo ferire e (come diceva con una battuta di
spirito il papa) «
con gli speroni di legno e il gesso per segnare gli alloggiamenti » il re di
Francia divenne padrone del Regno di Napoli.
La facilità con
cui un re straniero aveva potuto liberamente trascorrere l'Italia, finì per
aprire gli occhi ai principi italiani, e prima di tutti allo stesso Lodovico il Moro, il quale, sicuro ormai del suo ducato, non vedeva
con animo tranquillo il rapido affermarsi della potenza francese in Italia.
Perciò, auspice Venezia, che si era finora tenuta troppo in disparte sperando
egoisticamente di trarre vantaggi dalle conquiste di Carlo VIII, fu stretta una
lega, a cui presero parte, oltre la Repubblica di San Marco, il papa, Lodovico
il Moro e i Gonzaga di Mantova. Sfortunatamente entrarono nella lega anche due
sovrani stranieri, l'imperatore Massimiliano I d'Austria e Ferdinando il
Cattolico di Spagna, i quali, nemici della Francia, cominciarono ad interessarsi
troppo degli affari d'Italia, cercando a spese di questa il proprio tornaconto.
Ad ogni modo gli alleati riunirono un forte esercito sotto il comando del duca
di Mantova, Giovanni Francesco II Gonzaga, con lo scopo di tagliare la via del
ritorno a Carlo VIII, il quale, presentendo la burrasca, si era affrettato a
lasciare Napoli, e affannosamente si ritirava attraverso lo Stato Pontificio e
la Toscana per raggiungere il Passo della Cisa. Lo scontro avvenne a Fornovo,
sul Taro, e, sebbene violentissimo, non diede la vittoria ad alcuno (6 luglio
1495). L'artiglieria francese ebbe ragione della resistenza delle fanterie
italiane e aperse il varco; ma i nostri riuscirono a portar via ai nemici i loro
carri e gran parte del bottino. Così Carlo VIII, attraverso Piacenza e Tortona,
passò in Piemonte e rientrò in Francia quasi come un fuggiasco.
Intanto, vinta la resistenza delle poche truppe francesi rimaste a Napoli,
Ferdinando II risaliva sul trono; ma essendo stato aiutato dai Veneziani, questi
ottennero il possesso di parecchi porti pugliesi, come Trani, Brindisi, Otranto,
Gallipoli e il monopolio del commercio di quelle attive regioni agricole.
Della impresa di Carlo VIII nulla rimase : «gloria e fumo» disse un
cronista francese; più fumo che gloria pensarono forse gl'Italiani. Eppure
questa romanzesca cavalcata attraverso la penisola aveva dimostrato come fosse
facile, a chiunque sapesse introdursi tra le rivalità dei nostri
piccoli Stati, correre da padrone l'Italia intera.
Mentre quasi tutti gli Stati italiani tornavano più o meno nelle condizioni
di prima, Firenze aveva inaugurato una nuova forma di governo popolare,
sotto l'influenza del domenicano Fra Gerolamo Savonarola.
Nato a Ferrara, educato nell'austerità di una vita monastica rigidissima,
incline per natura più agli studi teologici che al culto delle belle lettere,
egli aveva concepito per tutto il movimento del Rinascimento un'avversione
invincibile, ritenendolo la causa prima della corruzione dei tempi e della
decadenza del Papato.
Quando dall'alto
del pulpito egli parlava al popolo fedele, la sua eloquenza dura, violenta,
infarcita di misteriose citazioni latine, piena di minacce apocalittiche,
lasciava negli ascoltatori un'impressione profonda. A Bologna, con coraggio
ammirevole, il Savonarola aveva denunciato dal pulpito la superbia e il
malcostume dei Bentivoglio anche di fronte alle più gravi
intimazioni. Venuto a Firenze proprio nel periodo del dominio di Lorenzo il
Magnifico, cominciò a predicare, nella chiesa di S. Marco contro la corruzione
dilagante, contro le facili letture e le arti seduttrici, non risparmiando né il Magnifico né la Curia romana.
La morte di Lorenzo (1492), poi la cacciata dei Medici (1494), favorirono
l'opera del Savonarola. Con l'autorità, che aveva saputo conquistarsi in mezzo
al popolo, il frate divenne arbitro fra i partiti, e promosse una riforma della Costituzione cittadina (dicembre 1494), che si
ispirava in parte alla Costituzione della Repubblica veneta e tendeva a
conciliare le tradizioni democratiche di Firenze con le aspirazioni della
oligarchia. A
similitudine quindi del Maggior Consiglio veneto, fu istituito un Consiglio
maggiore, composto di cittadini di almeno trenta anni, i cui antenati avessero
esercitato le maggiori cariche del Comune: questa assemblea sostituiva i vecchi
Consigli del Popolo e del Comune, ricordo delle lotte medievali, ed eleggeva un
corpo di ottanta membri, il così detto Consiglio degli Ottanta, il quale, a
somiglianza del Senato veneziano, trattava gli affari più importanti della
repubblica.
Animato dal successo, il Savonarola si atteggiò a dittatore, carezzò il
popolo con leggi ad esso favorevoli, combatté l'usura, istituì il Monte di
pietà, tassò pesantemente i ricchi. Fantasticando un singolare governo
teocratico, fece proclamare Cristo «re di Firenze» in mezzo all'entusiasmo
religioso delle folle. Poi venne il bruciamento delle vanità: per le vie
fiorentine comparvero file devote di fedeli, di frati salmodianti, di
donne in gramaglie: il Savonarola dirigeva queste schiere, che implorando da
Dio misericordia, andavano a bruciare, in
Piazza della Signoria, i libri immorali, le pitture oscene, le vesti lussuose,
le raffinatezze del Rinascimento.
E intanto dal pulpito di S. Marco il frate riprendeva la predicazione,
scagliandosi soprattutto contro l'immoralità del clero e della Curia romana.
Infatti nel 1492, alla morte di Innocenzo VIII, era stato eletto
pontefice il cardinale Rodrigo Borgia, spagnolo di origine, nipote di papa
Callisto III, notissimo per la sua scostumatezza. Egli aveva preso
il nome di Alessandro VI, ma non aveva cambiato il modo della sua vita: la
corte papale era divenuta una gaia reggia, dove affluivano le più ricercate
delizie della vita del Rinascimento e fioriva il malcostume, auspice il corrotto
figlio del papa, Cesare Borgia, da lui creato cardinale.
Il Savonarola, che spspettava come anche l'elezione di Alessandro VI fosse
stata simoniaca, accusò il pontefice di
corruzione minacciandolo della vendetta di Dio. E' facile immaginare
l'impressione che le parole del frate fecero sul pubblico e lo sdegno che
suscitarono a Roma. Il papa impose al bollente predicatore di moderare il suo
linguaggio; poi gli proibì addirittura di parlare in pubblico, e, non avendo il
frate obbedito, gli lanciò la scomunica (1497). Il Savonarola non si commosse
e continuò a parlare e ad agire con imperterrita sincerità.
Una minaccia d'interdetto, giunta da Roma al governo di Firenze, mise in
grave apprensione la cittadinanza intera, in mezzo alla quale levarono la testa
tutti gli oppositori: contro il frate e i suoi seguaci, detti Piagnoni, si agitarono
con odio gli aristocratici
(Arrabbiati), i partigiani dei Medici (Bigi o Palleschi) e i nemici delle
malinconiche riforme morali (Compagnacci); tutti attesero il momento opportuno
per abbattere il Savonarola.
L'occasione si presentò quando un frate francescano si offerse di provare
davanti al popolo che il Savonarola era un eretico, sfidandolo a un giudizio di
Dio. Un domenicano, Fra Domenico da Pescia, ardente fautore del profeta, accettò la sfida: la mattina del 7 aprile 1498 il
rogo era pronto, e già i due contendenti si accingevano a passare in mezzo alle
fiamme alla presenza del popolo, quando nacque fra loro una interminabile
discussione: intanto il tempo minaccioso disperdeva gli astanti, lasciando
tutti delusi per il mancato spettacolo. Del momento approfittarono gli Arrabbiati,
che, assalito il convento di S. Marco, trassero prigioniero il Savonarola, e
dopo qualche settimana, con un processo sommario a cui assistettero anche i
messi papali, lo condannarono al rogo come eretico. L'esecuzione avvenne nella
Piazza della Signoria il 23 maggio 1498.
La repubblica sopravvisse alla morte dell'austero frate, e per parecchi anni
diede segni di energia nel lungo conflitto con Pisa (1495-1509), la quale fino
dai tempi di Carlo VIII aveva rivendicato violentemente la sua libertà. Nel 1502
gli ordinamenti fiorentini subirono però una modifica grave con la
creazione del Gonfalonierato a vita, una specie di Signoria legale, destinata a
mantenere unito il popolo di fronte ai continui tentativi di restaurazione
medicea. Fu eletto a tale carica Pier Soderini: il giovane Nicolò Machiavelli
fece parte allora della segreteria della repubblica fiorentina. Questo stato di
cose durò fino al 1512, quando, in seguito a vicende politiche e militari,
i Medici poterono rientrare in Firenze.
a) La conquista francese del Ducato di Milano.
Nel 1498, a soli 28 anni
d'età, Carlo VIII moriva, lasciando erede del trono di Francia Luigi XII, dei
Valois-Orléans, giovane scaltro ed ambizioso, eccellente sovrano, ma, come disse
il Machiavelli alludendo alle gesta del re in Italia, «tanto buono in casa
quanto cattivo fuori».
Il nuovo sovrano riprese il sogno di conquista di Carlo VIII, ma con ben
altri mezzi materiali e con ben diversa intelligenza. Del resto egli poteva
vantare diritti non solamente sul Regno di Napoli, come tutti i re francesi, ma anche sul Ducato di Milano, perché suo nonno, il duca
di Orléans, aveva sposato nel 1389 Valentina Visconti, figlia di Gian Galeazzo,
primo duca di Milano, mentre gli Sforza fondavano i loro diritti sul matrimonio
di Francesco Sforza con Bianca Maria, figlia illegittima di Filippo Maria
Visconti. Luigi XII, come discendente ed erede di Valentina Visconti,
possedeva già la Contea d'Asti, che era stata la dote della nonna; aveva quindi
in Italia una base sicura per una eventuale guerra contro Milano o contro
Napoli.
La conquista del Ducato di Milano, dove Lodovico il Moro aveva tanti nemici,
parve a lui più urgente e più facile. Per assicurarsene l'esito, volle dapprima
consolidare la propria posizione in Francia. Perciò aperte col papa Alessandro
VI trattative amichevoli, da lui ottenne di poter divorziare dalla propria
moglie per sposare la vedova di Carlo VIII, che, portandogli in dote la grossa
Contea di Bretagna, gli assicurava l'unità politica della Francia; in compenso
il re concesse il Ducato di Valentinois al figlio del papa, Cesare Borgia, il
quale da allora, deposta la porpora cardinalizia, fu un principe laico, chiamato
comunemente dal suo feudo «il Valentino».
Assicuratasi l'amicizia del
pontefice, il re si rivolse a Venezia, senza il cui consenso non era possibile
tentare un colpo su Milano, e le offerse, in compenso dell'alleanza, l'acquisto
della parte più orientale del ducato, cioè Cremona e la Ghiara d'Adda,
territorio tra il basso Serio e l'Adda con la cittadina di Crema. L'offerta era
seducente: si trattava di un altro passo decisivo verso una futura conquista di
Milano. E Venezia aderì.
Sulla fine del 1499 l'esercito francese, passando, come di consueto,
attraverso il Ducato di Savoia, varcò la Sesia, mentre le truppe veneziane
guadavano l'Adda. Preso tra due fuochi, Lodovico il Moro uscì da Milano,
accompagnato da pochi fedeli, portando seco enormi ricchezze, mentre entravano i
Francesi, condotti dal celebre condottiero milanese Gian Giacomo Trivulzio,
nemico degli Sforza.
Ma i nuovi dominatori si fecero tanto odiare, che Lodovico il Moro, assoldati
8000 Svizzeri e appoggiato dai suoi amici di Milano, poté rientrare in città e
riprendere il governo. Luigi XII mandò allora rinforzi, e con danari comprò i
soldati sforzeschi. Questi, allorché si scontrarono a Novara (1500) con
l'esercito francese, nel quale erano molti i mercenari svizzeri, col pretesto di
non poter combattere contro connazionali, abbassarono le armi. Invano Lodovico
il Moro supplicò, promise, minacciò: essi abbandonarono il campo, e ritornarono
ai loro monti, impadronendosi per via di Lugano e Bellinzona, allora terre del
Ducato di Milano, incorporate più tardi nella Confederazione svizzera, dove
formarono il Canton Ticino. Lodovico il Moro, fatto prigioniero sul campo, fu
inviato in Francia, dove morì nel 1510. Luigi XII fu padrone di Milano e i
Veneziani occuparono le terre pattuite.
b) La conquista spagnola del Regno di Napoli
Se la conquista del Ducato di
Milano era stata una facile impresa, un po' più complessa si presentava la
questione del Regno di Napoli, la cui dinastia aragonese, credeva di poter
contare sull'appoggio di Ferdinando II il Cattolico, re di Spagna, Sardegna e
Sicilia. A Napoli, morto in giovanissima età Ferdinando II (il Ferrandino
spodestato da Carlo VIII e poi rientrato in possesso del suo regno), nel 1496
era divenuto sovrano Federico III, prozio del re morto: egli, conoscendo le
mire di Luigi XII, si rivolse a Ferdinando II il Cattolico nella certezza di
essere aiutato da lui, suo stretto parente. Era stato invece prevenuto
dall'astuto re di Francia, il quale aveva stretto segretamente col re spagnolo
un accordo (patto di Granata - 1500) per la spartizione del Napoletano: ai
Francesi sarebbe toccata Napoli con la Campania e l'Abruzzo, agli Spagnoli il
rimanente. Così l'impresa divenne agevole. Entrati i Francesi nel regno,
Ferdinando il Cattolico inviò un esercito comandato dal famoso Consalvo di Cordova, il quale occupò senz'altro le terre
assegnate alla Spagna. Al re tradito non rimase che affidarsi alla generosità di
Luigi XII, che mandò Federico III in Francia, assegnandogli il Ducato d'Angiò e
una rendita vitalizia. Così dopo sessanta anni finiva la dinastia aragonese di
Napoli.
Ma nella spartizione del bottino scoppiò la discordia tra Francesi e
Spagnoli, onde una nuova guerra più micidiale della prima sconvolse per tre anni
il Napoletano. Dopo alcuni successi dei Francesi, prevalsero definitivamente gli
Spagnoli, i quali batterono gli avversari a Cerignola, al Garigliano (1503),
conquistarono anche Gaeta, ultimo loro possesso, e li costrinsero ad abbandonare
il regno. Nella tregua, firmata a Lione nel 1504, ai Francesi fu
riconosciuto il possesso del Ducato di Milano, ma il Regno di Napoli passò alla
Spagna, la quale, avendo anche la Sicilia e la Sardegna, divenne così
potentissima in Italia.
6. L'effimera fortuna del duca Valentino.
Mentre Spagnoli e Francesi si combattevano aspramente tra loro, papa
Alessandro VI tentava di sottomettere i signorotti, che nelle varie città dello
Stato Pontificio si erano resi del tutto indipendenti; con ciò egli non
intendeva di restaurare il potere temporale della Chiesa, ma piuttosto di
costruire uno Stato nell'Italia centrale a vantaggio di suo figlio Cesare
Borgia, detto comunemente «il Valentino». Era costui uomo di singolare
intelligenza, ma privo di ogni senso morale, audace,
ambizioso, violentissimo. Il Machiavelli, che ammirò eccessivamente il suo
ingegno e la straordinaria energia, in lui vide l'ideale del principe, quale
egli lo concepiva nella sua mente di uomo del Rinascimento; e in realtà, insieme
con le cattive, erano nel Valentino eccezionali qualità di uomo d'azione e di
governo.
Eletto dal papa «gonfaloniere di Santa Chiesa», Cesare Borgia incominciò ad assalire i principi di Romagna, facendosi forte
dell'appoggio del re di Francia per tenere a freno la gelosia dei Veneziani. Si
avventò contro la signoria dei Riario, prese Imola, e dopo un drammatico
assedio, conquistò Forti, eroicamente difesa da Caterina Sforza, vedova di
Girolamo Riario; poi sottrasse Rimini ai Malatesta e Faenza ai Manfredi.
Alessandro VI gli conferì allora il titolo di duca di Romagna e, dando in
matrimonio la propria figliuola Lucrezia Borgia ad Alfonso I d'Este (1501),
comprò con questa parentela la neutralità del Ducato di Ferrara. Avviatosi verso
le Marche e l'Umbria, il Valentino, che già aveva sottratto Pesaro agli Sforza,
abbatté la signoria di Guidobaldo da Montefeltro ed entrò in Urbino.
La fortuna
di Cesare Borgia mise in sospetto i suoi stessi condottieri, i quali
congiurarono contro di lui; ma poi parecchi di essi si lasciarono adescare dai
suoi inviti e andarono ad un convegno a Senigallia, dove egli li fece trucidare
a tradimento. Intanto i Baglioni fuggivano da Perugia; il Valentino
s'impadroniva della città, donde protendeva la mano avida verso Cortona e
Arezzo, possessi dei Fiorentini, e verso Siena, soggetta alla signoria dei
Petrucci. Ma all'improvviso il papa moriva (1503), mentre proprio in quei giorni
anche Cesare Borgia era malato, impedito perciò di andare a Roma e di imporre ai
cardinali l'elezione di un papa a lui favorevole. Fu eletto Pio III, figura di
scarso rilievo; ma, morto lui dopo alcune settimane di regno, fu elevato al
trono pontificio il più fiero nemico di Casa Borgia, il cardinale Giuliano Della
Rovere, che prese il nome di Giulio II.
La morte di Alessandro VI e la malattia del Valentino fecero precipitare d'un
colpo un edificio creato con tanta fretta e con tanti delitti. I Veneziani,
profittando della guerra scoppiata a Napoli fra Spagnoli e Francesi, occuparono
quasi tutta la Romagna, prima che i Francesi o il duca di Ferrara potessero
accorrere in aiuto del Valentino. La notizia poi dell'elezione del cardinale
Della Rovere, parente dei Riario, nemico dei Borgia, esule a lungo in Francia e
assetato di vendetta, tolse al Valentino ogni speranza. Egli abbandonò le sue
effimere conquiste e si rifugiò a Napoli; fu però arrestato da Consalvo di Cordova e da lui inviato nella Spagna. Là Cesare Borgia riuscì a riavere la
libertà e passò nel Regno di Navarra, dove si mise a servizio del re, che era
suo cognato, finché, combattendo contro un vassallo, ribelle al sovrano, morì
nel 1507.
7. La politica di papa Giulio II
(1503-1513) : "Fuori i barbari!
a) La Lega di Cambrai contro Venezia (1508)
Il tentativo di Cesare Borgia di
crearsi un vasto Stato nell'Italia centrale non riuscì; ma il progetto di
restaurare l'unità dello Stato Pontificio fu ripreso da papa Giulio II, uomo di
grande energia, mondano di gusti e di politica, più soldato che pontefice: di
lui si diceva scherzosamente che avesse gettato nel Tevere le chiavi di S.
Pietro, per tenersi solo la spada di S. Paolo. Benché vecchio, egli
assunse personalmente la direzione di questa difficile opera politica e militare: in breve Perugia fu riconquistata alla Chiesa, e Bologna, fiorente signoria
dei Bentivoglio, fu costretta a disfarsi di quella potente famiglia e ad aprire
le porte al papa trionfante (1506).
La grande ira di Giulio II si rivolse allora contro Venezia, la quale aveva
profittato delle ultime guerre e dei frequenti disordini d'Italia per aumentare
continuamente i propri possessi territoriali; e
anche allora, nel trambusto derivato dalla improvvisa caduta del Valentino,
aveva occupato diverse città della
Romagna a danno della Chiesa. Questa politica aveva finito per destare un po' in
tutti il malcontento contro Venezia: la odiavano i Francesi, che avevano dovuto
cederle una parte della Lombardia; gli Spagnoli per i porti pugliesi che i
Veneziani ancora tenevano; l'imperatore Massimiliano I d'Austria, che
rivendicava i suoi diritti sul Friuli, su Gorizia, sull'Istria e sulla Dalmazia;
il duca di Ferrara, che mirava alla riconquista del Polesine; da ultimo, il papa
per l'occupazione della Romagna. Tanti nemici si unirono, per eccitamento di
Giulio II, nella famosa Lega di Cambrai (1508), che segnò il principio della
decadenza di Venezia come potenza territoriale.
Il 14 maggio 1509 ad Agnadello, presso Lodi, l'esercito veneziano fu
disfatto, lasciando aperto il varco all'invasione del territorio della
repubblica: Bergamo, Brescia, Cremona, Peschiera, venivano subito occupate,
mentre i pontifici riprendevano le città di Romagna, gli Spagnoli quelle di
Puglia, e l'imperatore invadeva il Friuli. Parve giunto l'estremo giorno della
repubblica. Ma il Senato non si perdette d'animo; raccolse in fretta uomini e danari, soccorse Padova, contro cui si
accanì invano l'imperatore, riprese una ad una le città perdute nel Veneto, ma
specialmente, lavorando con la sua astuta diplomazia, riuscì a seminare tra gli
alleati la discordia, ritardandone le operazioni di guerra. Intanto Giulio II, a
cui i Veneziani si erano pienamente sottomessi, temendo di vedere i Francesi
divenire troppo potenti in Italia e mirando ad assoggettare alla Chiesa il
Ducato di Ferrara, si distaccò dalla Lega, traendo dietro a sé gli Spagnoli; i
quali, dopo la conquista delle città pugliesi, non avevano più alcun motivo di
discordie con Venezia.
b) La Lega santa contro la Francia (1512)
Giulio II si accinse alla
conquista del Ducato di Ferrara, su cui la Chiesa vantava antichi diritti, e
che invece si manteneva fermo nell'alleanza con la Francia. Alla testa
dell'esercito, Giulio II, occupata Modena, venne a cingere d'assedio Mirandola,
terra del Ducato di Ferrara, e la espugnò: il papa, attraverso le mura
sbrecciate dall'artiglieria, entrò nella città (gennaio 1511). Ma intanto Luigi
XII, acceso d'ira per la condotta del papa, aveva indetto un concilio a Pisa per
deporre Giulio II ed eleggere un nuovo pontefice: la lotta dal campo politico
era incautamente portata nel campo religioso. Giulio II colse a volo l'errore
francese, accettò la sfida accusando di fronte a tutta la cristianità il re di
Francia come provocatore di scismi. Quindi, raccolti intorno a sé Spagnoli e
Veneziani, riaccese la guerra contro i Francesi, eccitando gl'Italiani al grido
di: Fuori i barbari!, mentre scomunicava il re con tutti i fautori dello
scisma, e da un Concilio ecumenico, frettolosamente raccolto in Roma, faceva
proclamare contro gli scismatici una specie di Crociata, che si disse Lega santa
(1512).
Tuttavia la guerra non andava bene per Giulio II e per la Lega. Già fino dal
maggio dell'anno precedente, i Francesi avevano ripreso Bologna e Mirandola,
annullando in pochi mesi la faticosa conquista del papa. Nel 1512 avvennero
disastri ancora più gravi: i Francesi, condotti da un abile generale, il
giovanissimo Gastone di Foix, domarono la rivolta delle città lombarde, da essi
carpite ai Veneziani durante la Lega di Cambrai, e saccheggiarono in modo
orrendo Brescia, che più delle altre aveva resistito; poi in grande battaglia
campale a Ravenna sbaragliarono i collegati (1512).
Fu questo però l'ultimo successo dei Francesi, i quali nella mischia perdettero il loro generale. In poche settimane, di fronte all'incerto
procedere dei mediocri successori di Gastone di Foix, gli amici abbandonarono
Luigi XII, il quale, rimasto solo, fu costretto a richiamare il proprio esercito
dall'Italia. Nel Ducato di Milano, sgombrato dai Francesi, fu posto dai
collegati uno dei figli di Lodovico il Moro, Massimiliano Sforza, col titolo di
duca; a Firenze, rea di aver parteggiato sempre per Luigi XII, Spagnoli e
pontifici intimarono il richiamo dei Medici: il gonfaloniere Soderini fu
deposto, e il cardinale Giovanni, figlio di Lorenzo il Magnifico e fratello di
Piero (morto fino dal 1503 nella battaglia del Garigliano), divenne padrone
della città (1512).
Intanto nel febbraio del 1513 moriva Giulio II, dopo aver veduto i Francesi
fuggire dall'Italia. Mente altissima, cuore generoso, braccio ferreo, egli fu in
quei giorni il primo sovrano d'Italia, e tutti superò anche nell'amore alle arti
e alle lettere: mentre il grande pontefice moriva, Michelangelo, Raffaello e i
migliori artisti del Rinascimento lavoravano per lui nella superba reggia del
Vaticano.
8. Papa Leone X (1513-1521). Francesco I, re di
Francia, conquista il Ducato di Milano (1515).
a) La politica nepotista di Leone X
Il successore di Giulio II fu il
giovane cardinale Giovanni de Medici, figlio di Lorenzo il Magnifico e signore
di Firenze; egli prese il nome di Leone X. Uomo di gusti finissimi, di carattere
placido e gaudente, egli pure amante delle arti e delle lettere, continuò il
mecenatismo del suo predecessore verso il trionfante Rinascimento, cosicché tra
i suoi celebratori si parlò, con qualche esagerazione del «secolo d'oro», del
«secolo di Leone X». In politica fu invece assai diverso da Giulio II:
agl'interessi della Chiesa preferì quelli della sua famiglia e, destreggiandosi
tra Francesi e Spagnoli, cercò di ottenere vasti possessi per i suoi parenti.
Comprò infatti dall'imperatore per 40.000 ducati i feudi di Piacenza, Parma,
Modena e Reggio, con l'intenzione di darli al proprio fratello Giuliano, e poté a colpo sicuro strappare a Francesco Della Rovere, erede di Guidobaldo
da Montefeltro, il Ducato d'Urbino per investirne il proprio nipote Lorenzo.
Intanto Luigi XII, d'accordo con Venezia, che voleva riavere i suoi possessi
lombardi, aveva ritentato la conquista del Ducato di Milano, ma era stato
sconfitto a Novara dagli Svizzeri del duca Massimiliano Sforza (1513). Si era
perciò indotto a rinunciare all'impresa d'Italia, lasciando nelle difficoltà gli
alleati Veneziani, i quali, incalzati dalle truppe del duca, della Spagna e
dell'imperatore Massimiliano I d'Austria, dovettero ritirarsi dal Ducato di
Milano, che nuovamente avevano invaso.
b) Francesco l re di Francia alla battaglia di Marignano (1515): conquista
del Ducato di Milano.
Un improvviso cambiamento della situazione si ebbe con
la morte di Luigi XII (1515) e con l'assunzione al trono del cugino e genero di
lui Francesco I della Casa di Valois-Angouléme (1515-1547). Giovane, ardente di
carattere, ambiziosissimo, tutto pieno di entusiasmi cavallereschi, egli si
propose subito di rivendicare i diritti della Francia, rinnovando le imprese del
suo predecessore. Accordatosi di nuovo coi Veneziani, entrò di sorpresa in
Italia per il passo dell'Argentera, e traversato il Piemonte, invase il Ducato
di Milano, mentre le truppe ispano-sforzesche si concentravano a Marignano (oggi
Melegnano). Lì avvenne un formidabile scontro tra la cavalleria e l'artiglieria
francese da una parte e le valorose fanterie svizzere dall'altra, vera battaglia
di giganti, come la chiamò il condottiero Gian Giacomo Trivulzio: durò due
giorni e non terminò se non quando, al sopraggiungere dei Veneziani, alleati dei
Francesi, gli Svizzeri, temendo l'accerchiamento, si ritirarono (13-14 sett.
1515). Il re ebbe allora la via libera verso Milano, vi entrò e, fatto
prigioniero il duca Massimiliano Sforza, occupò il ducato. Quindi fece pace con
Leone X (il quale gli era stato contrario), a patto che gli restituisse Piacenza
e Parma, antiche città del Ducato di Milano, da lui comprate dall'imperatore, e
rendesse Reggio e Modena al duca di Ferrara, amico della Francia. Così fu
ristabilito per sei anni (1515-1521) il dominio francese nel Ducato di Milano.
Quanto a Venezia, essa poté riavere le città di Brescia e di Verona (ancora
occupate dall'imperatore Massimiliano), quando fu firmata tra i belligeranti la
pace di Noyon (1516).
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