|
























| |
LE MONARCHIE FEUDALI
E L'IMPERO ROMANO-GERMANICO
Sommario del capitolo
-
Le incursioni
-
La disgregazione dell'impero
carolingio
-
La Francia
-
L'Inghilterra
-
Il regno d'Italia
-
La crisi del papato
-
Il regno di Germania
-
La monarchia sassone e la chiesa
-
Formazione e caratteri
dell'impero germanico
-
Evoluzione del sistema feudale
-
La cavalleria
Le incursioni.
Allo sviluppo ed alla diffusione del feudalesimo contribuirono
l'insicurezza e la tensione create in tutta Europa nel corso dei secoli IX e X
dalle frequentissime incursioni dei Normanni e degli Ungari.
I Vichinghi, provenienti dalla Danimarca e dalla penisola
scandinava (genericamente designati col nome di Normanni, uomini del Nord),
cominciarono dalla fine del secolo VIII ad apparire, sulle loro agili
imbarcazioni, oltre la Manica. Durante la prima metà del IX secolo
saccheggiarono importanti centri cittadini della Francia e della penisola
iberica (Bordeaux, Nantes, Tolosa, Lisbona, Siviglia) e penetrarono anche nel
Mediterraneo. Dopo avere saccheggiato le coste, i Vichinghi risalivano con le
loro flotte i grandi fiumi compiendo razzie nelle campagne e nei villaggi.
Nell'881 assalirono Aix-la-Chapelle, dove distrussero la tomba di Carlomagno.
Fecero anche dei tentativi, più o meno riusciti, di insediamento stabile, con la
creazione di piccoli Stati che, in alcuni casi, durarono qualche decennio. Nel
911 una schiera capeggiata da Rollone si stabilì sulle rive della bassa Senna,
in una regione che prese poi il nome di Normandia, ed ottenne dal sovrano
francese Carlo il Semplice il riconoscimento del possesso. Qui gli immigrati
organizzarono uno Stato abbastanza solido, adottando lingua, costumi e
istituzioni della popolazione assoggettata. Dalla Normandia, nel secolo
successivo, mossero schiere di soldati e di avventurieri che si sparsero in
tutto l'Occidente; giunsero, oltre che in Inghilterra, anche nell'Italia
meridionale, dove ebbero modo di dimostrare capacità militari e doti di
organizzatori politici.
Importanti, dal punto di vista dello sviluppo politico ed
economico delle regioni slave, furono le immigrazioni di Normanni (Vareghi,
provenienti dalla Svezia), in Russia. Spingendosi verso il Sud lungo il
Volga ed il Caspio, tentarono un assalto a Costantinopoli nell'860. Verso la
fine del IX secolo (882 circa) un loro capo, Oleg, si stabilì a Kiev,
gettando le basi dello Stato russo, sul quale la sua dinastia regnò fino al
secolo XVI. Con la loro presenza in Russia, i Vareghi crearono tra l'Oriente ed
il Nord un'attiva corrente di scambi commerciali, che aveva uno dei suoi nodi
principali nella città di Novgorod.
Meno importanti per lo sviluppo economico e civile, ma
ugualmente micidiali per i saccheggi e le distruzioni, furono le incursioni
degli Ungari o Magiari, che cominciarono verso la fine del IX secolo,
specialmente contro l'Italia del Nord, Baviera, Svezia, Alsazia, Lorena,
Borgogna, Linguadoca. Pavia fu presa nel 924, Verdun saccheggiata nel 926.
Nello stesso tempo si rinnovò l'assalto musulmano. L'Africa
del Nord, dove gli Aglabiti si erano resi indipendenti dal califfato, fu la
base di una intensa attività di pirateria che si indirizzò specialmente verso
l'Italia e la Francia e di un rinnovato slancio espansionistico. Caratteristica
di questa attività fu la creazione di teste di ponte e basi relativamente
stabili nelle stesse regioni che erano oggetto degli attacchi.
L'operazione più importante promossa dagli Aglabiti fu la
conquista della Sicilia, iniziata nell'827 e portata a termine nel corso di
parecchi decenni. L'ultima roccaforte bizantina, Rometta, cadde nel 965.
Risultato di questi continui assalti, che durarono circa un
secolo, fu in Europa il peggioramento delle condizioni di vita delle
popolazioni, l'ulteriore disgregazione della società, la decadenza delle
attività commerciali. Il moto di difesa portò le masse dei contadini,
particolarmente colpiti dalle incursioni, a stringersi sempre più attorno ai
guerrieri, ai capi militari, ai signori: il sistema feudale, in tutti i suoi
aspetti, si venne consolidando.
La disgregazione dell'impero carolingio.
Anche la coesione politica dell'Europa occidentale risentì
gravemente dell'ondata di incursioni, che deve essere considerata come una delle
cause che abbreviarono la vita dell'impero carolingio.
Carlo Magno aveva dato una forte impronta personale alla
restaurazione dell'impero. Nessuno dei suoi successori, dopo la sua morte, ebbe
le doti necessarie per proseguire la sua opera; ma lo stesso imperatore
contribuì alla disgregazione, dividendo i territori imperiali tra i suoi figli,
Carlo, Pipino e Ludovico. Il primo ebbe il Nord della Francia e della Germania;
il secondo la Lombardia e la Germania meridionale; il terzo la Francia
meridionale, Borgogna e Catalogna. L'unità poté ricostituirsi solo perché Carlo
e Pipino morirono prima del padre.
Nell'813, un anno prima della sua morte, Carlo associò alle
funzioni imperiali Ludovico, incoronandolo egli stesso con una cerimonia laica
che tendeva a garantire l'indipendenza del figlio dalla Chiesa. La conservazione
dell'unità imperiale fu ripetutamente minacciata durante il regno di Ludovico
(soprannominato il Pio). Egli associò all'impero il figlio Lotario, destinando
gli altri figli, Pipino e Ludovico, a svolgere funzioni di viceré
rispettivamente nella Francia meridionale e in Germania (Ordinatio imperii,
817). L'autorità imperiale sulla Chiesa venne rafforzata. Lotario, inviato a
Roma nell'824, anche per reprimere scandali e conflitti che fiorivano nella
città, emanò un Constitutum che poneva sotto l'autorità imperiale la popolazione
e l'amministrazione cittadina e stabiliva che il papa, eletto dai Romani (laici
e chierici), doveva prestare giuramento all'imperatore prima di essere
consacrato.
Ludovico ebbe un ultimo figlio nell'823, Carlo, che fu poi detto
il Calvo. Per assegnargli una parte dell'eredità rimise in discussione
l'Ordinatio dell'817 e la modificò a danno del primogenito Lotario. Fu l'inizio
di una lunga guerra civile e di una serie di disordini che durarono fino
all'840, anno in cui morì Ludovico. Era morto intanto anche Pipino; i due
fratelli Ludovico e Carlo, con il giuramento di Strasburgo (il cui testo è
considerato il primo documento del volgare francese), si collegarono contro
Lotario e lo sconfissero. La pace fu stipulata il 14 febbraio 843 a Verdun e si
stabilì in quel trattato la definitiva divisione dell'impero. Il titolo
imperiale, assegnato a Lotario, non aveva più che un valore formale. Ludovico
II, successo a Lotario nell'855, trascorse la maggior parte della vita in
Italia, alle prese con i problemi di un paese in cui la presenza dei Bizantini,
del Papato, dei residui longobardi e, infine, degli Arabi creava difficoltà
politiche di ogni sorta.
Dopo Ludovico II, ebbe la Corona imperiale Carlo il Calvo. Sotto
il suo regno una ribellione di principi impose il riconoscimento della
ereditarietà dei grandi feudi, sancita nel Capitolare di Quierzy. (14 giugno_
877)
Incursioni normanne, pirateria saracena, rivolte interne,
tendenze indipendentistiche dei grandi signori (come Bosone, che fece della
Provenza un regno indipendente) portarono lo Stato in condizioni di sfacelo.
Dopo la morte di Carlo il Calvo (877) ed un periodo di conflitti
dinastici, fu imperatore
Carlo il Grosso (881). Incapace, per le proprie personali
debolezze e per le difficoltà della situazione, di affrontare i problemi che gli
stavano di fronte, egli fu deposto nell'887. L'ultimo suo gesto umiliante fu il
pagamento di un forte riscatto ad una banda di Normanni che assediava Parigi.
L'impero era finito: tutto il suo territorio era coperto da una rete di grandi
signorie feudali, sotto la quale non potevano ancora riconoscersi i confini
delle nazioni.
La Francia.
Per un lungo periodo dopo la deposizione di Carlo il Grosso, nei
paesi dell'ex impero carolingio la potenza della feudalità non incontra
ostacoli. Ma questa fase di « anarchia » è anche un periodo in cui, sia pure
lentamente, maturarono nuove forze (monarchie, città) destinate a modificare
l'organismo politico-sociale.
Nella Francia divisa tra grandi feudatari, l'autorità regia è
nulla al di fuori del territorio che costituisce il dominio diretto della Corona
(il territorio tra la Loira e la Senna) e perfino i vassalli insediati nel
dominio reale spesso si sottraggono ai loro doveri di obbedienza. Eletto re nel
987, Ugo Capeto non ebbe miglior fortuna di coloro che lo precedettero nel X
secolo e non poté superare i limiti posti alla sovranità dalla potenza dei
grandi feudatari. Una vera e propria organizzazione del potere monarchico, con
un suo apparato amministrativo e politico nazionale, non era ancora avviata.
Potenti signori come l'arcivescovo di Reims, il conte di Tolosa, il duca di
Aquitania, non nascondevano di sentirsi uguali o anche superiori al sovrano. Ugo
Capeto riuscì a raggiungere un primo risultato positivo per il consolidamento
della monarchia, facendo coronare, mentre egli era ancora vivente, suo figlio
Roberto e istituendo così la prassi della ereditarietà, che fu poi seguita anche
dai suoi discendenti. Inoltre, lo stretto legame con la Chiesa consolidò la
posizione dei Capetingi. Roberto il Pio (996-1031), Enrico I (1031-1060) e
Filippo I (1060-1108), se non tentarono neppure di sottomettere i grandi
signori, riuscirono tuttavia ad ingrandire e riorganizzare il dominio reale (al
quale appartenevano le città di Parigi e di Orléans) ed a farsi obbedire dai
loro vassalli diretti.
L'Inghilterra.
In Inghilterra il sistema feudale fu impiantato dai Normanni
quando già in Francia era in pieno sviluppo. Dopo la prima invasione, che la
resistenza del re del Wessex limitò ad una sola parte dell'isola, i gruppi di
Normanni che non riuscirono a sbarcare in Inghilterra occuparono l'attuale
Normandia (911). Uno dei successori del duca di Normandia, Rollone, Guglielmo il
Conquistatore, promosse una nuova invasione in Inghilterra, approfittando della
crisi dinastica apertasi alla morte del re anglosassone Edoardo il Confessore.
Egli contestò ad Aroldo, che si era fatto eleggere re, il diritto alla
successione e, sbarcato nell'isola con un forte esercito, riportò la vittoria
nella battaglia di Hastings (1066). L'impiego da parte normanna della cavalleria
pesante, affermatasi come l'elemento fondamentale dell'esercito nel continente,
ebbe un ruolo decisivo in quella battaglia.
Nell'organizzare il suo Stato dopo la conquista. Guglielmo, che
subito dopo Hastings si fece incoronare re d'Inghilterra, seguì il modello delle
istituzioni francesi, distribuendo feudi (castellanìe, manors) ai capi normanni
che lo avevano accompagnato. Egli ed i suoi successori dovettero quindi
affrontare, nei rapporti con la feudalità, problemi analoghi a quelli della
monarchia francese. Durante il suo regno, Guglielmo riuscì a realizzare la
fusione tra anglosassoni e normanni, giovandosi anche dell'aiuto
dell'arcivescovo di Canterbury, Lanfranco. Un documento della cura con cui in
questo periodo fu amministrato il patrimonio della corona è il Domesday Book, un
catasto generale delle terre del regno che contiene la precisa indicazione dei
diritti spettanti al re nei vari territori e che, insieme ai « polittici » altra
volta ricordati, è una delle più importanti testimonianze del modo di
organizzazione dei rapporti economici e sociali nelle campagne durante la prima
età feudale.
Il regno d'Italia.
L'anarchia feudale esplose in quella parte centro-settentrionale
dell'Italia che aveva costituito il regno longobardo. Per lungo tempo, tra 1'877
e il 960, un gruppo di grandi signori si contese il potere regio e quelli tra
loro che riuscirono a conquistarlo non ebbero che un'autorità formale e furono
quasi sempre travolti dalle ribellioni degli altri feudatari. Il primo di questi
re, Berengario I, marchese del Friuli, fu costretto a fuggire e lasciare il
regno ad altri principi che assemblee di feudatari elessero al suo posto. Egli
mantenne la corona per circa trent'anni, ma governò realmente per un periodo
molto minore: appena un anno dopo la sua elezione, avvenuta nell'888 gli fu
contrapposto come re Guido, duca di Spoleto, che successivamente si associò al
trono il figlio Lamberto. Restaurato nel'898, Berengario fu detronizzato per due
volte da Ludovico re di Provenza e definitivamente sconfitto poi da Rodolfo duca
di Borgogna, che lo fece assassinare nel 924. Più a lungo restò sul trono Ugo di
Arles (926-946), che seguì a Rodolfo, e che il vescovo Liutprando da Cremona
descrive come « uomo prudente quanto audace, valoroso ed abile, amico della
religione, caritatevole, generoso verso le chiese e protettore del clero e della
cultura ». Queste buone qualità non impedirono però che l'opposizione feudale
riuscisse a scalzarlo: gli fu imposto di abdicare a favore del figlio Lotario,
al quale si sostituì presto un secondo Berengario, marchese d'Ivrea (950), con
il quale ha termine, come vedremo, il « regno d'Italia » autonomo.
La crisi del papato.
Con l'assassinio, voluto dall'aristocrazia romana, del papa
Giovanni VIII, nell'882, si apre il periodo più triste della storia del papato,
tra gli ultimi anni del IX secolo e la prima metà del successivo. Roma fu teatro
di ferocissime contese tra famiglie feudali, alle quali non furono estranee le
aspirazioni dei grandi che si contendevano il regno d'Italia e un titolo
imperiale che, in realtà, non aveva molto significato. Uno degli episodi più
noti di questo sanguinoso periodo è il processo a papa Formoso, a conclusione di
una serie di contrasti per la corona imperiale fra Arnolfo di Carinzia e
Lamberto di Spoleto. Formoso aveva dato a quest'ultimo la corona imperiale, ma
in seguito aveva ripetuto la cerimonia a favore del re di Germania, Arnolfo
(896). Ripreso il sopravvento il partito favorevole a Lamberto, e morto Formoso,
fu eletto al soglio pontificio Stefano VII. Questi fece riesumare il cadavere
del suo predecessore, lo fece portare in tribunale e, dopo un processo nel corso
del quale un diacono seduto accanto al cadavere rispondeva in sua vece, lo fece
gettare nel Tevere. Stefano VII fu imprigionato e ucciso dopo breve tempo (897).
Il capo della nobiltà romana, Teofilatto — che, tra le altre cariche, aveva
anche quella di comandante della milizia romana — fu praticamente padrone della
città e dello stesso seggio pontificio. Alla sua influenza ed a quella della
dissoluta figlia Marozia si dovette l'elezione dei papi Leone VI (928-929),
Stefano VIII (929-931) e Giovanni XI (931-933). Il governo del figlio di
Marozia, Alberico, che si ribellò contro la madre, fu un periodo di relativa
quiete; dopo la morte di lui, con il governo del figlio quindicenne Ottaviano
(che fu anche papa col nome di Giovanni XII, 956-963), corruzione e disordine
riapparvero a Roma. A questa situazione pose fine Ottone di Sassonia che nel 963
fece deporre da un concilio Giovanni XII ed eleggere Leone VIII e che, in quella
stessa occasione, ricevette la corona imperiale. Da quel momento, fino ai primi
anni del secolo successivo, i papi furono eletti col consenso dell'imperatore e
dietro sua diretta indicazione.
Il regno di Germania.
Il regno di Germania comprendeva il territorio della Saale e
dall'Elba al Reno, dall'Eider alle Alpi. Composta dai quattro compatti gruppi
etnici di Sassonia, Franconia, Svevia e Baviera, la popolazione tedesca; che
raggiungeva appena i tre milioni e mezzo di abitanti, subì, nel IX e X secolo,
la pressione esterna degli Scandinavi, degli Ungari e degli Slavi. L'economia
del paese, quasi esclusivamente agricola, era organizzata secondo il modello del
regime signorile, sebbene la libera proprietà contadina avesse una estensione
maggiore che nelle altre regioni dell'Occidente. Sottoposti all'autorità di
duchi, i grandi complessi politico-territoriali che costituivano il regno, e che
poggiavano saldamente su basi etniche, offrivano una notevole resistenza
all'accentramento monarchico, ma non presentavano un quadro di sminuzzamento
dell'autorità come quello dei principati francesi. La lotta contro le invasioni
favorì poi il superamento del particolarismo regionale, specialmente dal momento
in cui fu eletto il primo re della dinastia di Sassonia, Enrico (919-936). Lo
slancio espansionistico degli Scandinavi si era già arrestato, dando un nuovo
corso ai rapporti che con essi (e specialmente con il regno di Danimarca)
avevano i tedeschi: rapporti ora caratterizzati da continue guerriglie di
frontiera, ma anche dall'inizio di intese politiche, di contatti economici, e
soprattutto dall'opera di cristianizzazione avviata dal vescovado di Amburgo. La
pressione degli Ungari e degli Slavi, che occupavano vastissimi territori a
nord-est della Germania, continuava invece a farsi sentire minacciosa. Enrico I,
proseguendo la lotta che tradizionalmente i duchi di Sassonia conducevano contro
gli invasori, riuscì a contenere la minaccia e nello stesso tempo ad estendere
il regno ad Occidente, con l'annessione del ducato di Lorena.
Toccò al figlio di lui, Ottone I (936-973) il compito di assicurare
definitivamente la difesa dei confini e di superare le tendenze
particolaristiche che minacciavano l'unità del regno, affermando la monarchia
sassone come la più salda di tutto l'Occidente.
La monarchia sassone e la Chiesa.
Una condizione che gli permise di raggiungere questi obiettivi fu la svolta
che egli impresse all'organizzazione del potere, trasformando la Chiesa nel più
importante organismo di governo politico del regno e rinunciando in parte alla
collaborazione dell'aristocrazia laica. A questa svolta Ottone fu spinto anche
dalle frequenti rivolte interne, l'ultima delle quali, nel 953, fu capeggiata
dallo stesso figlio del re, Liudolfo, duca di Svevia. Da quel momento la
tendenza ottoniana a servirsi della Chiesa si accentuò fino a caratterizzare
tutta la sua politica. Scelti e nominati dal re in base a considerazioni di
carattere politico ed investiti anche del potere spirituale nella diocesi, i
vescovi furono i cardini dell'amministrazione del regno. Naturalmente, anche in
questo caso, erano rapporti feudali quelli che si instauravano tra il re e i
vescovi, e comporta-vano quindi concessioni di benefici) di cui Ottone fu
larghissimo nei confronti della Chiesa) e di ampie immunità. Sennonché, la
vigile coscienza di Ottone e la concezione sacrale che egli aveva della
sovranità, impedirono che il sistema così creato degenerasse in un nuovo
particolarismo. La politica ottoniana rafforzò i vincoli politici tra le
popolazioni tedesche e consentì la formazione di una forza militare (alla cui
organizzazione provvedevano gli stessi vescovi) che non ebbe l'eguale in
Occidente in quel periodo.
Formazione e caratteri dell'impero germanico.
Ottone poté dunque condurre un'azione efficace per la difesa e l'espansione
del regno. Domata una rivolta in Lorena con l'aiuto del fratello Brunone,
arcivescovo di Colonia, che svolse opera di pacificazione, il sovrano riuscì ad
imporre la sua supremazia sul ducato slavo di Boemia (950), che fu
successivamente incorporato nel regno germanico. Qualche anno dopo, Ottone
riportò una notevole vittoria sugli Ungari a Lechfeld (955), ponendo così
termine alle periodiche incursioni in Germania e in Italia. Da quel momento gli
Ungari diedero inizio alla edificazione di un nuovo regno e cominciarono a
convertirsi al cristianesimo, per opera di evangelizzatori tedeschi e,
soprattutto, slavi. Contro eventuali ritorni aggressivi di quelle popolazioni fu
ricostituita la marca di Austria, già creata da Carlo Magno. Più difficile fu la
penetrazione nel territorio tra la Germania e la Polonia, occupato da numerose
tribù slave (Oloriti, Liutizi, Sorbi), che impegnarono i re germanici in lunghe
campagne militari, con risultati parziali e spesso non definitivi. Progressi di
un certo rilievo furono realizzati con la costruzione di una serie di fortezze
e, nel 962, con l'impianto di una vasta organizzazione religiosa, che faceva
capo all'arcivescovado di Magdeburgo. La popolazione tedesca non era, tuttavia,
così numerosa da rendere possibile una vasta e duratura opera di colonizzazione;
e nel 983 una grande rivolta ai confini orientali mise in forse le conquiste
realizzate. I successori di Ottone I dovettero riprendere e proseguire per lungo
tempo la lotta per sottomettere le tribù slave e incorporarne stabilmente i
territori nell'impero.
Impegnato in Oriente e in Occidente (dove intervenne anche nelle
contese dinastiche francesi), in stretta collaborazione con la Chiesa tedesca
(che, pur essendo subordinata allo Stato, non cessava di essere parte della
Chiesa universale con il suo centro a Roma) Ottone aveva delineato ed attuato un
disegno politico in cui concretamente si riaffermavano le tradizioni imperiali.
Una componente importante di questo disegno era l'interesse per l'Italia e per
il papato, poiché alla corona d'Italia ed alla consacrazione del papa era legata
non solo formalmente, ma anche per la sua natura cristiana ed universalistica,
l'autorità imperiale.
Ottone aiutò dapprima Berengario II a conquistare, contro Ugo di
Provenza e suo figlio Lotario, la corona d'Italia (950).
La protezione durò poco tempo, poiché l'anno successivo un
tipico dramma medievale creato dalle preoccupazioni e dalle ambizioni di
Berengario provocò un diretto intervento di Ottone. Berengario cercò di imporre
alla vedova di Lotario, Adelaide, un matrimonio vantaggioso per il figlio
Adalberto che aveva associato al trono. Egli intendeva così allontanare la
minaccia di rivendicazioni da parte della famiglia di Lotario e rafforzare la
sua posizione politica.
Adelaide, che reclamava il trono del marito col sostegno di un
forte gruppo di nobili, si rivolse allora ad Ottone. Questi accolse l'appello e,
venuto in Italia, entrò a Pavia, dove fu proclamato re d'Italia, ma non poté
portare a compimento l'impresa perché la situazione interna della
Germania lo costrinse a tornare in patria lasciando ancora a
Berengario l'esercizio del potere regio. Tornò in Italia dieci anni dopo,
chiamato dal papa Giovanni XII: in questa occasione ricevette la corona
imperiale (2 febbraio 92) e, dopo avere sconfitto e fatto prigioniero
Berengario, aggregò il regno d'Italia alla Germania. Come già si è detto,
egli stabilì allora, per l'elezione del pontefice, delle norme (giuramento di
fedeltà da parte del papa, conferma da parte dell'imperatore) che praticamente
mettevano il papato sotto la diretta e rigorosa tutela imperiale. Di questi
poteri Ottone si servì subito per deporre lo stesso Giovanni XII e fare eleggere
Leone VIII.
Una nuova iniziativa di Ottone in Italia fu determinata, nel
966, da contrasti tra la nobiltà e il pontefice. In questa occasione egli tentò
anche di estendere il proprio dominio sull'Italia meridionale, con una
spedizione militare che giunse fino in Puglia ed in Calabria. Frutto di questa
spedizione fu il riconoscimento della sua autorità sui duchi di Benevento e di
Capua, che dovettero dichiararsi suoi vassalli. Questo successo suscitò, d'altra
parte, l'ostilità dei Bizantini, restii a riconoscere significato all'impero del
« barbaro » Ottone e, soprattutto, preoccupati per i possessi dell'Italia
meridionale. Ottone superò questa ostilità con trattative, che gli valsero il
riconoscimento del titolo imperiale da parte dell'imperatore d'Oriente (972) ed
il consenso alle nozze tra suo figlio e la principessa bizantina Teofane (973).
L'impero creato da Ottone, seppure idealmente universale per il
suo carattere cristiano e per il richiamo alla tradizione romana, aveva le sue
basi reali in una entità nazionale ed era, in pratica, un impero germanico.
La politica del primo imperatore sassone fu, in effetti, solidamente ancorata a
questa realtà, quasi che il titolo imperiale, più che alimentare propositi
universalistici, servisse a rafforzare la struttura della compagine politica
germanica.
Diverso fu l'atteggiamento dei suoi successori. Ottone Il fu
impegnato soprattutto a superare la crisi aperta dalla morte del padre, avvenuta
nel 973, ed a rivendicare le terre che erano state promesse in dote a Teofane.
Si spinse, in questo tentativo, fino in Calabria, dove ricevette una grave
sconfitta, a Stilo, per opera dei musulmani. Ottone III aveva tre anni alla
morte del padre. Nutrito di ideali universalistici dalla madre e dal maestro
Gerberto d'Aurillac, egli giunse all'esercizio effettivo del potere a diciannove
anni, nel 996, con un orientamento politico-ideale che lo allontanava dalla
linea nazionale germanica dei suoi avi e lo spingeva verso prospettive assai
meno sicure e concrete. Il suo programma di restaurazione dell'antico impero
universale di Roma (renovatio imperii) si accompagnava a idee mistiche e
ascetiche, assimilate attraverso i contatti con san Romualdo e san Nilo, per la
suggestione dei quali egli assegnava obiettivi religiosi alla sua missione
imperiale. Si trasferì quindi a Roma, dove elesse al pontificato dapprima un suo
cugino, col nome di Gregorio V (996-999) e poi il suo ex precettore Gerberto
d'Aurillac (Silvestro Il, 999-1003). In questo modo, però, perdette i legami con
la sua terra, suscitando forti risentimenti nazionali per il fatto che la
Germania perdeva così la sua egemonia nell'ambito dell'impero; mentre, d'altra
parte, non trovò a Roma un ambiente favorevole ai suoi progetti. Questa
situazione di debolezza politica fu propizia al riaccendersi di turbolenze
aristocratiche che esplosero a Roma ripetutamente finché, nel 1001, Ottone III
dovette abbandonare la città insieme a Silvestro II. Morì poco dopo, nel 1002,
per malattia, all'età di ventidue anni.
Evoluzione del sistema feudale.
I fatti più importanti per l'impero germanico durante il regno
di Enrico II (1002-1024) e di Corrado II il Salico, della dinastia di Franconia
(1024-1039), furono: la ripresa offensiva della grande feudalità laica italiana,
con la rivolta di Arduino d'Ivrea, il rafforzamento degli Stati ad est della
Germania (regno di Ungheria, sotto Stefano il Santo, e Polonia, sotto Boleslao
il Valente), l'annessione della Borgogna e l'esplosione, all'interno della
classe feudale, di contrasti che non consistevano più nelle rivalità tra singoli
signori ma nella contrapposizione tra interi settori della feudalità.
Il movimento di trasformazione interna del sistema feudale,
pur interessando tutto l'Occidente europeo, ebbe come epicentro l'Italia
settentrionale, dove i valvassori (vassalli dei baroni) cominciarono a reclamare
lo stesso diritto all'ereditarietà dei loro feudi che i grandi feudatari avevano
conquistato già nel IX secolo. Il contrasto diventò guerra aperta quando i
valvassori di Milano si unirono con giuramento e sconfissero l'esercito dei
grandi signori (capitanei) a Campomalo. Per l'occasione la grande aristocrazia
laica e quella ecclesiastica, rappresentata dall'arcivescovo di Milano, Ariberto
d'Intimiano, avevano superato i motivi di dissidio e si erano unite contro i
valvassori. L'imperatore Corrado II, richiamato in Italia da queste agitazioni,
si schierò a favore dei piccoli feudatari, emanando una legge (Constitutio de
feudis, 1037) con la quale le loro richieste furono pienamente accolte.
La decisione di Corrado corrispondeva all'interesse della
monarchia di abbassare la potenza della grande feudalità e di fare partecipare
pienamente al potere politico forze nuove che si erano sviluppate all'interno
del sistema. In un certo senso, questa era una naturale evoluzione della
politica favorevole alla feudalità ecclesiastica, dal momento che anche questa
non manteneva più l'iniziale subordinazione nei confronti del sovrano. Già prima
di fissare con una legge questo atteggiamento, Corrado aveva favorito di fatto
in Germania la trasformazione dei piccoli feudi in patrimoni familiari. D'altra
parte, indipendentemente dalle iniziative e dai programmi politici, in tutto
l'ambito della società feudale vi era una chiara tendenza in questa direzione:
in Francia, dove mancava un forte potere centrale, e in Germania, dove la
situazione era relativamente diversa, la piccola feudalità aveva conseguito
concreti vantaggi all'interno delle grandi signorie, già prima che la
Constitutio ne accogliesse ufficialmente le aspirazioni. Col mutamento dei
rapporti tra i valvassori e i feudatari maggiori il sistema feudale acquistava
maggiore dinamismo interno, diventava più articolato, anche se, una volta
ottenuto il riconoscimento delle proprie rivendicazioni, l'aristocrazia minore
tendeva a far causa comune con i grandi baroni ed a cooperare per il
contenimento della pressione imperiale. Un nuovo fattore di mutamento della
struttura politica emergeva intanto ai margini di questi contrasti: a Milano,
infatti, cominciava allora ad apparire, come forza organizzata, il popolo della
città elle, sotto la guida di Lanzone della Corte, prese parte alla lotta,
dapprima a sostegno dell'arcivescovo Ariberto contro Corrado e, successivamente,
ribellandosi contro Ariberto e cacciandolo dalla città. Il successore di
Corrado, Enrico III, intervenne anche questa volta. La questione fu risolta dai
contendenti con un accordo che prevedeva la partecipazione dei popolani, insieme
ai nobili, al governo della città. La presenza politica di un ceto di cives e
l'affermarsi di una autonoma organizzazione popolare preludevano già al sorgere
di una nuova ed importante realtà politica, il Comune.
La cavalleria.
Verso la fine di questo periodo (XI secolo) mentre un movimento
di risveglio percorre, come vedremo, la società occidentale, prende consistenza
ed acquista caratteri nuovi un istituto che ha grande importanza nella vita
pratica e nella mentalità degli uomini del Medioevo: la cavalleria. È difficile indicare la sua
origine. Si è ritenuto, in genere, che a formarla siano stati i cadetti (figli
non primogeniti) esclusi dalla successione feudale e quindi spinti a
pro-cacciarsi al di fuori del feudo familiare gloria e denaro. Qualunque sia
l'origine, la cavalleria ci appare come una sorta di corporazione di guerrieri
professionali; una corporazione i cui membri avevano la facoltà di creare altri
cavalieri, che avessero i requisiti della nobiltà e della destrezza nelle armi.
I cavalieri avevano un rapporto di subordinazione più o meno vaga alle autorità
supreme: teoricamente, avrebbero dovuto operare in nome del re o
dell'imperatore. Le « chansons de gestes » e i « romanzi » medievali hanno molto
idealizzato, insistendo soprattutto sul concetto della fedeltà al sovrano, la
figura del cavaliere e la sua personale inclinazione al bene operare. Forse
l'idealizzazione del cavaliere fedele nasceva proprio dalla necessità di
presentare un modello di correttezza, di obbedienza al sovrano ecc., ad un mondo
feudale che tendeva invece ad allentare certi legami, disgregarsi in una serie
innumerevoli di « piccoli regni ». Più vicina alla realtà è l'immagine di un
guerriero inserito nel sistema feudale e nella società di quel periodo proprio
ed esclusivamente per le sue capacità di combattente, fedele e leale quanto le
condizioni generali lo consentivano, e pronto a sfruttare le occasioni che le
liti e le guerre offrivano in abbondanza nel X e XI secolo.
A questo dilagare della violenza — che è anche, oltre la guerra,
violenza privata, fonte di continua tensione, di pericoli e di disordine che
investono la vita quotidiana e rendono incerta la fatica del contadino, insicura
la strada del mercante, difficile la vita ai deboli ed agli indifesi — la Chiesa
reagisce, facendosi interprete della generale aspirazione alla pace ed alla
sicurezza. La minaccia del castigo divino, l'appello alla fraternità degli
uomini sono le armi di cui l'organismo ecclesiastico si serve per arginare la
furia distruttiva che pervade la società feudale: in parte vi riesce, ponendo
sotto salvaguardia determinati beni e comunità, facendo accettare, in certi
periodi, la « tregua di Dio », creando delle associazioni di pace e infine
trasformando la massa dei cavalieri, molti dei quali sono diventati dei veri e propri briganti, in una organizzazione regolata da un insieme
di norme, ispirate in parte alla religiosità cristiana. Responsabilità e doveri
nuovi appartengono ora a colui che, con una solenne cerimonia, diventa
cavaliere: la forza si sposa alla gentilezza, allo spirito umanitario, alla
difesa dei deboli, ad una fede religiosa che non esclude lo spirito di
avventura, ma lo inserisce nel gran moto di riscossa cristiana che nella seconda
metà dell'XI secolo pervade la società occidentale, proiettandola verso l'esterno, verso il
mondo degli infedeli. E' impossibile, infatti, estirpare dal mondo feudale la
mentalità guerresca che ad esso è connaturata. La Chiesa la orienta verso valori
religiosi e morali: si elabora così il concetto della « guerra santa », che
diventerà ad un certo momento la suprema aspirazione e la principale attività
della cavalleria. |