L'ITALIA NEI SECOLI XI E XII
LA MONARCHIA NORMANNA DELL'ITALIA MERIDIONALE
GLI STATI MARINARI
sommario del capitolo
- Sguardo generale sull'ordinamento politico dell'Italia nei secoli XI e XII
- La monarchia normanna dell'Italia meridionale
- Lo Stato della Chiesa
- Gli Stati marinari
1. Sguardo generale sull'ordinamento politico dell'Italia nei secoli XI e XII
Nei secoli XI e XII l'Italia é in piena trasformazione politica, agitandosi fra le vecchie forme della società feudale e le nuove esigenze della vita comunale. Né grande influenza esercita l'autorità imperiale, lontana e travagliata anch'essa dalla crisi del feudalesimo. Rimane come un simbolo di unità ideale il vecchio Regnum italicum, di cui gli imperatori vengono ad assumere la corona, soffermandosi nella classica capitale del Regno, l'antichissima Pavia. Ma anche qui, nella città dell'imperatore, aleggia un'aura di rivolta contro i gravami imposti al Regno e contro le pretese dei funzionari tedeschi. Nel 1024, alla morte dell'imperatore Enrico II, i Pavesi si sollevano e distruggono dalle fondamenta il palazzo reale, simbolo della soggezione del Regno italico all'Impero. Nella generale confusione delle idee e delle istituzioni, l'Italia presenta allora la più grande varietà di forme politiche.
Nell'Italia settentrionale il feudalesimo, introdotto dai Franchi, ha avuto dapprima un brillante sviluppo. Ma tra l'XI e il XII secolo i maggiori feudi laici, o sono scomparsi, come i Marchesati d'Ivrea e del Friuli, o sono in piena decadenza, sgretolati dalla politica imperiale, mentre i feudi ecclesiastici si sentono ogni giorno più soffocare dalle nascenti autonomie cittadine. In pieno secolo XII rimangono pochi feudatari di qualche importanza, come i conti di Savoia, i marchesi del Monferrato, i marchesi di Saluzzo, i conti di Biandrate, i marchesi di Lunigiana; dei feudatari minori, molti lasciano i castelli per la città; i più piccoli si rintanano tra i monti, là dove ancora si vive nella primitiva economia dell'età feudale.
Ma per le vaste e ricche vallate dei fiumi, lungo le classiche vie consolari, nelle pianure opulente, le città, sedi dei vescovi-conti, vanno prosperando e si avviano verso la completa libertà. Dappertutto stanno sorgendo i Comuni: Asti e Tortona in Piemonte; Milano, Pavia, Como, Bergamo, Brescia, Cremona, Mantova in Lombardia; Verona, Vicenza, Padova, Treviso nel Veneto; Piacenza, Parma, Modena, Bologna, Ferrara nell'Emilia. Un crescente spirito di rivolta si diffonde per le città, le quali scrollano il giogo del vescovo-conte, fanno guerra ai feudatari, ne distruggono i castelli, ne liberano i servi.
Nell'Italia centrale, dove il feudalesimo é fiorito solamente entro i confini del grosso Marchesato di Toscana, nei secoli XI e XII si avverte (come nell'Italia settentrionale) il duplice fenomeno della decadenza del feudo e della rinascita della città. Anche in Toscana scompaiono i feudi, mentre sbocciano da ogni parte i Comuni, come Firenze, Prato, Pistoia, Lucca, Siena, Arezzo.
Assai più complicata é invece la situazione dello Stato della Chiesa, dove le tradizioni feudali e le aspirazioni comunali si imbattono continuamente nelle esigenze del Papato e dell'Impero.
Uno spettacolo ben diverso é quello a cui assistiamo nell'Italia meridionale. Là, dove per l'influenza dei Bizantini poco ha attecchito il sistema feudale, in questi tempi per opera dei Normanni s'impianta il feudalesimo e vi mette così profonde radici, da assicurarsi parecchi secoli di prospera vita. E mentre per tutt'Italia al frazionamento feudale si sostituisce il frazionamento comunale, nel Mezzogiorno gli stessi Normanni riescono a fondare una solida monarchia unitaria, che abbraccerà tutte le genti dell'Italia meridionale e della Sicilia.
d) Le città costiere e le repubbliche marinare.
Una fisionomia politica specialissima hanno pure molte città costiere, o rimaste immuni dal feudalesimo, o favorite da una loro autonomia economica e commerciale. Di esse le più vivaci sono già divenute o stanno divenendo, proprio in questi secoli XI e XII, repubbliche marinare quasi indipendenti. La loro storia, più che dalle vicende d'Italia, dipenderà dalle esigenze dei traffici nel Mediterraneo e con l'Oriente.
2. La monarchia normanna dell'ltalia meridionale.
Mentre nell'Italia settentrionale e centrale salivano a grande prosperità i Comuni, nell'Italia meridionale i Normanni costituivano un grande regno, dai confini del Lazio alla Sicilia.
a) La conquista dei territori bizantini, longobardi e della Sicilia.
Roberto il Guiscardo, divenuto duca di Puglia e di Calabria e vassallo di Santa Chiesa (1059), proseguì la conquista dell'Italia meridionale, fece tributarie le città marittime di Napoli, Gaeta, Amalfi, strappò Bari e Reggio ai Bizantini, e distrusse gli ultimi avanzi del dominio greco in Italia. Poi assalì il principato di Salerno e nel 1077 riuscì a conquistare quella ridente città, di cui fece la capitale del suo regno. Quindi, essendo morto l'ultimo duca di Benevento, si prese le terre di quell'antico ducato longobardo, non però la città, che si era data al papa fino dall'anno 1051. In tal modo anche i residui della dominazione longobarda furono assorbiti dalla conquista normanna.
Intanto il fratello di Roberto il Guiscardo, il valoroso Ruggero, che lo aveva aiutato nelle imprese di Puglia e di Calabria, si volse alla Sicilia, tenuta ancora dagli Arabi, assalì Messina e la prese; poi passò a Palermo e dopo lungo assedio l'espugnò (1072); per quasi venti anni (1072-1091) seguitò a combattere, finché riuscì a distruggere interamente la dominazione araba nell'isola. Egli prese il titolo di conte di Sicilia, formando uno Stato indipendente.
L'ambizione dei Normanni non si fermò qui: il vicino Oriente li attraeva. Roberto il Guiscardo, approfittando di una rivoluzione di palazzo avvenuta a Costantinopoli, sbarcò in Epiro, sconfisse i Bizantini, prese Durazzo e si avviò minaccioso verso Tessalonica (Salonicco). Costretto a tornare precipitosamente in Italia per soccorrere Gregorio VII, vi rimase appena pochi mesi, e verso la fine del 1084 ricomparve nella Grecia, saccheggiando e diffondendo dapper tutto il terrore del suo nome. Ma una febbre improvvisa l'uccideva a Corfù nel 1085..
b) L'unificazione dell'Italia meridionale.
I figli di Roberto il Guiscardo, Boemondo e Ruggero Borsa, si divisero i possessi paterni; ma nel 1096, essendo Boemondo partito per la Crociata, il Ducato di Puglia e di Calabria si raccolse nella mani del solo Ruggero Borsa, la cui discendenza si estinse però assai presto (1127).
Intanto in Sicilia, morto Ruggero I (1101), gli era succeduto il figlio Ruggero Il (1101-1154), che per valore e per sapienza politica deve dirsi certamente il più grande dei sovrani normanni . Nel 1127, estintasi la discendenza diretta di Roberto il Guiscardo, Ruggero II subito passò lo stretto, invase l'Italia meridionale; trattando assai duramente le città che gli resistevano, e dal papa Onorio II ottenne l'investi-tura del Ducato di Puglia e di Calabria (1127). Così tutti i possessi normanni, al di là e al di qua del Faro, si riunivano nelle mani di Ruggero II: l'unificazione dell'Italia meridionale era compiuta.
L'ambizioso sovrano volle suggellare con una coronazione solenne la propria fortuna. Essendo morto il pontefice Onorio II (1130), e contendendosi la tiara il papa Innocenzo II e l'antipapa Anacleto II, Ruggero si appoggiò a quest'ultimo, che era allora il più forte, ne impose il riconoscimento in tutti i suoi Stati, e dai legati di lui si fece, solennemente incoronare re a Palermo (1130). Ma il papa legittimo, Innocenzo II, non riconobbe l'atto compiuto, e, sebbene costretto a fuggire da Roma, seguitò a combattere per parecchi anni l'antipapa e Ruggero II, chiamando in proprio aiuto anche l'imperatore Lotario II di Suplimburgo (1125-1137), successore di Enrico V. Per ben due volte l'imperatore scese in Italia, senza riuscire ad ottenere durevoli risultati, onde finì per ritirarsi in Germania. Rimasto solo, Innocenzo II, che intanto, per la morte del rivale, aveva potuto finalmente rientrare in Roma e riavere la pienezza dei suoi diritti, volle domare la superbia di Ruggero II e temerariamente mosse contro di lui con un esercito: fu invece sconfitto e fatto prigioniero. Si ripetè allora la conciliazione, come all'indomani della battaglia di Civitate: Ruggero II rinunciava allo scisma e rinnovava il giuramento di vassalaggio, riconoscendo alla Chiesa il possesso di Benevento; il papa alla sua volta lo assolveva dalla scomunica e riconosceva a lui il titolo di re di Sicilia e duca di Puglia (1139).
c) Carattere della monarchia normanna.
Per l'abilità di Ruggero II, tutta l'Italia meridionale divenne dunque una forte monarchia, comprendente la Sicilia, la Calabria, la Puglia, la Campania, con le città costiere e i territori, che furono già dei Bizantini e dei Longobardi, tranne Benevento che rimase alla Chiesa. Ne fu capitale Palermo. Tutto il regno fu ordinato secondo i sistemi feudali, portati dalla Normandia, onde l'Italia meridionale vide allora tramontare molte istituzioni municipali antiche e sorgere e radicarsi profondamente il feudalesimo, quando nel settentrione esso stava morendo di fronte all'attività dei Comuni.
Tuttavia il regno, unito politicamente, non si fuse in una unità etnica, impossibile allora in regioni che avevano avuto così diverse vicende. Da questo punto di vista il regno normanno riuscì uno dei fenomeni più caratteristici e più rari della storia medioevale. I dominatori normanni erano, per lontana origine, tedeschi, per lingua ormai francesi, per religione cattolici; i dominati erano invece latini, greci, longobardi, arabi, che parlavano ciascuno la propria lingua, vivevano secondo i propri istituti tradizionali, professavano la loro religione avita. Eppure, in mezzo a tanta varietà, i Normanni diedero un esempio di tolleranza insolito in quei tempi, concedendo tutte le possibili libertà e governando con illuminata saggezza. Ne sorse una prosperità grande, che si rivelò nella intensità dei traffici, nella fioritura delle arti belle, nella ricchezza del vivere, nella diffusione e nell'altezza della cultura. Palermo fu in quei giorni il centro di una civiltà singolare, in cui concorsero, senza fondersi mai interamente, la genialità araba, la fastosità bizantina, la vivacità normanna, l'equilibrio latino. I monumenti di quel glorioso periodo, come le cattedrali di Cefalù, di Monreale e la cappella palatina di Palermo, bastano a dare un'idea della grandezza e anche dell'eclettismo della civiltà dei Normanni.
Sotto Guglielmo I il Malo (1154-1166), succeduto al padre Ruggero II, il regno normanno traversò una crisi dolorosa di lotte civili per la prepotenza dei baroni e il mal costume del re; ma risorse poi a più fulgido splendore sotto il governo di Guglielmo Il il Buono (1166-1189), il quale nelle felici guerre contro i Bizantini e i Saraceni, nel simpatico atteggiamento in favore dei papi e dei Comuni contro l'imperatore Federico Barbarossa, nel sapiente mecenatismo verso le lettere e le arti, parve rinnovare i tempi di Roberto il Guiscardo e di Ruggero II.
Lo Stato della Chiesa o Patrimonio di S. Pietro (detto solo più tardi Stato Pontificio), formatosi, come vedemmo, con le donazioni longobarde, franche e imperiali, nel secolo XI comprendeva i territori degli antichi ducati di Roma, di Perugia, di Spoleto (cioé il Lazio e l'Umbria), racchiudeva le regioni della Pentapoli e dell'Esarcato, dove però la tendenza verso l'autonomia comunale rendeva assai vago il potere papale, e dal 1051 aveva annesso anche la città di Benevento, la quale si era data spontaneamente alla Santa Sede. Ogni tentativo di espansione verso l'Italia meridionale, promosso dai papi, era stato troncato dal rapido formarsi della signoria normanna.
Ben poco si sa della vita delle regioni soggette al governo dei papi; l'attenzione degli storici é naturalmente accentrata su Roma, le cui vicende sembrano avere importanza quasi solo come risonanze delle vicende religiose del Papato. Eppure attraverso le molte peripezie, spesso oscure, della città di Roma, appaiono frequenti tracce della nascente coscienza italiana e del crescente spirito d'autonomia comunale nei secoli XI e XII.
a) Le grandi famiglie romane alla conquista del Papato.
In Roma la sovranità del papa lasciò sussistere molte delle antiche forme dell'amministrazione civile e militare dell'età bizantina, spesso rivestite di pomposi nomi romani. In pieno periodo barbarico qui si parla seriamente di una Respublica Romanorum, si nomina il senator romanus, il patricius romanus, si celebra l'exercitus romanus con un tono di speciale compiacenza, in cui par di sentire come un'eco della antica grandezza romana e le prime timide aspirazioni verso le libertà comunali. Chi coltiva tali sentimenti é il laicato, il quale vive alla corte papale, di cui costituisce la burocrazia civile. Si forma così in Roma una nuova aristocrazia, ricca e potente, che vuole governare la città, e perciò cerca d'impadronirsi del Papato. Nel secolo X vi riesce la famiglia di Teofilatto, specialmente con l'astuta Marozia. Vero signore di Roma diviene Alberico, figlio di Marozia, il quale, sollevato il popolo contro la propria madre e il suo novello sposo Ugo di Provenza, re d'Italia, s'impadronisce della città e per più di venti anni (932-954) la governa, disponendo a suo talento della tiara papale.
L'intervento degli Ottoni nella elezione dei papi e nella vita di Roma, aumenta le discordie e la confusione. La nobiltà, che ha la base della sua potenza nelle terre della Sabina, dell'Umbria, della Tuscia meridionale, e coi suoi castelli domina le vie di Roma, taglieggiando con imprese brigantesche pellegrini innocenti, messi imperiali e legati pontifici, non rinuncia al dominio di Roma e del Papato, si divide in fazioni pro e contro gl'imperatori, scende armata nelle vie e trasforma spesso l'elezione del papa in una sanguinosa impresa di guerra. Così si trovano, l'una contro l'altra, la famiglia dei Crescenzi, ostile alla politica imperiale, e quella dei Conti di Tuscolo, che parteggia per i Tedeschi. E accanto a queste maggiori famiglie vedremo presto apparire i Colonna, i Caetani, gli Stefaneschi, i Pierleoni, i Frangipani e tutti gli altri grandi casati, che riempiono coi loro nomi la storia del Papato e di Roma nel medioevo.
b) Il Comune di Roma; Arnaldo da Brescia.
In mezzo alle competizioni fra il partito romano e il partito tedesco s'insinua la grossa questione delle investiture. Il Concilio lateranense (1059), determinando le norme dell'elezione del pontefice, libera il Papato dalla prepotenza tedesca; nello stesso tempo tende a escludere l'intervento del popolo e dell'aristocrazia romana. Ai Normanni infatti e a Matilde di Canossa la Chiesa affida la difesa delle sue riforme. Allora, privati d'ogni influenza sull'elezione del papa, i nobili e il popolo si uniscono per strappare al pontefice il governo di Roma. Così nel secolo XI appaiono i primi accenni alle libertà comunali: il popolo é già diviso in dodici scholae che, comandate da altrettanti Banderesi (cioé gonfalonieri), costituiscono il primo nucleo dell'esercito comunale; c'é anche un governo, che rassomiglia al Comune delle altre città, con a capo i maggiori nobili : esso vuole indurre il papa a rinunciare ad ogni autorità politica, e volontieri parla della missione "spiritual" della Chiesa, della "povertà" apostolica, mentre fra i ruderi di Roma antica, c'é sempre qualcuno che ricorda al popolo i tempi della Repubblica, quando il nome romano era per tutto il mondo rispettato e temuto.
Nel 1143 scoppia contro il papa una rivoluzione. Il popolo si
impadronisce del Campidoglio, restaura pomposamente l'antico Senato
e vi pone a capo un patrizio, scelto nella nobile famiglia dei Pierleoni.
Così anche a Roma sorge, con nome diverso, il Comune, col suo
Consiglio e col suo Podestà. Il papa Lucio II, che non vuol cedere
il potere, corre armato all'assedio del Campidoglio per abbattere il
Senato; ma colpito da un sasso, deve ritirarsi, e poco dopo muore (1145).
Giunge allora in Roma un monaco, Arnaldo da Brescia, che alla
scuola del grande maestro Abelardo di Parigi, si é formato al culto
della indipendenza politica e della libertà intellettuale. Egli si butta
nel più vivo della lotta, predica contro la ricchezza del clero e la
mondanità degli ecclesiastici, esalta con fanatiche concioni popolari la povertà di Cristo e degli apostoli, mentre condanna l'avidità dei papi, tutti intenti ad accrescere il dominio temporale. Il popolo, travolto dall'eloquenza del monaco, si rafforza nella sua resistenza contro il papa, riafferma il libero Comune e costringe il pontefice Eugenio III (1145-1153) a riconoscere la costituzione comunale. L'accordo dura poco; il papa è costretto a fuggire, e dall'esilio lancia la scomunica contro Arnaldo. Allora nel momento più acuto della controversia il Senato e il popolo di Roma si appellano all'imperatore Corrado III di Svevia, invocandone l'autorità contro il papa.
a) Autonomia delle città marittime italiane.
Nell'alto medio evo in condizioni specialissime si trovarono parecchie città marittime dell'Italia. In esse non arrivò o non si fece mai sentire molto forte la potenza dei dominatori dell'interno e l'ordinamento feudale; giunse invece attraverso il mare l'influenza dei Bizantini, i quali con le loro flotte tennero per parecchi secoli il dominio delle acque italiane: di molte città rivierasche dell'Italia meridionale e dell'alto Adriatico può anzi dirsi che politicamente o economicamente dipendevano da Costantinopoli. Ma quando di fronte al sorgere della attività marinara degli Arabi e al replicarsi degli attacchi degl'imperatori occidentali e dei Normanni, la potenza bizantina venne meno nella nostra penisola e nei nostri mari, le città costiere, abbandonate a sé stesse ed esposte alle scorrerie dei Saraceni, dovettero provvedere da sole alla loro sicurezza, si crearono un governo, costruirono porti e navi, e divennero indipendenti. Così dalla crisi del dominio bizantino in Italia nacquero le nostre famose repubbliche marinare, le quali presero nell'economia del Mediterraneo un posto importantissimo, servendo di anello di congiunzione tra l'Europa occidentale e l'Oriente arabo-bizantino, ancora tanto più civile e più ricco dei paesi europei.
Nel Tirreno, più di Napoli e di Gaeta, le cui vicende si innestano spesso con la storia dei Bizantini e dei Longobardi dell'Italia meridionale, primeggia assai presto Amalfi, piccola città nel Golfo di Salerno: essa nel secolo X è già un centro attivissimo di commercio, e profittando delle sue relazioni con Bisanzio, diviene il tramite dei prodotti greci verso l'interno della Campania. Ben presto si trovano Amalfitani a Costantinopoli, dove possiedono una colonia con chiesa e monastero; ad Antiochia hanno la loro via con fondachi e case; a Gerusalemme, a lato di una chiesa, costruiscono un monastero e alcuni ospizi per i mercanti e i pellegrini di passaggio; né diversamente fanno ad Alessandria, al Cairo e nelle principali città arabe della Sicilia. E così, mentre portano nel Levante i prodotti agricoli italiani, traggono sete, avori, bronzi, argenterie da Bisanzio; damaschi, armi, profumi, droghe dai porti della Siria e dell'Egitto; tappeti, cuoi, cotone, datteri, zucchero dai mercati del Marocco, della Spagna, della Sicilia. Poi rivendono tutto ai duchi longobardi di Benevento, ai principi di Capua, Napoli, Salerno, agli abati di Montecassino, ricchissimi e fastosi; ma specialmente accorrono ai mercati di Roma, di cui sono i fornitori ordinari, provvedendo le ricche basiliche dei prodotti preziosi dell'industria bizantina, delle stoffe arabe, degli aromi orientali. Le esigenze della difesa trasformano spesso questi abili mercanti in combattenti audaci, che dànno la caccia ai pirati saraceni e più volte salvano le coste del Tirreno e Roma stessa dalle incursioni degl'infedeli. Ma, passato il pericolo, riprendono gli affari coi nemici di prima, in modo così prospero, che il loro tarì é per un paio di secoli la moneta che, insieme al bisante e al marabotino arabo-ispano, tiene il campo nel commercio mediterraneo. Fieri della loro origine latina, si reggono secondo le leggi giustinianee : la tradizione medioevale (già lo vedemmo) dice con quanto amore essi conservassero un antichissimo esemplare delle Pandette e come lo facessero vedere ai forestieri, solo in presenza dei capi dello Stato, colla testa scoperta e con le lampade accese. Ebbero senso giuridico notevole, e ne lasciarono traccia nella famosa Tavola amalfitana, specie di codice mercantile marittimo, che si fonda su tradizioni locali antichissime.
La prosperità di Amalfi decadde presto per la concorrenza di Pisa e di Genova; nel 1076, soggiogata dai Normanni e sottoposta a tributo, la gloriosa repubblica perdette l'autonomia politica ed economica. Più tardi i Pisani ne distrussero la flotta e Ruggero II ne occupò le fortezze, abbattendo gli ultimi avanzi della libertà repubblicana.
c) Le Repubbliche di Pisa e di Genova.
Ben poco sappiamo di Pisa e di Genova anteriormente al Mille. Certo esse non possono vantare un'autonomia così antica come quella di Amalfi, poiché fecero parte del Regno italico e seguirono spesso le vicende dei territori retrostanti: Pisa infatti appartenne al Marchesato di Toscana, e Genova fu nel secolo X una marca, governata dalla famiglia feudale degli Obertenghi, così detta da un Oberto, che ne era ritenuto il capostipite. Ma essendo esposte alle scorrerie dei Saraceni, le due città dovettero provvedere con mezzi propri alla loro difesa, armarono navi, generalmente una per ogni famiglia ricca, e con quelle cominciarono a dar la caccia ai pirati.
Appunto all'inizio del secolo XI Pisa e Genova si unirono per combattere un avventuriero arabo di Spagna, Mogahid (il Mugetto della tradizione), il quale, datosi alla pirateria, aveva conquistato le Baleari, saccheggiato le coste della Corsica e della Sardegna, distrutto la città di Luni, e assalito Pisa; quest'ultima sarebbe stata difesa dalla leggendaria eroina Cinzica Sismondi. L'audace pirata fu respinto, le flotte alleate conquistarono più tardi la Sardegna, la Corsica e l'isola di Maiorca, e fecero frequenti rappresaglie contro i Saraceni d'Africa e di Sicilia. Il possesso della Sardegna e della Corsica fu poi causa di infinite rivalità fra Pisa e Genova, finché nella pace del 1285 si decise che la Sardegna rimanesse in parte a Pisa, e che Genova avesse la Corsica.
Le Crociate e la decadenza di Amalfi furono le occasioni, da cui Pisa e Genova trassero i maggiori vantaggi, sia sostituendosi agli Amalfitani nell'egemonia del Tirreno, sia impiantandosi nel Levante con aziende commerciali di prim' ordine. In quegli stessi anni le due città marinare si scioglievano dai legami di dipendenza dai loro antichi feudatari, e iniziavano il libero regime comunale. Genova istituiva allora la sua famosa Compagna, associazione di liberi cittadini, con duplice scopo, politico e mercantile; essa era retta da consoli e, curando i maggiori interessi della cittadinanza, a poco a poco assunse il governo della repubblica.
Pisa profittò delle discordie sorte tra Enrico IV e la contessa Matilde al tempo della lotta per le investiture, e guidata dal proprio vescovo, cominciò a emanciparsi dalla dipendenza feudale del Marchesato di Toscana e a reggersi da sé. Nel 1080 essa aveva già i suoi consoli e un incipiente ordinamento comunale.
d) Le origini leggendarie della Repubblica di Venezia.
Nel Mare Adriatico Bari, molte volte contesa fra i Greci, i Longobardi di Benevento e i Saraceni, divenne il centro dell'attività e dell'organizzazione bizantina nell'Italia meridionale, e fu sede di uno speciale governatore detto catapano. Era il porto più comodo per Costantinopoli e per l'Oriente; perciò non fa meraviglia vedere navi baresi nel Bosforo, nell'Egeo e anche negli scali della Siria. Nel 1097, secondo la tradizione, audaci marinai di Bari, diretti ai mercati d'Antiochia, rapirono a Mira, in Asia Minore, il corpo di S. Nicola, a cui i Baresi edificarono un tempio, che resta ancora a testimoniare la pietà e la ricchezza di quella città nel secolo XI. Pure importanti furono i porti di Taranto, Brindisi e Trani, centri attivi di traffico nel periodo bizantino-normanno. Più a nord Ancona, Classe, Cervia, Comacchio, tutte più o meno legate alle vicende della Pentapoli e dell'Esarcato, ebbero momenti felici di attività marinara, ma furono presto superate dalla regina dell'Adriatico, Venezia.
Quando i Goti di Alarico, gli Unni di Attila e dopo di essi gli Ostrogoti e i Longobardi invasero l'Italia, gli abitanti romani di Aquileia, di Concordia, di Altino, di Padova e di altre città del Veneto, si rifugiarono sugli isolotti della laguna. Lì si fermarono, costruendo poveri tuguri e mantenendosi con la pesca e con piccoli traffici lungo le coste dell'Adriatico e per il corso del Po. Di questa primitiva Venezia dei secoli VI e VII, Grado fu il centro religioso, Eraclea il centro politico, Torcello il centro commerciale. Rimasti fedeli all'Impero, i nuovi abitanti della laguna ebbero i loro tribuni, dipendenti dall'esarca di Ravenna e confermati dalla corte di Bisanzio; poi, verso la fine del secolo VII, furono governati da un duca (doge), dapprima di nomina imperiale, più tardi eletto dal popolo, ma confermato dal governo bizantino: secondo la tradizione, il primo doge, eletto dai Veneziani, sarebbe stato Paoluccio Anafesto (697). Durante l'invasione longobarda Venezia rimase fedele a Costantinopoli; ma quando i Franchi occuparono l'Italia, Pipino, figlio di Carlo Magno, riuscì a sottomettere le isole della laguna, costringendone gli abitanti a pagare il tributo al regno franco. Liberatasi pochi anni dopo dalla soggezione dei Carolingi, Venezia, profittando della debolezza dei Greci, si staccò dalla loro dipendenza, cosicché verso il secolo X poteva dirsi già uno Stato autonomo. Intanto il centro del governo veniva definitivamente portato a Rialto, e sulle isole rialtine s'incominciava a costruire la nuova Venezia, destinata a divenire una delle più belle e ricche città del mondo. Alcuni mercanti di Malamocco (narra la tradizione) avevano in quei giorni rapito da Alessandria d'Egitto il corpo dell'evangelista San Marco; a lato del vecchio patrono, S. Teodoro, fu posto il nuovo santo, in onore del quale fu edificata la grandiosa basilica; e per giustificare insieme la scelta dell'isola di Rialto come sede del doge e la proclamazione del nuovo patrono, si disse che un giorno S. Marco, andando da Alessandria ad Aquileia per predicarvi la fede di Cristo, colto dalla tempesta, sarebbe approdato alle isole rialtine : là un angelo gli profetò che su quel luogo egli sarebbe stato un giorno assai venerato, e lo salutò con le parole — Pax tibi Marce evangelista meus —, parole che, insieme al libro dei vangeli e al leone, simbolo di S, Marco, passarono nelle insegne della repubblica veneta.
In quei primi tempi Venezia fu governata dai maggiori cittadini, i quali si radunarono nel Maggior Consiglio e in una minore assemblea, detta dei Pregadi (cioè pregati di assistere il doge), la quale prese più tardi il nome di Senato. Il doge rappresentava lo Stato, ma aveva poteri assai limitati.
e) Imprese e commerci di Venezia.
Grande divenne la potenza di Venezia sul mare, sia per le esigenze del crescente commercio, sia per la necessità della difesa contro le scorrerie dei Saraceni e le piraterie degli Slavi della Dalmazia. Erano specialmente questi ultimi (i così detti Schiavoni) assai molesti al libero commercio veneziano, tanto che i dogi avevano dovuto consentire a pagare loro un tributo, perché non molestassero le navi che andavano e venivano dall'Oriente. Ma intorno all'anno 1000 il doge Pietro Orseolo Il, sconfitti i pirati slavi, occupò le coste dell'Istria e parecchie isole e città della Dalmazia, ponendo le basi della egemonia veneziana sull'Adriatico. Questo fatto fu celebrato più tardi con l'istituzione della caratteristica festa annuale dello sposalizio del mare: il doge usciva al largo sulla sua nave dorata (bucintoro bucio in oro) e gettava nelle acque un anello, pronunciando le superbe parole: a Noi ti sposiamo, o mare, in segno di perpetuo dominio ». Il doge di Venezia ebbe così il titolo di dux Veneticorum et Dalmaticorum.
Fu il commercio l'origine della prosperità di Venezia: questa città si trovava del resto in una posizione geografica assai favorevole ad un rapido sviluppo economico e commerciale. Isolata dalla terraferma, essa poté sfuggire alle invasioni barbariche, evitare le gravose guerre territoriali e rimanere immune anche dalla povera economia feudale. In tal modo riuscì a sfruttare la sua vicinanza ai paesi d'oltralpe, inziando con essi strette relazioni d'affari; e in Italia profittò del facile accesso alle maggiori vie d'acqua, il Po e l'Adige, per inviare le sue barche, cariche di merci, fino a Pavia e a Verona, conquistando a poco a poco in quelle regioni il monopolio dei traffici.
Il commercio con l'Oriente divenne ben presto la maggiore attività di Venezia: questa rivaleggiò dapprima col porto bizantino di Comacchio e con la stessa città di Ravenna, che cercavano di avere il monopolio del commercio con Bisanzio. Ma, presa Ravenna da Astolfo (751) e rovinata la dominazione bizantina nell'Italia settentrionale, Venezia si fece avanti e divenne essa il tramite naturale del commercio con Bisanzio in tutte le regioni adriatiche, ottenendo più tardi (992) dall'imperatore Basilio II con la famosa bolla d'oro, privlegi eccezionali per il suo commercio nel Levante.