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Sommario del capitolo

1. Il Commercio, le fiere e le città

 

cittą, castello, borgoNel Medioevo le città dipendevano da un feudatario laico o da un vescovo. Nell'alto medioevo le città erano abbastanza simili alle campagne e i cittadini erano soggetti alla giurisdizione di un signore e al pagamento di tributi come i contadini. I commerci superavano raramente i confini del territorio circostante.

Rimanendo all'interno dei limiti suddetti il commercio e l'artigianato poterono svolgersi all'interno delle relazioni feudali tradizionali. Gli stessi feudatari incoraggiavano l'ingresso di nuovi abitanti nei borghi e promuovevano mercato locali perché ne potevano rocavare vantaggi grazie all'imposizione di tributi e gabelle. La situazione cambiò quando a partire dall'undicesimo secolo i commerci si allargarono fino a mettere in comunicazione nazioni distanti.

Le zone commerciali e artigianali si svilupparono a tal punto da diventare la parte più importante delle città, tanto da distinguersi nettamente dalle attività agricole. Le fiere si moltiplicarono e si ingrandirono, divennero regolari e divennero i nodi di un'ampia rete di scambi. Le fiere più famose furono quelle della Champagne dove confluivano merci e mercanti provenienti dalle Fiandre, dall'Inghilterra, dalla Francia e dalla Germania. Dalla Francia e dalle Fiandre provenivano i panni grossolani che gli artigiani italiani lavoravano, raffinavano e rimettevano sul mercato. Dalle città marinare italiane partiva la distribuzione delle merci orientali: spezie, sete, gioielli, armi di pregio.

2. come si arriva al comune

banditi da stradaEmerge una classe sociale nuova, che vive ed opera in città, e crea il proprio benessere attraverso il commercio e l'artigianato. Questa classe sociale nuova, la borghesia (da borgo), non poteva chiaramente sottostare ai legami giuridici propri del feudalesimo, e aveva bisogno di una maggiore autonomia dai signori feudali e dal vescovo. Attraverso le lotte tra vescovi, piccoli valvassori residenti in città e grandi feudatari si sviluppò un movimento politico volto ad ottenere l'indipendenza dei borghesi e della piccola nobiltà cittadina. I cittadini ritenevano di dover essere soggetti a una giurisdizione diversa da qualla delle campagne, rivendicavano leggi proprie, tribunali e organi amministrativi propri. Riconoscendo di avere interessi comuni da contrapporre alle pretese dei signori i cittadini si associarono con un giuramento di solidarietà e reciproco soccorso. Questa associazione privata fu inizialmente il comune e pretendeva distabilire autonomamente le regole della vita ciattadina.

Ovviamente i signori opponevano una grande resistenza a cedere in tutto o in parte l'autorità politica e amministrativa. I mezzi per vincere tale resistenza furono di volta in volta il denaro o la violenza. Il denaro fu spesso un argomento molto forte in un periodo in cui le classi privilegiate cominciavano a gareggiare nello sfoggio del lusso. Altre volte invece fu necessario ricorre alle armi. L'occasione iniziale per far valere le rivendicazioni autonomistiche dei cittadini fu spesso data dalla lotta contro i vescovi simoniaci o dalla lotta tra i vescovi e i feudatari laici. Numerose insurrezioni scoppiarono in città di Francia, Italia e Germania, nell'XI e XII secolo, contro i vescovi simoniaci.

Con la violenza o con il denaro i Cittadini organizzati nel comune ottennero il diritto di governarsi da soli in molte città dell'Europa occidentale. Il XIII secolo vedeva ormai la piena realizzazione del Comune.

Le modalità e i tempi della formazione del comune furono differenti da zona a zona, anche se la spinta essenziale fu sempre data dalla borghesia. Nell'Italia Meridionale, ad esempio, la monarchia era troppo forte per concedere un'eccessiva autonomia alle città o ai feudatari, mentre nell'italia centro settentrionale l'autorità imperiale appariva molto più malleabile.

una tempestaIn Inghilterra, inoltre, come in Sicilia, la monarchia garantiva i diritti dei cittadini e promuoveva il progresso del commerzio e dell'artigianato, per cui la borghesia non sentiva forte l'esigenza di rivendicare l'autonomia.

I grandi mutamenti economici che cambiarono i rapporti tra le città e i signori feudali modificarono anche i rapporti tra questi ultimi e le campagne. Infatti si riducono in ampiezza le proprietà ecclesiastiche, sono divise in lottied affittate le parti dominicali, nascono nuovi proprietari dalla riconquista di nuove terre prima abbandonate.

Gradatamente si formò un nuovo ceto di medi proprietari e di piccoli nobili che aspiravano a liberarsi dalla soggezione ai grandi signori. In Italia, in particolare, questi proprietari, trasferitisi nelle città, furono in molti casi i promotori della lotta dalla quale ebbero origine i Comuni. Nei primi tempi della vita del Comune essi tennero in mano il potere politico insieme con i mercanti più ricchi.

Contemporaneamente migliaia di servi fuggivano dalle campagne o si ribellavano al potere feudale. Anche nei villaggi si svilupparono movimenti associativi, ma i loro obiettivi erano più limitati: stabilire patti collettivi tra signori e contadini in modo da evitare arbitri ed abusi.

3. lotte tra nobili e popolo.

Fin quando il comune fu un'associazione privata i suoi organi erano il parlamento (arengo) e il consiglio dei boni homines. Quando il comune divenne pubblico e coincise con il governo della città i suoi organi politici furono:

  • i Consoli (eletti o estratti a sorte)
  • il Consiglio Maggiore, formato dai membri delle famiglie più potenti, con il compito di elaborare leggi e normative locali, trattare gli affari politici generali;
  • Consiglio Minore o di cresenza (fiducia).

una locandaI governi comunali sono generalmente definiti democratici. Per democrazia non bisogna intendere la partecipazione di tutti i cittadini al governo, ma l'esercizio del potere da parte di una società di eguali. Dalla gestione del governo resta esclusa la maggioranza della popolazione della città; nelle campagne il sistema feudale rimaneva in vigore.

Nella prima fase della vita del Comune prende il sopravvento l'aristocrazia terriera e militare, talvolta insieme con alcuni grandi mercanti. Mercanti, artigiani, salariati non hanno pieni diritti politici. Però, anche se i governi comunali sono aristocratici, i mercanti, i lavoratori, i servi del contado hanno maggior interesse a vivere in città perché il Comune è nato dalla lotta contro i grandi signori feudali ed è spinto ad imporsi sul contado: attrae nella sua sfera sia la piccola nobiltà,sia artigiani e lavoratori generici che in tal modo possono scegliersi un mestiere, possono decidere di sposare chi vogliono.

La popolazione delle città aumenta rapidamente, si moltiplicano le botteghe artigiane, aumenta la vivacità dei traffici. Anche in campagna le cose cambiano perché entra in crisi l'autarchia del feudo: i lavoratori dei campi non producono più tutti i loro attrezzi e i materiali di consumo, quindi comprano tanti oggetti e materiali in città. La campagna si dedica quasi esclusivamente alla produzione agricola mentre la città diventa il luogo del commercio e dell'industria.

Sviluppo sociale ed economico, emancipazione dal potere feudale, cresicta delle città vanno di pari passo.

Le grandi correnti del commercio internazionale potenziano notevolmente l'artigianato urbano e favoriscono l'ascesa di una nuova classe sociale la cui ricchezza non è basata sulla proprietà terriera, ma sui guadagni commerciali. All'aumento della ricchezza di questa nuova classe corrisponde la richiesta di un maggior potere politico. Gli interessi dei ricchi mercanti e dei nobili che detengono il potere non coincidono, quindi occorre adeguare la politica alla nuova situazione economica e sociale.

Mercanti e artigiani, a partire dalla seconda metà del XII secolo, si unirono in corporazioni che univano le diverse categorie di produttori. Non si tratta di sindacati dei lavoratoi, nè di corporazioni miste lavoratori-padroni. Le corporazioni (o arti, fraglie, paratici ecc) nascevano con lo scopo di elaborare statuti per regolare il commercio, la produzione, i prezzi, la qualità dei prodotti, i salari, l'orario di lavoro, le regole della concorrenza. Nell'Europa centrale e settentrionale le corporazioni prendevano il nome di Gilde o Zunfle.

La sfera di potere delle corporazioni si estendeva al di fuori dell'ambito professionale: esse costituirono lo strumento per contendere il potere ai patrizi e per opporsi alle rivendicazioni del proletariato.

Per trovare una soluzione ai contrasti interni dei comuni in diverse città il potere consolare viene sostituito dal podestà, un magistrato chiamato al potere per un anno, proveniente da fuori per offrire maggiori garanzie di imparzialità.

La fase podestarile della storia del comune prelude a un maggiore sviluppo della democrazia e ad una grande espansione economica delle città.

4. Il fenomeno comunale in Italia

A Milano la formazione del comune aveva preso avvio dalla lotta tra il vescovo e i grandi feudatari, e poi tra il vescovo e la piccola nobiltà, e quindi tra i vescovo e l'imperatore. In questa lotta si inseriva il popolo guidato da Lanzone della Corte. La conclusione di tutti questi scontri fu un governo in cui erano rappresentati grandi signori, piccola nobiltà e grande borghesia. Le agitazioni popolari contro i vescovi spesso erano motivate da moventi religiosi, come nella lotta contro i vescovi simoniaci.

Già prima della morte di Matilde di Canossa in Toscana era in vigore il governo consolare.

Il governo consolare era già in vigore a Lucca nel 1080 e poi a Firenze nel 1138. Nelle città marinare come Pisa e Genova il comune fu installato ancora più precocemente, mentre Venezia addirittura godette sempre di una sua autonomia fin da quando era formalmente dipendente da Bisanzio.

Anche Napoli, Amalfi, Bari, Gaeta, benché sotto la sovranità bizantina, si organizzarono autonomamente. In queste città non maturò mai la piena autonomia comunale a causa dell'avvento della monarchia normanna.

In seguito ad una rivolta scoppiata nel 1143 fu istituito il comune di Roma. Il papa Lucio II tento inutilmente di abbatterlo con le armi e morì per le ferite. Il successore di Lucio, Eugenio III fu costretto ad abbandonare la città.

Le vicende politiche del comune di Roma erano affiancate da un movimento religioso che condannava le ricchezze del clero e predicava il ritorno a una chiesa povera e spirituale. Un rappresentante importante di questo movimento religioso fu Arnaldo da Brescia, già discepolo del filosofo francese Abelardo. Arnaldo fu condannato dalla chiesa come il suo maestro ed espulso dalla Francia. Si recò a Roma nel 1147 e divenne la guida spirituale e politica del Comune al quale cercò di dare un indirizzo spiccatamente popolare.

Arnaldo fu catturato e ucciso nel 1153 grazie ad un accordo tra il papa Adriano IV e l'imperatore Federico I che occupò parzialmente Roma con le sue truppe. Tuttavia il Comune continuò a vivere fino all'avvento di Innocenzo III, quando perse la sua autonomia.

5. La monarchia normanna

Nello stesso periodo in cui in molte regioni europee si sviluppava il fenomeno comunale, nell'Italia Meridionale si affermavano i Normanni che fecero di questi territori un organismo unitario. Prima del loro arrivo l'Italia Meridionale era costituita da ducati e repubbliche cittadine continuamente in contrasto tra loro.

I primi gruppi di Normanni vennero in occasione di una rivolta anti bizantina capeggiata da Melo di Bari nel 1009; più tardi, nel 1027, uno dei loro capi, Rainulfo Drengot, ottenne in feudo dal duca di Napoli la contea di Aversa. Questo primo successo richiamò altri gruppi di guerrieri normanni in cerca di fortuna e, tra questi, i figli di un nobile di Normandia, il signore di Altavilla. Il maggiore dei fratelli AltavilIa, Guglielmo detto Braccio di ferro, postosi al servizio deI duca di Salerno Guaimario, conquistò poi per proprio conto il ducato di Melfi. A Guglielmo successe il fratello Roberto iI Guiscardo, che alla morte di Guaimario si impadronì di alcuni territori già appartenenti al ducato di Salerno ed estese così il dominio melfitano. Questi rapidi progressi preoccuparono il papa, che tentò di fermare l'espansione normanna mettendosi a capo di una spedizione militare nell'Italia meridionale. Il tentativo falli e lo stesso Leone IX, sconfitto a Civita (1053), fu fatto prigioniero. Da quel momento l'atteggiamento del papa nei confronti dei Nor­manni cominciò a cambiare al punto che Nicolò II, con l'accordo di Melfi (1059), concesse a Roberto il Guiscardo il titolo di duca di Puglia e Calabria, primo riconoscimento della signoria normanna sul Mezzogiorno, ottenendo in cambio l'atto di vassallaggio. L'al­leanza con Roma diede nuovo impulso alle conquiste normanne nel-l'Italia meridionale e spinse Roberto e soprattutto suo fratello Rug­gero ad iniziare, nel 1061, la lotta contro i musulmani di Sicilia. Le rivalità tra i vari governatori delle province (emiri) facilitarono la conquista, che fu tuttavia faticosa e lenta, poiché soltanto nel 1091 l'ultima resistenza musulmana fu vinta.

Ai primi del XII secolo, vi erano nell'Italia meridionale due distinti principati normanni: l'uno sotto i successori dell'abile Ro­berto iI Guiscardo, nel continente, l'altro, in Sicilia, sotto il figlio di Ruggero. L'inettitudine dei successori di Roberto mise in serio pericolo il dominio normanno nel Mezzogiorno continentale. Il pericolo fu superato dall'iniziativa di Ruggero Il di Sicilia, deciso ad unificare in un unico regno i territori conquistati. Ancora una volta, il papa, temendo la formazione di un forte potere nell'Italia meri­dionale, tentò di impedire il disegno di Ruggero, ma anche questa volta senza successo. Onorio Il dovette riconoscere nel 1128 il ti­tolo di duca di Puglia e di Calabria a Ruggero, che due anni dopo, nel 1130, si fece incoronare re. I confini settentrionali del regno meridionale furono fissati definitivamente al Garigliano ed al Tronto, nel 1150, dopo un nuovo conflitto con il papa Innocenzo II. All'in­terno del regno, la città di Benevento restò dipendente dalla Chiesa.

Uno dei fattori del successo dei Normanni fu l'atteggiamento di tolleranza che essi ebbero nei confronti dei diversi gruppi etnici e religiosi stanziati nell'Italia meridionale. I capi normanni ebbero la capacità di utilizzare, sul piano politico e culturale, Arabi e Bi­zantini, ebrei, cristiani, Longobardi, promuovendo la fusione e l'as­similazione delle diverse esperienze e tradizioni. È noto il caso del-l'arabo Edrisi, il più grande geografo del Medioevo, la cui opera fu realizzata col diretto sostegno di Ruggero. Centri di cultura latina (Montecassino e scuola medica salernitana), araba e greca conti­nuarono a convivere nell'Italia meridionale. Testimonianza di que­sta convivenza sono specialmente i monumenti palermitani, come la cattedrale di Monreale, il duomo di Cefalù, la Cappella Palatina; ma essa si ritrova anche nell'organizzazione politica, in cui il sistema fiscale e finanziario arabo continua a sussistere accanto all'ordinamento burocratico bizantino. « Se Ruggero poteva trovare uomini probi e sapienti — scrisse il cronista Romualdo Guarna — da qua­lunque parte provenissero, laici o chierici, li chiamava al suo servizio e, secondo le condizioni di ciascuno, li innalzava con onori e ricchezze ». Così costruito, l'organismo politico del regno mancava di una sua originalità e di una sua profonda unità. I Normanni vi introdussero, o meglio vi portarono a maturazione, il sistema feu­dale; ebbero cura di impedire la formazione di potenti signorie, ma inquietanti fenomeni di anarchia feudale cominciarono subito a ma­nifestarsi. Vigorosamente fu condotta la lotta contro le autonomie cittadine che, in accordo con i tempi, si venivano affermando: il caso di Amalfi, che perdette insieme, cadendo sotto il dominio nor­manno, la sua indipendenza e la sua vitalità economica può essere considerato esemplare.

La monarchia normanna riuscì a trarre in qualche modo alimento, per le proprie imprese, dai territori e dalle popolazioni conquistate, e soprattutto dalla Sicilia, che del regno fu il vero centro. Il Mezzogiorno continentale rimase, invece, un coacervo di interessi locali e regionali male amalgamati. Le energie creatrici delle sue popolazioni, che specialmente nelle esperienze popolari di governo cittadino avevano cominciato a trovare un fattore di organizzazione e di stimolo, furono piuttosto depresse che esaltate dall'unificazione monarchica. Ed i sovrani ebbero non poco da fare per reprimere non solo il desiderio di libertà dei « borghesi » ma anche i fenomeni di anarchia baronale.

Malgrado questa sostanziale estraneità rispetto alla vita ed ai bisogni delle popolazioni soggette, i sovrani normanni riuscirono a creare, con la loro abilità e le loro virtù guerriere, una potenza politica che svolse nel mondo mediterraneo un ruolo importante e fu quasi uno dei modelli per le altre monarchie europee nei secoli successivi.

6. La costituzione comunale nelle sue diverse fasi storiche.

Nel Comune le classi sociali desiderano tutte di impadronirsi del governo, onde la vita politica del Comune è dominata dalla lotta di classe. La costituzione comunale varia quindi a seconda del preva­lere dell'una o dell'altra classe. In questo continuo evolversi del Co­mune, noi distingueremo i tre seguenti periodi :

a) Periodo del predominio dei nobili. periodo più antico, in cui i nobili, principali autori del Comune, hanno il soprav­vento, occupando quasi tutte le cariche e lasciando al popolo grasso una parte secondaria. La costituzione comunale è fatta a piramide ascendente così: sta alla base il Parlamento o Arengo, il quale è l'as­semblea generale di tutti i cittadini, nobili o borghesi, che prendono parte alla vita politica del Comune; ad esso spetta l'elezione dei magi-strati e il voto sugli affari di altissima importanza. Siccome è assai numeroso, il Parlamento si raduna poche volte; in suo luogo funziona un'altra assemblea, più ristretta, il Consiglio maggiore, composto dei rappresentanti delle classi prevalenti, in numero di 300, 500, 600 e talora anche più : esso delibera solamente sugli affari gravi. Per gli affari ordinari c'è un Consiglio minore, detto Consiglio di cre­denza o Senato, composto dei capi delle famiglie più importanti; questo è spesso l'organo più attivo del governo comunale.-Il potere esecutivo è esercitato dai Consoli, di numero vario, da due fino a venti, scelti fra i cittadini più cospicui per nobiltà e ricchezza : essi durano in carica un anno, convocano e presiedono le singole assemblee, amministrano la giustizia, comandano l'esercito; deposto l'ufficio, debbono rendere conto del loro operato. Verso la fine del secolo XII, al posto dei Consoli comincia a comparire il Podestà, magistrato supremo che ha la pie­nezza del potere esecutivo, viene eletto ogni anno, ed è generalmente forestiero. La ragione di questa riforma è molto oscura : non è impro­babile vi abbiano contribuito le continue discordie, che debbono aver suscitato in molti il desiderio di un governo imparziale, sciolto da ogni vincolo di parentela con cittadini, e superiore alle contese di parte.

b) Periodo della rivolta del popolo grasso. — Il popolo grasso, malcontento del predominio dei nobili, vorrebbe prendere in mano il governo cittadino, ma non vi riesce perché la nobiltà é ar­mata e si difende con la forza. La borghesia deve dunque armarsi : alla metà del secolo XIII il popolo grasso fa la sua rivoluzione ed elegge un Capitano del popolo, il quale ha l'incarico di tenere una guardia armata, di provvedere armi alla borghesia e di porsi alla testa di essa quando per le vie cittadine prorompe in tutta la sua tracotanza la violenza dei nobili. La guerra civile avvelena ormai tutta la vita co­munale; e siccome il vecchio Comune aristocratico (Commune maius o   Commune potestatis) non vuol cedere, così il popolo costituisce di fronte ad esso tutto un nuovo organismo politico, il Comune popolare (Commune populi) con alla testa il Capitano del popolo, esso pure forestiero, eletto per un anno o per sei mesi; e intorno a lui pone una specie di Consiglio minore, composto dei capi delle Corporazioni arti­giane, detto Consiglio delle Arti (anciani, priores artium) e un Consi­glio maggiore, composto di elementi tutti borghesi, detto Consiglio del popolo (consilium populi). Così due governi, armati l'uno contro l'al­tro, vivono contemporaneamente entro la cerchia della stessa città, e  rappresentano le due classi, rivali fra loro, dell'aristocrazia e della borghesia.

c) Periodo del predominio delle Arti.

 Il popolo grasso, non contento di essersi creato un suo governo, vuole schiacciare la nobiltà e impadronirsi del Comune. Nella seconda metà del secolo XIII, disfatta e impoverita ormai la vecchia nobiltà, il popolo grasso cerca di fondere i due governi cittadini, imponendo che nel vecchio Comune, a lato del Podestà, siedano anche il Capitano del Popolo e          i Priori delle Arti. La politica comunale prende allora un indirizzo prevalentemente mercantile; anzi in alcune città, come a Firenze, le Arti divengono àrbitri della cosa pubblica. Ma la borghesia ricca dovrà poi difendere questa sua posizione di privilegio, tanto contro i nobili spodestati, quanto contro gli artigiani minori e i plebei, agognanti essi pure al potere.

4. Le Corporazioni e la nuova economia cittadina.

a) L'artigianato. — Lo sviluppo e l'organizzazione dell'indu­stria sono le manifestazioni più evidenti della nuova economia cittadina nell'età comunale. Ai modesti mestieri (ministeria) dell'età feudale si vengono infatti sostituendo le nuove aziende industriali, capaci di una produzione maggiore e più perfetta. Tuttavia l'industria medioevale non dispone né di grandi fabbriche a tipo moderno, né di complicati macchinari; essa é ancora organizzata nella tipica forma dell'artigianato; é esercitata in casa o in piccole botteghe dal padrone o maestro, il quale é coadiuvato da alcuni soci o compagni, che per il grado di abilità nell'arte sono uguali al maestro, come lui sono iscritti alle Corporazioni, e partecipano agli utili dell'azienda; sotto al maestro e ai soci stanno gli apprendisti (discipuli), per lo più loro figli o parenti, che considerano la bottega come una scuola, e lavorano senza alcun compenso per imparare l'arte e divenire, dopo un periodo di prova, essi pure soci e maestri. Così l'arte tende a diventare un retaggio di famiglia, trasmettendosi di padre in figlio, come avviene anche oggi nei mestieri dei piccoli paesi. Nell'artigianato l'azienda é sempre assai limitata : nella bottega lavorano cinque o sei persone, il maestro, i soci e i garzoni; per i lavori più grossolani o nei momenti di grande attività l'artigiano assume al suo servizio alcuni operai salariati, pagandoli a giornata o a cottimo, senza però dare loro stabilità d'impiego o alcuna partecipazione agli utili.

b) Le Corporazioni. — L'organizzazione dell'industria nel-l'età comunale fa capo alle Corporazioni d'arti e mestieri, dette anche semplicemente Arti, che dal secolo XI in poi acquistano una sempre maggiore importanza, fino a divenire àrbitre delle sorti politiche della città. Per comprendere ciò che é una Corporazione medioevale bisogna non pensare affatto alle leghe dei lavoratori del secolo XIX, ispirate alla lotta di classe, e nemmeno alle associazioni sindacali mo­derne, destinate a tutelare i diritti della mano d'opera e del capitale, in accordo coi superiori interessi dello Stato. Le Arti del medio evo sono associazioni di carattere esclusivamente padronale, che uniscono in un solo corpo gli artigiani di uno stesso ramo, con esclusione degli operai salariati.

Nella città medioevale, chiunque voglia esercitare un'arte, deve iscriversi alla propria Corporazione, prima come discepolo, poi come socio, quindi come maestro; né può saltare alcuno di questi gradi o mancare dei requisiti voluti, quali l'essere nativo della città, professare la fede cristiana, aver fatto tirocinio nella bottega di un maestro, aver sostenuto gli esami prescritti, ecc. Ogni socio deve obbedire alle regole dell'Arte, scritte in appositi statuti, e ai consoli o priori, che sono i capi della Corporazione; deve intervenire alle adunanze, che si tengono nella sede sociale, e alle cerimonie religiose, che si svolgono nella chiesa della Corporazione. I nomi dei soci sono scritti nella matricola (oggi diremmo albo professionale) dell'Arte, che é custodita dai priori: questi hanno sui soci anche una funzione giudiziaria, applicano multe, decidono l'espulsione dall'associazione, determinano le regole del lavoro.

c) Arti maggiori e Arti minori: progresso della tecnica industriale. — Assai vario é il numero delle Arti: esse si dividono in Arti maggiori e Arti minori. Per esempio, a Firenze, il centro in­dustriale e commerciale più importante d'Italia nel medio evo, le Arti maggiori sono sette, cioé Giudici e Notari, Mercanti di Calimala, Cam­biatori, Lanaioli, Mercanti della seta, Medici e Speziali, Pellicciai e Vaiai. Le Arti minori variano spesso di numero, e comprendono Bec­cai, Calzolai, Fabbri, Maestri di pietra e di legname, Rigattieri, Vinat­tieri, ecc. Non entrano affatto nelle Arti, né maggiori né minori, gli operai salariati, i quali non possono neppure associarsi ad altri salariati dello stesso ramo d'industria. Nelle città il proletariato é oppresso dalla prepotenza delle Arti e ridotto alla più desolata miseria.

Nell'economia comunale prevalgono le Arti tessili, prima fra tutte quella della lana, che é l'industria medioevale per eccellenza e rag­giunge una perfezione tecnica veramente mirabile. Tutti i popoli lavo­rano le lane paesane; ma solo in Italia e specialmente a Firenze si fabbricano i panni fini; perciò s'importano i panni grossolani dall'e­stero per rifinirli qui, ritingerli e riesportarli come prodotto italiano : l'Arte di Calimala, che a Firenze si dedica a questo lavoro, é forse di tutte la più ricca. Assai diffusa é pure l'industria del lino, sebbene, più d'ogni altra, in forma casalinga; si viene estendendo anche la lavo-razione del cotone, ma più specialmente quella della seta a Lucca, a Firenze, a Bologna. Si lavorano pellicce e cuoi; si fabbricano velluti a Genova, vetrerie a Venezia, armi a Milano.

5. L'espansione commerciale nell'età comunale.

Mentre si sviluppa l'industria, comincia a prendere forme ogni giorno più grandiose anche il commercio. Finché il Comune é giovane e la sua vita si mantiene semplice, il maggior traffico é rappresentato dallo scambio dei prodotti tra la città e la campagna, e si svolge 'sotto l'occhio vigile dei magistrati municipali, a cui sta a cuore soprattutto l'approvvigionamento dei viveri per la popolazione urbana, minac­ciata spesso dalla carestia. Perciò si creano gli uffici dell'annona, della grascia o abbondanza, si calcolano le riserve granarie in rapporto al bisogno, si proibisce l'esportazione dei cereali, si stronca ogni ,tentativo d'incetta o di speculazione. Da questo punto di vista il Comune é un mercato chiuso; e tale si mantiene quasi sempre per i generi alimentari.

Ma quando il Comune ha acquistato un'autonomia completa e con essa una maggiore prosperità economica; quando le industrie si sviluppano, e il benessere si diffonde, allora la cerchia dell'attività si allarga, il commercio si rianima, e, acquistando un più largo respiro, prende forme non molto dissimili dall'odierno. Il mercato urbano resta sempre il centro delle contrattazioni; ad esso accorre la popolazione cittadina e la gente di campagna; ma per il commercio esterno si fa innanzi il mercante, il quale diviene l'anello intermedio fra il pro­duttore e il consumatore. Dalle file di questa borghesia comunale esce così una schiera foltissima di mercanti, che, uniti essi pure nelle loro Arti e talvolta fusi nella stessa Arte con gli artigiani, varcano i confini del Comune, ben forniti di danaro e di merci, oltrepassano popoli e nazioni, accorrono ai mercati mondiali e contrattano affari per cifre sempre più rilevanti.

Dal Duecento a tutto il Quattrocento gl'Italiani dominano il com­mercio europeo, non solo perché essi tengono con Venezia e Genova il monopolio del ricchissimo commercio d'Oriente, ma anche perché i prodotti dell'industria italiana sono allora i migliori del mondo, e la abilità dei mercanti nostri non é superata da alcuno. Primeggiano, oltre i Veneziani e i Genovesi, di cui diremo a parte, i Toscani e in modo speciale i Fiorentini, così diffusi per tutti i centri d'affari, che Bonifacio VIII soleva dire essere il mondo composto, non più di quat­tro, ma di cinque elementi, cioé aria, acqua, terra, fuoco e Fiorentini. Essi vanno in Scozia e fanno incetta di tutta la lana grezza di quelle

regioni per portarla a Firenze; comprano panni grezzi in Inghilterra, in Fiandra, in Germania per l'Arte di Calimala; esportano le più belle stoffe di lana, i più eleganti tessuti di seta, i più ricercati ninnoli del-l'industria italiana. Accanto ad essi sono i Senesi, grandi finanzieri, i Lucchesi mercanti di sete, i Lombardi che gareggiano coi Toscani nel-la bellezza dei panni di lana e nella ricchezza delle imprese di credito.

6. La ricomparsa dell'oro e l'attività bancaria.

a) L'oro. — In mezzo a tanta attività industriale e commer­ciale noi vediamo trasformarsi la fisionomia economica non dell'Italia sola, ma dell'intera Europa, poiché col rianimarsi dei traffici si ridesta lo scambio del danaro. Così sull'economia naturale, propria della povera età curtense e del rozzo periodo feudale, trionfa l'economia monetaria dei tempi più civili. E riappare finalmente in circolazione l'oro, che le popolazioni occidentali, impoverite dalla barbarie ger­manica, non vedevano più da parecchi secoli se non nelle rare monete arabe e bizantine. Perciò la comparsa del fiorino d'oro, coniato la prima volta a Firenze nel 1252, fu salutata come una felice novità; ed ecco poco dopo circolare nei mercati il noto zecchino di Venezia, seguìto dal genoino di Genova, poi dai Gulden tedeschi, e via via dalle monete auree di tutte le nazioni mercantili. E allora sorge (sia pure in proporzioni non paragonabili alle moderne) un fenomeno nuovo e im­portantissimo, il capitalismo.

b) Il prestito; gli Ebrei. — Una manifestazione dell'attività capitalistica si ha nel fiorire dell'Arte del cambio, che tra le Corpora­zioni cittadine é sempre una delle più ricche. Il cambiavalute del medio evo ha un campo molto più vasto di oggi, dovendo trattare un'infinità di monete, varie di lega, di valore, di peso, avendo ogni città il suo sistema monetario. Perciò egli é costretto a un continuo lavoro di ragguaglio, e non solo per le moneti correnti, ma anche per quelle antiche, ancora in circolazione perché mai ritirate; deve saggiare le leghe dei metalli e pesare le monete ad una ad una, perché impoverite da continue tosature.

Dal cambiavalute al banchiere il passo é breve. Così nel Duecento, nel Trecento, nel Quattrocento ogni grande città industriale o mercantile ha i suoi banchi, tenuti dalle più ricche famiglie del Comune: lì s'incominciano le grosse operazioni di credito con metodi che conducono a poco a poco alla tecnica bancaria moderna.

In questo genere di affari la Chiesa aveva nei secoli anteriori suscitato, con la sua intransigenza, molte difficoltà. È noto infatti che i canoni ecclesiastici proibivano ad ogni cristiano di pretendere per le somme di danaro, date a prestito, qualsiasi interesse, ritenen­dolo illecito, come l'usura. E allora piano piano si erano impadroniti del commercio del danaro i soli che potessero agire al di fuori delle leggi canoniche, gli Ebrei : costoro divennero infatti per tutto l'alto medio evo i banchieri dei sovrani e dei cittadini.

Così le proibizioni della Chiesa avevano portato la curiosa conse­guenza di arricchire col danaro cristiano proprio gli Ebrei. Perciò dopo il Mille, acuitosi il bisogno del credito col crescere delle industrie e dei commerci, la Chiesa romana, pur non revocando mai le disposizioni canoniche contro il prestito, non solo lo tollerò fra i cristiani, ma anche se ne servì per i propri interessi. Anzi il cumulo più grosso di affari, trattato dai maggiori banchieri cristiani dell'Italia e dell'estero, riguar­dò appunto la raccolta e la trasmissione delle decime, che da ogni paese erano dirette alla Chiesa romana.

c) I banchieri italiani. — Dal XIII al XV secolo i maggiori banchieri sono gl'Italiani. Prevalgono dapprima i Senesi col ricco Banco dei Bonsignori, il quale, fallito nel 1298, trascina nel baratro molte ricche famiglie e apre una serie di conflitti con la Chiesa ro­mana, decisa a ricuperare con ogni mezzo i capitali perduti. Più fa­mosi sono i banchieri fiorentini, come gli Acciaiuoli, gli Albizzi, i Bardi, i Peruzzi, gli Spini e, ultimi, i Medici. Essi hanno succursali in tutte le maggiori città d'Italia e dell'estero; prestano danaro ai papi, ai re di Napoli, di Aragona, di Francia, d'Inghilterra, raggiun­gendo somme per quel tempo altissime. Anche i Lombardi (cioé gli abitanti dell'antica Longobardia) si distinguono nel commercio del da­naro, specialmente all'estero, dove Lombardo é sinonimo di Italiano: oggi a Londra la via che fu già dei banchieri e dei mercanti italiani, dicesi ancora Lombard Street.

Grande importanza assume l'attività bancaria dei Genovesi con la creazione del famoso Banco di San Giorgio, che é una delle più solide istituzioni finanziarie del medio evo. Esso ebbe origine dal sistema, comune a tutte le città di quel tempo, di cedere il godimento di una determinata gabella a chi prestasse danaro allo Stato : l'operazione relativa si disse delle compere, come se i creditori comprassero dallo Stato le gabelle.

d) La tecnica del commercio. — Spetta agl'Italiani il merito di aver ideato nuove istituzioni di credito e di commercio, come le assicurazioni marittime, le società per azioni e la cambiale; quest'ul­tima, sebbene nelle sue forme rudimentali possa dirsi molto antica, ebbe però solamente nel secolo XII, per opera dei mercanti genovesi, la sua struttura definitiva. Italiana é pure la tecnica del commercio, di cui il fiorentino Francesco Balducci Pegolotti nel secolo XIV é il primo trattatista con la sua Pratica della mercatura; lo stesso dicasi della tenuta dei libri commerciali (vacchette, giornali, brogliazzi, ma­stri, ecc.) e della scrittura doppia alla veneziana, della quale Fra Luca Paciolo da Borgo San Sepolcro fu il più completo espositore nella sua Summa de Arithmetica del 1494.

7. Le grandi conquiste dei Mongoli in Asia e l'inizio delle esplorazioni commerciali nell'Oriente.

Nella rinascita economica dell'età comunale anche l'indagine geografica, elemento necessario all'espansione commerciale, non do­veva tardar molto a risvegliarsi. Già fin da quando i cristiani vennero a contatto con gli Arabi e coi Turchi, il nuovo mondo rivelato da co­storo destò un vivace interessamento in due classi di persone, desti-nate a dare i primi pionieri delle grandi scoperte, i missionari e i commercianti; gli uni e gli altri cominciarono allora a tendere verso il misterioso Oriente, i primi per convertire alla religione cristiana tanti popoli infedeli, gli altri per giungere direttamente ai paesi delle spezierie e delle favolose ricchezze.

a) L'impero mongolico di Gengis-kan e le mutate condi­zioni dell'Oriente asiatico. — Un grave mutamento avvenne però nel secolo XIII in tutto l'Oriente asiatico. Là un geniale avventuriero, che si faceva chiamare Gengis-kan, cioé signore del mondo, raccolti intorno a sé i rozzi pastori mongoli del Turchestan, con essi compì per quaranta anni (1202-1241) una serie di incredibili conquiste. Pun­tando verso oriente, egli entrò nella Mongolia e tutta la sottomise; poi passò nella Cina settentrionale e l'occupò; rivoltosi quindi verso occi­dente, soggiogò l'Afganistan, passò in Persia, entrò nell'Armenia; di qui per le regioni del Caucaso penetrò nella Russia meridionale, donde si rovesciò sulla Polonia e sull'Ungheria. Conosciuti tra noi col nome di Tartari, i Mongoli di Gengis-kan spinsero il terrore fra le popo­lazioni europee, inorridite dai loro barbari costumi e dagli spaventosi massacri, che essi commettevano tra popoli d'ogni razza e d'ogni reli­gione. Con uno sforzo disperato, Austriaci, Boemi, Polacchi, Tedeschi, insieme uniti, riuscirono a ricacciare l'orda mongolica sempre più verso oriente; ma i Tartari non abbandonarono la Russia meridionale, dove rimasero per molto tempo. Morto. Gengis-kan (1241), i Mongoli, retrocedendo, invasero l'Asia Minore, la Siria, la Mesopotamia e rove­sciarono uno dopo l'altro parecchi Stati turchi, mettendo un incredi­bile disordine nel mondo islamico.

Il grande Impero, formato da Gengis-kan era troppo vasto per durare a lungo; esso si spezzò in tanti Stati minori, detti Kanati, dal kan mongolo che li governava: tutto l'Oriente, dalla Russia meridio­nale alla Cina divenne una lunga catena di Stati mongolici, che ven­nero a poco a poco perdendo ciascuno la propria fisionomia politica e religiosa.

b) I primi viaggiatori cristiani tra i Mongoli. — Sui Tartari l'Occidente cristiano non aveva idee molto chiare. Li sapeva originari dei più lontani paesi dell'Asia, ma non ne capiva la lingua né la reli­gione. Scomparso il pericolo dell'invasione, l'Europa li aveva visti con piacere rovesciarsi sui Turchi, gli eterni nemici della cristianità, e distruggere i loro regni.

Si cominciò quindi a credere a una possibile conversione dei Mon­goli alla fede cristiana; in questa illusione cadde anche il Papato. Nel 1245 il pontefice Innocenzo IV decise di mandare al kan dei Tartari alcuni frati francescani e domenicani per iniziare con quel popolo, così potente, amichevoli relazioni, nella speranza di convertirlo alla fede. Queste missioni furono diverse, ma la più importante fu quella del francescano Giovanni da Pian del Carpine (Perugia), il quale, partito con alcuni compagni dalla Polonia nel 1245, traversò la Russia meridionale fino ad Astrakan, passò nel Turchestan, penetrò in Mongolia e giunse alla residenza del kan dei Tartari, a Caracorum, non lungi dall'odierna città di Urga. A lui presentò le lettere papali, e, ottenutane una vaga risposta, ritornò in Europa per la stessa via dopo tre anni di viaggio. Questa missione non ebbe risultati pratici, ma con­tribuì a diffondere in Europa la conoscenza dell'Oriente, avendo il frate lasciato una vivace descrizione (Historia Mongolorum) del suo lungo viaggio.

Dietro la traccia dei missionari si posero presto i mercanti, sedotti anch'essi dalla leggenda dell'amicizia dei Mongoli. Del resto, caduto il Regno di Gerusalemme e tramontata ogni speranza sull'efficacia delle Crociate, essi sentivano il bisogno di assicurarsi il regolare afflusso delle ricche merci orientali verso i porti del Mediterraneo, senza dipen­dere degli Arabi e dai Turchi, che per mare e per terra tenevano il mo­nopolio delle relazioni commerciali con l'Oriente. In altre parole i traf­ficanti europei profittarono delle vicende dell'invasione mongolica per risolvere il problema delle comunicazioni dirette coi paesi delle Indie per via di terra.

L'impresa era assolutamente nuova, poiché nessun mercante euro­peo era mai andato più oltre di Aleppo, di Iconio o di Tabris, essendo costume dei nostri attendere sui mercati della costa l'arrivo delle caro-vane arabe dall'interno. La tentarono per primi i due mercanti vene­ziani Nicolò e Maffeo Polo, i quali nel 1261, partendo dalle regioni del Volga, traversarono la Russia meridionale, e per le steppe dei Chir­ghisi giunsero a Bocara. Là dimorarono tre anni, studiando popoli, paesi, lingue e costumanze; poi, unitisi ad un'ambasceria, che dalla Persia andava in Cina dal kan Cublai, percorsero tutta l'Asia centrale e giunsero finalmente alla corte mongolica, donde poi ripartirono, per rivedere, dopo tre anni di viaggio, il Mediterraneo. Ritornati a Venezia, i Polo narrarono le buone accoglienze ricevute dal kan Cublai e il suo interessamento per il papa e i cristiani, onde Gregorio X decise di inviare a quel sovrano due frati francescani, i quali accompagnassero i Polo, che già si accingevano ad iniziare un secondo viaggio.

c) Il viaggio di Marco Polo (1271-1295) e la conoscenza dell'Oriente. — Nel novembre del 1271 a Laiazzo, sul Golfo di Ales­sandretta in Siria, si trovavano dunque Maffeo Polo, suo fratello Nicolò, il figlio di costui Marco, giovinetto di diciassette anni, e i due religiosi, tutti decisi ad affrontare le peripezie di un viaggio lungo e difficile. Ma subito alle prime tappe i due frati si spaventarono per notizie di disordini avvenuti nell'interno, e tornarono indietro, mentre i Polo proseguivano da soli la via. Traversarono l'Asia Minore, visitarono l'Armenia e il Caucaso, poi scesero forse lungo il Tigri, visitando Bagdad, Bassora, e per terra o per mare giunsero all'emporio, allora animatissimo, di Ormuz. Qui, dopo avere atteso invano una nave che li portasse alle Indie, ripresero il viaggio per terra, dirigendosi dap­prima Verso nord per oltrepassare tutto l'altopiano dell'Iran; quindi volsero verso est, valicarono penosamente il Pamir, scesero nel Tur­chestan orientale, percorsero zone desertiche, costeggiarono forse ll'Hoang-ho, poi proseguirono direttamente per la capitale del gran kan dei Mongoli, l'attuale città di Pechino, detta da Marco Polo Cambaluc. Il viaggio era durato più di tre anni, tra fatiche e stenti indicibili.

Il kan Cublai ricevette i Polo con molta cordialità, li accolse nella sua corte ed ebbe specialmente di Marco una tale stima, da affidargli incarichi politici e amministrativi molto importanti, per cui l'accorto giovane poté visitare tutto il Catai, cioé la Cina, conobbe perfettamente gli usi e la lingua del paese e raccolse molte notizie sui popoli vicini, in modo speciale su quelli del Cipango, cioé del Giappone, col quale la Cina aveva anche allora strettissime relazioni. Ma dopo molti anni di dimora laggiù, i Veneziani vollero ritornare alla loro patria, onde il sovrano affidò ad essi la propria figliuola perché l'accompagnassero, insieme con grande seguito, al re di Persia, a cui andava sposa. Parti­rono dunque da Pechino, carichi di doni e d'onori, traversarono parecchie regioni del sud visitando nuove e grandissime città, finché giunti a Zaiton, di fronte all'isola Formosa, porto allora fiorentissimo, li s'imbarcarono con la principessa e il suo seguito, veleggiando verso l'India (1292). Girarono al largo la Cina meridionale e l'Indocina, costeggiarono la penisola di Malacca, traversarono il Golfo del Bengala, e proseguirono lungo le coste dell'India e della Persia, prendendo terra ad Ormuz dopo due anni di navigazione. Consegnata la principessa al re di Persia, i Polo proseguirono direttamente attraverso l'Armenia e l'Asia Minore, finché s'imbarcarono per Venezia, dove giunsero, dopo 24 anni di assenza, nel 1295, oggetto di meraviglia a tutti per gli abiti strani e per i più strani racconti.

Di questo viaggio, il più lungo e il più audace di allora, ben poco sapremmo oggi se un caso fortuito non ce ne avesse procurato il rac­cconto. È noto che Marco Polo, tornato in patria, prese parte nel 1298 alla sfortunata battaglia di Curzola, in cui fu fatto prigioniero con molti Veneziani. Condotto a Genova, conobbe Rustichello da Pisa, e a lui narrò i suoi viaggi in Oriente. Lo scrittore pisano compilò di quelle prodigiose avventure una relazione in francese, relazione che, tradotta poi in veneziano e in italiano, divenne popolare sotto il titolo di. Milione. Questo libro contribuì non poco alla conoscenza dell'Asia.

d) Altri viaggiatori per terra e per mare nei secoli XIII-XV. — La caduta dell'Impero dei Mongoli e il ristabilirsi dei sultanati turchi diminuirono l'interesse per i viaggi attraverso il continente. Pochi infatti sono gl'imitatori di Marco Polo, e questi pochi preferi­scono di andare al Catai o al Cipango profittando dell'Oceano Indiano. Resta tuttavia per essi la difficoltà di raggiungere qualche porto del Mar Rosso o del Golfo Persico, dove potersi imbarcare; il che richiede lunghi viaggi e pericolose peripezie in mezzo a regioni fanaticamente musulmane. Vi riesce il chioggiotto Nicolò de' Conti, il quale da Damasco scende in Mesopotamia, e giunto al Golfo Persico, si im­barca, per venticinque anni percorre l'Oceano Indiano e visita un'in­finità di paesi, dall'Egitto all'Arcipelago della Sonda; ma per vivere tranquillo é costretto a farsi musulmano, onde, tornato a Venezia verso il 1440, deve chiedere al papa Eugenio IV l'assoluzione dall'apo­stasia; e più tardi nel suo testamento esorterà i figli a non imitare lui in queste terribili peregrinazioni, dalle quali appena uno su cento può ritornare salvo.

Le vie per l'Oriente, sia quella percorsa da Marco Polo attraverso il continente asiatico, sia quella di Nicolò de' Conti per l'Iran e l'Ocea­no Indiano, erano troppo penose; occorreva che i viaggiatori risolves­sero il problema per via di mare, uscendo cioè dallo Stretto di Gibil­terra nell'Atlantico e costeggiando i lidi africani, nella speranza che l'Atlantico fosse congiunto con l'Oceano Indiano. Fin dal secolo XIII Genovesi e Pisani si misero arditamente per questa via, cercando di raggiungere le Isole fortunate degli antichi. Nel 1291 due navigatori genovesi, i fratelli Ugolino e Vadino Vivaldi, usciti dal Mediter­raneo, si accinsero a costeggiare l'Africa occidentale onde scoprire il passaggio per le Indie, ma non ritornarono mai più. La loro fine miste­riosa non distolse i marinai genovesi dal ritentare la stessa via, cosicché ad essi quasi certamente devesi la scoperta di Madera, delle Az­zorre e delle Canarie, tutte ben note nella prima metà del secolo XIV.

In questo primo periodo delle scoperte geografiche appare subito la superiorità degl'Italiani, i quali per coraggio e per spirito d'iniziativa non hanno rivali tra i contemporanei. Così dal XIII al XVI secolo i nostri maggiori porti italiani divengono il prodigioso vivaio, in cui sì formano i più esperti piloti ed i più audaci navigatori dell'Europa.

CULTURA E SOCIETÀ COMUNALE

Influenza del movimento comunale sugli orientamenti culturali e religiosi.

 

Per l'intimo nesso che collega la cultura e la vita sociale, aI vasto movimento che trasforma la struttura della società (sviluppo delle città, nascita della borghesia) e le istituzioni politiche, si accompa­gnano e corrispondono l'affermazione del volgare, l'evoluzione or­ganizzativa della scuola con la creazione delle Università, il fervore creativo nel campo architettonico e urbanistico. Anche la vita reli­giosa trae alimento dal moto comunale. Il contatto con una più ampia, dinamica e multiforme realtà cittadina, stimola la Chiesa ad un nuovo impegno organizzativo e dottrinario. D'altra parte, al di fuori dell'ortodossia, sorgono movimenti religiosi che si possono al-meno in parte ricondurre ad aspetti fondamentali della nuova realtà sociale. Vi è la tendenza a laicizzare la cultura, rompendo il mono­polio culturale della Chiesa, ed a trasferire sul piano religioso Io spirito autonomistico e di indipendenza locale che si manifesta sul piano politico; in secondo luogo, tra i lavoratori urbani, ed in par­ticolare tra i tessitori della lana, che nel Comune rimangono in con-dizione subalterne, si diffondono movimenti di protesta religiosa e sociale insieme, in polemica contro la ricchezza e potenza mondana della Chiesa; infine, il mondo contadino, la massa dei servi e dei coloni, sui quali pesa sempre il dominio feudale, è attraversato da fremiti di rivolta che si colorano di motivi religiosi e che talvolta si rivolgono contro la stessa Chiesa.

L'arte romanica.

 

Le nuove tendenze e iniziative culturali contribuirono solo in-direttamente a trasformare la mentalità, il modo di pensare e di

sentire della massa degli uomini nei secoli XI-XIII. La mancanza di mezzi di larga diffusione culturale, che non fossero le prediche religiose, le sacre rappresentazioni e la recitazione di romanzi e poemi popolari, ci induce a pensare che il movimento intellettuale di quel periodo rimase un fenomeno circoscritto a ristretti gruppi sociali ed ebbe scarsa influenza nella mentalità comune, che rimase prevalentemente legata agli atteggiamenti tradizionali. Tuttavia la realtà stessa della vita cittadina determinava un mutamento di men­talità in tutta la popolazione; ed alcune manifestazioni culturali, come le imprese urbanistiche e le opere figurative e architettoniche, esercitarono certamente un influsso sugli abitanti, affinandone il gusto e diffondendo idee e concezioni che gli strati superiori veni-vano elaborando. Più difficile è, anche in questo campo, cogliere il processo inverso, l'influenza, cioè, delle attitudini e delle esigenze popolari sulla produzione artistica. Dobbiamo perciò fermarci a considerare soltanto gli aspetti più generali ed esteriori del rapporto tra cultura e società constatando innanzitutto il grande slancio co­struttivo che l'Occidente conobbe nei secoli XI, XII e XIII e che si espresse inizialmente nello stile romanico.

Ancora pervasa da larghe influenze esterne, specialmente orien­tali, l'arte romanica coincide con il periodo dell'incremento demo-grafico intorno al Mille, con la riscossa cristiana ed i rinnovati con-tatti con l'Oriente, con la formazione di più numerose categorie di artigiani del legno, del ferro, della pietra. Le costruzioni romaniche non sarebbero state possibili se non fossero state precedute o accom­pagnate da rilevanti progressi tecnici, come la diffusione del mulino ad acqua, il perfezionamento dei sistemi di trazione e di solleva-mento, il più largo impiego del ferro, la migliore lavorazione del vetro. Gran parte di ciò che delle costruzioni romaniche è soprav­vissuto appartiene al mondo ecclesiastico; ma l'attività costruttiva di quel periodo si esercitò anche nel campo civile e laico, con la costruzione di ponti, case, piazzeforti e con una abbondante fioritura di arti minori (miniature, smalti, tappezzerie, oreficerie, lavori in bronzo).

Gli aspetti figurativi dell'arte romanica, quando non restano limitati alla pura decorazione, rispecchiano una sensibilità tormentata, che si esprime nella rappresentazione degli aspetti più dram­matici della tematica religiosa (apocalissi, dannazione eterna, mo­struosità dei vizi, ecc.). Talvolta l'esperienza della vita quotidiana si insinua nella scultura e nella pittura romaniche, dandoci interes­santi raffigurazioni del mondo del lavoro. I temi della natura sono interpretati con libertà e ricchezza di fantasia che talvolta sfociano

nel mostruoso e nel grottesco. Qualche osservatore contemporaneo tradizionalista, di fronte a questa audacia, restava perplesso: « Che significano nei chiostri, davanti ai monaci che leggono — scriveva san Bernardo di Chiaravalle — questi ridicoli mostri, quella strana bellezza laida o laidezza bella? E quelle scimmie disgustose, quei leoni feroci, quei mostruosi centauri, quegli uomini a metà, tigri maculate, soldati che combattono, cacciatori che suonano la tromba? Si può vedere una testa con molti corpi oppure un corpo con molte teste; quadrupedi con la coda di serpenti, e serpenti con la testa di quadrupedi; animali metà cavallo e metà capra o animali cornuti che finiscono con le forme del cavallo. Di fronte a questa strana varietà di forme si è spinti e fermare lo sguardo piuttosto che sui libri, sul marmo, e si passa la giornata ad ammirare ad uno ad uno questi orrori piuttosto che a meditare la legge divina. Dio mio! Se non ci si vergogna di queste stupidaggini, ci si dovrebbe vergognare almeno delle spese! ». Bernardo era indignato: ma dalle sue stesse parole traspare la forza di suggestione che la scultura romanica eser­citava, aprendo nuovi orizzonti alla sensibilità ed alla fantasia degli uomini.

 

L'arte gotica.

Più direttamente legata alla fase più matura della rinascita citta­dina è l'arte gotica, così chiamata nel XVI secolo, con un termine che voleva essere spregiativo nei confronti di questa manifestazione artistica tipicamente medievale. La nuova tendenza cominciò a svi­lupparsi intorno alla metà del XII secolo, in coincidenza con l'affer­marsi dei Comuni. Le stesse dimensioni delle chiese costruite col nuovo stile stanno a testimoniare che esse sono fatte per accogliere una popolazione più numerosa, che si reca in chiesa anche per so­lennizzare e consacrare gli atti ed i momenti più importanti della vita civile della comunità. La ricchezza, l'esuberanza e l'audacia dei motivi decorativi corrispondono al fervore creativo ed alla fiduciosa operosità che in tutti i campi caratterizza la società comunale. Le costruzioni gotiche pongono nuovi problemi tecnici, che non pos­sono più essere affrontati sul piano artigianale, ma richiedono calcoli e metodi più complessi. A volte l'amore del grandioso supera le possibilità tecniche, come avviene per la cattedrale di Beauvais, che raggiunge 50 metri di altezza nel coro e 150 nelle torri: le sue volte crollano, però, nel 1284. L'arco ad ogiva e l'incrocio degli archi poggiati su colonne consentono di dare alle costruzioni gotiche l'al-

tezza e lo slancio che corrispondono al gusto del tempo, di costruire muri leggeri e lasciare ampi spazi per le vetrate.

I soggetti delle figurazioni gotiche sono meno drammatici che non quelli dell'arte romanica. Il forte espressionismo romanico è abbandonato ed è sostituito da una visione più serena della figura umana e della natura. L'intento pedagogico e moralistico resta in vigore ed i temi sono sempre tratti dai testi sacri e dalle vite dei santi; ma la religiosità degli artisti si esprime in genere con toni più familiari, più semplici ed umani.

Le Università.

La nascita delle Università riflette il carattere autonomistico che hanno generalmente nel XII e XIII secolo Ie nuove istituzioni civili. Nell'alto Medioevo, l'insegnamento era impartito da due tipi di scuole: quelle dei monasteri, dove originariamente si formavano i monaci, che furono successivamente aperte anche ai membri del clero secolare, e le scuole istituite presso le cattedrali. Celebri, fra tutte, quelle delle abbazie di Saint-Victor e di Sainte Geneviève a Parigi, della cattedrale di Chartres, del monastero di San Felice a Bologna, dove insegnò il maggior studioso di diritto ecclesiastico, Graziano.

Tutta l'organizzazione dell'insegnamento era sotto la tutela ed il controllo del vescovo, al quale spettava il diritto di concedere ai docenti l'autorizzazione ad insegnare. Nel XII secolo le scuole delle cattedrali, a differenza di quelle monastiche, conservavano impor­tanza e prestigio; ma il sistema dell'insegnamento era in crisi. Le scuole erano insufficienti rispetto al numero degli studenti che il più diffuso bisogno di cultura vi faceva accorrere; il loro ordina-mento non rispondeva, inoltre, alla necessità di estendere la cultura al campo delle scienze profane, e specialmente del diritto, mentre lo sviluppo delle amministrazioni pubbliche e della vita commerciale richiedeva un numero sempre più grande di esperti in questo campo. L'autorità religiosa e politica era restia ad ampliare i quadri del-l'insegnamento e l'organizzazione scolastica per il timore di perdere il controllo su questi importanti centri di formazione culturale, professionale e politica.

La crisi, che nasceva da questa resistenza conservatrice, fu superata dalla iniziativa degIi stessi studenti e professori che, talvolta in contrasto con i signori laici o ecclesiastici, si associarono per creare scuole autonome, le Università. La Chiesa riprese successivamente

il controllo sulle Università, ponendole sotto la sua protezione e concedendo privilegi e sostegno. Furono soprattutto due nuovi Ordini religiosi, i Domenicani e i Francescani, a riaffermare l'ege­monia della cultura ecclesiastica all'interno dell'Università, riuscendo ad assorbire gradualmente i fermenti innovatori che, specialmente per influenza della cultura araba, si erano introdotti nel pensiero scientifico occidentale.

Prima a sorgere fu, intorno alla metà del XII secolo, l'Università di Bologna, famosa soprattutto per gli studi giuridici e frequentata sia da chierici che da mercanti. Iniziatore della scuola giuridica bo­lognese fu Irnerio, che insieme ai suoi discepoli diede un grande contributo allo studio del diritto attraverso il commento del Corpus juris di Giustiniano (glossatori, cioè commentatori, si chiamarono appunto questi giuristi).

Centri di studi teologici e filosofici furono l'università di Parigi, la Sorbona, fondata all'inizio del XIII secolo, e quella di Oxford, mentre le scuole di Salerno e di Montpellier si specializzarono nel-l'insegnamento della medicina. All'incirca della stessa epoca sono le Università di Padova e di Salamanca. A Napoli, l'Università fu fondata nel 1224 per iniziativa del sovrano, che intese creare così soprattutto un centro di formazione di funzionari pubblici.

L'Università comprendeva generalmente le facoltà delle arti, di diritto, medicina e teologia. Era rappresentata dal rettore, eletto di solito dagli stessi studenti e dagli insegnanti. Questi ultimi apparte­nevano in gran parte al clero, mentre tra gli studenti, specie nelle università italiane, molti erano laici. Istituzioni tipicamente cosmo-politiche, le università impartivano un insegnamento che non aveva caratteristiche nazionali, ma rifletteva un tipo di cultura unico in tutto l'Occidente e nato prevalentemente da un'unica matrice, la Chiesa. L'uso del latino favoriva lo spostamento di insegnanti e studenti da un paese all'altro. Vi furono studenti, i cosiddetti cle­rigi vagantes, che del girovagare in Europa fecero quasi una profes­sione, facendo così opera di diffusione del pensiero dei loro maestri, ma portando anche, con le loro satiriche canzoni latine (i carmina burana) una nota di giovanile vivacità nei diversi ambienti culturali.

Il legame tra la Chiesa e le Università fece sì che i maggiori progressi fossero realizzati nella teologia e nella filosofia. Il problema fondamentale che allora si poneva era quello di conciliare il prin­cipio secondo il quale la scienza deve essere fondata sulla ragione con la necessità di porre a base della conoscenza la religione, con i suoi misteri che la ragione non è in grado di spiegare. Lo studio di Aristotele. riscoperto soprattutto per il tramite della cultura araba.

dava attualità a questo problema, intorno al quale si cimentarono con sottili disquisizioni filosofi come Abelardo ed Alberto il Grande, i che anche a Parigi, centro di irradiazione dell'aristotelismo, svolsero il loro insegnamento. Sotto l'influenza della ripresa del pensiero classico, Abelardo, che insegnò per qualche tempo nella scuola ve­scovile di Notre-Dame a Parigi, fu spinto all'inizio del XII secolo ad affermazioni razionalistiche in contrasto con gli orientamenti uffi­ciali della Chiesa e fu condannato dall'autorità ecclesiastica nel Concilio di Soissons (1121) e più tardi, per iniziativa di san Bernardo, nel sinodo di Sens (1141). Vasta attività di commentatore delle opere di Aristotele svolse Alberto Magno, i cui interessi culturali si rivolsero anche alle scienze naturali oltre che alla filosofia e alla teologia. Sintesi e superamento insieme di questo travaglio fu l'opera di san Tommaso d'Aquino, che si deve considerare la più impor-tante e la più rappresentativa della cultura universitaria medievale. L'insegnamento di san Tommaso si svolse in gran parte nell'Univer­sità di Parigi. Prendendo le mosse dall'accoglimento della meta-fisica di Aristotele, egli mirò alla teorizzazione della teologia come scienza: scienza che ha per oggetto i dati della Rivelazione, accettati per fede, ma che da queste premesse si svolge secondo princìpi logici e secondo il metodo proprio della dimostrazione scientifica.

San Bernardo e l'Ordine cistercense.

Orientamento diverso da quello della filosofia scolastica, ebbe il pensiero di san Bernardo di Chiaravalle (1091-1153) che, scartando il tentativo di conciliare fede e ragione, si fece assertore della con­templazione mistica, come unica via per raggiungere la verità. Ma, oltre che sul piano speculativo, l'opera di san Bernardo è importante sul piano pratico e organizzativo, poiché anche alla sua personalità è legato il grande movimento monastico dei Cistercensi che ebbe il suo centro nel monastero di Citeaux, in Francia, e da qui si diffuse in tutta Europa. Caratteristico di questo movimento — in un'epoca in cui i rivolgimenti sociali contemporanei all'avvento del Comune creavano grandi sommovimenti nelle masse dei contadini — fu l'impegno nell'opera di incremento dell'agricoltura. Ai Cistercensi si deve una grandiosa attività di bonifica e di dissodamento di nuove terre che conquistò alla coltura vasti territori prima inabitabili e che diede contemporaneamente una forte spinta all'abolizione del servaggio, venendo incontro in parte allo spirito antifeudale che serpeggiava nelle campagne.

 

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Ultimo aggiornamento: 03-11-08