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IL DECADIMENTO POLITICO DEL PAPATO.
IL PAPATO AVIGNONESE.
IL GRANDE SCISMA D'OCCIDENTE
sommario del capitolo
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Papa Bonifacio VIII (1294-1303) e il decadimento politico del Papato
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Papa_Celestino_V_(1294)
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Il_pontificato_di_Bonifacio_VIII_(1294-1303)
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La_contesa_Tra_Bonifacio_Vlll_e_Filippo_il_Bello,_re_di_Francia
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Loltraggio_di_Anagni_e_la_morte_di_Bonifacio_VIII_(1303)
- I papi in Avignone (1305-1377).
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Il_breve_pontificato_di_Benedetto_XI_(1303-1304)
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Il_Papato_trasporta_la_sua_sede_in_Francia:_la_cattività_avignonese_(1305-1377)
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Squallore_dello_Stato_Pontificio
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La lotta fra il Papato e l'imperatore
Lodovico il Bavaro.
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Tempi_difficili_per_il_Papato
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La_lotta_del_Papato_contro_i_Fraticelli
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La_lotta_Ira_il_Papato_e_limperatore_Lodovico_il_Bavaro
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La restaurazione dello Stato Pontificio; Cola di
Rienzo; il ritorno dei papi a Roma (1377).
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Tentativi_di_restaurazione_dello_Stato_Pontificio
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Leffimera_fortuna_di_Cola_di_Rienzo_(1347-1354)
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Il_ritorno_dei_papi_a_Roma_(1377)
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Lo Scisma di Occidente (1378) e
i Concili di Costanza (1414-1418) e di Basilea (1431-1449).
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Lo_Scisma_dOccidente_(1378)
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Il_Concilio_di_Costanza_(1414-1418)e_la_fine_dello_Scisma_dOccidente.__
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Il_Concilio_di_Basilea_(1431-1449)e_la_ripresa_dello_Scisma_dOccidente
a) Papa Celestino V (1294)
Nel 1292 muore il papa Nicolò IV (1288-1292). I
cardinali, divisi in tanti partiti (partito dei Colonna, partito degli Orsini,
partito angioino), si radunano a conclave, senza però riuscire ad eleggere il
nuovo pontefice. Moltiplicano le sedute a Roma, a Perugia, per ben ventisette
mesi, ma sempre invano, tanto è profonda la divisione degli animi.
Allora un gruppo di cardinali propone di nominare papa un uomo completamente estraneo
alle competizioni e universalmente conosciuto per la santità dei costumi. Non
lontano
da Sulmona, presso la Maiella, vive da anni un eremita: lo chiamano Pietro da Morrone, e alberga in una misera capanna, dove
si sostenta con poco cibo e vive in
contemplazione.
Le folle ne decantano i miracoli e vengono alla sua cella in
pellegrinaggio, per raccomandarsi alle sue preghiere e alla sua santità. A lui dunque si volge
il pensiero dei cardinali, che lo eleggono papa senza interpellarlo. Un
fantastico corteo di prelati, di baroni, di popolo sale sulla Maiella, giunge
alla povera capanna, s'inginocchia, annunciando la grande notizia. L'eremita non
comprende dapprima, poi protesta che non accetterà mai un così grave incarico.
Pressato dalle insistenze di tutti, si rassegna al volere dei cardinali, scende
dal monte e su di un modesto asinello, alle cui briglie sono il re di Napoli
Carlo II e suo figlio, entra in Aquila, dove, alla presenza di una folla
plaudente, é consacrato papa col nome di Celestino V (1294).
Al governo della Chiesa è un uomo che viene da quell'umile
ambiente di povertà da cui sono sorte le maggiori opposizioni alla
potenza politica del Papato.
L'esperimento fallisce. Il nuovo papa non é
che un povero eremita, semplice e buono, ma completamente ignaro dei subdoli raggiri
della vita di governo, per cui diviene uno strumento passivo della prepotenza di
Carlo II, che se lo porta a Napoli, e lo tempesta di
sempre nuove richieste. Ed egli, che in cuor suo rimpiange la solitudine della
montagna, resiste sempre meno, finché si lascia andare a favori, benefici,
nomine, prodigandole con una spaventosa incoscienza, che minaccia di porre la
Chiesa a soqquadro. Finalmente comprende l'abisso, verso il quale cammina, e se
ne ritrae spaventato.
Chiede ai giuristi se un papa può
rinunciare; avutane risposta affermativa, depone la tiara, e, dopo quattro mesi di inglorioso pontificato, ritorna
ad essere un povero monaco.
b) Il pontificato di Bonifacio VIII (1294-1303)
ll successore era pronto:
il cardinale Benedetto Caetani, favorito dal re di Napoli, fu
eletto papa col nome di Bonifacio VIII (1294-1303). Pochi pontefici furono tanto
odiati e perseguitati da pubbliche accuse. A lui i nemici
rimproverarono complotti contro Celestino,
costumi inadeguati, un'occulta miscredenza.
Non è facile
discernere la verità. Certamente Bonifacio Vlll ebbe carattere aspro, violento,
ambizioso; fu però anche uomo d'ingegno e di cultura, studioso di legge e
filosofia.
Difese energicamente la
supremazia politica del Papato, secondo il programma di Gregorio Vll e di
Innocenzo lll, e per questo subì rovesci diplomatici, guerre penose,
insulti ed umiliazioni.
Non aveva compreso che i tempi erano
cambiati, e la missione politica del Papato si esauriva con la fine del
medioevo.
Nel gennaio del 1295 da Napoli, dove aveva avuto luogo il conclave, Bonifacio Vlll entrava in Roma solennemente, su una bianca chinea, tenuta per le
redini dal re Carlo ll, vassallo della Chiesa, e da Carlo Martello suo figlio,
accompagnato da un gran corteo di prelati, di nobili e di popolo.
Suo primo pensiero fu di catturare Celestino, che molti fautori si ostinavano a voler
riconoscere come papa; lo fece inseguire e rinchiudere nel castello
di Fumone, presso Alatri, dove lo tenne fino alla morte, avvenuta
nel 1296. Il pericolo di uno scisma era evitato, ma intanto Bonifacio si era inimicato i partigiani dell'infelice monaco.
Sgombrato il terreno da ogni preoccupazione ecclesiastica, Bonifacio VIII si
accinse a realizzare il suo sogno di dominio politico. S'intromise negli affari
del Regno di Napoli, cercando di decidere in favore dei re Angioini la guerra,
allora scoppiata con gli Aragonesi della Sicilia; non riuscì che a
metà, concludendo la pace di Caltabellotta (1302), la quale, più che una
vittoria del Papato, è un compromesso.
S'impicciò nelle faccende del Comune di
Firenze, vi inviò Carlo di Valois col pretesto di favorire la pacificazione dei
partiti, ma di fatto col proposito di appoggiare i Neri e di espellere i
Bianchi. In Roma affrontò la potentissima famiglia dei Colonna, i quali
parteggiavano per Celestino; contro di essi bandì una Crociata, promettendo indulgenze a chiunque
vi prendesse parte; occupò le loro terre, e, costretti i maggiorenti dei Colonna
a venire umiliati ai suoi piedi, ne confiscò i beni, distruggendo il loro
castello di Palestrina.
c) La contesa Tra Bonifacio Vlll e Filippo il Bello, re di Francia.
Gli odi
che con la sua politica si attirò Bonifacio VIII, furono grandissimi: Dante,
cacciato da Firenze per causa sua, ebbe per lui parole roventi d'esecrazione. Ma
chi gli resistette a viso aperto fu il re di Francia, Filippo IV il Bello.
Trovandosi allora in lotta con l'Inghilterra e avendo bisogno di molto danaro
per le spese di guerra, il re colpì con fortissime imposte i beni della Chiesa
di Francia. Bonifacio Vlll protestò contro questa violazione dei privilegi
ecclesiastici e minacciò di scomunica chiunque osasse porre la mano avida sulle
ricchezze della Chiesa.
Filippo il Bello rispose alle minacce papali vietando
l'esportazione di danaro, di pietre preziose, di oggetti costosi, impedendo così
che le decime, pagate alla Curia romana dalla Chiesa di Francia, arrivassero al
papa. Il danno subito dall'amministrazione pontificia e dai banchieri
fiorentini, che erano i mediatori in questi affari, indusse il papa a un'azione
più blanda.
La contesa, sopita per qualche anno, si, ridestò nel 1301 quando Filippo il
Bello cominciò addirittura a incamerare le rendite dei vescovati vacanti e pose
i beni della Chiesa sotto il controllo di un'amministrazione di Stato. Bonifacio
Vlll riprese le precedenti lagnanze e di nuovo minacciò di scomunicare il
sovrano. Questi, di rimando, convocò gli Stati Generali, cioè l'assemblea dei
rappresentanti del clero, della nobiltà, della borghesia, denunciò le gravi
usurpazioni tentate dal papa contro il potere del re, e ottenne il consenso
di tutta la nazione.
Così Filippo il Bello poté unirsi ai nemici del papa,
proteggere i fuggiaschi Colonna, lavorare occultamente alla rovina del
pontefice. Bonifacio Vlll però non era uomo da accettare imposizioni: alla
guerra che gli si offriva, rispose con la guerra. Pubblicò allora la sua famosa
bolla Unam Sanctam, nella quale arditamente sfoggiava di fronte al re francese
il classico programma della supremazia politica del Papato: "la società
costituisce un solo corpo, cioé la Chiesa, con un solo capo, cioé il pontefice;
due sono i poteri o "le spade", spirituale e temporale; il primo potere è
superiore al secondo; la Chiesa impugna essa sola la spada spirituale, e concede
che il re adoperi la spada temporale, ma solo secondo i fini della Chiesa e in
omaggio al volere del sacerdozio (ad nutum sacerdotis)". Un concilio, tenuto in
Roma, aveva intanto giudicato il re di Francia: la scomunica papale era
imminente; con essa sarebbe stata proclamata la deposizione di Filippo il Bello.
La contesa fra il re e il papa aveva suscitato in Francia un nugolo di
polemiche e di scritti sulla questione dei due poteri. Ma a rompere gl'indugi e
a passare violentemente ai fatti contribuì l'intervento di Guglielmo di Nogaret,
dottore di leggi all'Università di Tolosa, il quale, discendente da un'antica
famiglia di Albigesi perseguitati, covava da anni un odio cupo contro il Papato
e la Chiesa. Egli indusse Filippo il Bello a convocare un concilio in Francia
per eleggere un nuovo pontefice, essendo Bonifacio usurpatore della Santa Sede,
simoniaco, spergiuro, reo di ogni delitto. Lo stesso Nogaret avrebbe trascinato
il colpevole in Francia, davanti al concilio.
d) L'oltraggio di Anagni e la morte di Bonifacio VIII (1303)
ll 7
settembre 1303 Guglielmo di Nogaret, accordatosi coi Colonna, entra con una
schiera di armati in Anagni, dove si trova il papa, e spaventato il popolo, si
dirige verso il palazzo pontificio. Le porte vengono abbattute, gli sgherri
entrano urlando, con le spade in pugno: Bonifacio VIII li attende intrepido sul
trono, vestito degli abiti sacri; insultato, risponde con dignità e fermezza. Si
disse poi che Sciarra Colonna, spinto dall'odio verso colui che aveva disperso
la sua famiglia, gli desse sul viso un duro schiaffo con la mano coperta dal
guanto di ferro: l'insolenza volgare suscitò lo sdegno dello stesso Dante
(Purgatorio, XX, 86-93)
Fatto il colpo, il Nogaret si accorse come fosse impossibile trascinare il
papa prigioniero attraverso tutta l'ltalia, ed esitò. ll popolo d'Anagni il 9
settembre corse a liberare il pontefice, e costrinse i ribaldi
alla fuga. Quattrocento cavalieri romani ricondussero nella città eterna Bonifacio Vlll, offeso, ma non vinto. Poco
dopo però, scosso
dalle emozioni e logorato dagli anni, moriva (11 ottobre 1303).
Con lui si spegneva l'ultimo dei papi medioevali della grande scuola di
Gregorio Vll; ma l'umiliazione di Anagni chiudeva assai tristemente quel periodo
di supremazia politica, che si era iniziato nel 1077 col trionfo di Canossa.
Rimase però intatta al Papato la sua grande forza religiosa, e ne fu una prova
il Giubileo, bandito la prima volta da Bonifacio Vlll nel 1300, a cui convennero
da ogni parte del mondo turbe di pellegrini, ansiosi di visitare le basiliche
degli apostoli e di lucrare le molte indulgenze largite dal papa.
Enormi somme
di danaro furono offerte in quella occasione alle chiese romane e al pontefice, il quale se ne servì per grandi lavori nelle basiliche romane e nel
palazzo del Laterano. E i pellegrini allora per la prima volta videro il papa
coronato con un diadema di nuova foggia, ornato cioé di due corone, sovrapposte
l'una all'altra, in segno della superiorità del pontefice su ogni sovrano della
terra. Più tardi una terza corona si aggiunse alle due, e la tiara papale ebbe
il nome di triregno.
2. I papi in Avignone (1305-1377)
a) Il breve pontificato di Benedetto XI (1303-1304)
Morto papa Bonifacio
Vlll (1303), il Collegio dei cardinali elesse come successore il pio Nicola
Bocchini, generale dei Domenicani, il quale prese il nome di Benedetto XI.
Benché più conciliante di Bonifacio Vlll e propenso ad un accordo con Filippo il
Bello, il nuovo pontefice non volle lasciar passare invendicato l'insulto di
Anagni, al quale egli stesso aveva coraggiosamente assistito, e colpì con la
scomunica il Nogaret e Sciarra Colonna, invitando a comparire davanti al suo
tribunale tutti coloro che avessero preso parte a quel fatto delittuoso. Perciò
si ritrasse in Perugia, lontano dall'influenza dei partiti, e già stava per
affrontare con energia il ridestarsi delle opposizioni antipapali, quando, dopo
appena pochi mesi di pontificato, morì nel luglio del 1304.
b) Il Papato trasporta la sua sede in Francia: la cattività avignonese
(1305-1377)
ll nuovo conclave si svolse fra continui turbamenti: nello Stato
Pontificio si combattevano gli Orsini, i Colonna, i Caetani; Filippo il
Bello parteggiando per i Colonna, se ne serviva per influire sull'animo dei
cardinali, che, divisi essi pure in due partiti, l'italiano e il francese, per
parecchi mesi non riuscirono a mettersi d'accordo sulla elezione del papa.
Finalmente decisero di scegliere anche questa volta un estraneo al Sacro
Collegio, e, cedendo alle insinuazioni del re, elessero proprio un francese, Bertrand de Got, arcivescovo di Bordeaux, che prese il nome di Clemente V
(1305). Questi, invece di andare a Roma, ordinò ai cardinali di venire a
consacrarlo in Francia. La coronazione avvenne di fatto a Lione, alla presenza
di Filippo il Bello, di Carlo di Valois e di tutti i più grandi signori del
regno; fu però funestata da un grave incidente, perché durante la processione
rovinò un muro, trascinando nella caduta molti spettatori e lo stesso papa, che cadde da cavallo e per poco non rimase
ucciso: la folla superstiziosa vide in questo fatto il pronostico di un
pontificato infelice.
ll nuovo papa non mostrò alcun desiderio di andare a stabilirsi a Roma, dove
la vita era assai difficile per le continue lotte civili; dopo aver
peregrinato un po' qua e un po' là, nel 1309 pose sede stabile ad Avignone,
con grande scandalo della cristianità. Così nel 1305
comincia per il Papato il periodo della cattività avignonese (1305-1377)
Questo per la Chiesa fu un periodo di servitù, a
vantaggio della Francia, la quale in parve disporre del Papato
come di un organo di Stato. Primo a dare un esempio di tale asservimento alla Francia fu papa Clemente V. Egli, debole, irresoluto, senza
idee, cedette a tutte le richieste di Filippo il Bello, disdicendo quanto Bonifacio Vlll aveva fatto, ritirando la bolla Unam Sanctam, rinunciando alla
punizione dei colpevoli dell'insulto di Anagni, restituendo i beni ai Colonna, i
benefici ai prelati, colpiti dalle sanzioni di Bonifacio Vlll e di Benedetto Xl.
Ugualmente poco decorosa fu la condotta del papa nell'affare dei Templari.
Questo celebre Ordine cavalleresco, dopo la perdita di Gerusalemme, si era
ritirato in Europa, aprendo case in parecchi Stati e accumulando grandi
ricchezze, specialmente in Francia, dove il "Tempio", cioé la residenza del
Gran Maestro a Parigi, poteva dirsi una vera reggia. Perduto ormai lo scopo
della loro istituzione, i Templari, profittando della disseminazione delle loro
case in Europa, si erano dedicati agli affari, prestavano danaro, trafficavano,
si arricchivano sempre più. Si parlava volontieri in Francia dell'immoralità dei Templari. Filippo il Bello, che aveva
posto l'occhio su tante ricchezze, esagerò queste voci, mise in giro calunnie,
arrestò parecchi Templari e impose al papa la soppressione dell'Ordine. Dopo
molte titubanze Clemente V cedette, e nel Concilio di Vienne (1312), contro il
parere di molti, condannò i Templari come empi ed eretici, li soppresse e passò
i loro beni agli Ospitalieri.
Filippo il Bello poté per parecchi anni
trattenere le pingui rendite dei Templari, mentre faceva ardere sul rogo più di
cinquanta cavalieri, tra i quali era lo stesso Gran Maestro dell'Ordine.
Clemente V in Avignone ribadì le catene del Papato, nominando in gran numero
cardinali francesi; i suoi successori, quasi tutti francesi anch'essi, lo
imitarono, rendendo così sempre più difficile il sollecito ritorno dei papi alla
loro sede. La tradizione romana del Pontificato si affievolì.
Santa Caterina da Siena e il Petrarca non si
stancarono mai di esortare i papi a ritornare in Roma, pregandoli di considerare
quale enorme danno recasse alla Chiesa l'allontanamento del pontefice dalla sua
sede naturale. lnfatti, diminuito il prestigio morale del Papato, venne meno a
poco a poco anche il senso dell'unità della Chiesa, onde i germi di autonomia
religiosa, nascosti in fondo alla nascente coscienza nazionale dei vari popoli,
cominciarono ad apparire, per svolgersi più tardi nello scisma e nell'eresia.
c) Squallore dello Stato Pontificio
Tristissima allora divenne la
condizione dello Stato Pontificio, nelle cui città da parecchio tempo
spadroneggiavano potenti famiglie, tutte intente a formarsi una stabile signoria
a detrimento dei diritti del Papato. A Roma poi, dove il Comune non era mai
riuscito ad avere una vitalità paragonabile a quella dei Comuni dell'Italia
settentrionale, la partenza dei papi segnò il periodo più acuto della lotta tra
le maggiori famiglie, che si contendevano con le armi il possesso della città.
Deserto il palazzo papale del Laterano, partiti col papa i cardinali e la corte,
diminuiti di numero e d'importanza gli uffici della Curia, annientato l'afflusso
dei pellegrini, Roma decadde rapidamente e si spopolò. Erano i giorni in cui
Dante invocava l'avvento di un forte imperatore in questa povera Italia, che le
discordie civili e l'abbandono dei papi avevano ridotta come "nave senza
nocchiero in gran tempesta".
3. La lotta fra il Papato e l'imperatore Lodovico il Bavaro.
a) Tempi difficili per il Papato
Durante il periodo della cattività avignonese (1305-1377) il Papato si dibatte in gravi strettezze finanziarie,
perché privo di gran parte dei redditi dello Stato Pontificio; perciò é
costretto ad aumentare le tasse per gli affari religiosi, a imporre nuove
gravezze ai benefici ecclesiastici, a premere sempre più forte sui fedeli per
ottenere decime ed offerte. Rinascono allora contro la Chiesa le vecchie accuse
di simonia, di avidità, di mondanità, e si destano diffidenze nei sovrani, i quali, preoccupati del carattere
francese del Papato, cominciano a vedere in questo danaro, che emigra ad
Avignone, una specie di tributo verso la monarchia francese.
Ora, mentre il
Papato si rimpicciolisce in un indecoroso vassallaggio e si fa sentire sui popoli più come esattore di imposte, che come maestro di
fede e di virtù, tutta la Chiesa perde sempre più la stima generale. Anche la
disciplina ecclesiastica, che le rigide riforme di Gregorio VII e di Innocenzo
lII avevano tentato di ristabilire, viene allentandosi; l'episcopato, sempre
propenso alla mondanità in tutto il medio evo, dà spesso esempio di vita
corrotta; il clero non é all'altezza della sua missione
religiosa; gli Ordini mendicanti, che erano stati la gloria del secolo
antecedente, abbandonano la semplice regola dei primi tempi, si arricchiscono,
disdegnano l'umile missione tra i poveri, e si danno alla predicazione aulica, o si trastullano con le vane sottigliezze di una rinata sofistica.
La
Scolastica, che con
S. Tommaso d'Aquino aveva raggiunto il suo più perfetto compimento, caduta ora
in mano di discepoli senza genialità, si frantuma in una casistica quasi
puerile, o si sgretola sotto la dialettica di Duns Scoto e di Guglielmo
di Occam. Così si rivela la decadenza del pensiero filosofico-teologico del
medio evo, mentre va sorgendo nello studio e nella vita quello spirito laico,
che condurrà a poco a poco la società al naturalismo teorico e pratico
dell'Umanesimo.
ln questi momenti così difficili, il Papato deve sostenere una duplice lotta:
religiosa contro l'eresia, politica contro l'Impero.
b) La lotta del Papato contro i Fraticelli
Da qualche tempo i Frati Minori
sono in subbuglio. Morto San Francesco, alcuni tra i suoi discepoli cominciano a
diffondere una più mite interpretazione della regola, e tendono a dare
all'Ordine un'organizzazione simile a quella degli altri Ordini religiosi;
perciò edificano grandi chiese e vasti conventi, accettano eredità e benefici,
si dedicano allo studio nelle Università, temperano insomma con le esigenze
della realtà quotidiana la rigida severità del primitivo ideale francescano.
Contro costoro, detti Conventuali, insorgono i discepoli della prima
ora: questi gridano al tradimento della regola, protestano in nome della povertà
contro l'ingordigia degli altri e negano ai veri Frati Minori il diritto di
possedere. Papa Clemente V cerca di mettere un po' di pace e impone ai
dissidenti di rientrare nell'Ordine; ma costoro, sentendo che il Papato è contro
di essi, vanno ancor più oltre con le loro affermazioni, attaccano il clero per
la sua mondanità, disprezzano i papi per le loro ricchezze, e proclamano che non i Frati Minori solamente, bensì la Chiesa tutta deve ritornare alla
povertà evangelica. A drappelli percorrono i borghi e le campagne, sollevando le
plebi con il ricordo del poverello d'Assisi; si chiamano da sé Fraticelli.
Intanto ad Avignone, morto Clemente V, i cardinali hanno eletto un altro papa
francese, Giovanni XXII (1316-1334), ambizioso, amante dello sfarzo, fiero ed
energico nella lotta. Egli intuisce la minaccia che questi esaltati vanno
preparando alla Chiesa, e ne condanna le dottrine; poi arresta i ribelli,
parecchi ne fa bruciare sul rogo, e molti costringe alla fuga. Ma il movimento
rivoluzionario non si ferma; i perseguitati affrontano la guerra col Papato, e
offrono alleanza all'Impero, proprio nel momento in cui questo si accinge
all'ultima lotta politico-religiosa del medio evo.
c) La lotta Ira il Papato e l'imperatore Lodovico il Bavaro
Alla morte
dell'imperatore Enrico VII di Lussemburgo (1313), di nuovo la Germania fu preda
della discordia: si contendevano il trono Lodovico di Wittelsbach, duca di Baviera, e Federico il Bello, duca
d'Austria; da una parte e dall'altra si combatteva con le armi e con gli
intrighi. Papa Giovanni XXII, pieno delle vecchie idee di supremazia del Papato,
impose ai due rivali di sottoporre al suo giudizio inappellabile i loro diritti;
e quando, vinto il nemico nella battaglia di Muhldorf (1322) e fattolo
prigioniero, Lodovico si proclamò re di Germania, il papa pretese che egli
dovesse andargli a rendere conto della validità della sua nomina. Lodovico IV il
Bavaro si rifiutò, onde il papa s'indusse a scomunicarlo, dichiarandolo decaduto
dal trono e brigando per dargli un successore (1324).
Erano proprio quelli i giorni dell'agitazione e della condanna dei
Fraticelli. L'imperatore si diede ad appoggiare gli eretici e a denunciare
pubblicamente il papa; poi accolse volentieri l'aiuto, che gli giungeva dagli
uomini di lettere, in mezzo ai quali si erano rinnovate in quei giorni le
dispute sulle relazioni tra il Papato e l'Impero.
Marsilio da Padova
(1270-1342), intorno al 1324, cioé nei primi anni della controversia tra
Giovanni XXll e Lodovico, aveva scritto il trattato Defensor pacis, nel quale,
riprendendo in esame i rapporti tra l'Impero e la Chiesa, era giunto a
conclusioni gravissime e spesso in contrasto con le idee della Monarchia
dantesca, che forse di soli dieci anni é anteriore allo scritto di Marsilio.
Dante ha senza dubbio dell'Impero un concetto altissimo; non giunge però mai a
pretendere la soggezione del Papato all'Impero; dell'uno e dell'altro poi
afferma risolutamente la origine divina: Dante si muove ancora entro l'orbita
del pensiero politico-religioso medioevale.
Marsilio da Padova invece procede
molto più avanti; spesso anzi si pone in aperto contrasto col pensiero religioso
del suo tempo, precorrendo di qualche decennio le teorie ereticali di Wycliffe e
di Huss, e accennando motivi polemici che troveranno poi il loro più ampio
sviluppo nella riforma di Lutero e di Calvino. Il Defensor pacis non solo
attacca le pretese di supremazia temporale del Papato, ma nega a questo il
primato spirituale, asserendo che fonte di ogni potere nella Chiesa è il popolo,
di cui l'imperatore è il solo legittimo rappresentante, e affermando in tal modo
la totale dipendenza della Chiesa dall'lmpero.
Mentre Lodovico accoglieva alla sua corte il dotto giurista padovano, il papa
condannava il Defensor pacis (1327). La nuova lotta fra il Papato e l'Impero
trovò alimento nelle condizioni politiche d'Italia. Qui infatti a capo del
partito ghibellino era rimasto a lungo il potente Matteo Visconti, signore di Milano, nominato già da Enrico VII
vicario imperiale. Contro di esso il partito guelfo aveva opposto Roberto
d'Angiò, re di Napoli: a lui il papa, nella vacanza dell'lmpero, si era
affrettato a conferire il titolo di vicario imperiale, asserendo che solo chi
dal papa fosse riconosciuto come tale, poteva portare quel titolo. La guerra,
dichiarata da papa Giovanni XXII a Matteo Visconti, nemico della Chiesa e
scomunicato, era stata condotta con qualche successo dal legato pontificio,
l'energico cardinale Bertrando del Poggetto; ma la morte improvvisa di Matteo
(1322) e l'avvento di Galeazzo Visconti, suo figliò, avevano portato, dopo
alcuni anni di lotta, ad una pace, la quale aveva permesso al legato papale di
attendere a riconquistare lo Stato Pontificio, occupato da innumerevoli
tirannelli.
L'aspro conflitto, sorto fra il papa e Lodovico il Bavaro, riaccese nei
Ghibellini d'ltalia il desiderio di riprendere la lotta: essi chiamarono in
ltalia l'imperatore, il quale, accolto splendidamente da Galeazzo Visconti in
Milano, vi ricevette la corona di re d'Italia dalle mani di Guido Tarlati,
vescovo d'Arezzo, ribelle al papa (1327). Ma poi, fossero le riluttanze dei
Milanesi alle continue richieste di danaro fatte dall'imperatore; fosse la
dubbia condotta di Galeazzo, certo è che Lodovico si rivelò improvvisamente
nemico dei Visconti, e, arrestato Galeazzo, lo fece chiudere nei Forni di Monza,
le orribili carceri che quegli aveva fatto costruire per i suoi nemici.
Lasciato a Milano un vicario imperiale, Lodovico il Bavaro passa in Toscana,
dove s'incontra con un altro potente ghibellino, Castruccio Castracani, signore
di Lucca: con lui l'imperatore assedia e prende Pisa, che gli vuole tagliare la
strada. Ogni resistenza è vinta : ormai non resta che cingere la corona
imperiale in Roma: nel gennaio 1328 Lodovico il Bavaro riceve dalle mani di
Sciarra Colonna, capitano del popolo, il serto imperiale: l'empio
schiaffeggiatore del vecchio Bonifacio VIII si sostituisce al pontefice,
dichiarando di conferire la corona imperiale a Lodovico in nome del popolo di
Roma. Così, secondo le recenti teorie di Marsilio da Padova, si tenta di dare al
Sacro Romano Impero una base popolare, e si crea un'antitesi a tutto il pensiero
politico-religioso del medio evo. In tale eccitazione di animi sbocciano la
ribellione e lo scisma: l'imperatore proclama deposto papa, Giovanni XXII, e,
per compensare del loro appoggio i Fraticelli, nomina antipapa, col nome di
Nicolò V, il loro capo, il minorita abruzzese Pietro da Corvara, uomo di poco conto e male accetto al popolo romano.
La vittoria di Lodovico il Bavaro fu breve: da ogni parte i Guelfi rialzavano
la testa, mentre il partito ghibellino perdeva proprio in quei giorni il suo
maggiore sostegno, Castruccio Castracani. Questi aveva dovuto accorrere da Roma
in Toscana per difendere il suo Stato; ma, dopo brillanti vittorie era morto
improvvisamente (1328), lasciando le sue terre in pieno disordine, mentre il
legato papale Bertrando del Poggetto da Bologna minacciava con le sue forze
tutta la compagine ghibellina. L'imperatore, sentendosi ormai incalzato
dall'esercito di Roberto di Napoli, abbandonò Roma in gran fretta e passò a
Pisa, dove tentò invano di rialzare le sorti del suo partito. Ma l'equivoco
atteggiamento di Azzone Visconti, di Can Grande della Scala e dei Gonzaga di Mantova
gli tolse ogni speranza, per cui, raccolti più soldi che poté con la vendita di
feudi e di titoli, lasciò per sempre l'Italia, abbandonando il suo antipapa alla mercé di Giovanni
XXII e i suoi seguaci alle vendette dei Guelfi (1330).
La
lotta col Papato si trascinò per molti anni ancora, tra un ripetersi continuo di
scomuniche e di guerre civili, finché l'imperatore morì nel 1347,
quando già il papa Clemente VI, uno dei successori di Giovanni XXII, aveva fatto
eleggere Carlo IV di Boemia, della Casa di Lussemburgo.
Il nuovo sovrano era uomo ben diverso dal predecessore: dovendo al papa la
sua elezione, fu a lui fedele, e revocò quanto il Bavaro aveva fatto contro la
Chiesa. S'interessò poco dell'Italia, dove venne nel 1355 per prendere a
Milano la corona ferrea e a Roma la corona imperiale, senza però appoggiare i
signori ghibellini, che molto si apspettavano da lui. Anche Carlo IV partì
dall'Italia carico di soldi, ricevuti da città e da signori in compenso di
privilegi concessi e di titoli venduti.
4. La restaurazione dello Stato Pontificio; Cola di Rienzo; il ritorno dei
papi a Roma (1377).
a) Tentativi di restaurazione dello Stato Pontificio
Tra le aspirazioni
dell'energico papa Giovanni XXII c'era anche la restaurazione dello Stato
Pontificio, allora occupato da molti signorotti. Egli aveva perciò mandato in
Italia il cardinale Bertrando del Poggetto, fornendolo di armati e di danaro
(1319), ed aveva potuto rallegrarsi per le felici operazioni di guerra, con cui il bellicoso
cardinale era riuscito a riconquistare al papa Bologna e la Romagna.
Il buon
successo non fu però duraturo: i Visconti, gli Scaligeri e gli altri maggiori
Ghibellini d'Italia si opposero al legato papale fin quando lo videro riprendere, sfiduciato, la via di Avignone
(1334).
Il sogno del papa crollava. Lo Stato Pontificio non risorgeva. Bologna, caduta sotto la signoria di Taddeo Pepoli, pareva perduta per sempre.
La
Romagna, le Marche, l'Umbria pullulavano di piccole ma nervose Signorie, come
quelle dei Da Polenta a Ravenna, dei Malatesta a Rimini, degli Ordelaffi a
Forlì, dei Manfredi a Faenza, dei Varano a Camerino, mentre per le
desolate campagne del Lazio spadroneggiavano i Colonna, i Caetani, i Savelli, i
Frangipani, gli Orsini; Roma poi era sempre il classico campo di lotta fra le
maggiori famiglie, e giaceva nella miseria e nel disordine.
Questa grande generale anarchia, durata per più di settanta anni (1305-1377),
contribuì a rendere ancor più difficile il ritorno dei papi, i quali, appunto
perché francesi, in generale sentivano poca attrazione per la vita di Roma e
d'Italia, e trovavano perciò una giustificazione di questo loro allontanamento
dalla sede naturale del Papato nella scarsa sicurezza dello Stato Pontificio.
b) L'effimera fortuna di Cola di Rienzo (1347 e 1354)
Proprio in quegli
anni turbinosi emerse a Roma la singolare figura di un popolano, Cola di Rienzo
(= Nicola figlio di Lorenzo). Benché di umilissima origine, egli ebbe una folle
passione per lo studio delle antichità. Fin dalla fanciullezza,
aggirandosi fra i ruderi di Roma, si era riempita la testa con storie degli
antichi Romani e sognava un ritorno ai tempi repubblicani. Erano
queste le vaghe aspirazioni del nascente Rinascimento, ma in Cola di Rienzo
tali idee avevano un più vitale alimento dall'ostilità contro i nobili, nei quali egli vedeva l'antica avidità dei patrizi,
mescolata con la brutale violenza dei signori feudali.
Egli fu dunque con il
popolo contro le grandi famiglie nobili di Roma. Nominato dai papi notaro
della Camera Apostolica, si servì di tale posizione per la propaganda delle sue
idee; nel 1347 con un abile colpo di mano abbatté i nobili, assunse il titolo di
tribuno del popolo, e incominciò a governare Roma ispirandosi alla democrazia,
organizzando l'esercito popolano e amministrando saggiamente la giustizia.
Vi fu un momento in cui la figura di Cola, sullo sfondo poetico dei ricordi
dell'antica Roma, apparve quasi un simbolo di rinascita per tutta l'Italia; onde
parecchi principi approvarono i suoi propositi di restaurazione, e anche il Petrarca ebbe per
lui profonda ammirazione. Disgraziatamente il rapido trionfo tolse il senno
a Cola, il quale si lasciò andare a stranezze e a vanterie indecorose; di esse
approfittarono i nobili che riuscirono a farlo cacciare dalla città dopo appena
pochi mesi di dominio (15 dicembre 1347).
Fuggendo da Roma, Cola di Rienzo si nascose nei pressi della Maiella, da dove
nascostamente si mosse attraverso l'ltalia e le Alpi, per rifugiarsi in Boemia,
presso l'imperatore Carlo IV, il quale lo mandò al papa in Avignone. Là, dopo un
periodo di prigionia e di oscurità, l'intelligente tribuno entrò nelle grazie
del papa Innocenzo VI. Questi, che già aveva inviato in ltalia per la
riconquista dello Stato Pontificio il cardinale Egidio di Albornoz, pensò di
valersi anche dell'opera di Cola nella restaurazione della sovranità papale
nella città eterna. Perciò gli concesse il titolo di senatore, cioè governatore
della città, e lo mandò a Roma (1354).
Erano passati sette anni dalla fuga del
tribuno, ma il popolo non aveva dimenticato quanto egli aveva fatto contro i
nobili. Perciò Cola di Rienzo fu accolto con favore dalla plebe, la quale si
strinse intorno a lui per difenderlo dalle insidie dei grandi. Ma anche questa
volta il tribuno mostrò scarso equilibrio: amante del lusso, si diede da fare
per procurarsi soldi e giunse fino al punto di tassare pesantemente il vino, il sale e le più
comuni derrate. Il popolo, sobillato dai nobili, si ribellò e diede l'assalto al
Campidoglio: Cola di Rienzo tentò di fuggire, travestito da carbonaio; ma,
riconosciuto per i braccialetti d'oro che portava, fu ucciso a furor di popolo
ai piedi del Campidoglio (8 ottobre 1354).
c) Il ritorno dei papi a Roma (1377)
L'opera di restaurazione nello Stato
Pontificio rimase così tutta affidata all'Albornoz, forte figura di guerriero
più che di prelato, di diplomatico più che di ecclesiastico. Egli in breve
abbattè parecchie delle Signorie sorte nella Romagna e nelle Marche, riscattò
dai Visconti la città di Bologna, la difese contro gli assalti di Bernabò
Visconti, l'arricchì di privilegi e di donazioni per il suo famoso Studio,
fondandovi un collegio per gli studenti spagnoli.
Recatosi
nelle Marche, e pacificate quelle regioni, nel 1357 tenne a Fano un Parlamento,
in cui riformò e unificò tutte le leggi dello Stato Pontificio, formandone un
codice, detto Liber Constitutionum Sanctae Matris Ecclesiae, più conosciuto col
nome di Constitutiones Aegidianae, che rimase il fondamento della legislazione
nello Stato della Chiesa fino ai tempi moderni. A Roma riformò la costituzione
comunale, ristabilì l'ordine, cosicché nel 1367 papa Urbano V pensò giunto
il momento di ricondurre a Roma la corte pontificale. Vi arrivò infatti in mezzo
all'esultanza delle popolazioni; lo stesso imperatore Carlo lV venne dalla
Germania per fargli omaggio; ma essendo morto l'Albornoz e rinascendo di
continuo le contese e i disordini in Roma, il papa, dopo appena tre anni
(1367-1370), ritornò ad Avignone.
ll successore, Gregorio XI, cominciò assai male il suo pontificato mandando
in Italia alcuni legati, troppo lontani dall'Albornoz nell'abilità politica: tra
essi ebbe triste fama il cardinale Roberto di Ginevra, che compì orribili stragi
a Cesena. Il pontefice si inimicò anche la città di Firenze che, interdetta e
perseguitata, inalberò contro il papa la bandiera della libertà (guerra degli
Otto Santi). Finalmente ritornata la calma, Gregorio Xl riportò a Roma
definitivamente la sede papale (1377), ponendo termine alla cattività
avignonese.
5. Lo Scisma d'Occidente (1378) e i Concili di Costanza (1414-1418) e di Basilea (1431-1449).
a) Lo Scisma d'Occidente (1378)
Un male, forse ancora più grave della
cattività avignonese, sovrastava in quei giorni alla Chiesa: lo scisma. Morto
Gregorio Xl (1378), Si raccolse, per la elezione del successore, il Sacro
Collegio, composto di sedici cardinali, di cui solo quattro italiani, mentre gli
altri erano quasi tutti francesi.
Allora il popolo romano, che temeva la nomina di un papa francese e il
ritorno della sede pontificia ad Avignone, cominciò a tumultuare sotto le
finestre del conclave, gridando minaccioso : — Romano lo volemo o almanco
italiano! —
I cardinali, per evitare maggiori guai, si piegarono ai clamori del
popolo ed elessero Bartolomeo da Prignano, arcivescovo di Bari, che prese il
nome di Urbano VI (1378). Ma essendo questi assai duro di modi, parecchi
cardinali francesi, cominciarono dopo qualche
settimana a spargere dubbi sulla validità di un'elezione avvenuta sotto
la minaccia del popolo; quindi, fatta tra loro una congiura,., dichiararono
Urbano VI papa illegittimo, e, radunatisi a Fondi, là elessero il noto cardinale
Roberto di Ginevra, prelato assai giovane, mondano e superbo, odiatissimo in
Italia per le crudeltà commesse a Cesena. L'antipapa assunse il nome di Clemente
VII; costretto a rifugiarsi a Napoli, tentò di schiacciare il rivale con l'aiuto
dei suoi Bretoni e della regina Giovanna I, fautrice dello scisma; non
riuscendovi, tornò in Francia, dove aperse gran
corte nel palazzo papale di Avignone (1379).
Così la Chiesa si divise in due parti: il papa di Roma ebbe intorno a sé i
fedeli dell'ltalia centrale e settentrionale, della Germania, della Polonia,
dell'Ungheria, dell'Inghilterra, del Portogallo; l'antipapa di Avignone fu
riconosciuto dalla Francia, dalla Savoia, dall'Aragona, dalla Castiglia e dal
Regno di Napoli. ll prestigio e l'autorità del Papato caddero allora assai in basso; lo si vide nel rapido diffondersi di
alcune eresie, come quella di Giovanni Wycliffe in Inghilterra e più tardi di
Giovanni Huss in Boemia. Lo scandalo per tutta la Chiesa giunse a tal punto, che
eminenti personaggi, laici ed ecclesiastici, credettero di dovere intervenire
per ricondurre la pace religiosa. Nel 1409 si raccolse pertanto a Pisa un
concilio, il quale però, invece di definire la contesa, diede alla cristianità
un terzo papa, eleggendo, senza avere ottenuta la rinunzia degli altri
pontefici, il cardinale Pietro Filargo, greco di origine, arcivescovo di Milano: egli prese il nome di Alessandro V e pose la sua sede a Bologna.
Così la cristianità, anziché in due parti, si divise in tre, poiché i due
papi, che il Concilio di Pisa aveva, di propria autorità, deposti, non
riconobbero come legittime le decisioni conciliari. E non a torto, perché in
quel Concilio, a base di tutto era stata posta una teoria, difesa allora da
parecchi teologi, ma combattuta sempre dai papi, che cioé il Concilio fosse
superiore al pontefice e avesse quindi il diritto di controllarne l'attività e
anche di deporlo: la monarchia assoluta dei papi si sarebbe trasformata così in
una oligarchia.
La sospirata conciliazione, anziché avvicinarsi, sembrava farsi ogni giorno
più lontana, perché ciascuno dei tre papi, per accrescere la propria influenza
eleggeva sempre nuovi cardinali, concedeva ai principi titoli e privilegi,
elargiva alle popolazioni indulgenze e favori. Ad aumentare la confusione del
momento concorsero la morte del mite e pio Alessandro V, l'eletto di Pisa, e la
fulminea elezione del suo successore Giovanni XXIII (1410), prelato intrigante,
mondano, ambiziosissimo, il quale doveva poi essere il più implacabile nemico
della conciliazione e della pace religiosa.
b) Il Concilio di Costanza (1414-1418) e la fine dello Scisma d'Occidente.
Il Concilio di Pisa aveva fatto obbligo al papa Alessandro V di convocare un
Concilio ecumenico per provvedere all'estinzione reale dello scisma e alla
definitiva riforma della Chiesa. Ciò che la morte aveva impedito ad Alessandro
V, fu invece costretto a fare il suo successore, anche perché l'imperatore
Sigismondo glielo impose energicamente. Giovanni XXIII convocò dunque il
Concilio a Costanza, città comoda a tutti i tre i
contendenti e vigilata dallo stesso imperatore (XVI Concilio ecumenico 1414-1418). Il papa di Roma diede il suo consenso; l'antipapa di Avignone
rimase invece sordo ad ogni ragione. Giovanni XXIII, fiducioso di esser lui il
preferito, appoggiò il Concilio; ma quando si accorse delle ostilità che
l'assemblea aveva verso di lui, fuggì da Costanza, disdisse il Concilio e cercò
di sollevare i suoi amici per evitare la catastrofe, che sentiva imminente. Ma
il Concilio, ormai convocato e forte dell'appoggio imperiale, cominciò ad agire
energicamente per ottenere l'abdicazione di tutti tre i papi e per procedere poi
a una definitiva elezione (1415). Il ribelle Giovanni XXIII fu allora inseguito,
arrestato dai cavalieri imperiali e costretto a sottoscrivere la sua rinuncia;
il papa di Roma, il pio Gregorio XII, spontaneamente abdicò; l'antipapa
avignonese, sempre ostile, fu deposto come ribelle. Così, sempre in mezzo a non
lievi difficoltà, il Concilio procedette all'elezione del papa, che fu il
cardinale Ottone Colonna, romano, il quale prese il nome di Martino V (1417) e
fu riconosciuto da tutta la cristianità.
Il Concilio, prima ancora di eleggere il nuovo papa, aveva cominciato una
energica epurazione della Chiesa: le idee dell'inglese Wycliffe, morto fin dal
1384, e del boemo Huss erano state prese in esame e condannate come ereticali;
Giovanni Huss, arrestato a Praga, aveva lasciato la vita sul rogo (1415).
Nominato il pontefice, il Concilio volle proseguire nella riforma della Chiesa,
in capite et in membris (come si diceva allora), cioé dal papa fino agli ultimi
fedeli. Questa riforma, da tanto tempo richiesta, era davvero necessaria, perché
nel lungo periodo dello scisma la moralità dell'alto e del basso clero era
spaventosamente decaduta; il momento scelto per una riforma così grave non parve
però opportuno al nuovo pontefice e a quanti temevano il rinnovarsi di
discordie, foriere di nuovi scismi. Si avverti allora un urto fra Martino V,
deciso a mantenere la propria supremazia spirituale, e il Concilio, risoluto a
voler governare esso la Chiesa e a dirigere il pontefice, secondo la teoria,
condivisa da molti vescovi e dottori, della superiorità del Concilio sul papa.
Martino V evitò ogni dichiarazione di massima e con molta abilità avviò il
Concilio alla chiusura (1418): quello però non si sciolse, se non dopo avere
imposto al papa l'obbligo di convocare nell'anno 1423 un nuovo Concilio a Pavia.
Queste complicate vicende dimostravano che, pur essendo estinto lo scisma,
rimanevano tuttora attive le cause, che potevano da un momento all'altro farlo
rivivere.
c) Il Concilio di Basilea (1431-1449) e la ripresa dello Scisma d'Occidente
Martino V seppe un'altra volta disciogliere il Concilio, convocato nel 1423 a
Pavia, e per parecchi anni riuscì a calmare le pretese degli zelanti,
interessati forse più a rinnovare disordini che a riformare la Chiesa; tuttavia
non poté esimersi dal convocare un nuovo Concilio a Basilea per il 1431. Mentre
cardinali, vescovi, dottori si avviavano a quel consesso, papa Martino V moriva.
Toccò dunque al suo successore, il veneziano Eugenio IV (Gabriele Condulmer), il
grave compito di affrontare un'assemblea, i cui memori più influenti erano a lui
ostili, e convinti della superiorità del Concilio sul papa. Egli si provò a
trasportare il Concilio a Bologna, per vigilarlo meglio, ma dovette desistere
dal suo proposito di fronte alla aperta ribellione dei prelati; e questi
cominciarono a legiferare sulla Chiesa senza fare gran calcolo del papa.
Più tardi però si offerse al pontefice una buona occasione per riprendere
l'idea del trasferimento. Da qualche tempo infatti l'avanzata dei Turchi nella
Tracia minacciava così da vicino Costantinopoli, che l'imperatore d'Oriente,
incapace ormai di difendersi, aveva dovuto ricorrere al papa e a tutta la
cristianità perché si facesse una grande Crociata contro gli infedeli; per
commuovere più facilmente il pontefice, l'imperatore si offriva di compiere
l'unione della Chiesa greca con la latina, vagheggiata da tanto tempo dai papi.
L'affare era di tale importanza, che Eugenio IV volle trattarlo davanti al
Concilio: ma siccome questo si trovava a Basilea, città troppo scomoda
per i plenipotenziari greci giunti appositamente in Italia, il papa ordinò il
trasferimento del Concilio prima a Ferrara, poi a Firenze. Si vide allora come
fosse sempre vivo lo spirito scismatico e ribelle: mentre i più autorevoli fra
i prelati obbedivano al papa, alcuni, non si piegarono,
proclamarono la superiorità del Concilio sul papa, deposero Eugenio IV ed
elessero antipapa Amedeo VIII, duca di Savoia, che prese il nome di Felice V
(1439).
Intanto a Firenze, dove erano convenuti anche l'imperatore d'Oriente,
Giovanni VIII Paleologo, e il patriarca di Costantinopoli, si proclamava
l'unione della Chiesa greca con la romana (1439), unione che praticamente non si
fece mai per l'opposizione degli stessi Greci. Morto poi Eugenio IV (1447), il
successore Nicolò V, accordatosi con l'imperatore Federico III d'Austria, faceva
cacciare a forza da Basilea i pochi prelati, che ancora vi si trovavano a
concilio, mentre Felice V spontaneamente abdicava e si sottometteva al papa (1449). Egli fu
l'ultimo antipapa nella storia del pontificato romano.
Così finiva lo Scisma d'Occidente. Da esso il Papato era uscito
vittorioso, dopo un periodo di crisi, tra i più spaventosi che ricordi la storia
della Chiesa. Ma la riforma, tanto invocata e tanto necessaria, non venne: non
la promosse allora il Papato, che temeva il risorgere delle pretese del
Concilio; non la desiderò, in generale, l'alto clero, distratto ormai dalle
seduzioni del Rinascimento.
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