da Ezio a Odoacre
 

storia antica medioevo storia moderna storia contemporanea novecento biografie monografie scacchi e scuola

           medioevo russo
 

 

Home
Gli Unni
regni romano barbarici
da Ezio a Odoacre
gli Ostrogoti
Impero Bizantino
Longobardi e Bizantini
Islam
Monachesimo
Rinascita Carolingia
Feudalesimo
Monarchie feudali
Sacro Romano Impero Germanico
ripresa anno 1000
Italia XI XII
Le Crociate
I Comuni
I Movimenti religiosi
Comuni e Impero
vita religiosa XII XIII
Svevi e Angioini
tramonto dell' impero
decadenza del papato
signorie e principati
politica di equilibrio

sommario del capitolo

  1. Ezio e Bonifazio
  2. La minaccia degli Unni
  3. I Vandali a Roma
  4. La fine dell'impero
  5. La politica di Odoacre

Ezio e Bonifazio


Bonifazio, tornato in Italia dopo la sconfitta da parte dei Vandali, fu nominato magister utriusque militum ossia capo supremo dell'esercito. Ezio, che aveva liberato Arles dai Visigoti nel 425, aveva domato una rivolta nel Norico, aveva sconfitto i Franchi nella Gallia, geloso di Bonifazio, scese in Italia con un esercito di mercenari Unni.

Scontratosi, nel 432, con Bonifazio, ebbe la peggio, ma il vincitore, ferito in battaglia, morì di lì a poco e il figlio Sebastiano, preso lui il comando dell'esercito, fu sconfittoi.
Galla Placidia nominò Ezio generalissimo e patrizio (433).
Ezio dedicò tutta la sua attività alla restaurazione del prestigio imperiale nella Gallia e, poiché non era possibile scacciarne i barbari che l'avevano invasa, cercò di costringere a onorare i patti quelli che avevano ricevuto terre in qualità di federati.
Si dovette esclusivamente alla sua abilità politica e al suo valor militare se la Gallia non andò interamente perduta.

Ezio ebbe molto da fare: gli Armoricani e i contadini furono domati tra il 435 e il 437; in quest'ultimo anno i Visigoti furono respinti da Narbona e nel 439 si convinsero che era meglio rispettare i patti del 418; i Burgundi nel 435 toccarono una grave disfatta, in cui rimase prigioniero il loro re Gaudecario, e nel 443 ottennero di stabilirsi come federati nella Savoia; i Franchi Salii furono contenuti nelle terre occupate e stipularono anche loro patti con cui ottennero le medesime condizioni dei Visigoti e dei
Burgundi.

Nel febbraio del 435, dietro ispirazione di Ezio, la corte di Ravenna stipulò con Genserico un patto, con il quale si riconoscevano al re barbaro le conquiste fatte, si accettavano i Vandali come federati dell'impero e si considerava il loro capo come governatore di quelle terre africane.
Genserico dal canto suo si obbligava ad assicurare la tranquillità e la difesa dei territori venuti in suo potere e di somministrare frumento ed olio all' Italia, e come garanzia dava in ostaggio il proprio
figlio Unnerico.

La pace coi Vandali non durò che quattro anni. Riavuto il figlio, nell'ottobre del 439 Genserico occupò improvvisamente Cartagine e si impadronì del resto della provincia proconsolare; l'anno seguente, raccolta una numerosa flotta, assalì la Sicilia.
Con la nuova potenza che sorgeva in Africa l'impero d'Occidente e quello d'Oriente vedevano compromesso il loro dominio del Mediterraneo.

Del gravissimo pericolo che li minacciava si resero conto Valentiniano III e Teodosio II; aiuti vennero mandati in Sicilia e furono fatti preparativi per una spedizione in Africa. Genserico riuscì a risolvere la questione mediante trattati: restituì parte della Numidia e la Mauritania, ricevette in compenso la parte della provincia proconsolare dell'Africa che non era stata conquistata, ed ebbe riconosciuta l'indipendenza del suo regno.
La cedevolezza dei due imperatori era giustificata dal sopraggiungere di un nuovo gravissimo pericolo: gli UNNI.

La minaccia degli Unni


Essi avevano costituito un vastissimo impero dal mar Nero al Mare del Nord, e comprendeva gran parte dell'Europa centrale e della Russia avendo assoggettato un gran numero di popoli germanici.

Re degli Unni era ATTILA, succeduto alla zio RUGA, morto nel 434, insieme col fratello BLEDA e rimasto solo sul trono dopo avere, nel 445, fatto uccidere il fratello.

Attila era piccolo, tarchiato, astuto, feroce superstizioso, avido di ricchezze, ma generoso con i suoi uomini. Aveva numerose mogli. Era un grande condottiero e un organizzatore, ma non era riuscito a far diventare uno stato il suo vastissimo impero che teneva insieme con il terrore.

Attila aveva mantenuto buone relazioni con l' impero d'Occidente, sia per l'amicizia che Ezio aveva sempre dimostrato per gli Unni sia perché questi fornivano contingenti considerevoli di milizie mercenarie all'esercito di Valentiniano.

Invece i suoi rapporti con l'oriente non erano sullo stesso livello.
Nel 447, Attila passò il Danubio, devastò la Mesia, la Tracia e parte della Pannonia e costrinse Teodosio a pagargli seimila libbre d'oro e a promettergliene duemila e cento come tributo annuo. Non contento, tornò l'anno seguente a minacciar l'Oriente chiedendo; la Mesia superiore.

Nel 450 Teodosio moriva e gli succedeva MARCIANO, marito di Pulcheria, sorella del morto imperatore.
Marciano era un valoroso soldato e rifiutò il tributo ad Attila. Attila che si mostrava prepotente con i deboli ma non osava competere con gli uomini forti e risoluti, capì che non c'era più niente da fare con l' impero d'Oriente e rivolse le sue mire all'Occidente.

Prima di muovere alla volta dell'Occidente, Attila mandò ambasciatori ai Visigoti e a Valentiniano: ai primi dava il consiglio di passar dalla sua parte, all'imperatore diceva di non marciare contro di lui ma contro i Visigoti.
Tutti quelli che dall'invasione di Attila avevano da temere si unirono contro il comune nemico. Ezio seppe riunire in salda alleanza i Visigoti, i Burgundi, i Franchi Salii e tutte le popolazioni della Gallia.

Nell' inverno del 451 Attila iniziò la marcia verso l'occidente, risalendo il Danubio. Si trascinava dietro un'orda immensa: circa settecentomila tra Unni, Geloni, Bastarni, Alani, Bavaresi, Eruli, Rugi, Svevi,
Gepidi, Ostrogoti.

Attila non attaccò l'Italia, ma proseguì verso la linea del Reno e investi poderosamente la Gallia su un fronte vastissimo. I Burgundi e i Franchi furono sconfitti e messi in fuga, chi rimaneva indietro era ucciso senza pietà.
Scesi sulla Loira, Attila investì la città di Orléans, la quale, resistendo eroicamente per circa due mesi, salvò il resto della Gallia e diede tempo ad EZIO di accorrere contro Attila.

Ezio aveva preso la via delle Alpi occidentali.
Giunto nella Narbonese si unì con i Burgundi, con i Franchi, con i Visigoti di Teodorico e giunse a Orleans il 23 giugno del 451. Attila non attese il nemico e si ritirò. Fu raggiunto nei Campi Catalauni e sconfitto pesantemente.

Due giorni durò il combattimento che fu violentissimo e cruento. Fra i caduti ci fu il prode re Teodorico. Le orde nemiche furono respinte.

Il generalissimo dell'impero non riuscì a sfruttare bene la vittoria. Forse perché colpito dalle gravi perdite subite, con le poche forze rimaste non inseguì gli Unni. Anche perchè Torrismondo
ritornò coi Visigoti nel suo regno e lo stesso fecero probabilmente i Burgundi e i Franchii Salii.
Così Attila, non incalzato, riuscì indisturbato a passare il Reno e ritirarsi nella Pannonia. (ecco perchè poi a Ravenna Ezio fu accusato di tradimento.

La Gallia era stata salvata, Attila era stato sconfitto, ma il suo esercito non era stato distrutto e, disponendo di tante forze, il fiero re degli Unni non poteva non pensare alla riscossa.
L' Italia fu la mèta della nuova guerra che organizzava Attila.

I preparativi degli Unni non atterrirono Ezio. Poiché egli non poteva più contare sull'aiuto dei Visigoti e dei Burgundi, chiese soccorsi di truppe a Marciano, imperatore, e mandò Valentiniano al sicuro a Roma. Ordinò agli scarsi presidii della frontiera orientale dell' Italia di resistere più a
lungo possibile all' invasione e si ritirò con il suo esercito sulla destra del Po per impedire al nemico di scendere nella penisola.
Nella primavera del 452 Attila, passate le Alpi Giulie, entrava in Italia.
Dopo eroica resistenza furono distrutte le città di Aquileia, Concordia e
Altino; gli abitanti si rifugiarono nelle isolette della laguna dove poi sorgerà Venezia.

L' invasione, superate Vicenza, Verona, Brescia, Bergamo e Milano, non si arrestò che a Pavia. La linea del Po non fu passata né i barbari si fermarono a lungo nel territorio invaso. Il merito di avere indotto Attila a ritirarsi fu dallo storico Prospero d'Aquitania attribuito al vescovo di Roma Leone I, il
quale, recatosi con un'ambasceria inviata da Valentiniano al campo di Attila sul Mincio, avrebbe persuaso il fiero barbaro a lasciare l'Italia. Ma i motivi del ritiro di Attila dall'Italia erano tanti.

Le devastazioni avevano prodotta una grave carestia nei paesi invasi, le stragi e il clima, avevano fatto sviluppare una pestilenza tra le orde degli Unni; intanto gli aiuti mandati da Marciano minacciavano gli invasori alle spalle ed Ezio iniziava l'offensiva riportando vari successi sui nemici.
Attila lasciò la Pianura Padana e si ritirò nella Pannonia e nel 453, poco tempo dopo il suo ritorno dall'Italia, morì. Fu trovato esanime nella sua tenda l' indomani delle sue nozze con una bellissima fanciulla di nome Ildico.
Con la morte di Attila si sfasciò l' impero unno.

I Germani sottomessi si ribellarono e sconfissero gli Unni i quali fuggirono verso le foci del Danubio, dove rimasero circa due anni a preparare la riscossa.
Gli Ostrogoti nella Pannonia nel 455 furono assaliti dagli Unni, ma li sconfissero con forti perdite. Parte degli Unni sopravvissuti si stabilirono nella Russia meridionale, parte chiese a Marciano un insediamento nella Scizia e nella Mesia inferiore.

Un anno prima che i figli di Attila fossero battuti dagli Ostrogoti, Ezio periva per mano dell'imperatore. Al pari di Stilicone egli aveva molti nemici alla corte e questi fin dalla vittoria dei Campi Catalauni avevano
cercato di nuocere al generalissimo facendo spargere la voce che Ezio aveva indotto i Visigoti a ritirarsi per permettere una libera ritirata ad Attila e agli Unni di cui era amico.
Ferito da Valentiniano, Ezio fu finito dai cortigiani (21 settembre del 454).

L' imperatore sopravvisse pochi mesi alla morte del suo ministro: il 16 marzo del 455 fu ucciso da due sicari di Petronio Massimo che gli voleva succedere al trono.
L'imperatore di Oriente non riconobbe Petronio e il re dei Vandali Genserico, essendo morti Ezio e
Valentiniano, pensò giunto il momento di affacciarsi in Italia per fare bottino.

I Vandali a Roma


Nel maggio del 455 i Vandali con una numerosa flotta comparvero davanti ad Ostia. La maggior parte degli abitanti cercò la salvezza nella fuga.
Petronio Massimo cercò anche lui di fuggire, ma i suoi stessi cortigiani lo uccisero (31 maggio).
Tre giorni dopo Genserico entrava in Roma.

Genserico abbandonò la metropoli al saccheggio delle sue orde, che durò ben quattordici giorni.
Gli edifici furono rispettati, ma vennero spogliati di tutte quelle ricchezze che Alarico aveva lasciato.
Non ci furono stragi, ma numerosissime persone furono prese come prigionieri e seguirono i Vandali, i quali, saccheggiata anche la Campania, ritornarono in Africa.

I territori africani, che col trattato del 442 erano rimasti all'impero d'Occidente, furono annessi al
regno vandalico.

LA FINE DELL'IMPERO D'OCCIDENTE


Due mesi circa rimase vacante il trono d'occidente, nel luglio del 455 fu data in Gallia la porpora a MARCO MECILIO AVITO, uno dei migliori commilitoni di Ezio e che aveva indotto Teodorico ad unirsi ai Romani nella lotta contro Attila. Dopo la battaglia sui campi Catalauni era stato creato prefetto del pretorio e da Petronio Massimo aveva ripreso il comando di tutte le truppe imperiali della Gallia.
Seguì una lunga serie di lotte tra diversi generali che si dichiaravano imperatori finchè Oreste, già segretario di Attila e da tempo passato al servizio dell'impero, fu nominato magister militum e incaricato di marciare contro i barbari della Gallia. Invece attacò l'imperatore a Ravenna.
ORESTE entrò in Ravenna il 28 agosto del 475; ma non prese la porpora: la diede invece a suo figlio Romolo, ancor giovinetto, il quale, proclamato imperatore il 31 ottobre, fu chiamato per vezzo o per dispregio Augustolo.
Le milizie mercenarie, fin dal tempo di Onorio avevano diritto, per la legge sugli acquartieramenti militari, all'alloggio e al mantenimento. Ogni proprietario doveva mettere a disposizione dei soldati un terzo della sua casa e un terzo del frutto delle sue terre. Ora i soldati chiedevano che invece della terza parte del frutto venisse data la terza parte delle terre stesse.
Oreste non accolse la domanda delle sue milizie e suscitò una ribellione, alla cui testa si mise ODOACRE.

Odoacre

Era questi figlio di Edecone, generale di Attila. Odoacre era giovane, grande di persona e uomo valoroso. Acclamato capo dai mercenari il 23 agosto del 473, egli promise loro il terzo delle terre
richiesto, poi invitò ad arruolarsi sotto le sue insegne tutti i barbari delle regioni danubiane e, in poco tempo, numerose schiere di Sciri suoi connazionali, di Rugi, di Eruli e di Turcilingi accorsero, allettate dalle promesse, ad ingrossare il suo esercito.

Con le truppe che gli erano rimaste fedeli Oreste volle dar battaglia al ribelle, ma, sconfitto a Lodi, andò a chiudersi a Pavia, che fu presa e data alle fiamme da Odoacre. Dopo poco tempo anche Ravenna, difesa dal Fratello di Oreste, Paolo, cadde (4 settembre).
Odoacre spogliò Romolo Augusto dalle insegne regali e lo confinò in un sobborgo di Napoli.
In tal modo, senza scosse violente, tra l'incuria di tutti, finisce l'impero romano d'Occidente.

ODOACRE (476-493)

Politica interna

La politica interna di Odoacre, come già quella degli altri re barbarici, federati dell'impero romano, mirò a mantenere intatte le leggi e le altre istituzioni romane, facendo dell'Italia una specie di vicariato dell'impero d'Oriente.
I principali fatti di tale politica sono:

  • la richiesta del titolo di patrizio romano (vicario imperiale all'imperatore d'Oriente, per poter coonestare di fronte ai vinti Romani il proprio governo. Odoacre mandò a Costantinopoli all'imperatore Zenone le insegne imperiali, dichiarando che non avrebbe mai cinto né corona né porpora, purché gli fosse riconosciuto il titolo di patrizio romano.
  • la distribuzione del terzo delle terre alle milizie barbariche in Italia, con enorme vantaggio per
    l'agricoltura. Infatti l'Italia in quel periodo non aveva braccia a sufficienza per coltivare le sue terre, mentre, in seguito alla distribuzione del terzo delle terre alle milizie barbariche, ritornò in breve tempo feracissima e vero granaio dei paesi circostanti.

Politica estera.

La politica estera di Odoacre mirò a tenere lontani dall'Italia, con guerre e con alleanze, quei popoli barbarici che ne minacciavano i confini. I principali fatti di tale politica sono:

  • la guerra contro i Rugi che avevano occupato il Norico (tra le Alpi e il Danubio) e minacciavano di invadere l'Italia (487). Egli vinse i Rugi, uccidendo il loro stesso re, ma non poté conservare il Norico. Riuscì invece ad ottenere dai Vandali, mediante patti, la Sicilia e la Sardegna; e a stringere alleanza coi Visigoti, con i Borgognoni, ecc.
  • la rottura con l'imperatore Zenone, che vedeva di malocchio l'usurpazione e la crescente potenza di Odoacre. Zenone sospettò Odoacre di avere segretamente aiutato la rivolta di Illo, uno dei più alti dignitari della Corte di Costantinopoli, che si era posto contro l'imperatore, e fu
    ben lieto di accordare a Teodorico, soffocatore della pericolosa rivolta di Illo, il permesso di invadere l'Italia.

 

Inviare a francesco un messaggio di posta elettronica contenente domande o commenti su questo sito Web.
Ultimo aggiornamento: 03-11-08