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sommario del capitolo
- Ezio e Bonifazio
- La minaccia degli Unni
- I Vandali a Roma
- La fine dell'impero
- La politica di Odoacre
Ezio e Bonifazio
Bonifazio, tornato in Italia dopo
la sconfitta da parte dei Vandali, fu nominato magister utriusque militum ossia
capo supremo dell'esercito. Ezio, che aveva liberato Arles dai Visigoti nel
425, aveva domato una rivolta nel Norico, aveva sconfitto i Franchi nella
Gallia, geloso di Bonifazio, scese in Italia con un esercito di mercenari
Unni.
Scontratosi, nel 432, con Bonifazio, ebbe la peggio, ma il vincitore, ferito
in battaglia, morì di lì a poco e il figlio Sebastiano, preso lui il comando
dell'esercito, fu sconfittoi.
Galla
Placidia nominò Ezio generalissimo e patrizio (433).
Ezio dedicò tutta la sua attività alla restaurazione
del prestigio imperiale nella Gallia e, poiché non era possibile scacciarne
i barbari che l'avevano
invasa, cercò di costringere a onorare i
patti quelli che avevano ricevuto terre in qualità di federati.
Si dovette esclusivamente alla sua abilità politica e al suo valor militare
se la Gallia non andò interamente perduta.
Ezio ebbe molto da fare: gli Armoricani e i contadini furono domati
tra il 435 e il 437; in quest'ultimo anno i Visigoti furono respinti da
Narbona e nel 439 si convinsero che era meglio rispettare i patti del 418; i
Burgundi nel 435 toccarono una grave disfatta, in cui rimase prigioniero il
loro re Gaudecario, e nel 443 ottennero di stabilirsi come federati nella
Savoia; i Franchi Salii furono contenuti nelle terre occupate e stipularono
anche loro patti con cui ottennero le medesime condizioni dei Visigoti e dei
Burgundi.
Nel febbraio del 435, dietro ispirazione di Ezio,
la corte di Ravenna stipulò con Genserico un patto, con il
quale si riconoscevano al re barbaro le conquiste fatte, si accettavano i
Vandali come federati dell'impero e si considerava il loro capo come
governatore di quelle terre africane.
Genserico dal canto suo si obbligava ad assicurare la tranquillità e la
difesa dei territori venuti in suo potere e di somministrare frumento ed
olio all' Italia, e come garanzia dava in ostaggio il proprio
figlio Unnerico.
La pace coi Vandali non durò che quattro anni. Riavuto il figlio,
nell'ottobre del 439 Genserico occupò improvvisamente Cartagine e si
impadronì del resto della provincia proconsolare; l'anno seguente, raccolta
una numerosa flotta, assalì la Sicilia.
Con la nuova potenza che sorgeva in Africa l'impero d'Occidente e quello
d'Oriente vedevano compromesso il loro dominio del Mediterraneo.
Del gravissimo pericolo che li minacciava si resero conto Valentiniano III e
Teodosio II; aiuti vennero mandati in Sicilia e furono fatti preparativi per
una spedizione in Africa. Genserico riuscì a risolvere la questione mediante
trattati: restituì parte della Numidia e la Mauritania, ricevette in
compenso la parte della provincia proconsolare dell'Africa che non era stata
conquistata, ed ebbe riconosciuta l'indipendenza del suo regno.
La cedevolezza dei due imperatori
era giustificata dal sopraggiungere di un nuovo gravissimo pericolo: gli UNNI.
La minaccia
degli Unni
Essi avevano costituito un vastissimo impero dal
mar Nero al Mare del Nord, e comprendeva gran parte dell'Europa centrale e
della Russia avendo assoggettato un gran numero di popoli germanici.
Re degli Unni era ATTILA, succeduto alla zio RUGA, morto nel 434, insieme
col fratello BLEDA e rimasto solo sul trono dopo avere, nel 445, fatto
uccidere il fratello.
Attila era
piccolo, tarchiato, astuto, feroce superstizioso, avido di ricchezze, ma
generoso con i suoi uomini. Aveva numerose mogli. Era un grande condottiero
e un organizzatore, ma non era riuscito a far diventare uno stato il suo
vastissimo impero che teneva insieme con il terrore.
Attila aveva mantenuto buone relazioni con l' impero
d'Occidente, sia per l'amicizia che Ezio aveva sempre dimostrato per gli Unni
sia perché questi fornivano contingenti considerevoli di milizie mercenarie
all'esercito di Valentiniano.
Invece i suoi rapporti con
l'oriente non erano sullo stesso livello.
Nel 447, Attila passò il Danubio, devastò la Mesia, la
Tracia e parte della Pannonia e costrinse Teodosio a pagargli seimila libbre
d'oro e a promettergliene duemila e cento come tributo annuo. Non contento,
tornò l'anno seguente a minacciar l'Oriente chiedendo; la Mesia superiore.
Nel 450 Teodosio moriva e
gli succedeva MARCIANO, marito di Pulcheria, sorella del morto imperatore.
Marciano era un valoroso soldato e rifiutò il tributo ad Attila. Attila che si mostrava prepotente
con i deboli ma non osava competere con gli uomini forti e risoluti, capì
che non c'era più niente da fare con l' impero
d'Oriente e rivolse le sue mire all'Occidente.
Prima di muovere alla volta dell'Occidente, Attila mandò ambasciatori ai
Visigoti e a Valentiniano: ai primi dava il consiglio di passar dalla sua
parte, all'imperatore diceva di non marciare contro di lui ma contro i
Visigoti.
Tutti quelli che dall'invasione di Attila avevano da temere si unirono
contro il comune nemico. Ezio seppe riunire in salda alleanza i Visigoti, i
Burgundi, i Franchi Salii e tutte le popolazioni della Gallia.
Nell' inverno del 451 Attila iniziò la marcia verso l'occidente, risalendo
il Danubio. Si trascinava dietro un'orda immensa: circa settecentomila tra Unni, Geloni, Bastarni, Alani, Bavaresi, Eruli, Rugi, Svevi,
Gepidi, Ostrogoti.
Attila non attaccò l'Italia, ma proseguì verso la linea del Reno e investi
poderosamente la Gallia su un fronte vastissimo. I Burgundi e i Franchi
furono sconfitti e messi in fuga, chi rimaneva indietro era ucciso senza
pietà.
Scesi sulla Loira, Attila investì la città di Orléans, la quale,
resistendo eroicamente per circa due mesi, salvò il resto della Gallia e diede tempo ad EZIO di accorrere contro Attila.
Ezio aveva preso la via delle Alpi occidentali.
Giunto nella Narbonese si unì con i Burgundi, con i Franchi, con i Visigoti
di Teodorico e giunse a Orleans il 23 giugno del 451. Attila non attese il
nemico e si ritirò. Fu raggiunto nei Campi Catalauni e sconfitto
pesantemente.
Due giorni durò il combattimento che fu violentissimo e cruento. Fra i
caduti ci fu il prode re Teodorico. Le orde nemiche furono respinte.
Il generalissimo dell'impero non riuscì
a sfruttare bene la vittoria. Forse perché colpito dalle gravi perdite subite, con
le poche forze rimaste non inseguì gli Unni. Anche perchè Torrismondo
ritornò coi Visigoti nel suo regno e lo stesso fecero probabilmente i
Burgundi e i Franchii Salii.
Così Attila, non incalzato, riuscì indisturbato a passare il Reno e
ritirarsi nella Pannonia. (ecco perchè poi a Ravenna Ezio fu accusato di
tradimento.
La Gallia era stata salvata, Attila era stato sconfitto, ma il suo esercito
non era stato distrutto e, disponendo di tante forze, il fiero re degli Unni
non poteva non pensare alla riscossa.
L' Italia fu la mèta della nuova guerra che organizzava Attila.
I preparativi degli Unni non atterrirono Ezio. Poiché egli non poteva più
contare sull'aiuto dei Visigoti e dei Burgundi, chiese soccorsi di truppe a
Marciano, imperatore, e mandò Valentiniano al sicuro a Roma. Ordinò agli
scarsi presidii della frontiera orientale dell' Italia di resistere più a
lungo possibile all' invasione e si ritirò con il suo esercito sulla destra
del Po per impedire al nemico di scendere nella penisola.
Nella primavera del 452 Attila, passate le Alpi Giulie, entrava in Italia.
Dopo eroica resistenza furono distrutte le città di Aquileia, Concordia e
Altino; gli abitanti si rifugiarono nelle isolette della laguna dove
poi sorgerà Venezia.
L' invasione, superate Vicenza, Verona, Brescia, Bergamo e Milano, non si
arrestò che a Pavia. La linea del Po non fu passata né i barbari si fermarono a lungo nel
territorio invaso. Il merito di avere indotto Attila a ritirarsi fu dallo
storico Prospero d'Aquitania attribuito al vescovo di Roma Leone I, il
quale, recatosi con un'ambasceria inviata da Valentiniano al campo di Attila
sul Mincio, avrebbe persuaso il fiero barbaro a lasciare l'Italia. Ma i
motivi del ritiro di Attila dall'Italia erano tanti.
Le devastazioni avevano prodotta una grave carestia nei paesi invasi, le
stragi e il clima, avevano fatto sviluppare una pestilenza tra le orde degli
Unni; intanto gli aiuti mandati da Marciano minacciavano gli invasori
alle spalle ed Ezio iniziava l'offensiva riportando vari successi sui
nemici.
Attila lasciò la Pianura Padana e si ritirò nella Pannonia e nel 453, poco
tempo dopo il suo ritorno dall'Italia, morì. Fu trovato esanime nella sua
tenda l' indomani delle sue nozze con una bellissima fanciulla di nome
Ildico.
Con la morte di Attila si sfasciò l' impero unno.
I Germani sottomessi si
ribellarono e sconfissero gli Unni i quali fuggirono verso le foci del Danubio, dove rimasero circa
due anni a preparare la riscossa.
Gli Ostrogoti nella Pannonia nel 455 furono assaliti dagli Unni, ma li sconfissero con forti
perdite. Parte degli Unni sopravvissuti si stabilirono nella Russia
meridionale, parte chiese a Marciano un insediamento nella Scizia e nella
Mesia inferiore.
Un anno prima che i figli di Attila fossero battuti dagli Ostrogoti, Ezio
periva per mano dell'imperatore. Al pari di Stilicone egli aveva molti
nemici alla corte e questi fin dalla vittoria dei Campi Catalauni avevano
cercato di nuocere al generalissimo facendo spargere la voce che Ezio aveva
indotto i Visigoti a ritirarsi per permettere una libera ritirata ad Attila
e agli Unni di cui era amico.
Ferito da Valentiniano, Ezio fu finito dai cortigiani (21 settembre del
454).
L' imperatore sopravvisse pochi mesi alla morte del suo ministro: il 16
marzo del 455 fu ucciso da due sicari di Petronio Massimo che gli voleva
succedere al trono.
L'imperatore di Oriente non
riconobbe Petronio e il re dei Vandali Genserico, essendo morti Ezio e
Valentiniano, pensò giunto il momento di affacciarsi in Italia per fare
bottino.
I Vandali a Roma
Nel maggio del 455 i Vandali con una numerosa flotta comparvero
davanti ad Ostia. La maggior parte degli abitanti cercò la salvezza nella fuga.
Petronio Massimo cercò anche lui di fuggire, ma i suoi stessi cortigiani lo
uccisero (31 maggio).
Tre giorni dopo Genserico entrava in Roma.
Genserico abbandonò la metropoli al saccheggio delle sue orde, che durò ben
quattordici giorni.
Gli edifici furono rispettati, ma vennero spogliati di tutte quelle
ricchezze che Alarico aveva lasciato.
Non ci furono stragi, ma numerosissime persone furono prese come prigionieri
e seguirono i Vandali, i quali, saccheggiata anche la Campania, ritornarono
in Africa.
I territori africani, che
col trattato del 442 erano rimasti all'impero d'Occidente, furono annessi al
regno vandalico.
LA FINE DELL'IMPERO D'OCCIDENTE
Due mesi circa rimase vacante il trono d'occidente, nel luglio del 455 fu data in Gallia
la porpora a MARCO MECILIO AVITO, uno dei migliori commilitoni di Ezio e che
aveva indotto Teodorico ad unirsi ai Romani nella lotta contro Attila. Dopo
la battaglia sui campi Catalauni era stato creato prefetto del pretorio e da
Petronio Massimo aveva ripreso il comando di tutte le truppe imperiali della
Gallia.
Seguì una lunga serie di lotte tra diversi generali che si dichiaravano
imperatori finchè Oreste, già segretario di Attila e da tempo passato al
servizio dell'impero, fu nominato magister militum e incaricato di marciare
contro i barbari della Gallia. Invece attacò l'imperatore a Ravenna.
ORESTE entrò in Ravenna il 28 agosto del 475; ma non prese la porpora: la
diede invece a suo figlio Romolo, ancor giovinetto, il quale, proclamato
imperatore il 31 ottobre, fu chiamato per vezzo o per dispregio Augustolo.
Le milizie mercenarie, fin dal tempo di Onorio avevano diritto, per la legge sugli
acquartieramenti militari, all'alloggio e al mantenimento. Ogni
proprietario doveva mettere a disposizione dei soldati un terzo della sua
casa e un
terzo del frutto delle sue terre. Ora i soldati chiedevano che invece della terza parte
del frutto venisse data la terza parte delle terre stesse.
Oreste non accolse la domanda delle sue milizie e suscitò una ribellione,
alla cui testa si mise ODOACRE.
Odoacre
Era questi figlio di Edecone, generale di Attila.
Odoacre era giovane, grande di persona e uomo valoroso. Acclamato capo dai
mercenari il 23 agosto del 473, egli promise loro il terzo delle terre
richiesto, poi invitò ad arruolarsi sotto le sue insegne tutti i barbari
delle regioni danubiane e, in poco tempo, numerose schiere di Sciri suoi
connazionali, di Rugi, di Eruli e di Turcilingi accorsero, allettate dalle
promesse, ad ingrossare il suo esercito.
Con le truppe che gli erano rimaste fedeli Oreste volle dar battaglia al
ribelle, ma, sconfitto a Lodi, andò a chiudersi a Pavia, che fu presa e data
alle fiamme da Odoacre. Dopo poco tempo anche Ravenna, difesa dal Fratello
di Oreste, Paolo, cadde (4 settembre).
Odoacre spogliò Romolo Augusto dalle
insegne regali e lo confinò in un sobborgo di Napoli.
In tal modo, senza scosse violente, tra l'incuria di
tutti, finisce l'impero romano d'Occidente.
ODOACRE (476-493)
Politica interna
La politica interna di Odoacre,
come già quella degli altri re barbarici, federati dell'impero
romano, mirò a mantenere intatte le leggi e le altre istituzioni
romane, facendo dell'Italia una specie di vicariato dell'impero
d'Oriente.
I principali fatti di tale politica sono:
- la richiesta del titolo di patrizio romano (vicario
imperiale all'imperatore d'Oriente, per poter coonestare di
fronte ai vinti Romani il proprio governo. Odoacre mandò a
Costantinopoli all'imperatore Zenone le insegne imperiali,
dichiarando che non avrebbe mai cinto né corona né porpora,
purché gli fosse riconosciuto il titolo di patrizio romano.
- la distribuzione del terzo delle terre alle milizie
barbariche in Italia, con enorme vantaggio per
l'agricoltura. Infatti l'Italia in quel periodo non aveva
braccia a sufficienza per coltivare le sue terre, mentre, in
seguito alla distribuzione del terzo delle terre alle
milizie barbariche, ritornò in breve tempo feracissima e
vero granaio dei paesi circostanti.
Politica estera.
La politica estera di Odoacre mirò
a tenere lontani dall'Italia, con guerre e con alleanze, quei
popoli barbarici che ne minacciavano i confini. I principali fatti di tale politica sono:
- la guerra contro i Rugi che avevano occupato il Norico
(tra le Alpi e il Danubio) e minacciavano di invadere
l'Italia (487). Egli vinse i Rugi, uccidendo il loro stesso
re, ma non poté conservare il Norico. Riuscì invece ad
ottenere dai Vandali, mediante patti, la Sicilia e la
Sardegna; e a stringere alleanza coi Visigoti, con i
Borgognoni, ecc.
- la rottura con l'imperatore Zenone, che vedeva di
malocchio l'usurpazione e la crescente potenza di Odoacre. Zenone sospettò Odoacre di avere segretamente aiutato la
rivolta di Illo, uno dei più alti dignitari della Corte di
Costantinopoli, che si era posto contro l'imperatore, e fu
ben lieto di accordare a Teodorico, soffocatore della
pericolosa rivolta di Illo, il permesso di invadere
l'Italia.
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