Federico II
(1215-1250)
Mentre in
Spagna, Francia e
Inghilterra andava in porto
lentamente un processo di
unificazione, il regno
dell'Italia Meridionale
acquisiva nuovo splendore
per l'azione di Federico II.
Nipote di Federico Barbarossa, figlio
dell'imperatore Enrico VI e
di Costanza d'Altavilla,
erede dei re normanni,
nacque il 26 dicembre 1194.
A quattro anni divenne
orfano e fu affidato alla
tutela del papa Innocenzo
III. Nel 1212, a 18 anni, fu
nominato re dei romani col
sostegno del papa. I
principi tedeschi
abbandonarono in suo favore
il partito di Ottone IV di Brunswick dopo la sconfitta
di costui a Bouvinnes nel 1214;
Federico,
approfittando della
debolezza del papa Onorio III, si fece incoronare
imperatore nel 1220.
Dunque il nostro Federico II
diviene imperatore a 26
anni.
E' una
delle personalità più
complesse e contraddittorie
della storia.
E'' fastoso, curioso,
razionale, affascinato dal
mondo orientale (sarà buon
amico del sultano d'Egitto
Al Kamil, figlio del
Saladino; da lui
riacquisterà Gerusalemme nel
1228).
Egli è soprattutto un
sovrano mediterraneo, nel
quale alcuni storici hanno
visto un precursore del
Rinascimento. E' ricordato
per la sua fortissima
personalità che lo rese uno
dei sovrani più originali
della storia. Malgrado
l'educazione ricevuta egli fu un
avversario accanito del
papato.
Diede
prova di una certa
indifferenza in materia
religiosa, cosa che non gli
impedì la persecuzione
degli eretici, ma lo spinse
alla tolleranza nei
confronti dei giudei e dei
musulmani. Era un uomo
privo di scrupoli e avido di
conoscenze. Egli fece della
Sicilia il suo centro di
gravità e trascurò la
Germania. Volendo
estendere il suo potere su
tutta la penisola Federico II divenne nemico mortale
del Papa e dei liberi comuni
del Nord Italia.
Malgrado abbia speso gran
parte della sua vita a
combattere aspramente contro
i suoi nemici, trovò
ugualmente il tempo per
rianimare la scuola di
medicina salernitana, di
fondare l'università di
Napoli, di circondarsi di
dotti e scienziati.
Innocenzo III prima di
morire si era fatto
promettere da Federico che
avrebbe tenute separate la
corona di Sicilia (vassalla
della Chiesa di Roma) dalla
corona imperiale.
Il successore di Innocenzo
III, Onorio III, si occupava
più di cose ecclesiastiche
che di politica. Federico
prima mise ordine in
Germania riunificandola e
cancellando le tracce della
lunga lotta tra Guelfi e
Ghibellini (1215-1220),
quindi tornato in Italia, si
fece incoronare imperatore
dietro la promessa di
guidare personalmente una
nuova Crociata.
Insediatosi in Sicilia domò
con molta energia le
turbolenze della nobiltà
locale abbattendone i
castelli, tolse ogni
autonomia alle città, domò i
Saraceni dell'interno della
Sicilia che si abbandonavano
ad ogni sorta di violenza e
li concentrò nella città di
Lucera, in Puglia,
trasformandoli in
fedelissimi mercenari.
Infine ruppe il monopolio
del commercio marittimo
esercitato da Pisa, Genova e
Venezia.
Federico e i Comuni
Ormai da tempo l'impero
aveva cessato ogni effettiva
autorità sui comuni
dell'Italia
centro-settentrionale.
Federico, avendo ormai in
pugno l'Italia Meridionale
volse ad essi la sua
attenzione suscitando la
durissima opposizione del
papa e dei liberi comuni.
In Francia e in Inghilterra
le borghesie cittadine si
erano strette attorno agli
interessi dei loro sovrani
contro la nobiltà feudale.
In Italia, invece, i i comuni
si erano sviluppati
liberamente dopo la morte di
Enrico VI e non sembravano
disposti a riconoscere il
potere imperiale.
Anche in Italia la lotta tra
Guelfi e Ghibellini aveva
lasciato strascichi e
divisioni. A partire dalle
Crociate il commercio e la
produzione industriale delle
città italiane erano molto
cresciuti; lana, seta,
metalli, cuoio avevano reso
Lucca, Siena, Milano,
Treviso, Verona, Asti centri
d'importanza europea.
Avendo a disposizione una
grande quantità di denaro
liquido i comuni del centro
nord avevano sviluppato una
notevole attività bancaria
approfittando del bisogno di
soldi delle monarchie del
XIII secolo. In Inghilterra
la parola "lombardo" era
diventato sinonimo di
banchiere e ancora oggi "Lombard
street" è una delle più
importanti vie del quartiere
degli affari di Londra.
Artigiani, mercanti,
banchieri, notai
costituivano un forte nucleo
di popolazione di estrazione
non aristocratica e
disponevano di un
formidabile strumento di
lotta politica e militare:
le ARTI.
Le Arti raggruppavano i
padroni delle botteghe e dei
cambi di commercio. Tutti
gli aderenti di un'arte si
sorreggevano reciprocamente
e si difendevano anche con
le armi se necessario.
In ogni comune la nobiltà
cominciava ad essere
esautorata dal popolo.
Accanto al Comune dei nobili
(Commune maius o Commune
militum) col suo Podestà,
sorgeva un comune del Popolo
(Commune minus o Commune
peditum) con un suo Capitano
del Popolo.
Più tardi la borghesia delle
Arti diventò sempre più
ricca e potente tanto da
sostituire al potere gli
aristocratici attraverso le
Arti o attraverso la
dittatura di qualche
Signore.
Nella lotta tra fazioni per
il potere politico
dichiararsi Guelfi o
Ghibellini era un mezzo per
avere al proprio fianco
l'aiuto della casa Sveva o
quello dei suoi nemici.
Ma la lotta non era solo
all'interno di ogni singolo
Comune: essa si estendeva ai
comuni rivali nelle attività
commerciali e industriali;
anche queste continue guerre
si ammantavano dell'adesione
al partito guelfo o a quello
ghibellino.
Federico II progettava di
ridurre questo turbolento
mondo comunale
all'accettazione dell'ordine
monarchico, così come aveva
fatto nel Meridione
d'Italia. Probabilmente ci
sarebbe riuscito senza la
mortale ostilità della
Chiesa. Egli convocò una
Dieta dei signori feudali da
tenersi a Verona nel 1226.
La vecchia Lega Lombarda dei
tempi del Barbarossa si
ricostituì come Lega di San
Zenone. Non si arrivò ad uno
scontro aperto grazie alla
mediazione di Onorio III che
voleva l'appoggio di
Federico nella lotta contro
le eresie.
Federico e le Crociate
Federico non spinse a fondo
lo scontro con i comuni
perché era tutto occupato a
riorganizzare il regno di
Sicilia. Lo scontro divenne
inevitabile quando salì al
soglio pontificio Gregorio IX (1227-41) il quale
pretese immediatamente che
L'imperatore organizzasse
una sesta Crociata.
La IV Crociata era stata
deviata contro
Costantinopoli dagli
interessi di Venezia.
La V Crociata era stata
deviata contro l'Egitto (che
si era impadronito del
commercio con l'Oriente a
danno delle città marinare
italiane) e si era conclusa
con un disastro (1221).
Il Papato voleva riscattare
questi insuccessi
organizzando una nuova
spedizione più aderente agli
scopi per i quali le
Crociate erano state bandite
inizialmente. Federico,
però, non riteneva opportuno
allontanarsi dalla Sicilia
proprio quando c'era più
bisogno di lui per
completare l'organizzazione
del regno. Il papa, dal
canto suo cercava un
pretesto per entrare in
conflitto con l'imperatore.
Un'epidemia scoppiata in
Puglia fra le truppe
ammassate per la partenza
indussero Federico a
rimandare la partenza;
Gregorio IX fece scattare la
scomunica contro di lui
(1227). Federico allora
partì per la Crociata, ma si
impegnò in una trattativa
diplomatica con il sultano
d'Egitto il quale cedette ai
cristiani Gerusalemme,
Nazaret e altri luoghi sacri
(1229).
Il papa non accettava una
Crociata condotta da un
sovrano scomunicato e
portata avanti mediante
accordi diplomatici;
raccolse un esercito per
invadere l'Italia
Meridionale in assenza di
Federico, ma questi,
imbarcatosi rapidamente
appena conclusi gli accordi
con il sultano, affrontò
l'esercito papale e
costrinse il suo avversario
all'accordo di Ceprano del
1230.
Successi e cadute
Disfattosi momentaneamente
della minaccia papale
Federico si rituffò
nell'organizzazione del
proprio stato servendosi
anche di collaboratori di
grande valore come Taddeo di
Sessa e Pier delle Vigne.
Nel 1231 emanò le
"Costituzioni di Melfi" (o
Liber Augustalis) desunte
dal Corpus Iuris di
Giustiniano e dalla
tradizione giuridica del
regno normanno. Dalle
Costituzioni viene fuori uno
stato assoluto, accentrato,
burocraticamente
organizzato. I poteri
legislativo, esecutivo e
giudiziario sono esercitati
direttamente dal sovrano per
mezzo di suoi funzionari e
non più per mezzo dei
feudatari.
Tutta la vita dello stato è
regolata in maniera
omogenea, anche l'economia e
le professioni sono
regolamentate da precise
normative valide per tutti e
in tutti i luoghi del regno.
Per portare a termine il suo
immane compito Federico
aveva bisogno di forza
militare e di tanti soldi.
Costituì un potente esercito
prevalentemente mercenario
mediante il quale si
sottrasse alla necessità di
dipendere dai feudatari, per
soddisfare la necessità
delle casse statali
riorganizzò in maniera
efficiente l'aparato fiscale
e finanziario, impose nuove
tasse, introdusse il
monopolio statale su alcuni
generi di lusso.
Sistemate le cose in Italia
Meridionale Federico pensava
di riorganizzare allo stesso
modo anche l'Italia
Centro-Settentrionale, ma
l'assolutismo imperiale si
scontrava con la maggior
parte dei comuni della Valle
Padana. Questa volta, però,
Federico aveva dalla sua un
esercito molto potente,
organizzato e fedele, oltre
che un forte schieramento di
alleati come Pisa con la sua
flotta navale, Ezzelino da
Romano (signore di Treviso,
Padova, Verona e Vicenza).
L'esercito imperiale
sbaragliò i comuni ribelli a
Cortenuova (1237)
impadronendosi perfino del
carroccio mandato
solennemente in Campidoglio.
Naturalmente la vittoria di
Cortenuova fece risorgere nel
papato la paura di un nuovo
assoggettamento
all'imperatore. Federico
capiva che la lotta è solo
all'inizio, quindi scrisse a
tutti i maggiori sovrani
d'Europa presentando la
vittoria di Cortenuova come
la vittoria della monarchia
contro la ribellione e il
caos: tentava in tal modo di
assicurarsi la loro
neutralità.
Ma non solo Federico tesseva
le sue tele, altrettanto
faceva Gregorio IX il quale
sosteneva Milano e Brescia,
ancora in lotta contro
l'imperatore, e convinceva
Venezia e Genova ad allearsi
contro il regno di Sicilia.
Traendo pretesto dal
conferimento a Enzo, figlio
naturale di Federico, della
corona di Sardegna sulla
quale la chiesa vantava
diritti di alta sovranità,
il papa lanciò una nuova
scomunica contro Federico,
sciogliendo i sudditi dal
vincolo dell'obbedienza.
In risposta alla scomunica
l'imperatore invase lo stato
della chiesa, occupò Ancona
e Spoleto, assoggettò i
territori conquistati
dell'Italia settentrionale
al regime assolutistico del
regno di Sicilia, infine
impedì la realizzazione di
un Concilio indetto per il
1241 allo scopo di deporre
l'Imperatore: Federico
proibì al clero dei suoi
territori di partecipare e
fece catturare dai Pisani le
navi genovesi che
trasportavano i prelati
diretti a Roma.
Contemporaneamente attaccava
il papato anche sul piano
religioso criticandone la
mondanità e il fasto e
proteggendo i frati
francescani. Continuava
anche l'opera diplomatica
nei confronti delle
monarchie europee
incitandole ad un fronte
comune contro l'autorità
papale.
Morto Gregorio IX nel 1241,
gli succede Celestino IV per
poche settimane. Il soglio
di San Pietro rimase vacante
fino al al 1243 quando fu
eletto Sinibaldo
Fieschi con il nome di
Innocenzo IV (1243-1254).
Federico cercò
immediatamente un accordo
con il nuovo papa, ma
quest'ultimo, non essendo
riuscito ad imporre
all'imperatore la
sottomissione alle direttive
ecclesiali, scappò in
Francia a Lione dove indisse
un Concilio che condannò
Federico come eretico e lo
proclamò decaduto dal regno.
In Germania diversi principi
ecclesiastici si staccarono
dall'imperatore per
spostarsi nel campo
avversario.
Federico era comunque ancora
molto forte: in Germania
aveva l'appoggio delle città
che in lui vedevano un
appoggio contro la nobiltà,
in Italia aveva l'appoggio
del suo regno e di Ezzelino
da Romano; progettò una
spedizione contro la
Francia, ma giunto ai piedi
delle Alpi ricevette la
notizia della caduta di
Parma in mani guelfe. Tornò
indietro, ma da quel momento
una serie di sciagure diede
inizio alla parabola
discendente di quest'uomo
definito dai contemporanei
"stupor mundi".
Nel 1248 una sortita
vittoriosa dei parmigiani
assediati sbaragliò
l'esercito imperiale. L'anno
seguente un esercito
bolognese alla battaglia
della Fossalta catturava
Enzo, re di Sardegna, tenuto
poi chiuso in un palazzo
della città fino alla sua
morte. Ma Federico non
demordeva. Ezzelino da
Romano e Tomaso di Savoia,
suoi alleati, ottenevano
diverse vittorie, l'Italia
Centrale si manteneva in
massima parte fedele.
Preparativi militari e
finanziari per una nuova
spedizione stavano per
essere portati a buon fine,
Innocenzo IV cominciava a
non sentirsi più tanto
sicuro a Lione e progettava
di spostarsi a Bordeaux
quando un male improvviso
troncava la vita
dell'Imperatore nel 1250 nel
castello di Fiorentino in
Puglia.
Il
regno di Federico II
Tra Federico e i suoi
sudditi non c'erano
diaframmi. I baroni erano
stati ridotti all'obbedienza
e i loro privilegi aboliti.
Pedggi e balzelli erano
dovuti solo e direttamente
al sovrano. Il suo regno era
monolitico, accentrato,
pianificato.
Federico aveva vaste
cognizioni di agronomia e di
botanica, selezionava le
sementi e progettava canali
d'irrigazione, promuoveva
bonifiche.
Fece progredire
l'agricoltura sia
quantitativamente che in
qualità. Voleva che tutta la
terra fosse coltivata, chi
trascurava i suoi campi ne
era spogliato in favore di
un vicino.
Sviluppò il commercio e
cercò dappertutto sbocchi ai
prodotti del proprio regno.
Incoraggiò gli scambi con
tutto il Mediterraneo, aprì
fondachi, allestì fiere,
inviò consoli; i suoi
mercanti si spinsero fino in
India. Mai come sotto di lui
il Sud d'Italia fu più
prospero e potente.
Le "Costituzioni di Melfi"
diedero alla Sicilia una
legislazione ordinata e
unitaria. I poteri erano
concentrati nelle mani del
sovrano che li esercitava
mediante i suoi funzionari.
La religione ufficiale era
quella cattolica, l'eresia
era considerata un delitto.
Era molto tollerante con
musulmani ed ebrei, ma i
primi venivano esclusi dalla
vita pubblica mentre i
secondi dovevano vestire e
abbigliarsi in modo da
essere riconoscibili. Gli
ebrei erano liberi di
esercitare l'usura, ad essi
era affidato l'appalto del
monopolio della seta e delle
tintorie.
Secolarizzò
l'amministrazione delle
città cacciandone i preti.
Fondò l'università di Napoli
che fu la culla della nuova
classe dirigente laica.
L'Ateneo napoletano fu un
vivaio di funzionari,
magistrati, giuristi, un
faro di cultura non più
imbrigliata nel dogma. A
Napoli insegnarono Roffredo
di Benevento e Pietro
d'Irlanda e vi studiò
Tommaso d'Aquino.
Federico era un despota che
non ne aveva l'aspetto. La
sua corte pullulava di
odalische, buffoni,
musicisti, paggi.
Amava il lusso e gli animali
esotici, aveva un debole per
pavoni, pappagalli e falconi
ai quali dedicò un libro che
divenne molto famoso nel
medioevo: "De arte venandi".
A Palermo, a Foggia a Lucera
riunì il meglio della
cultura islamica ed europea.
Vennero i provenzali
Sordello, Folquet de Romans,
Aimeric de Peguilan, Jacopo
da Lentini, Guido delle
Colonne. Alla sua corte
diede i primi vagiti il
volgare italiano.
Era un brillante
conversatore e un buon
poeta, apprezzato anche da
Dante.
Frequentava filosofi ebrei,
scienziati spagnoli,
matematici siriani. Studiava
gli uccelli, gli alberi, le
pietre. Anche la medicina e
l'anatomia lo
appassionavano. Sezionava i
cadaveri e ne studiava le
viscere. Era anche un
esperto veterinario.
Solo verso la fine della sua
vita divenne sospettoso e
sanguinario. Quando Enzo
cadde prigioniero dei
Bolognesi il colpo per lui
fu terribile e il suo medico
personale cercò di
avvelenarlo approfittando
della sua prostrazione.
Sembra che anche Pier delle
Vigne abbia tramato contro
di lui. Piero forse vide
persa la partita imperiale e
si accordò segretamente col
papa. Federico fece accecare
Piero e questi spronò il
mulo sul quale lo avevano
issato, per trasferirlo dal
carcere di san Miniato a
quello di Pisa, e si
sfracellò contro uno
scoglio.
Poco prima di morire era
stanco e deluso. Le
operazioni militari erano
affidate a Manfredi e ad
Ezzelino da Romano, la
Germania al figlio Corrado.
La sua figura anticipa
quelle dei principi e degli
intellettuali del
Rinascimento.
|