Giordano Bruno

24-09-09

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GIORDANO BRUNO

Giordano Bruno nacque a Nola da Giovanni Bruno, soldato, e da Fraulissa Savolino nel 1548.  Entrò a quindici anni nell'ordine dei domenicani. Trascorse 13 anni nel convento di San Domenico in Napoli.

Dotato di memoria prodigiosa, si applicò nel campo della filosofia, attratto soprattutto dalle idee appena riscoperte di Platone e di Ermete Trismegisto.

In quel periodo esprimeva ai novizi molti dubbi sui dogmi fondamentali della Chiesa.

Nel 1576 fu iniziato contro di lui un procedimento per eresia. Bruno si rifugiò a Roma, nel convento della Minerva, ma il Generale dell'Ordine lo accusò di 130 proposizioni eretiche. Fuggì a Genova e vi rimase tre giorni soltanto, quindi si trasferì a Noli, dove insegnò grammatica ed astronomia.

Dopo un certo periodo passò a Venezia e quindi a Ginevra. Abbandonò la tonaca e cominciò a scrivere sia contro i dogmi della chiesa sia contro la sua corruzione.

Sperava di trovare un ambiente favorevole a Ginevra; entrò in contatto con molti calvinisti italiani, si guadagnò faticosamente la vita come correttore di bozze, visse in mezzo alle delusioni e agli scoramenti.

A causa dei suoi disaccordi con Antonio De La Faje, professore di filosofia al collegio calvinista, fu sottoposto a procedimento disciplinare e costretto alla confessione pubblica dei propri errori. A quel punto si trasferì in Francia, si fermò a Tolosa dove acquisì il dottorato di filosofia e ottenne una cattedra all'università. Dopo due anni, a causa dei suoi dissensi con gli intellettuali del luogo, dovuti alle sue posizioni antidogmatiche e antiaristoteliche, si trasferì a Parigi, dove pubblicò il suo primo scritto filosofico: "De umbris idearum", dedicato ad Enrico III.

Ricevette una cattedra, che mantenne per poco tempo.

In Francia pubblicò diverse opere. Difese le teorie di Copernico. Nell'Infinito sostenne che le stelle, che vediamo di notte sono simili al nostro Sole, che l'universo è infinito e contiene un numero infinito di mondi abitati da esseri intelligenti.

Nel 1583 si trasferì a Londra dove rimase per tre anni, trascorsi tra conferenze e insegnamento a Oxford.

A Londra pubblicò i "Dialoghi Italiani" ecominciò la composizionedel poema "De Immenso". In contrasto con la cultura ufficiale, che gli proibì le lezioni sull'immortalità dell'anima e sul sistema copernicano, nel 1585 tornò a Parigi dove pubblicò i dialoghi "Arbor Philosophorum" e "Figuratio Aristotelici phisici auditus", in cui egli riportava alcune tesi del matematico salernitano Fabrizio Mordente, sul modo di misurare con precisione la terra.

A causa dell'intolleranza degli ambienti aristotelici dovette nuovamente allontanarsi e si recò in Germania, con brevi soggiorni a Wittemberg, Helmstadt, Francoforte sul Meno e a Praga. Nel 1590 elaborava e pubblicava a Francoforte il "De Monade, Numero et Figura", il "De triplici minimo et mensura" e il "De innumerabilibus, immenso et infigurabili", il "De lampade combinatoria Lulliana" e centosessanta tesi contro i matematici e filosofi del tempo.

Mancano notizie attendibili del periodo che seguì la sua partenza da Francoforte.

In Italia, a Padova, fu perseguitato dal clero e costretto a spostarsi a Venezia, chiamato dal nobile Giovanni Mocenigo che chiedeva lezioni di mnemonica e geometria. Poco dopo Mocenigo lo denunciava al Sant'Uffizio, il quale lo accusava di numerose eresie, e in particolare la negazione che nell'ostia sia presente il corpo di Cristo, la negazione della Trinità, l'affermazione che l'universo è eterno, l'affermazione dell'esistenza di infiniti mondi.

Dopo un processo lungo e vergognoso fu condannato all'estradizione e consegnato nelle mani del Tribunale ecclesiastico di Roma. Siamo nel 1593. Egli di fronte ai giudici che chiedevano la condanna da parte sua di tutte le sue idee egli difese queste ultime il diritto dell'uomo ad avere un libero pensiero.

Fu condannato a morte l'otto febbraio del 1600. La condanna avrebbe dovuto essere eseguita entro 24 ore, ma fu ritardata fino al 17 nel vano tentativo di far recedere il filosofo dalle sue convinzioni.

Tutto fu inutile. Fu portata a Campo dei Fiori, spogliato, legato a un palo e arso vivo. Le sue ceneri furono disperse al vento.

Si è spesso sostenuto che Bruno sia stato bruciato per via della sua adesione alla teoria di Copernico, ma ciò non può essere affermato con certezza, poiché le sue idee in campo teologico erano sufficientemente eterodosse per una condanna da parte della Chiesa del suo tempo.

lLa parte che segue è stata tratta da Wikipedia

La Cosmologia

Giordano Bruno pose le basi filosofiche della Rivoluzione astronomica. Rifacendosi a Nicola Cusano, ma sostenendo con più decisione di costui l'infinità dell'universo, Bruno argomenta che l'universo è infinito proprio perché in esso si rispecchia l'infinità del Creatore: il mondo è effetto di Dio, che è la sua causa; ma Dio è causa infinita; dunque il mondo, come effetto di Dio infinito, dev'essere anch'esso infinito, poiché Dio non è solo causa dell'universo, ma principio immanente in esso, ovvero sostenne che la causa permane nell'effetto. L'infinità del mondo è spiegata da Bruno in due direzioni: sia nella direzione di un'assenza di limiti esterni dello spazio cosmico, sia nel senso del numero infinito dei mondi esistenti, cioè da infiniti «Soli» e pianeti, abitati da infiniti esseri intelligenti. Bruno accetta inoltre la teoria dell'astronomo Copernico (1473-1543), espressa nell'opera De revolutionibus orbium coelestium (1543), secondo la quale è la Terra a girare intorno al Sole, e non il Sole a girare intorno alla Terra. Tuttavia la visione cosmologica di Bruno non si riduce al Copernicanesimo. Sviluppando le intuizioni di Cusano, Bruno fa saltare i confini del mondo che Copernico considerava ancora finito. Il nostro sistema planetario eliocentrico non è che un'infinitesima parte dell'universo, dove ci sono infiniti altri sistemi con altri pianeti abitati come la Terra, tutti composti dai quattro elementi, tutti irradianti luce, e nessuno inferiore agli altri per dignità. Cosicché l'universo non possiede né centro né circonferenza, non è né alto né basso. Secondo Giordano Bruno, inoltre, il movimento cosmico non è dovuto a un motore immobile, come nel sistema astronomico aristotelico, ma a princìpi interni ai corpi celesti (dato che l'universo è infinito e quindi non c'è nulla "fuori" di esso): tali princìpi sono le anime dei singoli mondi, che muovono gli astri con la stessa spontaneità con cui la nostra anima dirige il nostro corpo verso il fine desiderato; perciò, il movimento è intrinseco nella natura stessa dell'universo. Dio non è altro che l'Anima delle anime, la Forza infinita presente nella natura, che imprime vitalità e ordine a tutta la materia (infinita) dell'universo, anche perché solo una forza infinita potrebbe muovere una massa infinita.

Dio

Bruno concepisce il mondo come un gigantesco «essere», la cui anima è Dio, che viene definito da lui anche «Mens insita omnibus» (cioè «Mente posta in tutte le cose»), e tale sarebbe la visione immanente di Dio, ovvero la concezione del Divino che è il Tutto, e del Tutto che è il Divino. Infatti, aggiunge Bruno, la morte è solo apparenza, in quanto la materia, seppur muti aspetto, permane sempre come materia, e dunque in Dio; egli afferma:

  «Tutto muta e nulla si annihila.»
   

Infatti, ogni cosa è partecipe della vita, perlomeno come materia. La visione religiosa di Bruno appare dunque, per certi aspetti, panteista.Sennonché, accanto alla nozione panteista di un Dio immanente nell'universo, Bruno presenta anche un altro concetto della divinità ovvero quello della «Mens super omnia» («Mente sopra tutte le cose»). Tale è la visone trascendente di Dio, manifestato come «Forma» o «Intelletto» universale, che ogni cosa subordina e governa. Alcuni studiosi hanno visto in questa dottrina un'adesione di Bruno alla teoria della «doppia verità». Secondo Bruno, bisognerebbe distinguere fra verità filosofica e verità religiosa: per il filosofo e lo scienziato Dio è immanente nel mondo, e addirittura si identifica con esso, mentre per il popolo Dio è trascendente, cioè rimane distinto e separato dal mondo. Si può dire che Bruno concepisca la religione come fatta per la massa degli uomini comuni, che sono privi di cultura e di dottrina. Rispetto a questa massa degli uomini, la religione svolge due funzioni: in primo luogo offre agli uomini comuni l'unica raffigurazione della divinità di cui è capace la loro rozza intelligenza; in secondo luogo, serve come insieme di norme morali che guidano il loro comportamento pratico.

L'uomo e l'infinito

Significativo è l'atteggiamento filosofico di Bruno di fronte alla nuova concezione di un mondo infinito: la «perdita» da parte della Terra della sua posizione centrale nell'universo non è da lui avvertita come una degradazione per l'umanità, cioè come una diminuzione della sua importanza. Al contrario, la nuova cosmologia gli sembra esaltare la dignità dell'uomo, perché pone la Terra in Cielo, elevandola al rango delle stelle nobili (invece, nel sistema aristotelico, la Terra era il regno dell'imperfezione, della nascita e della morte, mentre il Cielo era il regno dell'eternità e della perfezione assoluta). Inoltre, il crollo dei limiti del mondo è annunciato da Bruno con l'entusiasmo del prigioniero che vede cadere le mura del carcere in cui è stato a lungo rinchiuso. Fra l'altro, sulla scorta delle scoperte effettuate dall'astronomo danese Tycho Brahe (1546-1601), Bruno nega l'esistenza delle sfere cristalline , solide e trasparenti teorizzate da Aristotele, che, secondo l'astronomia tradizionale dell'epoca, circonderebbero la Terra, e in cui sarebbero «incastonati» gli astri nel loro moto circolare. Nella Cena delle ceneri, il filosofo, non certo avaro di elogi verso sé stesso, si presenta come colui che, infrante le illusorie sfere celesti, cioè le mura esterne dell'universo in cui si pensava che l'uomo fosse rinchiuso, si porta al di là di esse per mostrare «quello che lassù veramente si ritrovasse» (ossia per mostrare quello che veramente c'è nel Cielo). Circa l'atteggiamento intellettuale dei filosofi successivi a Bruno nei confronti dell'infinità dell'universo, bisogna fare, comunque, la seguente considerazione. Se è vero che la distruzione del cosmo aristotelico-tolemaico suscitò l'esaltazione di Bruno per l'abbattimento delle mura esterne dell'universo e per la fine del dualismo fra Cielo e Terra, è altrettanto certo che l'idea di un mondo infinito, col passare del tempo, sarà destinata a provocare anche una «ferita» al «narcisismo» umano (per usare la terminologia proposta da Sigmund Freud nella sua opera intitolata Introduzione alla psicoanalisi), cioè un'umiliazione che deprime l'orgoglio della nostra specie. Il narcisismo è per Freud l'amore dell'individuo per la propria immagine, cioè per sé stesso. Il narcisismo dell'umanità ha portato l'uomo a supporre che il mondo fosse stato creato per lui. Infatti, l'astronomia pre-copernicana testimoniava all'uomo la sua importanza nel cosmo e il valore dei suoi atti: la Terra, posta al centro dell'universo, nel Medioevo era considerata il teatro del dramma umano, in funzione del quale Dio aveva creato i cieli. L'infinitizzazione del mondo fa invece apparire il nostro pianeta un insignificante corpo celeste e mette in crisi l'immagine di un universo antropocentrico, cioè costruito per l'uomo. Freud, nell'Introduzione alla psicoanalisi, afferma che l'uomo ha dovuto sopportare tre grandi mortificazioni che la scienza ha recato al suo ingenuo amore di sé. La prima l'ha subita, appunto, quando ha appreso che la nostra Terra non è al centro dell'universo, bensì è una minuscola particella in un universo infinito. La seconda mortificazione si è verificata, poi, quando Charles Darwin, nell'Ottocento, ha messo in crisi la pretesa posizione di privilegio dell'uomo nella Creazione, avanzando l'ipotesi della sua provenienza dal regno animale. Infine, la terza mortificazione è stata inflitta alla megalomania dell'uomo da parte della stessa psicoanalisi freudiana: infatti la psicoanalisi pretende di dimostrare che l'Io «non è padrone a casa propria», che, cioè, l'Io è costretto a subire le pulsioni dell'inconscio, senza rendersene conto, e senza poterle controllare coscientemente. L'Io crede di essere libero nelle sue scelte, mentre, secondo Freud, non lo è. Ritornando al tema dell'infinità del cosmo e all'angoscia che tale infinità può suscitare nell'animo umano, ricordiamo che circa sessant'anni dopo la morte di Giordano Bruno, il filosofo francese Blaise Pascal (1623-1662) rappresenterà nei suoi Pensieri lo sgomento dell'ateo di fronte all'impossibilità di comprendere il significato dell'universo infinito emerso dalla rivoluzione scientifica. Nel seguente pensiero di Pascal, e in altri simili, trova il suo spunto iniziale anche il famosissimo «idillio» di Giacomo Leopardi, L'infinito:

   
   

La morale

Nei suoi due scritti morali (Lo spaccio della bestia trionfante e Gli eroici furori) Bruno pone come punto di convergenza sempre l'uomo, che è appunto finitamente infinito, e in questa sua duplice e, per certi aspetti, contradditoria natura, può e deve tendere all'infinita potenzialità, per renderla atto. Più precisamente, Bruno dice che la vita è una guerra perenne del bene contro il male, poiché:

  «[...] la giustizia non ha l'atto se non dove è l'errore, la concordia non s'effettua se non dove è la contrarietade. [...]»
   

Cioè, non c'è bene se non nella vittoria sul male, ed il mondo è il «campo di battaglia» dove gli uomini sono chiamati e tenuti a combattere tale guerra, intellettualmente e fisicamente (ovvero con le buone opere). Egli incolpa dei vizi umani le superstizioni, generate soprattutto dalle religioni che si vogliono fondare sulla superstizione stessa, invece che sulla Verità di Dio. Dunque, propone dei nuovi valori, che dovrebbero essere sostituiti ai valori superstiziosi, che lasciano nascere i vizi. Tali valori sono:

      la Verità, intesa come principio assoluto e supremo;

      la Prudenza, cioè il riflesso della Provvidenza divina che dà ordine al mondo;

      la Sofía (o Sapienza), che è l'inseguimento umano della verità;

      la Legge, che regola le società umane.

Vi sono altri numerosi valori da lui sostenuti (magnanimità, fortezza, filantropia, ecc.) che provengono dalla tradizione umanistica e che dovrebbero condurre l'uomo alla verità, sul sentiero della virtù.

Gli «Eroici Furori»

Nella sua seconda opera morale, invece, Bruno descrive tre «furori», ovvero tre «amori»:

  •  l'amore per la vita dedita al piacere;
  •  l'amore per la vita attiva;
  •  l'amore per la vita contemplativa

I primi due «furori», secondo Bruno, sarebbero quelli per gli uomini «di barbaro ingegno», mentre il terzo è in realtà l'unico furore «eroico», poiché esso ha come fine ultimo e supremo la contemplazione della bellezza divina che si manifesta nell'universo intero. Tuttavia, tale amore per la contemplazione può nascere solo attraverso una «conversione» della mente (come quella di Plotino), intesa come conversione della divinità nell'uomo e dell'uomo nella divinità (indiamento). Ciò avviene solo distaccandosi dalle cose inferiori, contemplando le cose superiori e, soprattutto, contemplando Dio stesso: infatti, ciò porta ad una ascesa di amore supremo, che si compie ultimamente nella cosiddetta «morte di bacio», ovvero l'annullamento totale di sé (dei propri sensi e della propria immaginazione) nell'infinità bellezza di Dio. Quella di Bruno è dunque una elevazione mistica verso la «Mens super omnia» e attraverso la «Mens insita omnibus», ma, poiché l'infinito, per definizione, non può mai essere raggiunto totalmente, l'«eroico furore» è dunque una passione del conoscere, per avvicinarsi sempre più (anche se mai davvero) a Dio, causa e fine di tale «furore».

Opere

  •  De umbris idearum" (Le ombre delle idee), 1582
  •  Cantus Circaeus (Canto circeo, meglio conosciuto come Incantesimo di Circe), 1582
  •  De compendiosa architectura (L'architettura vantaggiosa), 1582
  •  Candelaio (1582)
  •  Ars reminiscendi (L'arte di ricordare), 1583
  •  Explicatio triginta sigillorum (Spiegazione dei trenta sigilli), 1583
  •  Sigillus sigillorum (Il sigillo dei sigilli), 1583
  •  La Cena de le Ceneri (La banquet des cendres), 1584
  •  De la causa, principio, et Uno, 1584
  •  "De l'infinito universo et Mondi, 1584
  •  Spaccio de la Bestia Trionfante (L'expulsion de la bête triomphante; 1584)
  •  Cabala del cavallo Pegaseo - Asino Cillenico(1585)
  •  De gl' heroici furori (1585)
  •  Figuratio Aristotelici Physici auditus (Rappresentazione della fisica aristotelica dell'udito; 1585)
  •  Dialogi duo de Fabricii Mordentis Salernitani (Due dialoghi sul salernitano Fabrizio Mordente), 1586
  •  Idiota triumphans (L'idiota trionfante), 1586
  •  De somni interpretatione (L'interpretazione del sonno), 1586
  •  Animadversiones circa lampadem Lullianam (Osservazioni riguardo alla lampada lulliana; 1586)
  •  Lampas triginta statuarum (La lampada di trenta statue), 1586
  •  Centum et viginti articuli de natura et mundo adversus Peripateticos (Centoventi articoli sulla natura e sul mondo contro i Peripatetici), 1586
  •  De lampade combinatoria Lulliana (1587)
  •  De progressu et lampade venatoria logicorum (1587)
  •  Oratio valedictoria (Discorso di addio), 1588
  •  Camoeracensis Acrotismus (1588)
  •  De specierum scrutinio (La perquisizione delle specie), 1588
  •  Articuli centum et sexaginta adversus huius tempestatismathematicos atque Philosophos (1588)
  •  De magia, 1589
  •  Theses de magia, 1589
  •  De magia mathematica, 1589
  •  De rerum principiis, 1589
  •  Medicina lulliana, 1589
  •  De imaginium, 1589
  •  Signorum et idearum compositione, 1589
  •  Oratio consolatoria (Discorso consolatorio), 1589
  •  De vinculis in genere (I vincoli in genere), 1591
  •  De triplici minimo et mensura (Il minimo triplice e la misura), 1591
  •  De monade numero et figura (Il numero monade e la figura), 1591
  •  De innumerabilibus, immenso, et infigurabili (Gli innumerabili, l'immenso e l'infigurabile), 1591
  •  De imaginum, signorum et idearum compositione (La disposizione delle immagini, dei segni e delle idee), 1591
  •  Summa terminorum metaphisicorum (Il complesso dei termini metafisici), 1595
  •  Artificium perorandi (L'arte di parlare), 1612 (postuma)